Anno XXVII, 1985, Numero 2, Pagina 139

 

 

APPELLO PER L’UNIONE EUROPEA
 
 
Il 29 giugno 1985, in coincidenza con la riunione del Consiglio europeo, si è svolta a Milano una grande manifestazione popolare a sostegno dell’Unione europea. Mentre i capi di Stato e di governo discutevano al Castello Sforzesco circa l’opportunità di convocare una Conferenza intergovernativa che avrebbe dovuto redigere, insieme al Parlamento europeo, il testo definitivo del nuovo Trattato, in piazza del Duomo centomila manifestanti chiedevano l’Unione europea.
Per la prima volta nella storia della Comunità è stato possibile mobilitare una grande massa di cittadini su un obiettivo di interesse generale e non di parte. Per iniziativa dell’Unione europea dei federalisti, a questa mobilitazione si è associato un gruppo di eminenti intellettuali europei che, alla vigilia del Vertice, ha rivolto ai capi di Stato e di governo della Comunità un solenne «Appello per l’Unione europea» che qui riproduciamo.
 
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Da troppi anni l’Europa sembra avviata al declino. Il continente che nell’arte, nel pensiero, nella civiltà ha sviluppato i fondamenti sui quali si regge il mondo di oggi non è più presente nelle scelte cruciali dalle quali dipende il mondo di domani. Che si tratti dell’occupazione o della moneta, dell’informatica o dell’atomo, della conquista dello spazio o del controllo degli armamenti, l’Europa osserva, spera, auspica, ma non decide: è oggetto, non soggetto di storia. Eppure l’Europa non è mai stata così prospera; eppure una parte eminente della cultura e della ricerca scientifica, in tutti i settori, si svolge ancora in Europa; eppure è chiaro che alla sorte dell’Europa è legata quella del mondo.
La crisi dell’Europa è la crisi delle sue istituzioni politiche. Gli Stati nazionali divisi non sono più in grado di affrontare le sfide di un mondo che si trasforma sotto i nostri occhi e che esige strutture politiche unificate a livello continentale. Le istituzioni della Comunità non sono più adeguate: bisogna modificarle. L’Europa non ha un proprio governo né una propria moneta, non ha una difesa comune: bisogna provvedervi. Diverse, anche opposte, possono essere le idee-guida, le ideologie, le strategie proponibili per l’Europa di domani; ma è certo che le varie alternative potranno confrontarsi efficacemente solo se esisterà una base comune, una cornice istituzionale che ne renda possibile la realizzazione effettiva. Costruire questa cornice è perciò interesse di tutti e di ciascuno.
Di Unione europea si parla da oltre quarant’anni; vi è da tempo una larga maggioranza di cittadini favorevoli agli Stati Uniti d’Europa. Ma c’è sempre qualcuno tra i politici cosiddetti realisti che giudica prematura l’Unione. Invece l’Unione è matura, e se si attende ancora rischia di diventare impossibile: anche la Grecia classica, anche l’Italia del Rinascimento, passata l’ora propizia, dovettero rinunciare all’unione da cui pure dipendeva la loro salvezza.
L’Unione europea non è soltanto la risposta giusta alla crisi dell’Europa. Essa è molto di più: è la risposta giusta ad un’esigenza di fondo dell’età contemporanea. A livello continentale, l’Europa unita può costituire un modello per l’Africa e per l’America latina, due continenti che, adottata in ritardo la struttura europea di tipo statuale-nazionale, hanno invece evidente necessità di un’unione di tipo federale. Nei rapporti internazionali, l’esistenza di un nuovo soggetto «Europa» può contribuire a superare le tensioni del bipolarismo attuale (reso tanto più pericoloso proprio per la debolezza di un’Europa divisa), può offrire una speranza e una prospettiva per i paesi dell’Europa dell’Est, e costituire un punto di riferimento economico e politico per i paesi del Terzo mondo, che non a caso chiedono insistentemente un interlocutore europeo.
A livello mondiale, la meta è ancora più alta. Mai come oggi tutte le regioni del nostro pianeta sono state interdipendenti nella cultura, nella tecnologia, nell’economia, nell’informazione. Ogni uomo si sente ormai in qualche misura corresponsabile della sorte di ogni altro uomo. Mai come oggi — quando le più alte testimonianze della civiltà di alcuni millenni e quando la sopravvivenza stessa di gran parte dell’umanità possono venire spente nello spazio di alcuni minuti, in seguito alla decisione atroce di pochissimi uomini — si avverte che una stessa comunanza di destino comprende, nel rischio e nella speranza, tutti i popoli del mondo. La via del futuro, lucidamente indicata da alcuni grandi spiriti, da Kant ad Einstein, è quella dell’unificazione politica del genere umano: un ideale che si ritrova al fondo di ideologie politiche molto diverse e che lo stesso cristianesimo, su un altro piano, prefigura. Soltanto la federazione mondiale renderà impossibile la guerra, quella guerra che per loro fortuna i giovani europei d’oggi non conoscono e che pure istintivamente aborrono. L’Europa unita è una tappa fondamentale nel cammino che può condurre all’unificazione pacifica dell’intero pianeta. È la meta di oggi, che preannuncia la meta di domani: unire l’Europa per unire il mondo.
Utopia? Ma senza una prospettiva, senza un ideale adeguato alle necessità del proprio tempo, la storia rischia di degenerare in un disordinato e fatale accavallarsi di eventi. Non si può essere certi della riuscita dell’impresa, ma tentarla è un imperativo morale.
Per la prima volta dopo trent’anni, oggi esiste un progetto concreto per l’Unione europea. È il progetto approvato il 14 febbraio 1984 dal Parlamento europeo, che è l’unico organismo legittimato dal suffragio universale a rappresentare gli interessi fondamentali comuni a tutti gli Europei. Le grandi famiglie politiche, dai socialisti ai democristiani, dai liberaldemocratici ai comunisti, hanno collaborato al progetto. I governi si accingono ad esaminarlo e potranno concertare alcune modifiche: ma il progetto non dovrà assolutamente essere snaturato. Senza un effettivo potere di governo affidato alla Commissione anziché al Consiglio dei ministri, senza l’associazione del Parlamento europeo al potere legislativo, la crisi della Comunità non verrà superata. Ogni proposta dei governi che non accolga questi due punti fondamentali sarà contraria al principio stesso dell’Unione europea e dovrà fermamente venir denunciata come tale all’opinione pubblica.
L’Unione europea è il naturale sviluppo della Comunità. Al progetto potranno aderire tutti gli Stati della Comunità ovvero una maggioranza di essi (mentre gli altri potranno naturalmente proseguire con i primi l’attuale collaborazione comunitaria). Nessun governo però — guai se ciò accadesse — tenti di impedire l’unione agli Stati e ai popoli che la vorranno.
In questo momento eccezionale, che potrebbe non ripresentarsi in futuro, è indispensabile che il Parlamento europeo vigili sulla sorte del suo progetto, collegandosi con un’opinione pubblica apertamente favorevole all’Europa. Le forze politiche, i governi siano all’altezza del loro ruolo traducendo finalmente nei fatti, in modo irreversibile, la volontà d’unione dei cittadini europei.
 
Nicola Abbagnano, Francesco Alberoni, Hans Albert, Rafael Alberti, Edoardo Amaldi, Giulio Carlo Argan, Maurice Aymard, Carlo Bo, Norberto Bobbio, Karl-Dietrich Bracher, Fernand Braudel, Anthony Burgess, Italo Calvino, Guido Carli, Alberto Cavallari, Luigi Cavalli Sforza, Henri Cartan, Marie-Dominique Chenu, Carlo M. Cipolla, Maria Corti, Sergio Cotta, Mario Dal Pra, Renzo De Felice, Jean Delumeau, Jean Ellenstein, Norbert Elias, Luigi Firpo, Hans Georg Gadamer, Alessandro Galante Garrone, Natalia Ginzburg, Renato Guttuso, Peter Hartling, Albert Hirschman, Karl Krolow, Jacques Le Goff, Emmanuel Le Roy Ladurie, Primo Levi, André Lichnerowicz, Nildas Luhmann, Danilo Mainardi, José Antonio Maravall, Alberto Monticone, Alberto Moravia, Severo Ochoa, Fulvio Papi, John Pinder, Romano Prodi, Rosario Romeo, Jacques Ruffié, Giovanni Sartori, Leonardo Sciascia, Cesare Segre, Paolo Sylos Labini, Jan Tinbergen, Robert Triffin, Peter Ustinov, Leo Valiani, Vercors, Jan Witteveen, Federico Zeri, Antonino Zichichi.