Anno XXVII, 1985, Numero 1, Pagina 6

 

 

Le prospettive economiche e monetarie
 
ALBERTO MAJOCCHI
 
 
Per far fronte alle sfide dell’avvenire, l’Europa deve avanzare risolutamente sulla strada del rafforzamento dell’Unione economico-monetaria. È questo l’insegnamento principale che si può trarre dalle difficoltà che l’Europa ha dovuto affrontare dopo il completamento dell’Unione doganale.
Liberato dagli ostacoli di natura tariffaria, il mercato europeo ha raggiunto la dimensione continentale necessaria per sviluppare la produzione industriale su larga scala: il reddito nazionale è aumentato molto rapidamente e anche i percettori di salario hanno potuto usufruire di livelli di benessere prima concepibili soltanto per le classi più agiate. Anche in Europa si è così avviata finalmente la produzione di massa, con circa cinquant’anni di ritardo rispetto agli Stati Uniti, che disponevano già di un mercato di dimensioni sovrannazionali.
Ma oggi, ancora una volta, l’Europa rischia di accumulare un grave ritardo nei confronti degli Stati Uniti e del Giappone, laddove si è aperta una nuova fase della rivoluzione industriale. Infatti, senza l’unione politica non è possibile né completare la costruzione di un vero e proprio mercato interno, né dotare l’Europa di un bilancio di dimensioni adeguate e di una moneta comune. In conseguenza l’Europa non è in grado di affrontare efficacemente le profonde trasformazioni rese indispensabili dall’evoluzione economica degli anni ‘70.
 
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È ormai convinzione diffusa che il processo di unificazione europea sia giunto di fronte ad una svolta. Infatti: a) sul terreno monetario, la Comunità non può disporre di una propria moneta e deve quindi subire le scelte di politica monetaria imposte dagli Stati Uniti; b) sul terreno della distribuzione territoriale del reddito, la Comunità non può utilizzare gli strumenti della finanza pubblica per livellare il reddito pro-capite fra aree caratterizzate da diversi livelli di ricchezza; c) sul terreno della riconversione produttiva, la Comunità non può realizzare il passaggio al modo di produzione scientifico e aprire così una nuova fase di crescita dell’economia europea, che sia compatibile con lo sviluppo del Terzo mondo.
Ed è ugualmente convinzione diffusa che gli strumenti per dare una risposta definitiva a questi problemi sono: 1) il completamento del Sistema monetario europeo e l’utilizzazione dello scudo come mezzo di pagamento; 2) il rafforzamento delle dimensioni del bilancio comunitario almeno fino al 2,5% del PIL europeo, secondo le indicazioni del rapporto MacDougall; 3) l’avvio di una politica di aiuti al Terzo mondo di tipo nuovo, volta a realizzare le complementarietà che sussistono fra lo sviluppo europeo e quello delle aree economicamente arretrate.
 
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1. Il completamento del Sistema monetario europeo. L’avvio dello SME è stato reso possibile dalle nuove prospettive politiche aperte con la decisione di procedere alle elezioni dirette del Parlamento europeo, e ha costituito un punto decisivo per invertire la tendenza alla disgregazione del Mercato comune, che ha caratterizzato l’Europa durante gli anni ‘70. Ma il passaggio alla seconda fase dello SME, previsto entro due anni dall’avvio del Sistema, non si è ancora verificato.
Nonostante questa mancata realizzazione della fase istituzionale, il mercato privato dello scudo si è enormemente sviluppato e lo scudo rappresenta oggi uno strumento assai diffuso per denominare le emissioni obbligazionarie, per definire i rapporti contrattuali anche con paesi esterni alla Comunità e in generale per disporre di una misura di valore che sia meno volatile del dollaro.
Le potenzialità dello SME non si possono tuttavia realizzare compiutamente senza ulteriori avanzamenti istituzionali. La moneta europea, per costituire una effettiva alternativa al dollaro ed avviare così risolutamente una trasformazione su base multipolare del sistema monetario internazionale, deve essere garantita dal Fondo monetario europeo. E, nello stesso tempo, soltanto la garanzia di un lender of last resort può fare dello scudo un mezzo di pagamento e di riserva di valore universalmente accettato. Occorre quindi che lo sviluppo istituzionale della Comunità preveda anche un’estensione delle competenze comunitarie in materia monetaria e, in ultima istanza, la creazione di una Banca centrale europea, responsabile del valore dello scudo.
 
2. Il rafforzamento del bilancio comunitario. Il bilancio della Comunità ha rappresentato negli ultimi anni uno dei punti permanenti di crisi, in particolare a seguito delle richieste britanniche di una più equa distribuzione dell’onere del finanziamento e dei benefici delle spese. A questo si deve aggiungere che ormai si è toccato il tetto delle risorse proprie e quindi il varo di nuove politiche non è neppure concepibile, data la mancanza delle risorse necessarie. Da questo punto di vista anche la decisione del vertice di Fontainebleau, di elevare all’1,4% l’aliquota IVA destinata al finanziamento del bilancio comunitario, appare già ipotecata dalle maggiori spese conseguenti all’allargamento a Spagna e Portogallo.
Nuove risorse devono quindi essere attribuite alla Comunità se si vogliono avviare le politiche necessarie per realizzare la riconversione dell’economia europea e per garantire un livellamento del reddito pro-capite fra le aree ricche e le aree povere, reso ancor più urgente dall’ingresso nella CEE di due nuovi paesi mediterranei. Ma queste politiche redistributive non devono essere concepite in modo assistenziale. La Comunità deve finanziare un piano di creazione di infrastrutture utili per l’insieme dei paesi europei, colmando così il gap di dotazioni che caratterizza le aree più deboli. E, al contempo, per favorire la creazione di un vero e proprio mercato interno, la Comunità deve definire norme e standards armonizzati per il settore industriale e attivare un mercato comune per le commesse pubbliche, anche attraverso il bilancio comunitario. Questi finanziamenti debbono essere finalizzati in prevalenza allo sviluppo dei settori produttivi tecnologicamente avanzati, in sinergia con mezzi finanziari forniti dal settore privato, come già avviene embrionalmente con il programma ESPRIT. In generale, quindi, i fondi comunitari debbono essere spesi sulla base di un piano europeo di sviluppo.
Oggi esistono ancora delle forti distorsioni nella composizione del bilancio comunitario: basti ricordare che nel 1984, mentre circa un quinto della spesa veniva destinata al sostegno del settore lattiero-caseario, meno del 3% degli stanziamenti erano impiegati per la ricerca, la politica energetica e la politica industriale. Con la creazione dell’Unione europea, si realizzerà un fatto molto importante nella storia della politica di bilancio negli Stati moderni: infatti, la maggior parte delle spese delle politiche tipiche del Welfare State — sanità, tutela della invalidità e vecchiaia, istruzione, sussidi di disoccupazione —verranno gestite a livelli decentrati di governo, ossia dagli Stati membri dell’Unione. L’Unione potrà allora concentrare effettivamente le sue risorse di bilancio da un lato per la realizzazione compiuta della nuova rivoluzione industriale, caratterizzata dall’utilizzo della scienza come fattore della produzione e, d’altro lato, per lo sviluppo di politiche destinate a garantire una nuova qualità della vita. Nel piano europeo di sviluppo, di cui si è parlato poc’anzi, un posto di rilievo, accanto alle iniziative prima ricordate, dovrà essere attribuito a grandi progetti definiti, in senso lato, di tutela ambientale.
Ma questa divisione dei compiti fra l’Unione e gli Stati membri può anche contribuire efficacemente al superamento della crisi del Welfare State, oggi comune a tutti i paesi, e alla realizzazione del «buongoverno». In questo quadro il controllo della moneta verrebbe attribuito al livello di governo responsabile soltanto della definizione delle linee generali della politica economica e del livellamento delle condizioni di partenza nelle diverse aree della Comunità, che ha a disposizione un bilancio di dimensioni ristrette. D’altra parte, i livelli nazionali di governo, che mantengono la responsabilità delle politiche redistributive fra gli individui, e gestiscono l’enorme quantità di risorse richieste dalle politiche tipiche del Welfare State, non disporrebbero più del potere di finanziarsi attraverso emissioni monetarie. Tutti i livelli di governo sarebbero quindi costretti a raccogliere imposte proprie per coprire le spese, secondo i principi del federalismo fiscale.
Occorre ricordare, infine, che nella nuova società, resa possibile dal dispiegarsi della rivoluzione scientifica a livello europeo, una quota sempre maggiore della domanda sociale è destinata ad essere soddisfatta attraverso lavoro volontario.
 
3. La politica per il Terzo mondo. La consapevolezza delle responsabilità europee nei confronti dei paesi del Terzo mondo si va largamente diffondendo. Ma la politica prevista è ancora di tipo assistenziale. Nello stesso tempo, la divisione nazionale delle politiche di aiuti le rende in larga misura inefficaci e, in ogni caso, rende impossibile quel salto qualitativo da cui dipende il decollo economico e sociale di questi paesi.
I trasferimenti di risorse di per sé non sono sufficienti, come dimostra tragicamente sia il pauroso indebitamento dei paesi in via di sviluppo, sia il progressivo depauperamento di così larga parte dell’umanità. La Comunità quindi deve concentrare nelle sue mani i flussi nazionali di aiuti e realizzare un grande «piano Marshall» per il Terzo mondo, che deve tuttavia presupporre, da un lato, l’elaborazione autonoma di un piano comune da parte dei paesi che decidano di associarsi all’Europa in questo grande progetto di partnership per lo sviluppo e, dall’altro lato, un controllo politico sull’utilizzo dei fondi che potrebbe essere esercitato subito da organismi comuni, a partire dall’Assemblea consultiva già istituita dalla Convenzione di Lomé. A questi organismi spetterebbe anche il compito di promuovere ogni opportuna iniziativa per il successo di questo piano.
Mentre la politica europea di riconversione produttiva deve concentrarsi nei settori tecnologicamente più avanzati, la Comunità deve assicurare largo spazio alle esportazioni dei paesi in via di sviluppo nei settori maturi, garantendo così la compatibilità interna del progetto.
Anche in questo caso il finanziamento europeo deve essere concesso direttamente ai progetti considerati di rilevanza decisiva per lo sviluppo, e deve essere distribuito su questa base ai governi interessati, per evitare che si manifestino i fenomeni di corruzione e gli sprechi che hanno caratterizzato spesso in passato le politiche di aiuti.
Questo nuovo «piano Marshall» potrà essere finanziato con maggiore facilità se lo scudo assumerà effettivamente il ruolo di moneta internazionale, in quanto un mercato finanziario comune europeo avrebbe la capacità di attirare i capitali disponibili a livello mondiale e di destinarli così al sostegno dello sviluppo delle aree più arretrate.
 
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È evidente che questo progetto di sviluppo dell’Unione economico-monetaria non è pensabile senza la realizzazione della Unione europea. La Comunità è infatti paralizzata dalla sua incapacità di prendere decisioni. E, in conseguenza, sul piano economico, l’Europa perde continuamente terreno nei confronti degli Stati Uniti e del Giappone. Ma se il progetto di Trattato per la Unione europea verrà ratificato, si sarà conseguito il minimo politico-istituzionale indispensabile per gestire una politica economica efficace, nell’interesse non solo degli Europei, ma anche del resto dell’umanità.