Anno XXVIII, 1986, Numero 2-3, Pagina 123

 

 

JEAN ROUS E IL FEDERALISMO
 
 
1. Nato nel 1908 a Prades da contadini catalani, Jean Rous è morto nel febbraio del 1985 a Perpignan, alcune settimane prima del trentesimo anniversario della Conferenza di Bandung, alla quale egli aveva partecipato.
In occasione della sua morte, Senghor ha potuto scrivere: «Oggi l’Africa intera si riunisce per rendere omaggio a Jean Rous, il militante socialista, ma anche lo scrittore, l’umanista della civiltà universale».
Qualche anno prima, Bechir Ben Yahmed, direttore della rivista di lingua francese Jeune Afrique, aveva scritto nella prefazione a uno dei suoi libri,[1] Itinéraire d’un militant:« Troppo pochi sanno che quest’uomo è stato in Francia la guida intellettuale di coloro che, oggi, occupano un posto di responsabilità nel Terzo mondo».
È importante non permettere che si dimentichi che, nel corso di tutta la sua vita, egli non ha mai cessato di richiamarsi al federalismo e di affermare la sua fede nell’avvento della federazione mondiale e di una vera democrazia internazionale. Una vita fuori dal comune ed estremamente ricca, che l’ha via via condotto a responsabilità militanti nell’estrema sinistra socialista, alla IV Internazionale a schierarsi a fianco di Leon Trotski dal 1934 al 1939, ad alcuni movimenti della Resistenza come Libérer-Fédérer e, infine, dopo il 1945, ai tentativi che in Francia sono stati chiamati di «rinnovamento del socialismo» ed ai movimenti di emancipazione dei popoli coloniali.
 
2. Nella metà del diciannovesimo secolo, l’apparizione a Barcellona dei movimenti operai organizzati (influenzati da differenti scuole socialiste utopiste di tradizione francese: Saint-Simon, Cabet, Fourier) avviene in concomitanza con quella del partito repubblicano federale, che godrà di ampio successo fra le masse operaie politicizzate della Catalogna, crogiolo della rivoluzione industriale spagnola.
Nel 1868, quattro anni dopo la creazione, avvenuta a Londra ad opera di Karl Marx, dell’Associazione internazionale dei lavoratori, il rovesciamento di Isabella II, regina di Spagna, apre un periodo di libertà durante il quale le forze operaie hanno l’occasione di uscire dalla clandestinità. Nel dicembre del 1868, la Dirección Central de las Sociedades Obreras de Barcelona si riunisce a congresso in questa città e si pronuncia a favore di un governo di tipo repubblicano e federale. Josep Termes, nel suo libro Federalismo, anarcosindacalismo y catalanismo, scrive che «durante questi primi anni post-rivoluzionari (1868-1870), la ideologia repubblicano-federale (creazione, per la maggior parte) di F. Pi y Margall) è dominante nei circoli operai attivi e coabiterà negli ambienti proletari, almeno in Catalogna, con l’anarchismo e l’anarcosindacalismo sino alla fine della guerra civile nel 1939».[2] Nell’autunno del 1869, i repubblicani federali della Catalogna, della regione di Valencia e d’Aragona si sollevano contro la nuova costituzione monarchica; il fallimento della rivolta segna l’inizio della rottura fra repubblicanesimo federale e operaismo rivoluzionario. D’altra parte, la caduta della Comune di Parigi nel 1871 e la repressione che ne segue scatenano un inasprimento della repressione antisocialista in Spagna e inducono la sezione spagnola della I Internazionale a mettere sullo stesso piano repubblicani e monarchici. Il solco tra i repubblicani federali e la maggioranza dell’Internazionale continua ad approfondirsi. La rivoluzione politica spagnola, cominciata con il rovesciamento di Isabella II, culmina nel 1873 con la proclamazione della Prima Repubblica. Questa durerà meno di un anno e si concluderà, all’inizio del 1874, con un colpo di stato militare che metterà fuori legge il federalismo e l’internazionalismo. Il federalismo spagnolo sarà gravemente colpito dallo smacco del 1873 e dal discredito che ne deriverà: «Al predominio dei federali nella repubblica nel 1873 segue la loro modesta partecipazione alle Cortes costituenti del 1931».[3]
Era opportuno procedere a questo breve richiamo storico sul ruolo avuto dal federalismo in Spagna, e specialmente in Catalogna, nella seconda metà del XIX e all’inizio del XX secolo, negli anni cioè immediatamente precedenti la nascita di Jean Rous. Egli sottolinea l’influenza che esercitò su di lui uno degli zii, deputato socialista nel 1932, di cui fu l’assistente parlamentare fino alla sua adesione al trotskismo nel 1934: «Durante la mia adolescenza mi fece leggere Proudhon e mi insegnò anche a essere fedele a certi valori propri della catalanità».[4]
Le fonti del federalismo di Jean Rous sono senza dubbio l’attaccamento alla sua Catalogna e la lettura di Proudhon. Altri valori si uniranno solo in seguito, con il procedere sua attività militante: «Il mio attaccamento alla Catalogna è autentico. Dal 1928, a Parigi, sono diventato amico del gruppo del colonnello Macià. Questo colonnello Macià è stato processato in Corte d’assise con l’accusa di aver organizzato un complotto contro la monarchia spagnola; voleva instaurare una repubblica catalana. Col tempo mi sono sempre più convinto di questa strada; oggi, nel 1983, mi sembra che ogni frazionamento economico corrisponda ad un passo indietro; l’importante è salvaguardare l’unità nella diversità, non importa se nel quadro francese o nel quadro di una federazione iberica. Per quanto riguarda la fusione delle due Catalogne, che costituirebbero uno Stato indipendente sia dalla Spagna che dalla Francia, mi sembra per il momento totalmente utopistica»[5].
Jean Rous fa chiaramente risalire le origini del suo socialismo, definito da André Fontaine su Le Monde del 25 gennaio 1984 come «umanista, autogestionario e federalista», ai socialisti utopisti francesi: «Nel vecchio socialismo francese si trovano dei presentimenti profetici ispirati da un profondo istinto libertario. Proudhon e Fourier hanno denunciato i pericoli dello statalismo e del burocraticismo. Hanno preannunciato questa specie di barbarie totalitaria che abbiamo conosciuto e della quale subiamo ancora le conseguenze. Hanno mostrato il contrappeso indispensabile e necessario: le libere associazioni».[6]
Jean Rous scriverà ancora: «La grande rivendicazione positiva che risale a Proudhon fu quella dell’autogestione: un vecchio militante come me l’ha ripresa nel 1936 in Spagna, nel 1947 all’interno della SFIO (Section française de l’Internationale ouvrière) e, a partire dal 1948, attraverso l’esperienza jugoslava».[7]
Jean Rous, presto impegnato nel movimento trotskista, non si lascerà fossilizzare nel culto esclusivo di Proudhon, rigido e talvolta reazionario, che ha tanto sclerotizzato e talvolta nuociuto al Movimento federalista in Francia. Egli saprà denunciare i limiti dei socialisti utopisti francesi quando scriverà: «È indubitabile che il loro sistema, nella sua forma utopistica e reazionaria, è completamente superato».[8]
 
3. Nella introduzione a Itinéraire d’un militant Rous ci spiega che aderì al trotskismo per antifascismo: «Entrai tra i trotskisti. Principalmente attraverso gli scritti di Leon Trotski essi mi erano apparsi come i partigiani più radicali dell’alleanza operaia antifascista».
Giovane aderente alla corrente trotskista della SFIO, incontra Trotski nel febbraio del 1935 e infine, a casa sua, a Parigi, nel 1936 si riunirà il bureau della Lega comunista internazionale per decidere, quando Trotski è esiliato in Norvegia, di fondare il Mouvement pour la IVème internationale.
Rous, che scriverà più tardi che «il marxismo… non è un dogma oppure un sistema, ma è un metodo di investigazione»,[9] trova nel trotskismo ragioni nuove a conforto del suo approccio federalista; egli, come scrisse Trotski ne La rivoluzione permanente, considera che la rivoluzione socialista «comincia sul terreno nazionale, ma non vi può rimanere» e che «non può essere mantenuta all’interno dei quadri nazionali se non in forma di regime provvisorio». Nel 1971 egli stesso scriverà che «il socialismo presuppone un quadro di sviluppo di carattere almeno continentale, che superi le frontiere nazionali».[10]
Quando Rous esamina l’URSS all’indomani della seconda guerra mondiale, scriverà che, da un lato, «la Russia federa delle repubbliche autonome, ma tenute al laccio politicamente ed economicamente»[11] e che, dall’altro lato,«il regime è il sottoprodotto di una rivoluzione proletaria che è fallita in seguito ad un certo numero di deviazioni burocratiche, che furono sovente la conseguenza del soffocamento nel quadro delle frontiere nazionali ».[12]
Alla fine della Resistenza, Rous capisce «che l’economia statalizzata entro le frontiere nazionali comporta altrettanti pericoli di conflagrazione quanto lo stesso capitalismo monopolistico… L’autarchia nazionale esacerba in larga misura le contraddizioni e fa nascere uno stato permanente di pericolo di guerra» e, di conseguenza, «qualunque tentativo di uscire dal quadro nazionale deve essere considerato dai marxisti come un progresso verso un federalismo che allargherà il contesto della lotta sociale e perciò favorirà ancora di più la federazione dei popoli su basi socialiste».[13]
Nel frattempo Trotski viene assassinato e Rous converte, come egli stesso ci dice, il suo trotskismo in un «titismo ante litteram», pensando che, d’allora in poi, tutta la sinistra socialista che lotta contro il totalitarismo staliniano si sarebbe riferita o meno coscientemente al trotskismo.
 
4. Durante l’occupazione della Francia e la Resistenza, Rous milita successivamente all’interno di due movimenti. Dapprima, nel Mouvement national de la Résistance (MNR), fondato a Parigi con altri militanti di sinistra e di estrema sinistra, che «offrì una risposta al problema nazionale, in un momento in cui ci arenavamo gli uni nel pacifismo astratto, gli altri nell’internazionalismo etereo. Ritenevamo che la forma più pratica per non tagliare i ponti con l’internazionalismo fosse quella di prendere in considerazione il federalismo: bisognava rispettare l’indipendenza delle nazioni in modo che potessero riunirsi ulteriormente in grandi gruppi»;[14] poi, due anni più tardi, Rous si lega a Libérer-Fédérer, un movimento fondato nella regione di Toulouse sotto la spinta di un libraio italiano, Silvio Trentin, rifugiato antifascista ed ex-parlamentare italiano della Democrazia sociale dal 1919 al 1922.
Rous, rifugiato a Lione, durante questo periodo comincia a collaborare a L’Insurgé, dopo che questo gruppo e Libérer-Fédérer si fusero nel marzo 1944 per fondare il Mouvement révolutionnaire socialiste. Scrive in questo periodo diversi studi per gli opuscoli clandestini di Libérer-Fédérer, alcuni dei quali saranno ripubblicati, dopo la Liberazione, a cura della federazione del Rodano del partito socialista. Scriverà inseguito nella sua opera in collaborazione con Dominique Gauthiez: «Il movimento (Libérer-Fédérer) mi interessò subito: era federalista e nello stesso tempo preconizzava l’autogestione; era antinazista, senza essere antitedesco. Si trattava di promuovere una Federazione europea e l’autonomia regionale all’interno della Francia… Il suo apporto teorico non è indifferente. Ci siamo dedicati ad un importante lavoro di elaborazione dottrinale, ispirandoci, tra l’altro, alle idee personaliste di Emmanuel Mounier; io dovevo anche entrare a Esprit che egli animava nel 1944».[15]
Nel 1945, come molti suoi compagni di Libérer-Fédérer, Rous si unisce ai ranghi della SFIO e partecipa, sia dall’interno che ai margini, a diversi tentativi di «rinnovamento del socialismo».
 
5. A quel periodo di immediato dopoguerra risale anche l’«adesione» di Rous al titismo, che, «sorto da una reazione nazionale… ha dimostrato che l’internazionalismo poteva sfociare in una sorta di federalismo dei movimenti nazionali invece che in uno Stato maggiore centralizzato che avrebbe finito per favorire l’espansionismo della nazione più forte».[16]
La sua adesione al titismo è motivata, oltre che dall’autogestione, dal suo accordo con le tesi dei comunisti jugoslavi, secondo i quali «due processi fondamentali determinano lo sviluppo sociale dell’umanità contemporanea nel suo insieme. Da un lato, abbiamo un processo di centralizzazione, unificazione, fusione e interdipendenza sempre più spinto su scala mondiale, che è nato dalla situazione e dall’espansione delle forze produttive e dalla necessità di allargare, intensificare e pianificare la divisione internazionale del lavoro. Dall’altro lato, abbiamo il processo rafforzamento delle autonomie delle individualità (persone, popoli) e di differenti attività sociali e, pertanto, si pone la necessità di decentralizzarle, in funzione del grado di socializzazione, del processo del lavoro stesso e della promozione dei rapporti socio-economici. Entrambi questi processi non sono che aspetti inscindibili di un medesimo processo sociale generale». Conviene dunque considerare il superamento della nazione «a favore sviluppo delle forze produttive e di un livello superiore di civilizzazione umana conforme a queste nuove forze produttive della umanità». In conseguenza di ciò «i principi di autodeterminazione e di eguaglianza nel diritto delle nazioni non potrebbero essere una politica passeggera o dei principi puramente democratici. Al contrario, devono essere considerati come una condizione soggettiva e obbiettiva indispensabile, senza la quale sarebbe impossibile progredire normalmente verso il socialismo e portare a buon fine il processo di riavvicinamento e integrazione autentica delle nazioni».[17]
Jean Rous, infine, deriva dall’esperienza della guerra una consapevolezza del fallimento dell’internazionalismo operaio.[18] «Dopo cento anni, l’Internazionale non è ancora diventata il genere umano… L’oppressione, la guerra o la minaccia della guerra, la miseria non sono state bandite per sempre dalla Terra… Se si considera sommariamente la storia delle diverse internazionali, si constata che si sono dissolte a causa di crisi provocate dalle esigenze nazionali dei diversi paesi».[19]
 
6. Quando Jean Rous fonda, assieme soprattutto a Jean Paul Sartre e a Léopold Sédar Senghor, il Rassemblement démocratique révolutionnaire, il cui manifesto, nel 1948, pone la loro azione «a fianco di tutti coloro che lavorano per l’unità d’Europa e mondo»[20] e quando, nel 1947, scrive in La Pensée socialiste che «il vero programma deve essere quello di fondare la nuova democrazia… sia che si tratti di mettere produttori e consumatori in condizione di gestire i propri affari, sia di creare l’Unione francese come una libera associazione dei popoli, o di federare le nazioni a livello continentale con la prospettiva degli Stati Uniti del mondo», possiamo definire la sua ispirazione come federalista e mondialista.
Quando la fine della seconda guerra mondiale ed il conseguente crollo del sistema europeo degli Stati pongono all’ordine del giorno la decolonizzazione e la rendono ineluttabile, Jean Rous decide di consacrarvi il resto della sua vita. Critica, fra i primi, la politica francese in Indocina e si batte contro l’imperialismo come segretario generale del Congresso dei popoli contro l’imperialismo dal 1948 al 1955 e poi come consigliere di Senghor alla presidenza del Senegal dal 1960 al 1968; negli anni ‘60 sarà membro anche del Movimento universale per la federazione mondiale e parteciperà a diversi incontri sulla riforma dell’ONU. Dal 1948 il Congresso dei popoli contro l’imperialismo prende posizione sul problema mediorientale e afferma che la soluzione della crisi arabo-israeliana non può che essere federale; Rous non si allontanerà da questa posizione di fondo e venticinque anni più tardi sarà con Pierre Mendès-France fra i promotori dei primi contatti fra palestinesi e rappresentanti israeliani moderati.
Jean Rous è convinto che l’Europa del dopoguerra «deve rompere con il colonialismo, per servire allo stesso tempo la democrazia e i suoi interessi. Altrimenti perderà tutta la sua influenza in Africa e in Asia e diventerà a sua volta una colonia».[21] È in questa prospettiva e sulla scorta della sua analisi formulata in seguito in Tiers-monde: réforme et révolution — secondo la quale l’insieme euroafricano corrisponde a un’indiscutibile realtà geopolitica e il legame coloniale può e deve essere convertito in legame d’associazione, a condizione che i rapporti di subordinazione e di ineguaglianza siano sostituiti, senza equivoci, da rapporti di cooperazione nell’eguaglianza — che, nel 1951, in collaborazione con Ronald Mackay, parlamentare laburista ed ex-segretario generale di Federal Union prima della seconda guerra mondiale, sarà tra coloro che proporranno al Consiglio d’Europa il «piano Mackay».[22] Si trattava —afferma — «di una proposta di ispirazione federalista, che mirava a creare una commissione paritaria Europa-Africa, in cui sarebbero stati rappresentati i delegati dei due continenti. Lo scopo doveva essere di preparare l’indipendenza degli Stati africani, la loro federazione e, successivamente, di organizzare una stretta cooperazione tra l’Europa e l’Africa».[23] Ma gli Europei non mostreranno alcuna fretta di di realizzare questo progetto che rappresentava «nelle sue intenzioni, l’unica opportunità di cooperazione al di là del colonialismo» ed era stato accettato con speranza «da parte dei popoli coloniali, nei loro principali movimenti dell’Africa Nord e dell’Africa Nera».[24] Jean Rous parteciperà nel 1955 alla Conferenza afro-asiatica di Bandung che riunisce i rappresentanti di ventiquattro paesi e segna la nascita del Terzo mondo, mentre condanna il colonialismo europeo. In quella sede Rous rappresenta il Congresso dei popoli contro l’imperialismo, fondato qualche anno prima con l’avallo di Gandhi, ed è l’osservatore ufficiale di Senghor, in quel periodo segretario di Stato alla Presidenza del Consiglio della Repubblica francese.
Una volta eletto alla presidenza del Senegal, Senghor sarà, più tardi, l’unico uomo di Stato a conferire a Rous una funzione ufficiale, pur se modesta, nominandolo consigliere. Con questo incarico Rous resta otto anni in Africa e partecipa alle conferenze del Terzo mondo, fino al suo ritorno in Francia all’epoca dei fatti del maggio 1968.
Rous vede nel socialismo senegalese un’esperienza essenzialmente innovatrice e scrive, nell’aprile del 1961, su L’Unité Africaine che «essa partecipa a questa rinascita mondiale del federalismo alla quale noi assistiamo per quanto riguarda sia il federalismo interno sia quello internazionale». Spettatore in posizione privilegiata degli inizi del movimento per l’unità africana, vede l’indipendenza e l’unità come i due motori della rivoluzione africana: l’indipendenza come risposta all’oppressione coloniale e l’unità come risposta al frazionamento arbitrario operato dal congresso di Berlino del 1885.
Jean Rous è presente, nel 1963, alla conferenza di Addis Abeba nella quale è creata l’Organizzazione per l’unità africana e poi a quella del Cairo nel 1964; egli si sforza di riavvicinare i punti di vista di Senghor e di N’Krumah, «profeta dell’unità africana». Ritornando su questi fatti scriverà, più tardi: «Lo stadio in cui si trovava l’Africa, appena e in parte decolonizzata, non poteva permettere né la rivoluzione totale né l’unità immediata. Difatti coloro che hanno voluto fare tutto e subito hanno peccato di impazienza, si sono rotti il collo e sono scomparsi dalla scena politica».[25] Noi sappiamo ora che, poiché la linea preconizzata da N’Krumah non fu seguita, l’Africa è sempre tragicamente divisa e in preda all’imperialismo delle superpotenze.[26]
Jean Rous, che sottolineò la complementarietà e la necessaria solidarietà euro-africana, afferma egualmente la valenza di esempio del processo di unificazione europea. Si felicita degli accordi di Yaoundé e di Lomé, nei quali vede un progresso relativo, ma reale, nel «movimento costante dell’Africa per la propria liberazione economica» e del fatto che «l’Europa, pur con tutte le sue imperfezioni, rischi e vicissitudini, abbia aperto il cammino verso le unioni regionali». Certe unioni regionali — scrive — si sono ispirate «almeno giuridicamente, al modello dell’organizzazione europea. In questo parallelismo delle iniziative, il dialogo Africa-Europa ha rivelato un nuovo tipo di cooperazione regionale del quale gli accordi di Lomé, malgrado la loro imperfezione, sono un esempio. Così si istituisce, attraverso le unioni regionali, una nuova rete di relazioni tra i popoli, che rappresenta un passo sulla via dell’unità e fa da contrappeso alle grandi egemonie».[27]
 
7. Se si considera, dunque, che durante la Resistenza e le lotte per la decolonizzazione Jean Rous non cessò di fare riferimento ai valori del federalismo — definito di volta in volta come «unione nella diversità», «indipendenza nell’interdipendenza» o «pluralismo organizzato» — né di affermare il carattere necessariamente federale delle soluzioni per l’avvenire (sia che si trattasse, ad esempio, della ricostruzione dell’Europa, dell’organizzazione dell’Unione francese, della pace in Medio Oriente oppure della necessaria riforma della Carta dell’ONU), può sembrare curioso che egli abbia scritto, alla fin fine, così poco sulle questioni europee stricto sensu e abbia preso parte così poco alle lotte specifiche per la Federazione europea. Tuttavia, nel 1947 parteciperà alla creazione del Comité pour les Etats-Unis socialistes d’Europe assieme ad altri socialisti provenienti per la maggior parte dall’ala sinistra della SFIO e dal partito laburista indipendente britannico.[28]
Anche se Rous accetta pienamente che «il quadro nazionale, superato dalla storia, non permette più un vero rinnovamento, il quadro desueto dello Stato-nazione comporta forme e formule desuete in tutti i campi; e, pertanto, tutti gli sforzi rivoluzionari dispiegati in questo quadro sono necessariamente votati al fallimento»,[29] egli, tuttavia, continua a credere che «l’idea del superamento necessario degli antagonismi nazionali non è un’idea propria ed originale del socialismo» e che «il vero problema è, dunque, di sapere se l’unità del mondo si compirà per rafforzare il capitalismo o realizzare un ordine socialista».
A quell’epoca Rous è ancora convinto che «la Federazione europea come l’ha voluta Churchill può ben essere il blocco occidentale con un orientamento reazionario. Il socialismo in queste iniziative non potrebbe dunque assumersi la minima responsabilità… È indispensabile non creare confusione negli obiettivi, nei programmi, nelle bandiere e nelle classi, partecipando, sotto forma di cartello, allo stesso Movimento federalista cui aderiscono i gruppi borghesi e reazionari… In conclusione, il partito socialista deve prendere la testa della campagna per l’Unità europea, ma non lo potrebbe fare in un’unione qualunque con gruppi capitalisti».[30]
Jean Rous, nonostante i legami di amicizia e di militanza con alcuni vecchi responsabili di Federal Union, non sembra aver conosciuto gli insegnamenti dei federalisti inglesi del periodo tra le due guerre, così come in quegli anni egli non ha la coscienza di quella che è una delle acquisizioni basilari del Manifesto di Ventotene, scritto nel 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi: «La linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale — e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie lasciando solidificare la lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo, e risorgere le vecchie assurdità — e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido Stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopreranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale».[31]
Ricordiamo, tuttavia, che lo scarso impegno specifico di Jean Rous per l’Europa non è indifferenza: sappiamo, invece, che egli non ha mai mutato le sue convinzioni europeiste, dalla Resistenza in poi. Egli assisterà, come invitato personale di Jean Monnet, alle cerimonie che segneranno la creazione a Lussemburgo della CECA e più tardi lascerà apparire in Un homme de l’ombre i rimpianti che ha concepito per il fallimento della CED. Nella stessa opera, comparando l’Europa all’Africa, che «appena conquistata indipendenza, si è messa in cammino verso la sua unità continentale», si rammarica che l’Europa non sia ancora riuscita, venticinque anni dopo la creazione del Mercato comune, a darsi delle istituzioni politiche valide, che sia dominata dalle multinazionali e che il Parlamento europeo non sia ancora, ai suoi occhi, che una semplice tribuna.
Qui emerge ancora chiaramente che un certo spontaneismo ha impedito a Jean Rous di cogliere un altro punto fondamentale, che l’avrebbe probabilmente portato ad impegnarsi molto più attivamente e concretamente per la Federazione europea. Infatti, anche se il federalismo non potrà essere pienamente realizzato se non a livello mondiale, la sua costruzione non potrà essere portata a termine, come ricordava anche recentemente questa rivista, che «attraverso un processo che deve cominciare in un luogo determinato e in quel luogo deve creare un modello che abbia il potere di diffondersi nel resto del mondo come nel resto del mondo si è diffuso il modello dello Stato nazionale, nato in Europa».[32]
Tuttavia, negli ultimi mesi della sua vita, Jean Rous ha risposto ancora una volta all’appello della storia nel momento in cui si offriva la seconda possibilità storica (dopo la battaglia della CED) di fondare la Federazione europea, ossia l’adozione da parte del Parlamento europeo del progetto di Trattato che istituisce l’Unione europea. È stato allora, dopo due anni di contatti epistolari, che noi lo abbiamo incontrato e abbiamo scoperto in lui un amico tanto vicino alle nostre idee quanto superbamente ignorato dai federalisti francesi. Egli ha accettato senza esitazione firmare l’Appello per l’Unione europea pubblicato pochi prima da Le Monde. Quando ormai, e da molti aveva più contatti con il federalismo organizzato in Francia, aveva spontaneamente scritto su L’Indépendant di Perpignan, il principale quotidiano della Catalogna del Nord, che «se un tale progetto fosse ratificato dai parlamenti nazionali, si potrebbe allora dire che l’Europa, nella scia del Trattato di Roma, ha fatto un passo da gigante nel manifestare la propria esistenza come entità indipendente dai grandi blocchi».
 
Jean-Francis Billion
Jean-Luc Prével


[1] Jean Rous ha pubblicato varie opere e, in particolare, per quanto ci interessa, biografie del suo amico Léopold Sédar Senghor (Léopold Sédar Senghor, un Président de l’Afrique nouvelle, John Didier, Paris, 1967) e di quelli che, assieme a Jaurès, considerava come suoi padri spirituali: Trotski e Tito (queste due pubblicate da Martinsart, Paris, 1978). Inoltre, ha pubblicato molti articoli e saggi comparsi su numerose riviste durante tutta la sua vita di militante, che è durata più di sei decenni. Alcuni sono stati inseriti nei tre volumi: Chronique de la décolonisation (Présence africaine, Paris, 1965), Itinéraire d’un militant (Jeune Afrique, Paris, 1968) e Tiers Monde, réforme et révolution (Les Nouvelles Editions africaines, Présence africaine, Dakar/Paris, 1978). Infine, al termine della sua vita, ha pubblicato in collaborazione con Dominique Gauthiez Jean Rous, un homme de l’ombre (Cana, Paris, 1984). Al momento della sua morte stava terminando uno scritto sul federalismo e la rinascita della catalanità; il manoscritto fu consegnato all’Unione regionale catalana. Questo libro sarebbe stato importante per una migliore conoscenza dell’uomo e della sua concezione del federalismo.
[2] Ed. Anagrama, Barcellona, 1976, p. 10.
[3] Gumersindo Trujillo, El federalismo español, Cuadernos para el dialogo, Madrid, 1967, p. 210.
[4] J. Rous - D. Gauthiez, Un homme de l’ombre, cit., p. 14.
[5] Ibid., p.19.
[6] J. Rous, «Le socialisme et les nouvelles perspectives», in Esprit, n. 9, agosto 1945.
[7] J. Rous - D. Gauthiez, op. cit., p. 292.
[8] J. Rous, «Le socialisme et les nouvelles perspectives », cit.
[9] J. Rous, Ibid.
[10] J. Rous, Tiers-Monde, réforme et révolution, cit., p. 97.
[11] J. Rous, «Peuples dépendants et puissances ,coloniales devant l’ONU», in Esprit, n. 4, aprile 1950.
[12] J. Rous, Resoconto di un seminario di studi del partito socialista francese tenutosi nel luglio del 1947, in La Pensée socialiste, n. 16, luglio-agosto 1947.
[13] J. Rous, «Le socialisme devant le capitalisme d’Etat, nouvelle étape du capitalisme», in La Pensée socialiste, n. 16, luglio-agosto 1947.
[14] J. Rous - D. Gauthiez, Un homme de l’ombre, cit., p. 80.
[15] Ibid., pp. 82-83.
[16] J. Rous, Itinéraire d’un mititant, cit., p. 265.
[17] Edouard Kardelj, «La nation et les relations internationales», in Questions actuelles du socialisme, citato in J. Rous, Tito, cit., p. 405.
[18] Per un’analisi e una critica federalista dei miti dell’internazionalismo (in particolare di quello marxista) cfr. Lucio Levi, «Marx ed Engels e l’internazionalismo», in Crisi dello Stato nazionale, del processo produttivo e internazionalismo operaio, Stampatori ed., Torino, 1976.
[19] J. Rous, «Réflexions sur le centenaire de l’internationale ouvrière», in L’Unité africaine, n. 121, ottobre 1964.
[20] 1948 - Manifeste du Rassemblement démocratique révolutionnaire, in J. Rous, Itinéraire d’un militant, cit., pp, 143-145.
[21] J. Rous, «Peuples dépendants et puissances coloniales devant l’ONU», in Esprit, n. 4, aprile 1950.
[22] Sul ruolo di Ronald Mackay all’interno di Federal Union si veda l’articolo di Charles Kimber, «La nascita di Federal Union», in Il Federalista, XXVI (1984), pp. 206-213.
[23] J. Rous, Senghor, cit., p. 28.
[24] J. Rous, «Suggestions pour un redressement de la politique coloniale de la France », in La Nef, n. 75-76, aprile-maggio 1951. Cfr. inoltre l’articolo di J. Rous, «The Sophistry of Colonialism», in Common Cause, vol. IV, n. 3, october 1950, pp. 154-161 (pubblicazione del Committee to Frame a World Constitution, noto come Comitato di Chicago), alla fine del quale egli esplicita le ragioni che hanno indotto il Congresso dei popoli contro l’imperialismo a collaborare con il Movimento universale per la federazione mondiale. Nello stesso numero si può trovare, alle pagine 162-166, il testo del «piano Mackay».
[25] J. Rous, Tiers-Monde, réforme et révolution, cit., p. 52.
[26] Per un’analisi federalista della decolonizzazione si veda Guido Montani, Il Terzo mondo e l’unità europea, Guida, Napoli, 1979. Si segnala questo libro anche per la sua raccolta di testi federalisti dei leaders africani Senghor, N’Krumah e Nyerere, osservando che J. Rous sembra aver trascurato quest’ultimo, che tuttavia aveva saputo vedere nel federalismo la sua dimensione planetaria anziché soltanto l’unica soluzione dei problemi del continente africano, e ciò forse più ancora di Senghor, i cui legami, per altro, con i federalisti mondialisti non si sono mai smentiti.
[27] J. Rous, Tiers-Monde, réforme et révolution, cit., p. 55.
[28] Sulla creazione dell’USSE e sui rapporti del Mouvement pour les Etats-Unis socialistes d’Europe con il Congresso dei popoli contro l’imperialismo, da una parte, e con l’UEF e le altre organizzazioni federaliste, dall’altra, si legga il saggio pubblicato da R. Garros in Esprit, n. 150, novembre 1948, pp. 635-638.
[29] Henri Brugmans, allora presidente dell’UEF, in Esprit, n. 150, novembre 1948, p. 625.
[30] J. Rous, «Socialisme et fédération européenne»,in La Pensée socialiste, n. 19, 1948.
[31] A. Spinelli - E. Rossi, «Il manifesto di Ventotene», pubblicato in A. Spinelli, Il progetto europeo, Il Mulino, Bologna, 1985, p. 30.
[32] «Una battaglia decisiva», in Il Federalista, XXVI (1984), p. 183.