Anno XXVII, 1985, Numero 3, Pagina 182

 

 

IL RUOLO DELL’EUROPA PER IL FINANZIAMENTO INTERNAZIONALE DELLO SVILUPPO
 
 
L’indebitamento internazionale dei paesi del Terzo mondo non produttori di petrolio è cresciuto, nel decennio seguito alla crisi energetica, ad un tasso annuo pari mediamente al 19%. Questo trend può essere imputato a più cause, ma tre fattori hanno importanza preminente: l’aumento del prezzo del petrolio, l’incremento dei tassi di interesse reali, il peggioramento delle ragioni di scambio.
Il tasso di sviluppo registrato da molti paesi del Terzo mondo, più elevato rispetto alla media mondiale, ha esso stesso contribuito a peggiorare l’equilibrio nei conti con l’estero, nella misura in cui ha fatto lievitare le importazioni più rapidamente delle esportazioni.
La situazione ha iniziato a produrre effetti destabilizzanti, in modo cumulativo, parallelamente all’incremento dei tassi d’interesse reali e alla stagnazione economica internazionale.
Certamente, le cause di ordine internazionale non costituiscono l’unica origine delle difficoltà finanziarie del Terzo mondo. I finanziamenti internazionali sono stati utilizzati frequentemente per sostenere i consumi, non solo gli investimenti. La via finanziaria allo sviluppo ha creato illusioni circa la possibilità di allentare il vincolo dell’equilibrio nei conti con l’estero.
La congiuntura internazionale e i problemi interni hanno interagito, aggravando la situazione dei paesi in via di sviluppo. Così le modificazioni intervenute nell’ambiente economico internazionale hanno modificato, verso il basso, la redditività degli investimenti effettuati dal Terzo mondo ricorrendo ai finanziamenti internazionali, rendendo più difficile la produzione dei flussi di reddito necessari ad ammortizzare il debito estero.
Di qui l’ampio dibattito apertosi sui rischi di un crack finanziario internazionale e sulla necessità di una ristrutturazione dei rapporti finanziari internazionali.
La gravità della situazione non va identificata nella dimensione dell’indebitamento. Hanno piuttosto rilevanza il contesto entro cui l’indebitamento stesso si colloca, il perdurare delle condizioni internazionali che stanno alla base del peggioramento della situazione dei paesi in via di sviluppo, le distorsioni irrisolte dell’ordine monetario e finanziario internazionale.
La dimensione del debito accumulato dal Terzo mondo risulta contenuta, qualsiasi metodo di valutazione sia adottato.
Limitandoci a considerare le attività bancarie internazionali, la parte dei paesi in via di sviluppo, dopo un vistoso incremento seguito alla crisi petrolifera, si è stabilizzata intorno al 30%, se prestiamo fede alle statistiche OCDE.
Se confrontiamo la situazione attuale con quella esistente all’inizio del secolo, appare evidente come i volumi in gioco siano oggi relativamente limitati. Allora l’attività finanziaria internazionale raggiungeva un valore pari a circa tre volte quello del commercio mondiale; questo rapporto è oggi di dieci volte minore.
Queste indicazioni risultano ancora più significative, ove si consideri il trend degli anni più recenti. La tendenza all’aumento esponenziale del debito estero statunitense, connesso con i passivi crescenti nella bilancia commerciale, è tale da porre in secondo piano i problemi finanziari del Terzo mondo. Queste conclusioni sono confermate dalle più recenti previsioni del Fondo monetario internazionale.
Il fatto è che l’attuale ordine finanziario internazionale non è adeguato rispetto al compito di gestire il problema dell’indebitamento internazionale. In questo contesto si collocano i problemi reali, cioè i problemi dello sviluppo economico.
 
Un precedente storico.
 
All’inizio del secolo il sistema finanziario internazionale ha espresso la capacità di gestire con efficacia ampi trasferimenti di capitali, grazie alla stabilità garantita dallo sterling exchange standard e dalla posizione centrale della City.
L’analisi storica di questo precedente consente di porre in evidenza le condizioni che ne hanno determinato il successo, così come le cause della successiva crisi.
Schematizzando i fatti, è lecito affermare che il sistema ha vissuto il periodo di maggiore stabilità (fine XIX-inizi XX secolo) fino a quando la Gran Bretagna è stata in grado di equilibrare ampie esportazioni di capitali con un identico surplus nella bilancia commerciale.
La Gran Bretagna è stata costantemente, nel periodo considerato, una esportatrice netta di capitali che venivano investiti all’estero con vincolo di lungo periodo, finanziando deficit strutturali dei paesi in fase di sviluppo, attraverso l’intermediazione garantita dalla sviluppata ed efficiente organizzazione della City. Questo deflusso di capitali poteva essere realizzato senza compromettere la stabilità del sistema e in particolare il ruolo della sterlina come principale moneta di riserva e di pagamento internazionale, in quanto esso era controbilanciato da un surplus della bilancia commerciale inglese; ciò significa, in altri termini, che i capitali erogati come prestito e investimenti diretti dall’Inghilterra, a questa riaffluivano sotto forma di domanda di beni e servizi. La stabilità del sistema era inoltre aumentata dal fatto che l’Inghilterra, grazie alla posizione della City, quale principale centro finanziario internazionale, poteva fronteggiare eventuali pressioni sulle proprie riserve auree, attirando oro, soprattutto dai paesi europei, mediante l’opportuna manovra del tasso di sconto da parte della Banca d’Inghilterra.
Pur nella loro schematicità, queste indicazioni possono essere considerate sufficienti, almeno in prima approssimazione, per fornire uno schema interpretativo dell’ordine finanziario-monetario affermatosi alla fine dell’ ‘800.
Con approccio analogo, è lecito affermare che il sistema è entrato in crisi quando la Gran Bretagna ha perduto il proprio primato economico, in conseguenza della diffusione della Rivoluzione industriale.
La comparsa, sulla scena mondiale, di due nuove potenze economiche e politiche, la Germania e gli Stati Uniti, ha posto in crisi il predominio commerciale inglese su tutti i mercati liberi. Ciò ha fatto sì che la Gran Bretagna abbia incontrato sempre maggiori difficoltà a compensare le proprie esportazioni di capitali con un surplus equivalente nella bilancia commerciale.
La situazione è stata aggravata dalla mancanza di una banca centrale negli Stati Uniti; la nascita del Federal Reserve System risale infatti al 23 dicembre 1913. La Banca d’Inghilterra di fatto per molti decenni ha assunto alcune funzioni tipiche della banca centrale nei confronti del mercato interno statunitense. È evidente come questa situazione abbia costituito un fattore di instabilità. Gli Stati Uniti non solo non hanno assunto le responsabilità che loro competevano per contribuire a un ordine monetario internazionale equilibrato, affiancando il dollaro alla sterlina, ma addirittura hanno fatto appello a quest’ultima per finanziare il proprio commercio interno.
Ci sia consentito non approfondire ulteriormente il punto. Ciò che preme sottolineare è il fatto che esista un precedente storico a dimostrare la possibilità di finanziare deficit strutturali di lungo periodo dei paesi in fase di sviluppo. Tale precedente pone in evidenza che il finanziamento dello sviluppo, a livello internazionale, può essere garantito da un unico centro (un unico paese) solo in presenza di condizioni specifiche (supremazia economico-finanziaria), destinate nel tempo ad essere fatalmente erose.
 
La situazione attuale. Il ruolo degli Stati Uniti.
 
Il precedente storico inglese può contribuire a chiarire entro quale misura gli Stati Uniti possano garantire, nelle condizioni oggi vigenti, il finanziamento dello sviluppo internazionale. In ultima analisi si tratta di verificare se gli Stati Uniti siano in grado di ripetere il precedente storico inglese, tenuto conto dei diversi scenari politico-economici.
Come nel caso inglese, va posta in evidenza l’esistenza, per un determinato arco temporale, di condizioni che hanno consentito agli Stati Uniti di equilibrare ampie esportazioni di capitali con un surplus nella bilancia commerciale. Nell’immediato dopoguerra gli Stati Uniti sono stati in grado di raggiungere questo obiettivo senza difficoltà (sia sufficiente qui ricordare il piano Marshall come concretizzazione di tale capacità).
Va sottolineato come più sintomi suggeriscano che tali condizioni siano ormai venute meno. Come all’inizio del secolo è stato l’emergere della Germania, della Francia e degli Stati Uniti che ha indebolito la posizione di preminenza economica della Gran Bretagna, così, a partire dalla fine degli anni ‘60, è stato il completamento dell’unione doganale europea a togliere agli Stati Uniti l’indiscussa egemonia economica.
Con la diffusione della Rivoluzione industriale, la Gran Bretagna perse il privilegio di essere l’unica potenza industriale; con la nascita della CEE, e poi con lo sviluppo del Giappone, gli Stati Uniti hanno perso il privilegio di costituire l’unico mercato sviluppato di dimensioni continentali, adeguate alle moderne tecniche produttive.
Nel 1943, l’anno di Bretton Woods, l’economia USA rappresentava circa il 40% del PIL mondiale; il 90% delle riserve auree mondiali erano concentrate a Fort Knox; il sistema industriale statunitense funzionava a pieno regime, mentre il resto del mondo subiva le devastazioni della guerra. Oggi la percentuale del PIL mondiale coperta dagli Stati Uniti è circa la metà rispetto a quattro decenni orsono, le riserve auree si sono redistribuite e il resto del mondo si è sviluppato a ritmo più sostenuto dell’economia americana.
In questi dati essenziali sta il limite storico insuperabile del ruolo che gli Stati Uniti possono svolgere. Se da un lato è diminuito il «peso» degli Stati Uniti sull’economia mondiale, è simmetricamente aumentata la domanda di moneta e finanza internazionale per sorreggere lo sviluppo e l’integrazione economica a livello mondiale. I due effetti si sommano, nel senso dello squilibrio.
Va detto che lo squilibrio è aggravato dalla mancanza di una banca centrale europea. Come la Banca d’Inghilterra si è vista costretta a supplire, a cavallo fra il XIX e il XX secolo, alla mancanza di una banca centrale statunitense, così oggi il dollaro riempie il vuoto di potere lasciato dalla Comunità sia a livello mondiale, sia sul mercato interno europeo stesso.
Anche su questo punto ci sia consentito non approfondire ulteriormente l’analisi. Le considerazioni svolte, nella loro schematicità, sono sufficienti ad orientare il pensiero, nel senso di una presa d’atto dei limiti circa la possibilità degli Stati Uniti, nelle condizioni vigenti, di garantire in via autonoma un finanziamento adeguato dello sviluppo internazionale.
 
Il ruolo degli intermediari bancari.
 
Il ruolo centrale svolto dagli Stati Uniti nel reggere il sistema finanziario internazionale ha potuto essere mantenuto a condizione di sviluppare una funzione di intermediazione bancaria fra creditori e debitori strutturali esteri. Ma anche questa possibilità è oggi divenuta più difficile.
Negli anni seguiti alla prima crisi energetica, è emersa una triangolazione finanziaria in cui i paesi dell’OPEC hanno svolto il ruolo di creditori strutturali, i paesi del Terzo mondo quello di debitori, mentre i paesi industrializzati, e in primo luogo le banche statunitensi, hanno provveduto al riciclaggio dei surplus.
La capacità dei paesi OPEC di produrre dei surplus finanziari è oggi posta in discussione. È anzi prevedibile che, in un prossimo futuro, questi stessi paesi attingano alle attività accumulate, per fronteggiare i deficit correnti.
Il sistema bancario internazionale è destinato a trovarsi stretto in una difficile forbice. Da un lato i paesi del Terzo mondo manterranno o aumenteranno la propria domanda di capitali; il grado di illiquidità per molti di questi paesi è misurato dalla necessità di ottenere nuovi prestiti per fronteggiare il pagamento degli interessi sui finanziamenti ottenuti in passato. Dall’altro lato i paesi OPEC potranno richiedere di ritirare i propri depositi. Il sistema si troverà pertanto a fronteggiare una diminuzione dei depositi, a fronte di attivi congelati.
La situazione è resa difficile dal fatto che il paese-centro sta aggravando gli squilibri, esso stesso assorbendo risorse in luogo di contribuire al finanziamento del resto del mondo.
La diretta conseguenza di questa situazione è la necessità di trovare un punto di equilibrio «verso il basso». Così si spiega il fatto che il sistema finanziario internazionale abbia imposto ai paesi indebitati un aggiustamento deflazionistico dell’attività economica, in modo da ridurre o minimizzare l’aumento dell’indebitamento.
Va posta in evidenza la tendenza contraddittoria emergente nei rapporti fra paesi industrializzati. Il ruolo di creditori strutturali che i paesi OPEC stanno perdendo deve fatalmente essere assunto da altri paesi; in realtà tale funzione è stata assunta con crescente chiarezza, negli anni più recenti, in primo luogo dal Giappone, in secondo dall’Europa. Questa evoluzione si è accompagnata ad uno sviluppo della piazza di New York come centro finanziario internazionale; ciò è coerente con il ruolo del dollaro come principale moneta di pagamento e di riserva. In questo modo la responsabilità di reggere il sistema finanziario internazionale e la capacità di liberare le risorse necessarie restano separate; l’esito è una elevata fragilità del sistema.
 
Le conseguenze deflazionistiche per i paesi del Terzo mondo.
 
Per valutare il carattere involutivo delle soluzioni adottate — cioè dell’ordine finanziario internazionale vigente — è sufficiente misurare il loro impatto deflazionistico, in particolare a carico dei paesi in via di sviluppo. La caduta del tasso di sviluppo, la diminuzione del reddito pro-capite, l’incremento della disoccupazione, il rallentamento del commercio internazionale e con esso della divisione internazionale del lavoro, hanno colpito in misura diversa i vari paesi del Terzo mondo. Ad un estremo, i NIC asiatici hanno saputo meglio adattarsi alle mutate condizioni internazionali, all’altro estremo, i paesi dell’Africa nera e alcuni paesi sudamericani sono destinati, anche nell’immediato futuro, a subire le conseguenze più gravi. Per tutto il Terzo mondo, la situazione è grave.
Le conseguenze di questa situazione possono essere misurate, a contrario, considerando quale livello di indebitamento sia necessario ai paesi del Terzo mondo per programmare un tasso di sviluppo sufficiente a garantire l’incremento del reddito pro-capite, cioè il superamento, in prospettiva, della condizione di sottosviluppo.
A questo fine il CEPII, l’autorevole centro di studi del governo francese, ha calcolato che per garantire un incremento del 2% annuo del reddito pro-capite dei paesi del Terzo mondo nel corso degli anni ‘80, è necessario prevedere per la fine di questo decennio un indebitamento triplo rispetto a quello esistente nel 1982. Questa stima può essere messa a confronto con l’esperienza verificata negli anni immediatamente precedenti: l’indebitamento di questi stessi paesi è quintuplicato fra il 1975 e il 1982.
Per conseguire l’obiettivo minimale di mantenere inalterato il reddito pro-capite raggiunto, secondo queste stesse proiezioni risulta necessario prevedere un incremento annuo dell’indebitamento di questi paesi pari mediamente a 40 miliardi di dollari.
Va sottolineato che solo la prospettiva di un incremento elevato dell’indebitamento del Terzo mondo, e conseguentemente del suo tasso di sviluppo, consente una riduzione del rischio di crisi nel sistema finanziario internazionale; risulta evidente la convergenza di interessi fra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, nel ricercare una soluzione adeguata alla natura del problema: lo sviluppo equilibrato dell’economia internazionale.
Emerge dunque, come problema centrale, la necessità di ristrutturare profondamente il sistema finanziario internazionale. Ciò pone in discussione il Sistema monetario internazionale e l’ordine economico vigente: in discussione, in ultima istanza, è il governo dell’economia mondiale. Si tratta di individuare l’obiettivo necessario e di definire il ruolo che l’Europa può giocare in questo quadro.
 
L’alternativa mondialista.
 
Una prima alternativa deve essere riconosciuta nella posizione assunta da Keynes nel corso delle trattative svoltesi a Bretton Woods e che portarono alla creazione del Fondo monetario internazionale. Si tratta di una risposta mondialista, cioè il rafforzamento delle istituzioni internazionali, concepite come nucleo di un governo mondiale, per gestire l’economia mondiale.
È la strada della ragione. Nel lungo periodo è la risposta vincente, in quanto adeguata al trend storico. Nel breve periodo sono forse possibili progressi in questa direzione; è da dubitare (per ragioni storico-politiche, non economiche) che sia possibile percorrere molto cammino lungo questa strada.
Le ragioni della validità di questa soluzione debbono in ogni caso essere comprese, al fine di orientare l’azione dei governi e definire i contenuti della cooperazione internazionale.
Il vero motore dello sviluppo, nella visione keynesiana, è la domanda effettiva. Ma occorre prendere atto che il consumismo ha esaurito il proprio potenziale di sviluppo nei paesi progrediti, mentre può sostenere la crescita economica ove si renda effettiva la domanda potenziale nei paesi meno sviluppati. Nell’epoca del mercato mondiale emerge il problema della gestione razionale della riserva di domanda effettiva oggi esistente nei paesi meno progrediti. Indipendentemente da pur lecite considerazioni di ordine politico-morale, si tratta di prendere atto, da un punto di vista economico, che un nuovo ciclo di sviluppo può essere attivato garantendo il finanziamento internazionale dello sviluppo (della domanda effettiva) dei paesi meno progrediti.
Il problema è se tale disegno possa oggi essere perseguito.
 
L’alternativa europea e africana.
 
L’affermazione di un nuovo ordine economico mondiale ha costituito, in questo dopoguerra, un progetto lungimirante ma astratto; nelle condizioni attuali, tale progetto assume la valenza di risposta realistica e necessaria ai problemi in scadenza. Questo progetto può essere realizzato in quanto può essere sorretto dall’iniziativa congiunta dell’Europa e dell’Africa; esso infatti costituisce la sola strategia in grado di assicurare lo sviluppo tanto dell’Europa che dell’Africa (in ultima analisi, del mondo intero).
La risposta adeguata al problema consiste nel varo di un «piano Marshall» europeo per lo sviluppo dell’Africa. Questa è altresì la sola prospettiva in grado di sostenere la modernizzazione dell’economia europea, che non può essere concepita al di fuori di un quadro di sviluppo della cooperazione internazionale. Un’Europa ripiegata su se stessa sarebbe spinta fatalmente a proteggere la propria industria: gli esiti sarebbero allora un ritorno al protezionismo, l’obsolescenza progressiva del sistema produttivo, la stagnazione economica e l’emarginazione dell’Europa.
Il problema è definire le condizioni necessarie per la realizzazione di questa alternativa. Il rafforzamento del processo di unificazione economica e monetaria, tanto a livello dell’Europa che dell’Africa, riveste a questo fine importanza decisiva.
In discussione sono lo sviluppo del sistema economico internazionale e il suo finanziamento; la creazione di un nuovo ordine monetario è la condizione perché la finanza internazionale possa registrare uno sviluppo equilibrato e svolgere un ruolo evolutivo.
La realizzazione dell’Unione economico-monetaria consentirebbe all’Europa di affiancare al dollaro la propria moneta, che sarebbe utilizzata come mezzo di pagamento e di riserva internazionale. Si tratta di una condizione indispensabile per l’unificazione del mercato europeo dei capitali. Solo così l’Europa può aspirare a svolgere, a livello mondiale, un ruolo evolutivo analogo a quello svolto in passato dalla City.
La creazione dell’Unione monetaria europea ha importanza decisiva, perché l’Europa, per dare una soluzione adeguata al finanziamento di un piano di solidarietà per il Terzo mondo, deve aumentare il proprio peso nell’economia mondiale.
D’altro lato, il rafforzamento delle Unioni monetarie africane esistenti e l’avvio di un processo di integrazione su scala continentale potrebbero garantire lo sviluppo equilibrato del continente. Sul piano internazionale, l’unione dell’Africa è in grado di assicurare l’equal-partnership nei rapporti con l’Europa e con le altre aree industrializzate, mentre un’Africa divisa sarebbe condannata a subire l’egemonia degli Stati più sviluppati, sotto forma di un nuovo colonialismo. L’unità dell’Africa è inoltre necessaria per assicurare una allocazione ottima delle risorse a livello del continente.
Un precedente storico va ricordato. Nell’immediato dopoguerra, la ricostruzione europea è avvenuta sulla base di un progetto unitario; ciò ha consentito di utilizzare al meglio gli aiuti forniti dagli Stati Uniti attraverso il piano Marshall e di porre le basi di un rapporto di equal-partnership fra Europa e Stati Uniti, che nell’immediato non poteva essere realizzato.
Per l’Africa si tratta dunque di seguire l’esempio del Sistema monetario europeo, ponendo le basi per la fondazione e lo sviluppo di un Sistema monetario africano.
L’esperienza del Mercato comune è significativa. Il problema monetario non fu preso in considerazione all’epoca della fondazione della CEE in quanto il Mercato comune, in questa prima fase, poteva utilizzare il dollaro come succedaneo della moneta europea. Ora, tuttavia, il Mercato comune non può funzionare in assenza di una moneta unica, dal momento che la crisi del dollaro determina fluttuazioni monetarie: un mercato, per essere tale, richiede stabilità dei prezzi delle materie prime e delle merci, e questa a sua volta dipende dalla stabilità monetaria.
Il processo di unificazione monetaria risulta per l’Africa ancora più indispensabile. In Europa il problema era di abbattere le barriere doganali che tenevano l’economia in ceppi, per consentire una migliore divisione del lavoro; in Africa il problema è di creare una capacità produttiva, a livello agricolo e industriale, che non può svilupparsi in modo spontaneo. È per questo motivo che si pone l’esigenza di una allocazione ottimale delle risorse a livello continentale, articolata sulla base di una politica del credito unitaria e coerente. La moneta costituisce un elemento decisivo della sovranità. Porre il problema dell’unificazione monetaria significa porre il problema dell’autonomia, sia europea che africana. Più i due continenti saranno autonomi, liberi di seguire la loro vocazione naturale e dotati dei mezzi necessari per gestire il loro destino, più la cooperazione euro-africana potrà svilupparsi.
 
Dario Velo