Anno XXVII, 1985, Numero 1, Pagina 37

 

 

Lo scandalo monetario mondiale
e il Sistema monetario europeo
 
ROBERT TRIFFIN
 
 
L’evoluzione recente e le prospettive del Sistema monetario internazionale suscitano tre questioni essenziali, che dovrebbero a mio giudizio interessare sia l’opinione pubblica che i nostri uomini di governo. lo mi sforzerò di presentarvi la mia risposta nel modo più breve e più provocante possibile, al fine di stimolare un dibattito che mi auguro sarà vivace e anche burrascoso.
Primo: per quale ragione l’Europa ha ritenuto necessario creare, sei anni fa, un Sistema monetario europeo, distinto dal Sistema monetario mondiale?
Secondo: per quale ragione i governi che hanno creato il Sistema monetario europeo hanno rinviato alle calende greche la seconda tappa, prevista inizialmente entro il dicembre 1982 al più tardi, della sua evoluzione verso un’unione economica e monetaria totale della Comunità?
Terzo: quali modifiche concrete del sistema attuale possiamo proporre oggi affinché sia immediatamente negoziabile il rilancio di questa evoluzione?
 
1. Lo scandalo monetario mondiale.
 
La ragione fondamentale che dovrebbe spingere le autorità a mettere a punto dei sistemi monetari regionali come lo SME quale complemento del Sistema monetario mondiale è che gli accordi e gli impegni negoziabili nel contesto mondiale sono infinitamente più limitati di quelli che possono essere negoziati ed attuati sul piano regionale tra paesi strettamente interdipendenti fra di loro, dal punto di vista economico, politico e culturale.
Per fare un esempio concreto, non ci si può aspettare che il Belgio accetti di accordare al Paraguay crediti tanto importanti quanto quelli che è pronto ad accordare ai Paesi Bassi. I rischi a cui andrebbe incontro sarebbero non proporzionati ai vantaggi economici e politici che potrebbe ottenere. Il grado di cooperazione, e quasi di integrazione, benefica e fattibile, fra il Belgio ed i suoi partners della Comunità, supera largamente quanto può essere negoziato a questo livello sul piano mondiale.
L’organizzazione monetaria mondiale dovrebbe essere decentrata nella misura più ampia possibile, per sfruttare al massimo le possibilità di cooperazione fra paesi la cui interdipendenza ed omogeneità differiscono enormemente.
Il Fondo monetario internazionale dovrebbe concentrare il suo tempo ed i suoi sforzi nella soluzione dei problemi interregionali piuttosto che sprecarli per i problemi intra-regionali, che i membri della regione interessata sono molto più preparati a capire e a risolvere di quanto non lo siano quelli di altre regioni. Un tale decentramento faciliterebbe la partecipazione al FMI di paesi, come quelli del Terzo mondo e i paesi comunisti, oggi delusi dalle politiche del FMI ispirate esageratamente dai paesi industriali e che essi considerano inappropriate ai loro problemi e mezzi d’azione.
Questo argomento fondamentale non sarebbe riuscito a spingere i leaders politici e le loro burocrazie ad iniziare una riforma così fondamentale se il Sistema monetario mondiale avesse potuto continuare a funzionare in modo relativamente soddisfacente, come aveva fatto durante i primi venticinque anni successivi alla seconda guerra mondiale.
Ma di fatto questo era impossibile. Il trattato di Bretton Woods aveva legalizzato il gold-standard, ancorato in modo eccessivo ad una moneta nazionale, un tempo la sterlina ed oggi il dollaro. Un sistema simile è impraticabile a lungo andare. Io stesso avevo denunciato questa impraticabilità nei miei libri e al Congresso degli Stati Uniti, verso la fine degli anni Cinquanta, ma senza successo, come già avevano fatto ben prima di me diversi rapporti della Delegazione dell’oro della Società delle Nazioni, alla vigilia del crollo dello sterling-gold standard, il 21 settembre 1931.[1] Quaranta anni dopo il gold-dollar standard crollerà a sua volta, quasi da un giorno all’altro, il 15 agosto 1971.
Lo standard che è succeduto a questo, e che minaccia di durare ancora per degli anni, è chiamato dalla maggior parte degli osservatori un «non sistema». Da parte mia, io preferisco la denominazione di «scandalo» (il che consente di conservare l’acronimo abituale di SMM) in quanto bisogna rendere il pubblico consapevole dello scandalo assoluto costituito dall’abdicazione dei nostri dirigenti di fronte alle riforme fondamentali che essi stessi proclamavano necessarie nel 1964 e urgenti nel dicembre 1971 (nel comunicato ufficiale dello «Smithsonian Agreement»).
Questo scandalo è duplice:
1) un ritmo di inflazione mondiale senza precedenti nella storia del mondo, e certamente legato al fatto che le riserve monetarie internazionali delle banche di emissione si sono quasi decuplicate, passando da 79 miliardi di dollari alla fine del 1969 a 725 miliardi alla fine del 1984. Queste riserve, che servono da garanzia delle emissioni monetarie nazionali, sono aumentate — come non mi stancherò mai di ripetere — oltre cinque volte di più in questo breve lasso di tempo di quindici anni che in tutti gli anni e i secoli precedenti dopo Adamo ed Eva;
2) una costellazione regionale aberrante degli investimenti finanziati da questa inondazione delle riserve mondiali. Questa inondazione è dovuta a due cause: a) l’aumento inverosimile del prezzo dell’oro, che va a vantaggio principalmente dei paesi ricchi, detentori di oro, vale a dire dei paesi industriali, e pochissimo dei paesi poveri del Terzo mondo; b) l’accumulazione delle riserve in valuta e soprattutto in dollari. Alla fine del 1983 gli Stati Uniti erano debitori netti di più di 190 miliardi di dollari nei confronti delle banche centrali straniere. I paesi del Terzo mondo ne erano i principali creditori: l’82%, di cui il 34% detenuto da paesi esportatori di petrolio, ma ancor più (il 48%) dagli altri paesi del Terzo mondo, vale a dire i paesi più poveri e più a corto di capitali.
Questo spiega come gli Stati Uniti possano continuare ad accumulare deficit persistenti e sempre maggiori nei confronti del resto del mondo. Questi deficit sono finanziati dall’accumulazione di dollari-carta da parte delle banche centrali — e commerciali — straniere. L’acquisto di dollari è pagato attraverso un aumento equivalente nelle loro emissioni di moneta nazionale: gli altri paesi, di fatto, hanno conferito agli Stati Uniti il «privilegio esorbitante», per riprendere una espressione di de Gaulle, di utilizzare il loro torchio per stampare biglietti destinati a finanziare i loro deficit di bilancia dei pagamenti.
Questo abbandono generalizzato della sovranità monetaria si è rivelato benefico fino a verso la fine degli anni ‘60. Ha evitato conflitti di sovranità, estremamente pericolosi in un mondo sempre più interdipendente, e ha permesso alle autorità americane di controllare in modo adeguato la creazione di riserve monetarie mondiali e di utilizzarle per finanziare obiettivi comunemente accettati e auspicabili: la ricostruzione dei paesi devastati dalla guerra e l’accelerazione dello sviluppo dei paesi del Terzo mondo.
Ma le conseguenze di questo abbandono sono divenute nefaste negli ultimi quindici anni. Il contributo del dollar-standard per il finanziamento della guerra del Vietnam in primo luogo, e successivamente dell’aiuto ai paesi satelliti degli Stati Uniti e di una corsa insensata e suicida all’accumulazione degli armamenti insieme con l’Unione Sovietica, ha pressoché decuplicato l’indebitamento degli Stati Uniti verso il resto del mondo, che è passato da circa 100 miliardi di dollari alla fine del 1969 agli oltre 1000 miliardi dell’anno scorso, con una eccedenza di oltre 200 miliardi di dollari rispetto alle attività totali degli Stati Uniti sul mercato dei cambi.[2]
Ma il resto del mondo non può accettare all’infinito che il suo risparmio serva a finanziare il deficit di bilancio e di bilancia dei pagamenti del paese più ricco e più capitalizzato del mondo, che dovrebbe essere al contrario esportatore netto di capitali verso i paesi meno ricchi e meno dotati di capitali per il loro sviluppo. Gli Stati Uniti stessi non possono tollerare all’infinito una sopravvalutazione del dollaro che rende le loro aziende ampiamente non competitive sul mercato interno, come pure sul mercato mondiale.
Nessuno più osa prevedere la data esatta di un aggiustamento al ribasso, da tutti auspicato, del dollaro. Esso potrebbe essere provocato da avvenimenti politici imprevedibili o da una crisi bancaria, sempre da temere. Le attività nette degli Stati Uniti sull’estero di cui ho parlato prima includono in effetti crediti bancari per circa 430 miliardi di dollari (con un aumento del 3200% dal 1969) , di cui circa la metà sono contratti con paesi la cui liquidità, se non la solvibilità, è generalmente considerata dubbia: Messico, Brasile, Argentina, Filippine, Israele, ecc.
 
2. Il Sistema monetario europeo.
 
Il Sistema monetario europeo è nato nel marzo 1979, e il suo successo è andato oltre ogni speranza.
Malgrado progressi sostanziali dopo la primavera del 1983, non è certamente ancora riuscito ad armonizzare in misura sufficiente — verso il basso, per la maggioranza dei paesi membri — i differenziali di inflazione nazionale. E in mancanza di una tale armonizzazione, i tassi di cambio nominali intracomunitari non possono essere stabilizzati in modo durevole, condizione preliminare indispensabile per l’unione monetaria totale, promessa a varie riprese dai nostri capi di Stato e di governo. Otto riallineamenti successivi dei tassi di cambio si sono rivelati indispensabili ed altri non si possono escludere in futuro, anche se nessun riallineamento è stato ritenuto necessario da circa due anni a questa parte.
Ma lo SME è riuscito a superare un vero tour de force, compensando i differenziali di inflazione nazionale con riallineamenti appropriati dei cambi, mantenendo la stabilità dei tassi di cambio reali intracomunitari a livelli competitivi, in contrasto stridente con l’enorme instabilità dei tassi reali e nominali delle altre valute, e soprattutto del dollaro, nettamente sopravvalutato nel 1971, quindi sottovalutato e di nuovo oggi sopravvalutato.
Quanti si oppongono allo SME, come la Bundesbank, dicono che i timori che avevano determinato la loro opposizione nel 1979 si sono rivelati ingiustificati alla luce dell’esperienza, ma da questa osservazione concludono paradossalmente che il suo rafforzamento non è necessario in ragione di questo stesso successo. Essi subordinano ogni progresso, anche modesto, verso l’Unione monetaria al successo, ancora incerto, delle politiche di armonizzazione dei tassi di inflazione degli altri paesi con la stabilità relativa del potere di acquisto del marco. Il Consiglio dei ministri della Comunità è stato obbligato a ritardare sine die la seconda tappa che doveva trasformare lo SME in FME (Fondo monetario europeo) prima della fine del 1982.
Questa è una decisione molto pericolosa perché il rafforzamento dello SME rimane più indispensabile ed urgente che mai nella congiuntura attuale. Il suo successo si spiega in larga misura per il fatto che l’aumento del corso del cambio del dollaro ha rafforzato la posizione concorrenziale e la bilancia commerciale di tutti i paesi della Comunità e, soprattutto, ha ridotto le tensioni tra monete deboli e monete forti, particolarmente il marco, sul mercato dei cambi. L’indebolimento prevedibile di un dollaro oggi ampiamente sopravvalutato farà rinascere queste tensioni. Il rinvio prolungato delle riforme dello SME lo renderà probabilmente incapace di superare queste tensioni e certamente di far fronte alle pericolose crisi di cambio e bancarie che si profilano all’orizzonte.
 
3. Come rendere negoziabile nell’immediato l’indispensabile rafforzamento dello SME?
 
Il rafforzamento dello SME richiederà ovviamente ad alcuni paesi sacrifici di interessi a breve termine, reali o presunti. La maggior parte di questi sacrifici, tuttavia, richiede in realtà soltanto che gli uomini politici abbandonino le facilità inflazionistiche che sono certamente contrarie all’interesse nazionale a lungo termine dei loro paesi. Essi sono comunque insignificanti in confronto ai disastri che comporterebbe per tutti i paesi della Comunità il rifiuto di dare allo SME le armi necessarie per ridurre la loro vulnerabilità nei confronti degli insuccessi prevedibili dell’attuale politica degli Stati Uniti.
La creazione di una Banca federale europea dovrebbe essere perfettamente negoziabile nell’immediato se quattro condizioni sono soddisfatte.
1. La prima è di dimostrare che una tale Banca, lungi dall’essere una ‘macchina da guerra’ contro il dollaro, rappresenterebbe uno strumento indispensabile per una cooperazione efficace della Comunità con gli Stati Uniti e gli altri paesi per la soluzione di problemi comuni a tutti. Troppo spesso si ripete che è importante che la Comunità possa «parlare» con una sola voce per garantirsi quell’influenza che dovrebbe avere nei negoziati internazionali. Ma «parlare» non basterà mai per convincere l’amministrazione e l’opinione pubblica americane, sempre pronte ad affermare che quello che conta sono i fatti e non le parole.
Si riconosce che un’azione concertata dei grandi paesi è di fondamentale importanza per il successo della lotta mondiale contro l’inflazione, la recessione e la disoccupazione, ma i portavoce del presidente Reagan non si stancano di ripetere che tale concertazione tra gli Stati Uniti e l’Europa è impossibile perché i paesi europei devono preoccuparsi della loro bilancia dei pagamenti, mentre il dollar-standard libera gli USA da tali preoccupazioni: al contrario, i loro deficit esterni sono finanziati senza difficoltà da flussi di capitali che finanziano nello stesso tempo una parte importante del loro deficit di bilancio: più della metà lo scorso anno.
Il superamento di un tale «privilegio esorbitante» e disastroso per il resto del mondo va senza dubbio a vantaggio degli Stati Uniti stessi. E la cooperazione efficace dell’Europa ad una soluzione accettabile dei problemi mondiali del dollaro è l’unico modo per convincere gli Stati Uniti a dare il loro indispensabile contributo alle riforme fondamentali dello scandalo che costituisce oggi il non-sistema monetario mondiale.
2. Sul piano politico europeo il passaggio immediato alla seconda tappa verso l’unione monetaria totale non suscita in alcun modo le obiezioni che l’unione monetaria stessa continua a sollevare fra i nazionalisti più impenitenti. Al contrario, dovrebbe raccogliere un consenso raro fra questi e gli europei più convinti. Michel Debré, per esempio, rifiuterebbe certo di vedere lo scudo sostituire il franco francese, ma sarebbe ben lieto di vederlo sostituire gli euro-dollari, gli euro-marchi o gli euro-franchi svizzeri con cui le banche commerciali europee definiscono oggi da 850 a 900 miliardi di dollari delle loro attività e passività.
3. Sul piano economico europeo non c’è alcuna divergenza fra i paesi partecipanti relativamente agli obiettivi fondamentali di politica economica: tutti credono alla famosa «santa trinità» di evitare l’inflazione, di massimizzare la produzione e l’occupazione e di equilibrare i conti con l’estero. La differenza — ed è evidentemente cruciale — la ritroviamo nella capacità di imporre all’opinione pubblica la disciplina indispensabile al successo di questi obiettivi comunemente accettati. I paesi che ci sono riusciti meglio, ed in particolare la Germania, rifiutano di accettare i rischi di inflazione che per loro comporterebbe l’onere di finanziare attraverso i loro crediti la stabilità dei tassi di cambio nominali di quei paesi che riescono con minor successo a dominare l’inflazione interna e quindi ad evitare i deficit esterni che essa comporta.
L’obiettivo massimo dell’unione monetaria totale non è dunque negoziabile nell’immediato, e i negoziati devono quindi limitarsi alla tappa intermedia, in merito alla quale l’accordo non dovrebbe creare difficoltà.
Il raddoppio delle emissioni di ECU in cinque anni non è affatto dovuto a una politica lassista di crediti ai paesi membri. Questi crediti sono stati sempre di dimensioni modeste e rapidamente rimborsati. Nell’aprile scorso, dopo cinque anni di funzionamento del sistema, ammontavano solo a 1,3 miliardi di ECU, ossia poco più del 2,5% delle emissioni totali e del 10% degli investimenti negli Stati Uniti, un paese che evidentemente non fa parte del sistema.
L’aumento delle emissioni totali di ECU è dovuto quasi esclusivamente all’aumento spettacolare dei prezzi contrattuali — prossimi ai prezzi di mercato — ai quali i depositi d’oro sono convertiti in ECU. È evidentemente assurdo far dipendere le riserve di ECU delle banche centrali dagli andamenti aleatori di un prezzo i cui rialzi e ribassi sono soggetti alla speculazione e non hanno alcun rapporto con i bisogni legittimi di riserve internazionali. I guadagni e le perdite contabili delle banche centrali sulle loro attività esterne — oro e valute, ivi compreso l’ECU — dovrebbero evidentemente essere sterilizzati in conti bloccati, su cui i prelievi dovrebbero essere autorizzati soltanto come alternativa alla richiesta di prestiti presso la Banca federale europea, e alle stesse condizioni, o per il rimborso di tali prestiti.
La protezione contro emissioni inflazionistiche potrebbe allora prendere la forma di un plafond globale presunto di un x% all’anno sull’aumento delle attività che costituiscono la contropartita delle emissioni di ECU. Questo plafond non dovrebbe essere superato che a titolo eccezionale e in caso di forza maggiore, come, per esempio, nel caso delle due esplosioni negli anni recenti dei prezzi del petrolio, e con voto qualificato di due terzi, o ancor più, a seconda dell’ampiezza degli sconfinamenti ritenuti inevitabili o auspicabili.
La definizione globale di questo plafond obbligherebbe le autorità a scegliere, in modo esplicito, fra il finanziamento di crediti ai paesi membri o di investimenti al di fuori della Comunità (oggi soltanto dollari, ma forse anche altre valute appetibili in futuro). Un tale plafond globale sarebbe al tempo stesso auspicabile economicamente e fattibile politicamente, in quanto le eccedenze nella bilancia dei pagamenti, aumentando le emissioni di ECU in cambio di depositi in oro e in divise, dovrebbero normalmente ridurre i bisogni di prestiti da parte dei paesi partecipanti, mentre al contrario questi bisogni aumenterebbero — e sarebbe più difficile opporvisi politicamente — qualora deficit esterni riducessero le emissioni di ECU in cambio di tali depositi.
L’imposizione di questo plafond per il credito eliminerebbe in futuro i timori, falsamente avanzati in passato, che il sistema obblighi i paesi meno inflazionistici a diventare le «vacche da mungere» a favore dei paesi che sono meno in grado di porre sotto controllo l’inflazione.
a) Ogni paese — deficitario o eccedentario — che ritiene tale riallineamento preferibile rispetto ad un aumento eccessivo del suo indebitamento o delle sue attività, dovrebbe ottenere il beneficio del dubbio quando il suo tasso-centrale apparisse nettamente poco competitivo o troppo competitivo sul piano commerciale. La coincidenza dei calcoli di disparità del potere di acquisto con una evoluzione indesiderabile delle bilance commerciali dovrebbe essere accettata come criterio presuntivo per l’esistenza di uno squilibrio nei tassi-centrali.
b) Al contrario, i paesi che si oppongono ad un riallineamento dei tassi dovrebbero ottenere il beneficio del dubbio quando la forza o la debolezza della loro moneta sul mercato dei cambi non si spiega con un tale squilibrio, ma è dovuta essenzialmente a movimenti speculativi di capitali. In questo caso bisognerebbe esaminare la possibilità di evitare riallineamenti superflui del cambio, destinati a provocare squilibri a lungo o anche a medio termine. Se si dovesse per questo ricorrere al controllo dei cambi — come era previsto dal Trattato di Bretton Woods — le restrizioni all’afflusso di capitali verso i paesi a moneta forte costituirebbero una misura accettabile, che ridurrebbe i loro timori di inflazione importata, e rinforzerebbe l’efficacia delle restrizioni alle uscite di capitale dai paesi in deficit. Evidentemente sarebbero ancora da preferire misure di controllo del mercato, un miglior coordinamento dei tassi di interesse e anche, forse, una «tassa di livellamento dei tassi di interesse» simile a quella adottata dagli USA nel 1963, ma evidentemente non facile da controllare.
Questa valutazione dovrebbe tener conto di tutta la costellazione geografica di questi movimenti di capitale, i cui squilibri sono dovuti oggi agli enormi trasferimenti di capitali fra gli Stati Uniti ed il resto del mondo, ivi inclusi i paesi della Comunità. Un coordinamento delle politiche di questi paesi relativamente ai loro interventi sul mercato dei cambi, come pure negoziati continui con gli Stati Uniti relativamente ai tassi di cambio, ai tassi di interesse ecc., sono particolarmente auspicabili al riguardo.
Infine, all’interno della Comunità i paesi deficitari dovrebbero accettare di consultare i loro partners prima di ogni ricorso al credito internazionale, ivi inclusi i loro prestiti sul mercato e presso le agenzie ufficiali straniere, e così pure presso la Banca federale europea. Questo obbligo dovrebbe avere come quid pro quo l’impegno di sottoporre ugualmente all’esame della Comunità il modo in cui essi finanziano le loro eccedenze con crediti — e in particolare attraverso l’accumulazione di valuta da parte delle loro banche centrali — ai loro partners nella Comunità, agli Stati Uniti, e agli altri paesi. L’inflazione importata, di cui hanno il diritto di lamentarsi, non è dovuta troppo spesso ad un finanziamento eccessivo di paesi diversi da quelli membri della Comunità?
4. Infine, l’ultima condizione per il successo dei negoziati relativamente al passaggio dal FECOM ad una Banca federale europea è di dissipare le incomprensioni che sussistono ancora quanto alla convertibilità esterna dell’ECU per il regolamento di tutti i deficit nei pagamenti con i paesi al di fuori della Comunità, così come con i paesi della Comunità. I deficit extra-comunitari sono infatti regolati quasi unicamente in dollari e questi regolamenti comportano una riduzione pari passu: a) del 20% delle riserve in dollari detenute presso il FECOM; b) dell’80% delle riserve in dollari detenute al di fuori del FECOM, in particolare sulle banche americane ed in obbligazioni del Tesoro degli Stati Uniti.
La convertibilità esterna di questi due tipi di riserve è d’altra parte legalmente identica; e il fatto di mettere in comune (pooling in inglese) le riserve detenute presso il FECOM non permette a nessun paese di attingere dalle riserve degli altri. La diminuzione delle riserve internazionali di un paese con un deficit persistente lo indurrà alla fine a svalutare la sua moneta, ma non toccherà affatto le riserve degli altri paesi.
Questa convertibilità automatica non è applicabile alle disponibilità di ECU che finanziano gli interventi di sostegno di una o più monete sul mercato dei cambi, ma questi interventi sono stati minimi sino ad ora (meno di un miliardo e mezzo di ECU nell’aprile scorso). Il plafond globale suggerito sopra impedirebbe a queste disponibilità di crescere in misura eccessiva e assicurerebbe pienamente la capacità di un FECOM rinnovato di onorare la convertibilità di queste attività per il regolamento del 20% dei deficit esterni prevedibili dei paesi creditori, attraverso l’utilizzo di una frazione limitata delle sue ampie riserve d’oro e di dollari.
Resterebbe tuttavia vero che la convertibilità legale dell’ECU in dollari non garantirebbe la stabilità del corso del cambio di questa operazione più di quanto la garantirebbe per la moneta nazionale di ognuno dei paesi partecipanti. Ma le possibilità di un apprezzamento sostanziale del corso attuale del dollaro rispetto all’ECU sono minori di quelle di un deprezzamento; ed il rafforzamento dello SME faciliterebbe l’efficacia delle politiche che hanno lo scopo di combattere le fluttuazioni eccessive del dollaro, al rialzo o al ribasso, giudicate nocive dai paesi della Comunità, e di preservare una maggiore stabilità dei tassi di cambio reciproci, molto più importanti per loro di quanto non sia il corso del cambio del dollaro.
L’accettazione di queste quattro condizioni preliminari dovrebbe rendere accettabili le tre principali categorie di misure auspicate dalla Commissione e dal Parlamento, ma ancora non ratificate dal Consiglio dei ministri.
1. La prima è la trasformazione dei crediti incrociati (swaps in inglese), rinnovati trimestralmente, in semplici operazioni di cambio, che convertano definitivamente in conti di riserva in ECU i depositi in oro e divise dei paesi membri. Questo è essenziale per lo sviluppo di una politica comune dei corsi di cambio dell’ECU — e delle monete partecipanti — in particolare riguardo al dollaro. Infatti una politica comune esige una messa in comune dei rischi di cambio, mentre questi continuano a manifestarsi ancora, sia al rialzo che al ribassò, indipendentemente per ogni paese, in un regime di crediti incrociati.
Nel caso in cui considerazioni politiche, ma soprattutto psicologiche, rendessero troppo difficile per certi paesi accettare dei trasferimenti permanenti dei depositi d’oro, la soluzione più semplice, e facile da accettare, sarebbe senza alcun dubbio l’esclusione dell’oro dal sistema dei depositi obbligatori e, per contro, il potenziamento dei depositi in dollari (o altre divise privilegiate?), la cui gestione comunitaria è essenziale per una politica concertata di interventi sul mercato. Sarebbe inappropriato sviluppare qui i dettagli di una tale proposta, di varie proposte alternative che ho già presentato in passato agli esperti della Commissione, e di quelle menzionate nelle pubblicazioni stesse della Commissione.[3]
2. La seconda misura è l’accettazione piena ed intera dell’ECU nei regolamenti fra banche centrali; e l’estensione dell’accesso automatico alle facilitazioni di credito a brevissima scadenza per interventi intramarginali oltre che marginali. In assenza di queste riforme il dollaro rischia di essere utilizzato in modo predominante per i pagamenti intracomunitari, contrariamente a uno degli obiettivi essenziali dello SME e alle obiezioni legittimamente formulate contro questa pratica dagli stessi Stati Uniti, tenuto conto delle fluttuazioni aberranti del corso di cambio del dollaro che ciò può provocare.
Sarebbe anche auspicabile sostituire gli accordi swap bilaterali attuali tra gli Stati Uniti e i singoli paesi della Comunità con una linea globale di credito swap fra le autorità monetarie americane e la Banca federale europea, per le eccellenti ragioni che ha sviluppato l’autore di questa proposta: Jacques van Ypersele.[4]
3. Infine, e soprattutto, l’incoraggiamento delle autorità ufficiali a utilizzare l’ECU nel settore privato.
La storia infatti ci insegna che le riforme più cruciali del Sistema monetario internazionale (quali l’adozione involontaria del gold-standard in Inghilterra nel 1696, e il suo crollo finale nel 1971), nonché dei sistemi monetari nazionali (come la sostituzione con biglietti di banca o cheques delle monete in oro e in argento) sono sempre state determinate, con rare eccezioni, dal settore privato piuttosto che dai governi e dalle loro burocrazie.
L’avvenire dell’ECU dipenderà innanzitutto dalla sua accettazione da parte del pubblico. Questa ha già fatto notevoli progressi negli ultimi quattro anni e chi può dubitare del desiderio del pubblico di vedere esteso il suo accesso ai conti denominati in ECU, o anche alle banconote e alle monete in ECU?
I principali ostacoli da superare vengono dalle regolamentazioni amministrative e soprattutto dalle differenti misure di controllo dei mercati dei capitali ancora in vigore nella maggior parte dei paesi, nonostante le promesse del Trattato di Roma. Un altro ostacolo, tuttavia, è imputabile al paese che è maggiormente libero da queste regolamentazioni: la Germania. Le autorità tedesche continuano, del tutto a torto, a interpretare una clausola anti-indicizzazione della legge tedesca come se vietasse, in linea di principio, contratti di prestito in ECU. I Tedeschi possono liberamente contrattare i loro prestiti in monete estere, ma non in ECU, che le autorità tedesche continuano a considerare come una semplice unità di conto, piuttosto che come una moneta. Ma lo sviluppo dell’utilizzazione privata dell’ECU ne ha già fatto una vera e propria moneta in cui sono denominati miliardi di ECU di prestiti, versamenti bancari fra privati, conti di risparmio e, prossimamente, assegni di viaggio. Se questo non bastasse a cambiare l’interpretazione dei giuristi tedeschi, una modifica appropriata della legge in questione sarebbe essenziale per permettere l’indispensabile partecipazione della Germania ad un mercato veramente europeo dell’ECU. I vantaggi di un tale mercato, come alternativa ad un quasi monopolio del dollaro, soggetto a fluttuazioni tanto ampie quanto imprevedibili, dovrebbero convincere i più scettici a modificare rapidamente, nell’interesse della Germania e degli altri paesi, una legislazione totalmente inappropriata e superata per quanto riguarda l’accesso dei Tedeschi al mercato privato dell’ECU.
 
4. Conclusioni.
 
Vorrei concludere questa mia breve relazione con la risposta che ho dato, nel maggio scorso, al problema che la Federal Reserve Bank di Boston mi chiedeva di trattare in occasione del quarantesimo anniversario di Bretton Woods: «Lo SME: pietra tombale o struttura portante?».[5]
Lo SME non è una pietra tombale, ma dovrebbe essere la struttura portante di un Sistema monetario mondiale, che bisogna far uscire rapidamente dalla sua tomba per metter fine alla «stagflazione», o piuttosto all’«inflazione con recessione», di cui soffriamo già da più di dieci anni. Il primo passo in questa direzione dovrebbe essere la sua trasformazione in una Banca federale europea, perfettamente negoziabile nell’immediato e che potrebbe essere, a più lunga scadenza, lo strumento indispensabile per completare l’Unione economica e monetaria totale promessa in modo reiterato dai nostri capi di Stato e di governo, ma la cui negoziazione e la cui realizzazione, allo stadio attuale, restano ancora lontane e anche incerte.


[1] E anche Immanuel Kant, fin dal 1795, nel quarto articolo preliminare del suo saggio: Per la pace perpetua (in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, UTET, Torino, 1965, p. 286).
[2] Con l’esclusione degli aiuti esteri, che sono più assimilabili a doni piuttosto che a crediti: il 98% sono a lungo termine, per la maggior parte a paesi la cui solvibilità può essere messa in dubbio, e frequentemente sono annullati nel corso di ulteriori rinegoziazioni.
[3] Si veda in particolare il «Dossier sul Sistema monetario europeo», in Economia europea, n. 12, luglio 1982.
[4] In numerosi articoli e memorandum, e più recentemente nel suo libro: Le Système Monétaire Européen, Bruxelles, 1983, pp. 93-94. Io consiglio vivamente ai miei lettori di consultare la seconda edizione di questo indispensabile volume, che dovrebbe essere pubblicata nelle prossime settimane.
[5] Inclusa nel volume appena pubblicato dalla Federal Reserve Bank di Boston: The International Monetary System: Forty Years after Bretton Woods, dove i miei lettori troveranno una documentazione completa, aggiornata fino alla fine del 1983, e numerosi altri commenti e discussioni dei partecipanti a quella Conferenza.