Anno XXVII, 1985, Numero 3, Pagina 204

 

 

IMMANUEL KANT
 
 
Nel saggio del 1784, «Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico», Kant ha cercato di stabilire quali sarebbero le conseguenze della pace sulla condizione umana. La pace metterebbe fine alla storia, spinta dalle contraddizioni della disuguaglianza e della discordia, nella quale gli uomini, dominati dalla componente violenta della natura umana, non possono disporre liberamente di se stessi. Stabilita la pace, cesserebbe la legittimazione della violenza dell’uomo sull’uomo derivante dalla guerra e dalla possibilità della guerra, e il diritto avrebbe finalmente validità universale. Gli istinti malvagi dell’umanità, privi ormai di mezzi di espressione, sarebbero così destinati ad estinguersi. Inquadrata esclusivamente dal diritto, la condotta degli uomini dipenderebbe finalmente dalla parte veramente umana della loro natura, dall’autonomia della ragione e dalla legge morale.
In particolare, la Tesi settima che qui presentiamo affronta una problematica che ci permette di riconoscere in Kant un precursore di una parte fondamentale del pensiero federalistico. Essa afferma che la possibilità di «instaurare una costituzione civile perfetta» dipende dalla creazione di «un rapporto esterno tra gli Stati regolato da leggi», e identifica in una grande «federazione di popoli» (Völkerbund) lo strumento per imporre il diritto nei rapporti internazionali. L’obiettivo della federazione mondiale, dunque, è la premessa indispensabile, la conditio sine qua non, per superare una contraddizione che, allora come oggi, condiziona pesantemente l’azione umana tesa a realizzare compiutamente i valori fondamentali della libertà, della giustizia e dell’uguaglianza.
La contraddizione consiste nel fatto che gli Stati, al loro interno, prescrivono ai cittadini ciò che non riconoscono nei rapporti internazionali, la legalità. Da una parte, gli uomini, spinti, come dice Kant, dalla loro «insocievole socievolezza», hanno percorso un buon tratto del cammino verso il superamento della «libertà selvaggia», cioè verso l’affermazione di una libertà da esercitare nei limiti della legge per consentire la libertà altrui: essi, sottoponendosi a una costituzione civile, hanno riconosciuto come inaccettabile la libertà illimitata, in quanto essa si riduce alla generale subordinazione ai rapporti di forza e alla gerarchia imposta da questi rapporti. Dall’altra parte, lo strumento creato per la salvaguardia della libertà dei singoli, lo Stato, è nello stesso tempo la massima negazione di ogni valore. Nel contesto internazionale, infatti, il diritto si converte nella prescrizione, e indirettamente nel culto, della forza, e la moralità si afferma compiutamente (sacrificio di sé per la patria) solo quando si nega totalmente (uccisione degli stranieri).
Tuttavia, afferma Kant, questo stesso «antagonismo» che sta alla base dei rapporti tra gli Stati, che li spinge ad impiegare risorse materiali e umane al fine di prepararsi ad affrontare una sempre possibile guerra, condurrà, sia pure lentamente, verso la pace.
A questo riguardo, il pensiero di Kant sembra assumere una connotazione quasi profetica: gli strumenti di guerra che oggi possiede l’umanità, le armi nucleari, hanno una potenzialità distruttiva tale che il problema del superamento dell’antagonismo tra gli Stati, ossia del superamento della divisione del mondo in Stati sovrani, non può più essere considerato una questione teorica, il sogno di una mente illuminata, ma deve porsi come obiettivo politico. Gli uomini non possono più permettersi di convivere con la guerra se non accettando non solo l’idea di segnare il passo sulla via del progresso morale, ma anche la possibilità della definitiva scomparsa della specie umana. È questa situazione, dunque, che, come dice Kant, spingerà gli Stati «a fare quello che la ragione, anche senza così triste esperienza, avrebbe potuto suggerire: cioè uscire dallo stato eslege di barbarie ed entrare in una federazione di popoli» (Völkerbund).
 
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Tesi settima — Il problema di instaurare una costituzione civile perfetta dipende dal problema di creare un rapporto esterno tra gli Stati regolato da leggi, e non si può risolvere il primo senza risolvere il secondo.
 
Cosa serve adoperarsi a stabilire una costituzione civile conforme alla legge nei rapporti tra i singoli uomini, cioè provvedere all’ordinamento di un ente collettivo? Quella stessa insocievolezza, che obbligava gli uomini a darsi una costituzione, è di nuovo la causa per cui ogni comunità nei rapporti esterni, cioè come Stato in rapporto a Stati, si mantiene in libertà illimitata e quindi deve aspettarsi dagli altri i mali che opprimevano i singoli uomini e li costrinsero a entrare in uno stato civile regolato dal diritto. La natura pertanto si è valsa della discordia degli uomini, e perfino di quella delle grandi società, e di quegli speciali enti che sono i corpi politici, come di un mezzo per trarre dal loro inevitabile antagonismo una condizione di pace e di sicurezza; cioè essa, mediante la guerra, mediante gli armamenti sempre più estesi e non mai interrotti, per la miseria che da ciò deriva ad ogni Stato, anche in tempo di pace, sospinge a tentativi dapprima imperfetti, e da ultimo, dopo molte devastazioni, rivolgimenti, e anche per il continuo esaurimento interno delle sue energie, spinge a fare quello che la ragione, anche senza così triste esperienza, avrebbe potuto suggerire: cioè di uscire dallo stato eslege di barbarie ed entrare in una federazione di popoli, nella quale ogni Stato, anche il più piccolo, possa sperare la propria sicurezza e la tutela dei propri diritti non dalla propria forza o dalle proprie valutazioni giuridiche, ma solo da questa grande federazione di popoli (foedus amphictyonum), da una forza collettiva e dalla deliberazione secondo leggi della volontà comune. Per quanto chimerica questa idea possa apparire (e come tale fu derisa da un abate di Saint Pierre o da un Rousseau, forse perché essi la credevano di realizzazione troppo vicina), certo è che questa è l’inevitabile via di uscita dai mali che gli uomini si procurano a vicenda e che devono costringere gli Stati a quella stessa decisione (per quanto difficile essa possa riuscir loro) a cui l’uomo selvaggio non meno malvolentieri fu costretto: cioè rinunciare alla sua libertà brutale e cercare pace e sicurezza in una costituzione legale. Tutte le guerre sono quindi (non certo nell’intenzione degli uomini, ma in quella della natura) altrettanti tentativi per stringere nuovi rapporti tra gli Stati, per formare con la distruzione o almeno con lo smembramento dei vecchi, nuovi corpi politici, che a loro volta non possono mantenersi in sé, o gli uni accanto agli altri, e che perciò devono subire nuove, analoghe rivoluzioni, finché da ultimo, sia riordinando il meglio possibile la costituzione civile all’interno, sia con accordi e leggi comuni all’esterno, si costituisca una condizione di cose che, in modo analogo a una comunità civile, possa conservarsi da sé come un meccanismo automatico.
Discutere ora se dobbiamo aspettarci da un concorso di cause operanti a caso, come Epicuro crede, che gli Stati come le particelle della materia col loro fortuito urto tentino formazioni di ogni specie, le quali andranno a loro volta per nuovo urto distrutte, fino a che da ultimo, per effetto del caso, si costituirà un prodotto capace di mantenersi nella sua forma (evento fortunato, che assai difficilmente potrà avvenire); oppure se si debba piuttosto ammettere che la natura segua qui un corso regolare, tale da guidare a poco a poco la nostra specie dal grado inferiore della animalità al grado supremo della umanità, sia pure con arte propria, anche se estorta all’uomo, sviluppando in questo apparentemente barbaro disordine quelle originarie disposizioni in modo del tutto regolare; oppure, se meglio piace, ammettere che da tutte queste azioni e reazioni degli uomini non si produrrà nell’insieme nulla (almeno nulla di intelligente) e le cose rimarranno come sono sempre state, sicché non si può prevedere se la discordia, così naturale alla nostra specie, non prepari a noi, pur così civili, un abisso di mali dai quali andrà con barbarica devastazione distrutta questa stessa nostra civiltà con tutti i progressi culturali fin qui raggiunti (un destino per cui non si può rimanere sotto il dominio del cieco caso, equivalente nel fatto alla libertà senza legge, senza ammettere sottostante ad esso un filo conduttore della natura legato ad una occulta sapienza); discutere questa questione sarebbe come a un dipresso discutere se sia ragionevole ammettere nei particolari una finalità nella costituzione della natura e poi ammettere nell’insieme la mancanza di fini. Pertanto ciò che la condizione deserta di finalità degli uomini barbari ha prodotto, di impedire cioè lo sviluppo di tutte le disposizioni naturali della nostra specie, finché l’esperienza dei mali a cui ciò li condannava non li obbligò ad uscire da tale stato di barbarie, per entrare in una costituzione civile nella quale tutti quei germi potessero trovare sviluppo: questo stesso effetto produrrà anche la libertà selvaggia degli Stati già costituiti. Una siffatta libertà, per l’impiego di tutte le forze della comunità negli armamenti, per le devastazioni susseguenti alle guerre e ancor più per la necessità di mantenersi costantemente in armi, impedisce da un lato il pieno, progressivo sviluppo delle disposizioni naturali, dall’altro, per i mali che ne derivano, obbligherà la nostra specie a cercare una legge di equilibrio tra molti Stati per la loro stessa libertà antagonisti, e a stabilire un potere comune che a tale legge dia forza, così da far sorgere un ordinamento cosmopolitico di sicurezza pubblica che non sia immune da qualche pericolo, e ciò a impedire che le forze dell’umanità si assopiscano, ma d’altra parte non sia privo di un principio di equilibrio delle loro azioni e reazioni reciproche, per impedirne la distruzione. Prima che quest’ultimo passo, cioè questa federazione di Stati, sia compiuto, essendo ancora l’umanità solo a metà del suo sviluppo, la natura umana dovrà sostenere durissimi mali sotto la ingannevole apparenza del benessere esteriore; e Rousseau non aveva torto a preferire lo stato selvaggio, sempreché si astragga da quest’ultimo stadio cui la nostra specie deve ancora elevarsi. Noi siamo in alto grado colti sotto l’aspetto dell’arte e della scienza; noi siamo civili fino alla noia in tutto ciò che riguarda le forme e le convenzioni sociali. Ma per considerarci già moralmente progrediti ancora molto fa difetto. Infatti l’idea della moralità rientra ancora nella cultura, ma l’applicazione di questa idea intesa solo come rispetto del costume in ciò che riguarda il senso dell’onore e le convenienze sociali, costituisce ancora solo l’incivilimento. Ma fino a che gli Stati rivolgono tutte le loro energie in vani e violenti propositi di ingrandimento, ostacolando per tal modo di continuo i lenti sforzi dei loro cittadini tendenti a formare interiormente la loro educazione mentale, non prestando a loro alcun aiuto, nulla vi è da aspettarsi di questo genere, poiché a ciò si richiede una lunga preparazione nel seno di ogni comunità per la educazione dei proprii cittadini. Ogni bene, che non si inserisce in un sentimento moralmente buono, non è altro che mera apparenza e miseria brillante. In questa condizione rimarrà la specie umana finché non si sarà sforzata di uscire, nel modo che ho detto, dallo stato caotico dei suoi rapporti internazionali.