Anno XXVII, 1985, Numero 1, Pagina 29

 

 

O l’Unione europea o la fine storica dell’Europa
 
GIUSEPPE PETRILLI
 
 
Il titolo di questo Convegno internazionale, che a qualcuno può apparire un po’ solenne e vagamente millenaristico, dà la misura delle ambizioni dei suoi promotori. Il Movimento europeo, che ormai da più di trent’anni addita in una evoluzione federale la sola reale alternativa alla sempre più manifesta decadenza dell’Europa, si è sforzato e si sforza di divenire la sede in cui si operi il censimento e la convergenza di quanti sono realmente disponibili ad una scelta tanto radicale, al di là di frontiere politiche nazionali ereditate dal passato e sempre meno adeguate a racchiudere entro proposte alternative la composita e cangiante realtà del mondo in cui viviamo. Di fronte al calo di tensione utopica che si accompagna all’inarrestabile declino di proiezioni ideali desunte da esperienze storiche ormai desuete, di fronte al diffondersi tra le nuove generazioni di un disinteresse politico colorato talora di conformismo sociale, ma non per questo meno pericoloso, abbiamo avvertito da tempo la responsabilità di arricchire la proposta europea di una riflessione capace di interpretarne e di renderne manifeste le innumerevoli implicazioni innovatrici. Così facendo, ci è sembrato di servire correttamente la vocazione di un Movimento come il nostro che, pur perseguendo nel breve periodo obiettivi dichiaratamente politici in ordine al progresso dell’integrazione europea, avrebbe dovuto collocare tali obiettivi entro una prospettiva storica di più ampio respiro, sforzandosi di fornire risposte — certo provvisorie, ma non di meno dotate di capacità orientativa — agli interrogativi inquietanti che le circostanze presenti suscitano ormai sempre più generalmente.
La problematica europea, e più specificamente quella attinente all’integrazione comunitaria, è oggi infatti il luogo in cui più chiaramente si manifesta la quasi generale inclinazione dell’universo politico nazionale ad un approccio empirico, fondato sui cosiddetti «piccoli passi» e su di una sempre rinnovata e sempre più sottile composizione tra spinte divergenti. A fronte di tale approccio sta viceversa, con crescente evidenza e vorrei dire con crescente brutalità, un radicalismo delle cose che, attraverso il ritardo tecnologico, la perdita di competitività internazionale, il dilagare della disoccupazione, la crescente debolezza delle istituzioni nazionali e la loro incapacità di assumere a livello mondiale iniziative non velleitarie, testimonia di una decadenza inarrestabile. Ne sono espressione, al livello più profondo, un indebolimento dei punti di riferimento ideali e una conseguente crisi di identità della stessa cultura europea. Se le preoccupazioni inerenti a una gestione quotidiana del potere, che le circostanze rendono via via più difficile e precaria, sembrano distogliere la classe politica e il personale di governo da realtà che trascendono gli orizzonti temporali, troppo spesso angusti, della vita democratica, la battaglia per l’Unione europea non potrebbe a nostro parere far propri gli stessi parametri di giudizio. Smarrirebbe altrimenti il suo significato di strumento necessario per l’attuazione di un’alternativa reale, per sua natura irriducibile alle alternative, per tanta parte nominalistiche, della politica nazionale.
Da questo punto di vista, un Convegno come questo è la conseguenza legittima della scelta che ha indotto il Movimento europeo a far progressivamente propria l’elaborazione culturale dei federalisti, riconoscendo alle associazioni di militanti a prevalente vocazione europea uno specifico ruolo di orientamento e di sollecitazione su cui fondare, oltre i limiti di un’azione di coordinamento, un’autonoma capacità di proposta. La presenza in questa sede di intellettuali di riconosciuta autorità, da Robert Triffin a Wassily Leontief e a Michel Albert, con le cui constatazioni si confronterà la risposta istituzionale affidata ad Altiero Spinelli (quale principale promotore del progetto di Trattato sull’Unione europea), è del resto la prova migliore, non solo della serietà del Convegno che stamani si inizia, ma della forza di provocazione e di aggregazione insita nella scelta culturale, prima ancora che politica, da noi compiuta.
Il senso di questa nostra iniziativa può essere del resto esplicitato nel modo più persuasivo sulla scorta dei documenti introduttivi elaborati dagli amici federalisti, con riferimento ai quali vorrei invitarvi a ripercorrere brevemente con me le grandi linee di una situazione storica in via di rapida evoluzione, dalle quali emergono con assoluta evidenza quelle che non è certo retorico definire, come qui si è fatto, le «sfide dell’avvenire». Si può infatti parlare, come fa con assoluta correttezza uno di tali documenti, dell’emergenza di un nuovo modo di produzione definibile come scientifico, e caratterizzato insieme dalla drastica riduzione dell’incidenza del settore industriale sulla struttura dell’occupazione, da un correlativo sviluppo di servizi di nuovo tipo in larga misura correlati alle strutture produttive e da un radicale mutamento del modello dell’impresa, capace di modificare la sostanza dei rapporti tra i fattori produttivi e le stesse strutture giuridiche. Appare allora immediatamente evidente l’inadeguatezza delle categorie ideologiche tradizionali ai fini della comprensione della nuova situazione storica che si viene cosi determinando. La stessa circostanza che il «nuovo modo di produzione» veda per un verso un rafforzato ruolo economico dello Stato come imprenditore di servizi e per un altro, almeno in prospettiva, un indebolito ruolo del capitale finanziario e quindi un maggiore spazio aperto all’iniziativa dei singoli e alla loro spontanea associazione, non consente infatti di proiettare sulla nuova situazione la contrapposizione tradizionale tra sfera pubblica e sfera privata, rivelando la natura ingannevole di molti contrasti di scuola tuttora vanamente riproposti dalla polemica quotidiana.
Se queste sono, come sembra, implicazioni necessarie e prevedibili del nuovo modo di produzione che si affaccia al nostro orizzonte storico, anche il discorso della sfida tecnologica, che il rapporto elaborato a suo tempo da Michel Albert a richiesta del Parlamento europeo ha avuto il merito di sottoporre tempestivamente alla nostra attenzione, acquista un significato che ne travalica gli stessi, pur rilevanti, termini tecnico-economici. Dire, come ha fatto Albert, che la Comunità ha sacrificato l’avvenire al presente nella misura in cui non ha saputo compiere finora lo sforzo comune di investimento che le circostanze imponevano e che avrebbe preteso in primo luogo il superamento della gelosa frammentazione nazionale delle commesse pubbliche, è certo porre il dito su di una piaga la cui persistenza può indurre l’intera economia europea ad una sempre più rapida involuzione. Il problema tuttavia è più complesso, perché l’avvento del modo di produzione scientifico ha immediate ed evidenti conseguenze occupazionali, che tutti i paesi industrializzati già sperimentano e la cui entità appare ancora destinata ad accentuarsi. Se le mutate condizioni storiche pongono irrimediabilmente in crisi politiche occupazionali cui si era a lungo attribuita validità universale, la espansione dei servizi non può essere tranquillamente affidata agli automatismi del mercato né si può credere davvero che la crisi di un certo modello storico di Welfare State possa giustificare l’abdicazione pura e semplice dei pubblici poteri rispetto alle responsabilità sociali loro universalmente attribuite. Dir questo non significa peraltro scaricare sulle istituzioni comuni responsabilità che non competono loro, ma appunto pensare i problemi del futuro in termini capaci di correlare dialetticamente l’impegno per la evoluzione federale della Comunità all’indispensabile approfondimento del federalismo interno. Alludo in particolare ai compiti nuovi da attribuirsi in materia occupazionale agli enti locali, con il conferimento agli stessi di una effettiva sovranità fiscale, a fronte di un corrispondente spostamento della sovranità monetaria verso il livello europeo. Queste indicazioni, come quelle relative ad una possibile legislazione comunitaria idonea a facilitare, specie sotto il profilo del credito, la formazione di imprese cooperative, non sono ovviamente che degli spunti ancora generici, ma idonei a stimolare il dibattito. Un impegno europeo responsabile, che voglia ad un tempo accelerare l’introduzione di innovazioni tecnologiche da cui dipende lo stesso futuro civile dell’Europa e darsi carico delle inevitabili conseguenze sociali di tale accelerazione, non potrebbe comunque arrestarsi in nome del realismo alla sola dimensione internazionale. Esso deve concepire lo stesso traguardo federale come un momento decisivo, ma non esclusivo, della costruzione di una risposta europea a questa sfida di civiltà.
La distinzione di compiti e di sfere di intervento tra i diversi livelli di una struttura federale non significa peraltro indifferenza reciproca. Basta pensare a questo proposito al problema delle disparità regionali, che l’evoluzione negativa del mercato del lavoro ha ulteriormente aggravato, poiché già oggi i risultati delle dieci regioni più forti in termini di prodotto lordo pro-capite superano del 50% la media comunitaria, a sua volta superiore del 50% rispetto ai risultati delle dieci regioni più deboli. La stessa prospettiva dell’allargamento, che comporterà di per sé il raddoppio della popolazione delle regioni meno sviluppate, ripropone a questo riguardo l’esigenza di un rafforzamento del bilancio comunitario, sulla base di un piano europeo di sviluppo nel quale il riequilibrio regionale non sia perseguito in termini assistenziali, ma correlato alla promozione dei settori produttivi tecnologicamente avanzati. Il Movimento europeo ha sollevato a questo riguardo, e non certo da ieri, il problema della ricerca di una composizione dinamica degli interessi dei paesi membri, i cui contrasti hanno finora alimentato le eterne diatribe sul bilancio comunitario, ravvisando in un rafforzamento di quest’ultimo rispondente alle indicazioni del noto rapporto MacDougall la condizione di un effetto redistributivo adeguato al consolidamento dell’unione monetaria avviata con il Sistema monetario europeo.
Non a caso del resto il documento preparatorio sulla sfida tecnologica vede in questo problema un aspetto specifico di un più generale rapporto centro-periferia, le cui manifestazioni più evidenti si hanno oggi, come a tutti è noto, a livello mondiale. La minaccia di una emarginazione civile dell’Europa, implicita nel tendenziale spostamento del baricentro dello sviluppo mondiale dall’Atlantico al Pacifico, si salda qui, secondo un’intuizione che mi pare particolarmente felice, a quella derivante per l’economia europea dal deperimento dei suoi tradizionali mercati del Terzo mondo, costretti ad una drastica riduzione delle importazioni per far fronte al peso crescente dell’indebitamento estero. L’idea di una sorta di «piano Marshall» europeo nei confronti dei paesi in via di sviluppo, cioè di un complesso di trasferimenti di fondi pubblici e di incentivi agli investimenti europei nei paesi destinatari, riceve quindi una precisa giustificazione economica, in termini di sollecitazione della domanda potenziale di economie complementari alla nostra. Lungi dall’assumere la connotazione assistenzialistica propria di un deteriore terzomondismo, essa diviene in prospettiva una delle modalità fondamentali di un possibile recupero del ruolo mondiale dell’Europa, contribuendo a riconnettere tra loro i termini, a prima vista antinomici, del progresso tecnologico e della ripresa occupazionale.
Un’ipotesi come questa, che si presta a suscitare la facile ironia dei cultori del «realismo politico» attraverso il confronto inevitabile con le travagliate e ingloriose vicende del bilancio comunitario, presuppone in realtà una capacità finanziaria impensabile in assenza di decisi progressi dell’integrazione su di un altro terreno fondamentale: quello monetario. Il passaggio, sempre rinviato, dalla prima alla seconda tappa del Sistema monetario europeo, con la correlativa creazione di un primo nucleo di banca centrale comunitaria, in grado di funzionare quale prestatore d’ultima istanza, si rivela infatti oggi la vera precondizione per attribuire alla Comunità le responsabilità che le competono nel finanziamento degli scambi mondiali in rapporto al suo ruolo preponderante nel commercio internazionale. Solo la moneta europea può consentire alla Comunità di esprimere a pieno le proprie potenzialità economiche, sottraendola alle politiche malthusiane cui la costringe la sua persistente subalternità rispetto al ruolo internazionale del dollaro e agli indirizzi della politica monetaria nord-americana.
Il «radicalismo delle cose» ci conduce quindi ancora una volta a rilevare l’enorme squilibrio esistente tra le potenzialità dell’Europa — anzi, la «domanda d’Europa» che la presente situazione mondiale esprime indirettamente in alternativa al costante approfondirsi di squilibri irrimediabilmente destinati ad un esito conflittuale — e la povertà e ripetitività delle esperienze politiche nazionali, rispetto alle quali lo stesso alternarsi di forze diverse nell’esercizio del potere finisce il più delle volte con l’apparire pressoché irrilevante. Da questo confronto non possono emergere ormai che la rinunzia o un impegno a un cambiamento sostanziale. Fedele alla sua ispirazione originaria, ammaestrato dalle lezioni di un’esperienza per molta parte intessuta di delusioni, il Movimento europeo ha fatto propria in questi anni la richiesta federalista di un cambiamento istituzionale capace di intervenire sulla causa prima dell’attuale decadenza delle istituzioni comunitarie: la permanenza di un processo di formazione delle decisioni assolutamente non idoneo a fornire risposte tempestive ed efficaci alle sfide del mondo contemporaneo. Per questa via, esso è giunto altresì a ravvisare assai per tempo nell’elezione diretta del Parlamento europeo il solo elemento capace di introdurre impulsi dinamici in una struttura istituzionale in via di rapida sclerosi, determinando le condizioni politiche di una sua reale riforma. Le nostre previsioni sono state a questo riguardo confermate dai fatti, poiché la stessa necessità di giustificare di fronte all’elettorato l’utilità della loro elezione ha indotto fin dall’inizio i parlamentari europei a porre in dubbio la validità di un ordinamento istituzionale che operava costantemente nel senso di una loro sostanziale emarginazione. Nel corso della prima legislatura del Parlamento eletto, sono stati gli stessi insuccessi registrati dai suoi tentativi di intervento a giustificare la larghezza dei consensi incontrati, contro ogni previsione, dall’iniziativa riformatrice promossa all’inizio da un ristretto gruppo di novatori. Il Parlamento è giunto così nell’arco di una sola legislatura ad approvare il disegno organico di riforma contenuto nel progetto di Trattato sull’Unione europea.
Quanto al Movimento europeo, la sua disponibilità ad una visione di lungo periodo non gli ha quindi impedito — mi sembra — di individuare con chiarezza i termini concreti del problema-chiave da risolvere nel momento storico che attraversiamo. Al contrario, proprio la presenza di una prospettiva di più ampio respiro gli ha consentito di sottrarsi al malinconico ruolo di mentore o consigliere di un principe sempre meno disposto ad ascoltarlo, e di andare oltre l’amarezza dei commenti negativi o l’ipocrisia di un ottimismo di circostanza. Possiamo dire con fierezza che ancora una volta — dopo le ormai lontane battaglie connesse al tentativo di creare una Comunità politica esperito al principio degli anni Cinquanta — abbiamo saputo prestare credito e sostegno a una iniziativa giunta quanto meno a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle forze politiche su di un problema destinato altrimenti a restare eternamente nel novero delle esercitazioni accademiche.
Lo abbiamo fatto, con una serie di puntuali interventi, durante tutta la faticosa elaborazione del Trattato, lo abbiamo fatto con il Congresso d’Europa promosso a Bruxelles all’indomani del voto parlamentare, con il largo e qualificato concorso di rappresentanti di tutte le famiglie politiche dell’Europa democratica, lo facciamo oggi a Roma all’inizio del semestre italiano, da cui ci attendiamo il compimento di sostanziali progressi nella giusta direzione. Riteniamo infatti che il progetto di Trattato sull’Unione europea non sia un’iniziativa politica accanto ad altre, ma la sola proposta capace di garantire, secondo la felice espressione di uno dei documenti preparatori dei nostri lavori, «il minimo politico-istituzionale» per dotare la Comunità di una effettiva capacità di azione. La democratizzazione della Comunità — che il progetto di Trattato realizza in modo originale, attribuendo alla Commissione, costituita da un Presidente designato dal Consiglio europeo e investita della fiducia parlamentare, un effettivo ruolo di Governo e assegnando al Parlamento e al Consiglio dell’Unione poteri legislativi concorrenti, che tendono a fare di quest’ultimo una sorta di Camera degli Stati — è infatti al tempo stesso la vera premessa di una accresciuta capacità decisionale di tutto il sistema. Con il progetto di Trattato, sia pur limitato a competenze economiche che a più lungo termine risulteranno inadeguate, il primo nucleo di un autentico potere federale europeo viene senza dubbio costituito.
Per questo motivo, noi guardiamo oggi senza opposizioni pregiudiziali, ma con preoccupata attenzione alla convocazione di una Conferenza intergovernativa, in ordine alla quale una decisione dovrebbe essere presa dal Consiglio europeo che si terrà probabilmente a Milano nel prossimo giugno, sulla scorta della relazione finale del cosiddetto Comitato Dooge. Ci preoccupa anzitutto che gli Stati membri siano posti in quella sede di fronte a scelte non ulteriormente rinviabili, per verificare senza facili alibi se esista o meno un gruppo di governi disposto comunque a procedere oltre sulla strada dell’Unione europea. E ci preoccupa altrettanto che il progetto del Parlamento europeo non venga, come è sempre possibile, inquinato e snaturato dal negoziato intergovernativo. Deriva di qui l’importanza da noi attribuita ad una procedura che comporti comunque il successivo rinvio dei risultati della Conferenza intergovernativa al giudizio dello stesso Parlamento.
In questa prospettiva, il Movimento europeo convoca fin d’ora i militanti delle sue organizzazioni di base alla grande manifestazione che si intende promuovere a Milano, in occasione del previsto Consiglio europeo, nel tentativo difficile, ma non impossibile, di dare finalmente al proprio intervento una dimensione di massa. Ancora una volta, l’ambizione del tentativo è pari all’importanza storica che attribuiamo alla posta in gioco. Come sempre accade, c’è uno squilibrio inevitabile tra prospettiva storica e azione politica, tra strategia e tattica, tra iniziative di principio e conseguenze organizzative. Tale squilibrio è particolarmente evidente nel caso di un Movimento come il nostro, dotato di mezzi manifestamente impari alle sue ambizioni. Per le ragioni richiamate al principio di questa introduzione, noi crediamo tuttavia che il Movimento europeo sia in grado di assolvere al ruolo che gli compete solo se ha il coraggio di correre anche questi rischi, additando all’opinione pubblica un ordine di valori e di priorità alternativo rispetto a quello proposto dalla politica quotidiana. Nella nostra apparente monomania, siamo persuasi che la Federazione europea sia la porta stretta attraverso cui deve passare oggi ogni serio disegno riformatore, che dal microcosmo della politica locale sappia guardare fino all’orizzonte mondialistico proprio della dimensione planetaria del mondo contemporaneo. In questo senso, la nostra battaglia per l’Unione europea nasce soprattutto dalla nostra irriducibile fiducia nella capacità dell’Europa di esprimere ancora una volta un modello universale di organizzazione civile.