Anno XXVII, 1985, Numero 2, Pagina 83

 

 

A proposito del sequestro dell’ “Achille Lauro”
 
 
 
I rapporti tra il governo americano e il governo italiano che hanno caratterizzato le vicende del sequestro dell’«Achille Lauro» sollecitano una riflessione sul modo in cui è andato trasformandosi, dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, il carattere dell’egemonia degli Stati Uniti sull’Europa.
Per quasi due decenni dalla fine delle ostilità il dominio del l’alleato nordamericano sull’Europa ha avuto una funzione progressiva ed ha svolto un ruolo obiettivamente anticolonialista e antimperialista. È simbolico sotto questo profilo il confronto tra il recente dramma del piroscafo italiano ed un episodio che si è svolto quasi trent’anni prima nello stesso teatro: la crisi di Suez. In quella circostanza razione del governo americano ebbe l’effetto di spegnere le ultime velleità imperialistiche delle declinanti potenze coloniali europee, e di promuovere conseguentemente l’indipendenza dei paesi arabi del Medio Oriente e del Magbreb. Oggi invece sono gli Stati Uniti ad assumere il ruolo svolto a quell’epoca nella regione dalla Francia e dalla Gran Bretagna, ed essi lo giocano con altrettanta brutalità (e con altrettanta scarsa efficacia).
Il fatto è che nei dieci anni che seguirono la fine della Seconda guerra mondiale, il fondamento della leadership nordamericana sull’Europa occidentale era costituito da una profonda comunanza di interessi tra la potenza egemone e i suoi alleati. Come gli Stati europei avevano bisogno, per sopravvivere, dell’aiuto militare ed economico americano, così gli USA avevano un interesse vitale a poter contare su partners europei prosperi, forti ed uniti. Il piano Marshall, il Patto atlantico e l’inizio del processo di unificazione europea furono l’espressione politica di quella coincidenza di interessi. Grazie ad essa, il potere della potenza egemone era allora ben altrimenti saldo rispetto ad oggi, perché era fondato sul consenso degli Stati europei. E questo a sua volta era giustificato dal fatto che gli Stati Uniti garantivano la sicurezza degli alleati e mantenevano la pace in Europa grazie alla deterrenza esercitata nei confronti dell’Unione Sovietica attraverso il monopolio delle armi nucleari; e ne garantivano la ripresa economica, fondamento della loro successiva prosperità, non solo con gli aiuti concessi in una prima fase nel quadro del piano Marshall, ma anche grazie alla stabilità del dollaro convertibile in oro, sostenuta da eccedenze strutturali nella bilancia commerciale americana.
Il carattere progressivo della leadership americana in quella fase è testimoniato anche, e soprattutto, dal fatto che essa favorì attivamente l’inizio del processo di unificazione europea, alla quale gli USA avevano un obiettivo interesse. Questo fu un fattore decisivo di rafforzamento del consenso degli alleati europei nei confronti della potenza dominante, perché faceva apparire la egemonia americana sull’Europa come un fenomeno transitorio, destinato a cessare non appena l’Europa avesse raggiunto il traguardo dell’unità, verso il quale era avviata.
Di fatto l’Europa non seppe in quella fase, come non ha saputo in quella successiva, conseguire l’obiettivo dell’unità. Con la caduta della CED, la grande prospettiva che aveva consentito agli Europei di accettare senza sentimenti di frustrazione la propria condizione di satelliti veniva a mancare. Ma, con lo scorrere degli anni veniva meno, a poco a poco, anche quella coincidenza di interessi che garantiva la solidità della leadership americana sull’Europa.
L’Unione Sovietica divenne una potenza nucleare e andò colmando progressivamente il distacco che in questo campo la separava dagli Stati Uniti, fino a superarli in molti settori. Cessava così di funzionare la deterrenza fondata sul monopolio nucleare, senza del quale nessuna dottrina strategica poteva più trasmettere agli Europei la sicurezza di essere difesi dall’alleato d’oltre Atlantico. Le dottrine strategiche che da allora si succedettero, a iniziare da quella della flexible response, incominciarono ad ammettere in modo sempre più esplicito l’eventualità di una guerra in Europa — che la precedente dottrina della massive retaliation si proponeva di impedire — e a delineare strategie per vincerla. In questo quadro all’Europa veniva inevitabilmente attribuito il ruolo di teatro delle operazioni.
Contemporaneamente andava degradandosi la posizione di assoluta preminenza degli Stati Uniti nei rapporti commerciali mondiali. Il peso finanziario crescente dell’esercizio della leadership sul mondo occidentale e la progressiva emergenza di temibili concorrenti sul mercato mondiale — primo tra tutti allora la Comunità economica europea — avevano minato il sostegno sul quale si reggevano la convertibilità del dollaro in oro dopo Bretton Woods e la sua conseguente stabilità. Alla fase caratterizzata da una eccedenza strutturale della bilancia commerciale americana succedette una fase di deficit strutturale, finanziato con dollari sempre più deprezzati, fino a che non si giunse alla sospensione della convertibilità in oro della moneta americana, decretata da Nixon nell’agosto del 1971. Questo evento peraltro non segnò la fine del ruolo del dollaro come moneta internazionale. Ma fu la manifestazione evidente di una tendenza ormai in corso da molti anni: quella del passaggio da una fase nella quale la leadership economica e monetaria degli Stati Uniti sull’Europa aveva costituito un fattore di crescita nella stabilità per entrambe le aree ad un’altra nella quale essa andava assumendo un carattere sempre più marcatamente imperialistico ed esercitava sulle economie europee un effetto divaricante. Iniziò l’epoca del caos monetario e della cosiddetta «stagflazione». La costruzione europea, che nella prima fase del Mercato comune sembrava procedere con un andamento lineare verso il traguardo dell’unità prima economica e poi politica, cominciò a mostrare i primi segni di crisi.
Questa tendenza è andata accentuandosi fino ad oggi. La politica economica e monetaria degli Stati Uniti — fondata in questa fase su un dollaro forte — ha attualmente come effetto quello di drenare capitali europei per finanziare il deficit del bilancio americano, e quindi la corsa agli armamenti. Quest’ultima subisce un ulteriore salto di qualità con il lancio della SDI che, rendendo più difficile un’aggressione nucleare diretta agli Stati Uniti, accentua ulteriormente la differenza tra la posizione strategica degli USA e quella dell’Europa, e rende più concreta la possibilità di una guerra nucleare limitata al teatro europeo. Parallelamente è andato evolvendo lo stile con il quale il governo americano esercita la sua leadership. Il moralismo e lo spirito di crociata in difesa della democrazia sono stati ormai soppiantati dall’aperta e brutale esibizione della potenza. L’episodio di Sigonella illustra con grande efficacia dimostrativa questa evoluzione.
Questi fenomeni sono conseguenze dell’evoluzione incompleta del mondo verso il multipolarismo. Che un’evoluzione verso il multipolarismo sia in corso oggi nel mondo è fuori di dubbio. Essa è testimoniata, oltre che dall’emergenza dell’Europa e del Giappone come temibili concorrenti degli Stati Uniti sul mercato mondiale, dal fatto che USA e URSS si dimostrano sempre più incapaci di controllare i focolai di crisi che si aprono nel mondo. Ma è altrettanto indubbio che questa evoluzione è rimasta a mezza strada, perché i nuovi poli virtuali che si sono creati all’ombra degli Stati Uniti (e dell’Unione Sovietica) non hanno saputo assumere — sia per quanto riguarda la gestione del Sistema monetario internazionale che per quanto riguarda la garanzia dell’ordine mondiale — una parte consistente delle responsabilità che gravano sulle spalle delle superpotenze. Ne è derivato un vuoto di potere sempre più evidente, che nessuna politica fondata sul consenso può colmare. Il solo modo nel quale le grandi potenze possono tentare di conservare la loro leadership rimane quello del rafforzamento della potenza militare.
La responsabilità principale di questo stato di cose ricade sul più progredito e più ricco dei nuovi poli virtuali, cioè sull’Europa. Nei rapporti tra gli Stati l’esercizio dell’egemonia corrisponde necessariamente ad un’assunzione di responsabilità nel governo del mondo. Certo è che quello che assicura oggi il bipolarismo russo-americano, fondato esclusivamente sulla supremazia militare, è tra i peggiori governi possibili. Ma va pure detto che qualunque tipo di governo garantisce comunque un ordine — che in quanto tale è più progressivo dell’anarchia — e che esso comporta gravosi costi economici, politici e morali, che il paese egemone sopporta per conto dei suoi satelliti. È in un contesto di questo genere che l’Europa postbellica ha potuto prosperare nell’irresponsabilità, grazie alla quale, con l’ipocrita buona coscienza degli ignavi, si permette oggi di mugugnare contro le violazioni delle proprie molteplici e impotenti sovranità da parte del governo americano. Ma la verità è che la causa profonda della degenerazione imperialistica della politica estera americana va ricercata proprio nell’incapacità dell’Europa — impotente perché divisa — di assumersi le responsabilità che le competono nella gestione dell’ordine mondiale.
L’unità politica dell’Europa sarebbe il primo passo verso la trasformazione del multipolarismo da virtuale in reale. Essa, oltre a liberare l’Europa dall’egemonia americana, comporterebbe l’avvio di una tendenza verso la regionalizzazione delle sfere di influenza e verso la creazione di un equilibrio internazionale più pacifico e flessibile, basato non più sulla corsa ininterrotta alla potenza militare, ma su di un sistema di alleanze che scoraggi le tentazioni egemoniche. Solo in questo modo potrebbe tornare al potere l’anima migliore dell’America, quella che si rifà alle tradizioni democratiche delle origini: un’anima che oggi è ancora viva e forte, ma che è spinta ai margini della vita politica a causa dei vincoli che l’equilibrio internazionale attuale impone alla politica sia estera che interna degli Stati Uniti.
È evidente che i rapporti di un’Europa politicamente unita con un’America che avesse ritrovato il suo volto democratico non sarebbero più quelli di un insieme di satelliti riottosi nei confronti della potenza egemone. I legami tra le due aree, fondati su di una forte interdipendenza economica e culturale e sulla comune ispirazione al valore della democrazia, diverrebbero incomparabilmente più saldi perché fondati su di un consenso liberamente prestato da popoli indipendenti e di uguale dignità. Diventerebbe pensabile uno scenario nel quale, parallelamente all’avanzamento dei processi di formazione di grandi unità federali in Asia, Africa ed America latina e di quello del superamento del fossato Nord-Sud, acquistasse concretezza il progetto di unire Europa e Stati Uniti in una federazione, dapprima soltanto economica, poi politica. In questo modo l’idea di un governo mondiale — nel senso istituzionale del termine — incomincerebbe ad uscire dalla nebbia dell’utopia e ad acquistare i contorni visibili di un processo reale.
Tutto ciò può sembrare, come dicono i Tedeschi Zukunftsmusik, musica del futuro. Ma non si deve dimenticare che, nel mondo di oggi, i processi storici vanno accelerandosi con una progressione esponenziale. Del resto, la sola alternativa pensabile al governo mondiale è l’equilibrio fondato sulla deterrenza e quindi, come ciascuno può vedere da quanto sta accadendo con la SDI, su di una corsa sempre più forsennata agli armamenti e su di una crescente militarizzazione della società. Si tratta di una strada al termine della quale non si vede che l’olocausto nucleare. E di fronte a questa prospettiva si accorciano i tempi della maturazione delle coscienze e diventa progetto politico l’utopia di ieri.
 
Il Federalista