Year XXXIII, 1991, Number 2 - Page 128

 

 

Federalism: the Pessimism of Intelligence and the Optimism of Will
 
ROSARIO PINTO
 
 
 
Le fasi di elaborazione del pensiero federalista sono state almeno tre, nel corso degli ultimi due secoli, da quando, cioè, il punto più alto della cultura cosmopolita settecentesca aveva indicato in un nuovo tipo di aggregazione politico-sociale, che superasse il particolarismo degli Stati, la possibilità di costruire un nuovo istituzionale assolutamente inedito sul piano dell’esperienza storica: il federalismo.[1]
Le tre fasi storiche possono così, sommariamente, periodizzarsi:
– la prima fase va dal pensiero kantiano fino alla prima guerra mondiale e produce uno sviluppo complessivo, teorico della dottrina federalista, col concorso di contributi ampi e dilatati di pensiero in cui confluiscono apporti provenienti da aree culturali non necessariamente omogenee, anzi, spessissimo contrapposte (Saint-Simon, Proudhon, Mazzini, Cattaneo, Gioberti, ecc.). Esso è preceduto da una preistoria illuministica di orientamento federalista (Leibniz, Abbé de Saint-Pierre, ecc.);
– la seconda fase copre l’arco di tempo tra la prima e la seconda guerra mondiale; essa ha carattere diplomatico, mira, cioè, a costruire un percorso politico spendibile a livello delle relazioni tra gli Stati, e vede impegnate personalità che finalizzano la propria lunga esperienza non all’elaborazione d’un progetto astratto, ma alla costruzione di tasselli concretamente utilizzabili per un nuovo politico (Lothian, Briand, Coudenhove-Kalergi, ecc.);
– la terza fase è quella che definiremo politica, nasce già durante la seconda guerra mondiale e propone, col Manifesto di Ventotene, una svolta logica al federalismo, facendolo uscire dalle strettoie teoretiche e diplomatiche delle due fasi precedenti; il Manifesto introduce decisamente nella terza fase, quella politica, sollecitando il coinvolgimento popolare nella costruzione di nuove istituzioni sovranazionali.
Non a caso è proprio a questo punto che si profilano vari modi di intendere il federalismo, opzioni politiche capaci di modellare un progetto di azione: di qui nascono le aggregazioni di pensiero federalista che mettono capo ai tre progetti di Federalismo integrale (Marc), di Rinnovamento istituzionale (Spinelli), di Opzione ideologica (Albertini).
Costruire istituzioni federali, peraltro, da questo momento significa assumere l’obiettivo politico di creare un potere sovranazionale, democratico in Europa.
Questi progetti hanno un comune denominatore: di rappresentare, in ogni caso, una cultura di opposizione rispetto al sistema in atto che, comunque, ad Est come ad Ovest, è basato sul modello dello Stato-nazione. (Qui ricordiamo il contributo di pensiero di Lenin e di Trotzky, sottolineando che, di contro, il percorso storico sovietico è stato caratterizzato dall’accentramento nazionale e burocratico).
Bisognerà prender nota, comunque, che la collocazione all’opposizione non vede affatto il federalismo schierato unitamente con le altre forze classiche dell’opposizione, giacché il Manifesto di Ventotene aveva chiarito molto bene che il discrimine tra conservazione le progresso, ormai, non poteva più passare attraverso la classica distinzione tra destra e sinistra, ma doveva, piuttosto, configurarsi come differenziazione tra la capacità e la volontà di fare scelte politiche antagoniste: o nazionali o più ampie.
L’opposizione è, pertanto, progettuale e non di potere, dal momento che, negando il livello di legittimazione nazionale del potere, il federalismo nega automaticamente la lotta in atto per il potere.
 
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A monte di queste tre fasi – teorica, diplomatica, politica – c’era nel ‘700 il cosmopolitismo.
Prima ancora, un sempre urgente bisogno di integrazione e di sostegno reciproco tra i popoli aveva spinto le aggregazioni politiche statuali – chiamiamole pure gli Stati, sia pur con tutta l’improprietà del termine, difficile da adattarsi a tutte le evenienze storiche dall’antichità all’età moderna – a cercare forme di collaborazione e di unione. E, tuttavia, tale unione s’era sempre arrestata alle soglie della possibilità di dare all’alleato le chiavi della città, al momento, cioè, di rinunciare da parte degli Stati a quote della propria sovranità, per consentire, insomma, che cadessero riserve e pregiudiziali nei confronti degli altri e che solo il diritto presiedesse al regolamento dei rapporti.
Questo tipo d’analisi ci conduce senz’altro ad esaminare una lunga sequenza di casi, che, a cominciare – per comodità di procedura – dalle leghe greche, ci propone l’esempio di unioni di città-Stato che comprendono molto bene l’utilità dello stare insieme, che avvertono la necessità di creare un’integrazione molto forte tra loro, ma che questa integrazione non spingono fino al punto che ciascuna polis non ceda quel quid pluris che costituisce l’ancoraggio estremo del proprio individualismo politico o, come diremmo oggi, della propria sovranità.
Né sarà troppo arduo ritrovare temperie simile nel contesto dei rapporti tra le città comunali del Medioevo italiano o nello stesso perseguimento dell’equilibrio che dapprima costituisce l’asse di svolgimento della politica delle corti italiane umanistico-rinascimentali e che poi, in seguito, diventerà la costante della politica europea.
In questo contesto nasce e si afferma la pratica della politica come diplomazia, mentre si abbassa vistosamente il profilo politico e tutto ciò non rende possibile quel salto di qualità che schiodi gli equilibri nazionali apprestando il nuovo livello sovranazionale.
Ci sembra utile ricordare qui l’analisi di Gramsci: «Nella politica, infatti, l’elemento volitivo ha un’importanza molto più grande che nella diplomazia. La diplomazia sanziona e tende a conservare le situazioni create dall’urto delle politiche statali; è creativa solo per metafora o per convenzione filosofica (tutta l’attività umana è creativa). I rapporti internazionali riguardano un equilibrio di forze in cui ogni singolo elemento statale può influire molto debolmente: Firenze poteva influire rafforzando se stessa, per esempio, ma questo rafforzamento, se pure avesse migliorato la sua posizione nell’equilibrio italiano ed europeo, non poteva certo essere pensato come decisivo per capovolgere l’insieme dell’equilibrio stesso. Perciò il diplomatico, per lo stesso abito professionale, è portato allo scetticismo e alla grettezza conservatrice».[2]
Al principio di equilibrio si ispireranno le scelte europee nell’età moderna e contemporanea e i conflitti egemonici avranno, in genere, come soluzione finale e fatale, la proposta di un bilanciamento delle forze tendente a produrre un sistema degli Stati europei regolato da pesi e contrappesi imperniati intorno ad un apparato diplomatico che, di fatto, assume la direzione della politica internazionale. Né tutto ciò vale a garantire la pace in Europa, ove l’egoismo degli Stati nazionali produrrà – ultima catastrofe continentale – la seconda guerra mondiale.
 
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A questo punto ritorniamo al federalismo, cioè alle soluzioni politiche ispirate al superamento della sovranità nazionale e del correlato principio della ragion di Stato.
Occorre introdurre ancora una proposta storica, che andrà aggregata al complesso delle opzioni federaliste che si presentano all’indomani della seconda guerra mondiale (Marc, Spinelli, Albertini) cui abbiamo fatto cenno appena un po’ più su. Tale via è il funzionalismo, che, in sé, non contiene significati teoretici autonomi e alternativi sul piano propositivo rispetto al federalismo, ma che assume grande importanza, solo che si consideri il suo peso pratico nella determinazione delle politiche comunitarie europee che si stabiliranno a partire dagli anni ‘50. Il suo peso, per riprendere Gramsci, è di ordine diplomatico, non politico. All’indomani, infatti, della fine della seconda guerra mondiale, quando apparve utile creare strutture capaci di offrire un nuovo modo di far politica tra gli Stati europei e quando si pose mano alla costruzione di istituzioni sovranazionali comunitarie, si affermò il principio secondo il quale certamente istituzioni come la CECA e poi la CEE dovevano prevedere lo sfocio politico in una vera e propria Unione politica, ma che intanto dovevano funzionare nel miglior modo per procedere gradualmente verso quell’integrazione sempre più stretta tra i paesi europei che avrebbe dovuto condurre, come lungo un piano inclinato, alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa o di qualcosa di molto simile. Il profeta di tale prospettiva sarebbe stato Jean Monnet, da sempre contrapposto, nell’analisi storica federalista, alla figura di Altiero Spinelli. E, sulla strada dei confronti, sull’asse politica-diplomazia, non dovrebbe apparire azzardato quello tra Spinelli-Machiavelli e Monnet-Guicciardini. Attingiamo, in proposito, ancora al pensiero di Gramsci: «Lo scetticismo del Guicciardini (non pessimismo dell’intelligenza, che può essere unito a un ottimismo della volontà nei politici realistici attivi) ha diverse origini: 1) l’abito diplomatico, cioè di un’attività subalterna subordinata, esecutivo-burocratica, che deve accettare una volontà estranea (quella politica del proprio governo o principe) alle convinzioni particolari del diplomatico (che può, è vero, sentire quella volontà come propria, in quanto corrisponde alle proprie convinzioni, ma può anche non sentirla: l’essere la diplomazia divenuta necessariamente una professione specializzata., ha portato a questa conseguenza, di poter staccare il diplomatico dalla politica dei governi mutevoli ecc.), quindi scetticismo e, nell’elaborazione scientifica, pregiudizi extrascientifici; 2) le convinzioni stesse del Guicciardini, che era conservatore nel quadro generale della politica italiana e perciò teorizza le proprie opinioni, la propria posizione politica ecc.».[3]
All’indomani della fine della seconda guerra mondiale si comprende, insomma, assai bene che solo scelte politiche coraggiose, di profilo sovranazionale, possono introdurre elementi oggettivi nelle politiche degli Stati europei capaci di costruire un processo stabile di pace e di sviluppo, e tuttavia, di fronte alla scelta finale e decisiva di azzerare i differenziali nazionali, di sovranità nazionali, per procedere alla creazione di una vera Unione politica, si preferisce rimanere alla soglia di essa, al Mercato europeo, alle Comunità economiche di vario intendimento e finalità.[4] E tutto ciò, lasciando appena fuori dell’uscio di casa la Comunità politica considerata non come l’ospite della cui presenza sia bene liberarsi per sempre, ma come un ospite, per il momento inopportuno, che ci si riserva di introdurre in casa solo al momento giusto. Quando verrà questo momento? Questo non è dato sapere. E allora, nel frattempo, che i federalisti restino a curare quell’ospite, a tenerlo in forma, perché possa prima o poi fare il suo ingresso in casa. Il funzionalismo, in tutta la fase di vita comunitaria della CECA, della CEEA, della CEE, mentre l’opzione federalista rimane marginalizzata, svolgerà il ruolo di guida reale delle istituzioni comunitarie europee, con un taglio metodologico che produce la gestione ordinaria dell’esistente, subordinando ogni scelta politica alla via intergovernativa e diplomatica. Tutto ciò dà al funzionalismo il profilo – per dirla con Gramsci – di «un’attività subalterna subordinata, esecutivo-burocratica», caratteristico e proprio dell’attività diplomatica.
Curiosamente, insomma, proprio quando, alla fine della seconda guerra mondiale, si sarebbe offerta la possibilità storica di aprire allo sviluppo della politica europea la fase federalistica, proprio allora, quando il federalismo – come praticabile prospettiva politica – dopo il lungo tirocinio di circa due secoli attraverso le fasi teorica e diplomatica, approdava alla fase politica, proprio allora il dimensionamento diplomatico-funzionalistico, vecchia conoscenza della politica più antica europea, dal Rinascimento in avanti, si sarebbe riaffacciato all’orizzonte. E si sarebbe rivestito ora dei rinnovati panni dell’opzione sovranazionale, ma animata dalla riserva mentale di non far corrispondere al rinnovamento delle forme esteriori (il mercato unico) la reale trasformazione istituzionale europea (la Comunità politica). Insomma, il vecchio principio del lasciare le cose come stanno, del trasformismo e del gattopardismo peggiori, il prevalere della prospettiva diplomatica su quella politica, di Guicciardini su Machiavelli, per dirla con Gramsci, avrebbero soffocato ogni possibilità concreta di procedere sulla strada della creazione del nuovo in Europa.
 
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E tuttavia, ciò non sarebbe stato, comunque, senza conseguenze: la proposta di una progettualità federalista si sarebbe posta come bisogno di riappropriazione dal basso, da parte della gente, dei propri diritti politici e tale riappropriazione sarebbe dovuta avvenire contro i meccanismi reazionari e/o conservatori delle politiche degli apparati statali, nuovi lupi nazionali, ammantati da agnelli comunitari. In tale direzione si sarebbero concentrati gli sforzi intellettuali e le strategie dei federalisti nel premere dapprima per l’elezione a suffragio universale del Parlamento europeo e, dopo, per il mandato costituente al Parlamento europeo.
E tutto ciò avendo ormai una consapevolezza consolidata ed acquisita, che i governi nazionali avrebbero premuto per impedire una radicale trasformazione politica della Comunità. Lo si era visto al Vertice di Lussemburgo nel dicembre 1985, quando fu definitivamente affossata l’unica vera novità politica dal ‘57 in campo comunitario, che era data dal Progetto di Trattato che istituisce l’Unione europea, approvato dal Parlamento europeo e, appunto, respinto dai governi nazionali.
La posizione di Spinelli, che del Progetto era stato animatore ed ispiratore, fu netta ed inequivocabile: «Il referendum è lo strumento con cui noi vogliamo cercare di ottenere un certo sostegno popolare a quei governi che volessero o che avessero intenzione di proporre i poteri costituenti al Parlamento europeo. La formula fondamentale è questa: mai più un lavoro costituente per l’Unione europea in mano ai diplomatici. Quindi, in partenza, mai ricorrere all’art. 236, perché questo articolo stabilisce che sarà una conferenza diplomatica che deve preparare questo lavoro».[5]
E’ da questo momento che la strategia di Albertini della guerra di posizione diventa necessariamente la sola strategia possibile per i federalisti, quella che deve, nel lungo periodo, produrre due risultati: di rendere necessaria ed insopprimibile l’esigenza della trasformazione istituzionale in senso federale e di creare un referente sociale generale, una Weltanschauung federalista che raccolga i frammenti in decomposizione delle ideologie tradizionali evidentemente in crisi, come ben capisce la cultura federalista, con un largo anticipo rispetto agli eventi che caratterizzeranno, poi, la fine degli anni ‘80 e l’incerto avvio del decennio dei ‘90.
 
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Un importante elemento di riflessione diventa per il pensiero federalista il convincimento che le condizioni europee che sembravano essere quelle privilegiate per la crescita e l’affermazione d’una esperienza federalista, tali probabilmente non sono. I processi di interdipendenza sono fortemente incrementati dall’accelerazione che ricevono le relazioni e gli scambi all’interno d’un mondo sempre più villaggio globale, ove, di contro, l’emergere delle diseguaglianze si fa sempre più stridente con la pretesa retorica dei più forti di presentare l’evoluzione storica come un processo lineare di affermazione della giustizia e della verità. Né la caduta del profilo ideologico su cui si modellavano alcuni esempi di strutturazioni istituzionali vale a liberare energie di pace e di ordine: al contrario, si liberano gli aspetti più cupi e desolanti della prospettiva politica e cioè lo spirito nazionalistico e la guerra.
A questo punto sono le cose quando scoppia la guerra del Golfo, la seconda guerra del Golfo, dopo quella Iran-Iraq degli anni ‘80. Ed è una guerra totale, ove l’annientamento fisico del nemico è l’obiettivo che una forza multinazionale persegue con lucida determinazione combattendo la sua guerra su due fronti: quello militare, che vede l’impiego di armi terrificanti di distruzione di massa e quello propagandistico che oscura nella notte più buia l’informazione e costruisce un consenso ingessato.
Ma il punto da analizzare resta quello del profilo politico di tipo multinazionale che va assumendo l’ordine internazionale. Incapace, cioè, di un salto qualitativo, sovranazionale e federale, in cui le sovranità nazionali – su cui si pretende di far riposare il diritto internazionale – vengano azzerate in un quadro giuridico di pari dignità e venga sottratto agli Stati il potere di fare la guerra, incapace di tutto ciò, la comunità internazionale preferisce moltiplicare le potenzialità nazionali e alla prospettiva sovranazionale, che faticosamente tenta di farsi strada, sostituisce quella della multinazionalità, proliferazione metastatica del principio di nazionalità.
 
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Tutto ciò non manda in crisi il federalismo, non pregiudica la sua prospettiva ideologica, ma impone, certamente, un processo di critica storica e un riaggiustamento del tiro sul piano politico. Non è in discussione la strategia; potrebbe essere, magari, da riaggiustare la tattica.
Innanzitutto, ci pare, va richiamato il concetto di funzionalismo, per verificare che, sulla base di un’impostazione siffatta, data alla vita delle Comunità europee, si è creato in Europa, nell’Europa cosiddetta dei Dodici, una sorta di comunità sovranazionale spuria, nel senso che l’integrazione economica, l’interdipendenza commerciale, produttiva e consumistica hanno creato una forte distorsione prospettica. E tale distorsione, mentre lascia credere alla gente che effettivamente l’Europa esiste come comunità politica, come centro di decisioni democratiche, la delude poi sistematicamente ogniqualvolta gli interessi nazionali prevalgono e agli appuntamenti storici non si presenta il soggetto Europa, ma singoli Stati europei allineati... in ordine sparso. E’ come se, insomma, nell’Europa comunitaria del secondo dopoguerra si fosse riproposto qualcosa di simile alla République des lettres settecentesca, ove gli intellettuali europei avevano la consapevolezza di appartenere ad una comunità sovranazionale del pensiero e della ricerca indipendentemente dal fatto che concretamente appartenessero ciascuno al suo Stato nazionale, o meglio fossero sudditi dei propri sovrani. Nell’Europa comunitaria succede qualcosa di simile: per dirla più francamente, tuttavia, la comunità non è quella elitaria degli intellettuali del ‘700 e l’oggetto comunitario – ormai i beni di consumo e non il pensiero illuministico – non consentono alla gente di avere la giusta e realistica prospettiva degli avvenimenti e dei processi, pur creando in essa tuttavia l’euforica impressione di appartenere ad una comunità ormai cosmopolitica, come se effettivamente si fossero azzerate le differenziazioni nazionali e le disparità sociali, giuridiche, economiche ecc. Ma, intanto, non è ancora realizzato, in punto di diritto, nemmeno il principio stesso di cittadinanza europea.
A rifletter bene, qualcosa di simile individuava Gramsci a proposito della società comunale quando diceva: «La borghesia italiana medievale non seppe uscire dalla fase corporativa per entrare in quella politica, perché non seppe completamente liberarsi della concezione medievale cosmopolitica rappresentata dal Papa, dal clero e anche dagli intellettuali laici (umanisti), cioè non seppe creare uno Stato autonomo, ma rimase nella cornice medievale, feudale e cosmopolita».[6]
 Il passo gramsciano propone una prospettiva apparentemente in contrasto con quanto il nostro assunto si studia di analizzare e definire: insomma, sembrerebbe che la posizione gramsciana rifiuti l’ordine cosmopolitico, preferendogli una prospettiva nazionale, dal momento che egli stigmatizza «la borghesia italiana» che «non seppe creare uno Stato autonomo». Va appena ricordato, tuttavia, a questo punto, che, comunque, lo stesso Gramsci non avrebbe ritenuto sufficiente la formazione di Stati cittadini o anche regionali, e che l’ordine cosmopolitico che egli rifiuta è l’ordine che si è preteso di costruire alle spalle della gente attraverso le due istituzioni verticali dell’Impero e del Papato. Egli argomenta: «Bisogna ricordare che Machiavelli sentiva che Stato non era il Comune o la Repubblica e la Signoria comunale, perché mancava loro con il vasto territorio una popolazione tale da esser la base di una forza militare che permettesse una politica internazionale autonoma: egli sentiva che in Italia, col Papato, permaneva una situazione di non-Stato e che essa sarebbe durata finché anche la religione non fosse diventata ‘politica’ dello Stato e non più politica del Papa per impedire la formazione di forti Stati in Italia, intervenendo nella vita interna dei popoli da lui non dominati temporalmente, per interessi che non erano quelli degli Stati e perciò erano perturbatori e disgregatori».[7]
Ci sembra che l’attuale situazione europea comunitaria presenti numerose analogie con la fattispecie proposta dall’analisi gramsciana. In particolare, le istituzioni economiche comunitarie sono effettivamente il «non-Stato» e poi il frammentarismo politico degli Stati nazionali europei non consente·di poter contare su un «vasto territorio» e ciò costituisce un impedimento oggettivo alla nascita d’un polo europeo capace di un protagonismo politico mondiale. Ma ciò non è tutto. Infatti esistono all’interno stesso dell’Europa comunitaria elementi di indirizzo politico allogeni che muovono e dirigono quelle che dovrebbero essere invece le scelte europee indirizzate secondo piani consentanei alla creazione di una Comunità politica europea. Questa sorta di dimidiata potestà che viene sempre ad affacciarsi per l’Europa politica (ancora da creare, evidentemente) già soffoca il bambino prima ancora che entri nella culla. Quello poi che è il giudizio negativo di Gramsci sul «cosmopolitismo medievale» può utilmente essere inteso, ai nostri giorni, come corrispondente alla critica che ci sentiamo di muovere ad una visione – oggi molto diffusa – dell’Europa comunitaria come processo politico già realizzato e per il quale non occorra fare molto di più, dal momento che l’obiettivo raggiunto, quello del mercato interno, dovrebbe ampiamente soddisfare le esigenze di integrazione europea, senza necessità per questo di mettere mano alla trasformazione istituzionale che imponga un processo costituente al termine del quale si sostituisca all’attuale ordine inter-nazionale vigente in Europa un nuovo ordine sovra-nazionale con il trasferimento di quote di sovranità nazionale da parte degli Stati all’organismo federale.
 
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Una facile, prevedibile critica potrebbe facilmente essere portata a questo ragionamento, argomentando che esso non lascia spazio ad una prospettiva federalista di respiro mondiale, ma conclude l’ambito della trasformazione istituzionale federale alla dimensione europea.
Vaie la pena controdedurre così:
1) la prospettiva di Albertini che individua il federalismo non come una semplice dottrina politica, ma come un’ideologia rende sicuri che – per ciò stesso – la prospettiva federalista non può intendersi limitata al solo ambito europeo, ma deve, necessariamente, allargarsi;
2) sul piano delle scelte di strategia politica, appare utile procedere sulla via della creazione di un potere federale mondiale attraverso la formazione di aree federali regionali (in Asia, Africa, Medio Oriente, ecc.) tenendo conto che il modello europeo di trasformazione istituzionale dalla nazionalità alla sovranazionalità potrebbe essere utilmente assunto come esempio;
3) va facendosi strada un mondialismo sospetto, una prospettiva, cioè, che intende imporre un ordine internazionale senza procedere alla costruzione di una democrazia internazionale; tutto ciò non può non suonare d’allarme per la stessa prospettiva federalista, il cui profilo mondialista non si confonde con un abbrivio unipolare, bensì come il processo armonico ove le differenze reali, ove le peculiarità culturali non siano né azzerate nel conformismo di maniera, né costituiscano motivo di discrimine politico, economico, ecc.
 
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Proprio la necessità di sviluppare ulteriormente il terzo punto appena proposto ci induce a suggerire delle altre riflessioni.
La caduta del Muro di Berlino alla fine del 1989 ha liberato il mondo da un incubo. Da quale incubo?, si dirà. Giungono a soccorrerei le parole di Marx ed Engels: «Uno spettro s’aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo».
Con tali parole, gli estensori del Manifesto intendevano dire che il comunismo usciva dalla sua lunga fase di gestazione teoretica per calarsi nel vivo della prassi politica; lo «spettro», insomma, tendeva a trasformarsi, nella pubblicistica di controparte, in incubo: «Ormai tutte le potenze europee considerano il comunismo come una potenza. E’ giunto il tempo che tutto il mondo conosca dai comunisti, senza più segreti, opinioni e fini e tendenze, e che alla fantasia di uno spettro del comunismo sia contrapposto da essi un manifesto del partito».[8]
La liberazione dall’incubo comunista è ciò che la gente, all’indomani della caduta del Muro di Berlino, saluta con calore ed entusiasmo, convinta che l’abbattimento dei regimi del cosiddetto socialismo reale automaticamente realizzi il trionfo in contemporanea della democrazia e della libertà. Poco importa il richiamo di quanti ammoniscono che democrazia e libertà non sono necessariamente legate da un rapporto di interconnessione, che, anzi, ricordano che il più delle volte il rapporto di proporzionalità tra democrazia e libertà nelle esperienze storiche effettuali è stato inverso e non diretto,[9] poco importa tutto ciò: alla gente basta che l’incubo sia cessato. Ma cosa resta al suo posto? La gente sa che il modello di sviluppo in atto non è coerente con le esigenze e i bisogni dell’uomo, si rende conto che la democratizzazione dell’Est è coincisa con una fase storica, per quei paesi, di profonda recessione economica, di disoccupazione, di smantellamento delle sicurezze sociali acquisite. Ma tanto basta, la libertà conquistata ripaga di ogni sacrificio, per quanto duro, che resta da affrontare. Resta da valutare cosa significhi esattamente questa riconquistata libertà: se non si confonda la libertà come assenza di coazione con la libertà come possibilità di esprimere in modo pieno le potenzialità di pensiero e di azione.
In termini istituzionali tutto ciò non è senza conseguenze: l’Europa comunitaria deve attrezzare strumenti politici, istituzionali, economici di intervento. Essa rischia di farlo in concorrenza con gli USA. Ma c’è di più, si disarticola, infatti, il processo di attenzione che l’Europa poneva ormai da tempo nei confronti del Terzo mondo, al quale occorrerà distrarre risorse per convogliarle verso l’Est dell’Europa. La crisi ideologica ad Est lascia, inoltre, un horror vacui dal momento che la prospettiva del comunismo, uscendo dalla sua dimensione manifesta e di socialismo reale, rischia di ridiventare lo «spettro che s’aggira per l’Europa». Ed è molto possibile che ciò avvenga, solo che si consideri che la crisi dei sistemi del socialismo reale non è affatto avvenuta in coincidenza con la piena affermazione della democrazia compiuta e neppure con la soddisfazione totale dei bisogni primari sociali. La crisi di quei sistemi, in altre parole, dovrà essere intesa come sconfitta irreversibile del modello solidaristico di una economia pianificata o il frutto di errori di impostazione progettuale? E, simmetricamente, il sistema antagonista ha vinto per la validità intrinseca ed irrefutabile del proprio modello, o per la crisi interna dell’avversario?
Infine, e comunque, un nuovo bisogno di giustizia sociale si afferma, a livello europeo, come a livello del Terzo mondo; e con esso la richiesta di una nuova solidarietà che mette sempre più in evidenza i limiti di un modello di sviluppo tutto imperniato sulle leggi del successo e su meccanismi di incontrollato darwinismo economico e sociale.[10] A queste cose la gente avverte che occorre dare risposte convincenti: c’è bisogno di una trasformazione radicale dei rapporti sociali, politici ed economici, ben più profonda e complessiva di quanto l’efficientismo di facciata non lasci intendere o di quanto abbreviate scorciatoie politiche non vogliano pretendere di suggerire, magari con estemporanee soluzioni di ingegneria costituzionale.
Non a caso di queste cose va prendendo in qualche modo coscienza la Chiesa, che propone il suo impegno per la pace, quando la comunità internazionale non sa dare altra risposta che la guerra per risolvere (non risolvendola affatto, in realtà) la crisi del Golfo. E risposte va dando la Chiesa anche in altri campi, proponendo, di fatto, una nuova formulazione della sua Dottrina sociale.
Come già ai tempi della caduta dell’Impero romano, la Chiesa si surroga alle istituzioni politiche paralizzate e crea un sistema di riferimento sociale che soddisfa la domanda crescente dei bisogni popolari (materiali, etici e normativi); così, ora, la Chiesa – indicando la propria prospettiva neoescatologica – suggerisce una propria terza via, tra capitalismo e socialismo, che può valere a ricollocare la Chiesa stessa nel grande gioco politico dal quale era uscita. Il disegno della Chiesa di ricondurre nella dinamica finalistica, e quindi non storica, le motivazioni dell’agire, tende a creare per la Chiesa stessa una sua ricollocazione nella storia in quella posizione centrale che il corso degli eventi le avevano sottratto a partire proprio dall’età dei lumi, quando il soggetto umano scopre di non aver bisogno di una prospettiva metafisica per dare ragioni e fini alla sua azione.
La Chiesa agisce sulla base di un’intuizione politica molto precisa che è quella di riempire col proprio pensiero il vuoto che si è creato col concorrente processo di caduta della prospettiva ideologica ed esemplaristica del socialismo reale e con la degenerazione interna, prossima all’implosione, del sistema che al mondo sovietico si era simmetricamente contrapposto. Di quest’ultimo la Chiesa non tollera quello che definisce il materialismo consumistico e la prospettiva di indifferenza spirituale che lo sostiene.
Fatalmente, quindi, all’unipolarismo occidentale, che va profilandosi come asse di svolgimento possibile della politica e della storia del futuro prossimo venturo, sembrerebbe contrapporsi un nuovo progetto di escatologia: un nuovo conflitto Papato-Impero è all’orizzonte.
E’ a questo punto che si ripropone la questione gramsciana della dimensione cosmopolita e feudale del potere medievale, sul cui sfondo il pensatore non scorge possibilità di successo politico per le formazioni politiche comunali et similia che non riescano a sottrarsi alla logica del sistema, che, comunque, le ingloba. Il protagonismo wojtyliano è volto a recuperare le mozioni preilluministiche di un mondo in cui i dettami della fede presiedevano efficacemente (dal punto di vista del controllo sociale) l’attività normativa dei rapporti economici, politici, privati. Si motivano così gli interessi della Santa Sede per una cristianizzazione dell’Europa da una parte e per la promozione del Terzo mondo dall’altra. La terza via ha, quindi, referenti morali e non istituzionali, o, per meglio dire, subordina questi a quelli.
 
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Così ci sembra presentarsi il quadro di riferimento generale e, necessariamente, una risposta progettuale e politica federalista non può non tener conto di tali prospettive.
Peraltro, in qualche modo, l’analisi federalista aveva pur anche anticipato quale sarebbe stata l’evoluzione del processo in atto.
Le indicazioni, pertanto, che possono nascere dall’analisi dei fatti non dovrebbero suggerire tanto un cambiamento o un radicale riaggiustamento di rotta: la prospettiva federalista acquista, anzi, in relazione all’attuale processo politico che si compie a livello mondiale, un inveramento sul campo dei suoi assunti teorici. Ciò che, piuttosto, andrà meglio conformato, saranno le scelte di intervento, le opzioni politiche da assumere come guida dell’azione.
Innanzitutto, sembra di poter affermare, la lotta federalista deve riproporsi come lotta di lungo periodo. A tal proposito, forse, giova ricordare – anche un po’ autocriticamente – che troppo affrettatamente s’era gridato al miracolo dell’Unione europea in via di compimento e che, invece, il processo di abbattimento dei poteri nazionali è ancora duro e difficile e che troppi ostacoli erano frapposti da interessi di vario tipo: interni ai singoli Stati europei e anche esterni all’Europa stessa.
Una seconda riflessione può forse marcare la necessità di riattrezzare il pensiero federalista ad orientarsi sul terreno della riflessione – assumendo le veste stessa di coscienza critica della società e dei suoi assetti politico-economici – più che non dedicarsi ad un coinvolgimento diretto sul campo, che rischia di far apparire l’opzione federalista per quello che essa non è, cioè per una scelta politica a servizio di qualcuno.
E, nella prospettiva di lungo periodo, di lunga marcia nel deserto, che oggi si profila all’orizzonte, l’impegno per la Federazione mondiale può essere l’indirizzo normativo sul quale dovrà ancor più modellarsi l’attività federalista di costruzione dell’Europa federale.
 
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E’ probabilmente a questo punto che, proprio in vista della lunga marcia nel deserto, il pensiero federalista ha bisogno di ritrovare fonti di nutrimento proprie, che gli diano la sicurezza di procedere sulla via del compimento di un progetto storico. E qui si profila l’intuizione politica forte che il federalismo propone coniugando etica e politica.
Una malintesa, generica lettura del pensiero del Machiavelli ne vorrebbe privilegiata la concezione amorale dell’attività politica. Ma se la politica è espressione, come suggerisce Gramsci, dell’«elemento volitivo», allora occorrerà ricondurla, necessariamente, alla sfera morale, al momento in cui il pensiero individua le finalità dell’agire e ad esse conforma i mezzi, studiandosi di trarre il miglior profitto all’interno delle condizioni di contesto date. Un agire, insomma, che non si proponesse un profitto, sarebbe un non senso. L’eticità di Machiavelli consiste, quindi, nel creare un rapporto aureo tra il fine e il mezzo. In ciò, inoltre, sempre secondo Gramsci, Machiavelli costituisce il discrimine tra la creatività propria della politica e l’immobilismo conservatore della diplomazia. Appare evidente, poi, che ben altra è la prospettiva dalla dottrina della fede: il fatto stesso che il fine trascenda la dimensione storica rende di per sé l’azione eterodiretta rispetto alle risorse umane e, necessariamente, l’etica assume il profilo di un valore e, globalmente, l’azione umana si deresponsabilizza. Un esempio che ci pare abbastanza calzante per chiarire tutto ciò è dato dal tema della pace: per il pensiero cristiano è un valore, per le dottrine politiche è la non-guerra o, al più, il raggiungimento di un equilibrio di potenze (si pensi, nel secondo dopoguerra al bipolarismo e alla sua pace nucleare).
Il pensiero federalista introduce il nuovo logico: la pace è un’istituzione.[11] Kant dimostra, infatti, che la pace è tale solo se assume la veste giuridica dell’impraticabilità della guerra, dal momento che sono state create le condizioni giuridiche per cui non si possa più combattere guerra. E creare queste condizioni significa creare istituzioni tali per cui il diritto a farsi giustizia da soli venga ceduto da parte degli Stati alla stessa maniera in cui gli individui avevano imparato a vivere in società civile solo quando avevano compreso di non avere diritto a farsi giustizia da soli nei confronti di chi avesse prodotto loro ingiustizia. E tutto ciò significa dar vita ad istituzioni federali.
Questo esempio del tema della pace dice della necessità di trasformare i referenti di valore in percorsi istituzionali.
Certamente, assumere la pace come valore esprime anche un’esigenza e un’aspirazione, un anelito e un impegno che si arricchiscono di spinte emozionali. La prospettiva della pace come istituzione non vuole mortificare queste spinte; vuole, piuttosto, convogliare il valore nell’alveo normativo dell’istituzione.
 
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Alla svolta storica che – secondo la scienza dell’organizzazione[12] – si impone oggi al federalismo di riorganizzarsi o perire, dopo aver prodotto un certo tipo di risultati, e alla prospettiva che tale rinnovamento dovrà avvenire nella direzione di un recupero di eticità alla politica, è utile dibattere se sia possibile affermare e produrre un’etica come istituzione da contrapporre alla sua tradizionale concezione assiologica.
E, necessariamente, le inferenze non saranno di poco momento: sul piano politico, ad esempio, potrebbe prodursi chiarezza sul tema dei rapporti democrazia-libertà o dei rapporti qualità-quantità nella determinazione delle scelte di indirizzo e nella gestione stessa della cosa comune.
Ma, a questo punto, ancora gramscianamente, avvertiamo le difficoltà tutte suggerite dal «pessimismo dell’intelligenza» che soffoca «l’ottimismo della volontà».


[1]Occorre ricordare che, alla fine del ‘700, si produce la vera, prima esperienza politica di tipo federalista, attraverso la creazione degli Stati Uniti d’America e la definizione del loro profilo costituzionale federale. Cfr. A. Hamilton, Lo Stato federale, Bologna, Il Mulino, 1987.
[2]A. Gramsci, Quaderni del carcere, Note sul Machiavelli, Roma, 1975, pp. 116-17.
[3]Ibidem, p. 118.
[4]Occorre ricordare che nei primissimi anni ‘50 c’era stato il tentativo di creare una Comunità europea di difesa (CED), che avrebbe potuto determinare un’accelerazione del processo di unione politica, dal momento che non sarebbe stato pensabile un esercito europeo privo di un governo europeo. Tale tentativo, purtroppo, non ebbe successo: forze di ispirazione politica contraria ad una trasformazione istituzionale in direzione sovranazionale bocciarono all’Assemblea nazionale francese il progetto CED.
[5]A. Spinelli, Dall’intervento al Comitato centrale del MFE del 12 marzo 1986 (registrazione effettuata da Radio radicale). Sul Parlamento europeo cfr. L. V. Malocchi - F. Rossolillo, Il Parlamento europeo, Napoli, Guida, 1979.
[6]A. Gramsci, op. cit., p. 123.
[7]Ibidem, pp. 122-3.
[8]K. Marx - F. Engels, Il Manifesto del Partito comunista (ed. a cura di E. Sbardella), Roma 1967, pp. 37-8.
[9]A. Capizzi, «Liberalismo e democrazia», in SENZA LICENZA de’ superiori, n. 7, 1989, pp. 6-9.
[10]A. Majocchi, «Federalismo fiscale e rafforzamento del Welfare State», in SENZA LICENZA de’ superiori, n. 5, 1989, pp. 3-5.
[11]Cfr. I. Kant, La pace, la ragione, la storia (a cura di M. Albertini), Bologna, Il Mulino, 1985; Lord Lothian, Il pacifismo non basta, Bologna, Il Mulino, 1986; E. Reves, Anatomia della pace, Bologna, Il Mulino, 1990; AA.VV., Democrazia, rischio nucleare, movimenti per la pace, Napoli 1988; R. Pinto, «La pace come istituzione», in Quaderni di SENZA LICENZA de’ superiori, n. 13, 1991.
[12]D. Velo, «La svolta del federalismo», in SENZA LICENZA de’ superiori, n. 14, 1991.

 

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