Anno XXVIII, 1986, Numero 2-3, Pagina 159

 

 

EMERY REVES
 
 
Subito dopo il lancio della prima bomba atomica, un gruppo di scienziati di Oak Ridge rilasciò una dichiarazione nella si raccomandava di affidare il potere nucleare a un Consiglio di sicurezza mondiale — al quale tutti gli Stati avrebbero dovuto consentire ispezioni dei propri apparati scientifici, tecnici, striali e militari — e si richiedeva la piena pubblicità ogni progresso scientifico e tecnologico. Nel settembre del 1945 Emery Reves[1] portò a conoscenza di Einstein questa dichiarazione e aggiunse che, a suo parere, queste raccomandazioni dimostravano che gli scienziati «non hanno colto il problema politico e rimangono ancora legati a un internazionalismo di vecchio stampo, ritenendo che una lega di Stati nazionali sovrani sia in grado di mantenere la pace tra i propri Stati membri… Vi è un solo modo per impedire la guerra atomica ed è quello di impedire la guerra… Analizzando tutte le guerre della storia… io penso sia possibile… precisare l’unica e sola condizione nella società umana che dà luogo alla guerra: la coesistenza non integrata di poteri sovrani… La pace è la legge. La pace tra unità sociali sovrane contrapposte… può essere ottenuta soltanto con l’integrazione di queste unità in conflitto sotto una sovranità superiore… con la creazione di un governo mondiale… Nessun gruppo di persone ha oggi tanta influenza sul pubblico come i fisici nucleari. La loro responsabilità nel creare opinioni politiche è enorme…. Essi dovrebbero sempre aver presente la fondamentale affermazione espressa da Hamilton in The Federalist: ‘Sperare in una permanenza di armonia fra molti Stati indipendenti e slegati sarebbe trascurare il corso uniforme degli avvenimenti umani e andare contro l’esperienza accumulata dal tempo’».[2]
Queste osservazioni furono successivamente rielaborate da Reves, che le pubblicò come poscritto (che qui di seguito proponiamo) al suo Anatomia della pace, uscito per la prima volta a New York, da Harper & Brothers, il 13 giugno 1945. La prima edizione fu accolta da un successo notevole. Il 10 ottobre dello stesso anno, sul New York Times e su molti altri importanti quotidiani degli Stati Uniti apparve una lettera, sottoscritta fra gli altri da Albert Einstein e Thomas Mann, in cui si sottolineava con vigore l’importanza di questo libro e se ne sollecitava la lettura e la discussione. Le ristampe si susseguirono rapidamente: nel gennaio del 1947 si raggiunsero le 160.000 copie e qualche anno più tardi il mezzo milione, con traduzione in più di venti lingue e pubblicazione a puntate sul Reader’s Digest.[3]
Il libro, nato dalla riflessione sugli avvenimenti degli anni ‘20 e ‘30 e sulla spinta dei tragici eventi del secondo conflitto mondiale, sostenuto da una forte carica emotiva e morale, con chiaro intento didascalico e persuasivo (di qui il frequente ribadire i concetti, l’esemplificazione minuziosa con continui riferimenti storici) ci pare che sia ancora una lettura vivissima attualità.
Il tema principale è l’analisi delle cause della guerra e della natura della pace: l’individuazione delle radici della guerra nella anarchia internazionale e l’identificazione della pace con lo con l’ordine legale, collocano Reves nella tradizione degli inglesi di Federal Union. Ma attorno a questo nucleo si articola tutta una serie di osservazioni e di intuizioni che, pur non raggiungendo il livello di una rigorosa concettualizzazione, sono di grande interesse.
Il libro si apre con una efficace denuncia: è mistificatoria ogni interpretazione degli eventi storici che muova da un punto di osservazione strettamente nazionale e, conseguentemente, sono inadeguate le soluzioni proposte dalle dottrine politiche ed economiche tradizionali a problemi che oltrepassano la dimensione nazionale, in un mondo che la rivoluzione industriale ha reso fortemente interdipendente. Un chiaro e particolareggiato esame delle contraddizioni generate da questa interdipendenza tra Stati nazionali, che pretendono di mantenere intatta la propria sovranità, porta Reves a mnettere in evidenza le conseguenze di un sistema di Stati anarchico: condizioni di permanente conflittualità; tendenza all’accentramento del potere all’interno di ogni singolo Stato (a scapito della libertà, della democrazia e della giustizia sociale), impotenza dello Stato nazionale a realizzare i fini per i quali è nato (garanzia della sicurezza, dell’indipendenza); impossibilità di procedere sulla via dello sviluppo aperta dal processo di industrializzazione, per mancanza di un potere che organizzi la nuova dimensione del mercato e dia vita a una moneta unificata, sottraendo la competenza monetaria alle diverse sovranità che ancora gelosamente la custodiscono.
Dopo aver sottoposto a critica le varie teorie sulle cause della guerra e aver indicato come unica causa della stessa la divisione dell’umanità in unità statali sovrane, Reves esamina le soluzioni al problema di assicurare la pace: inefficaci sono sia la riduzione o la limitazione generale degli armamenti, sia il potenziamento dell’arsenale bellico; inutili i trattati e le leghe la sicurezza collettiva (Società delle Nazioni, ONU) che, anzi, sono considerati un «passo negativo»;[4] infondate le diverse dottrine internazionalistiche;[5] anacronistica, «tolemaica», la proposta di favorire l’autodecisione dei popoli.[6] Pace è ordine fondato sulla legge — afferma Reves — organizzato in istituzioni di tipo federale che, sole, assicurano democrazia e libertà.[7] Tale ordine deve necessariamente abbracciare il mondo intero: «Per dirla brutalmente, il significato della crisi del secolo ventesimo è che questo pianeta deve in un certo grado essere posto sotto un controllo unificato. Il nostro compito, il nostro dovere è tentare di istituire questo controllo unificato in modo democratico».[8]
A chi spetta il compito di condurre questa battaglia? «Mettere il problema dinanzi ai governi nazionali sarebbe un’impresa disperata, condannata a fallire ancor prima di essere cominciata. I rappresentanti degli Stati nazionali sovrani sono incapaci di pensare e di agire altrimenti che secondo le loro concezioni legate a un punto di vista nazionale… Da uomini che sono beneficiari personali del vecchio sistema — incapaci di pensiero indipendente e vittime del metodo scandaloso con cui si insegna la storia in tutti i paesi civili — non possiamo aspettare idee costruttive, ancor meno provvedimenti costruttivi».[9] L’impresa tocca, dunque, a un «movimento guidato da uomini che hanno appreso dalle chiese e dai partiti politici come propagandare le idee e come creare al seguito di un’idea una organizzazione dinamica».[10] Questa sarebbe la vera rivoluzione: «Nel mezzo del ventesimo secolo, non si può considerare rivoluzionario nessun movimento che non concentri la sua azione e la sua forza nello sradicare quella istituzione tirannica (lo Stato nazionale) che, per la propria autoconservazione e autoglorificazione, trasforma gli uomini in assassini e schiavi».[11]
 
(a cura di Maria Luisa Majocchi)
 
 
POSCRITTO
 
Poche settimane dopo la pubblicazione di questo libro negli Stati Uniti, la prima bomba atomica scoppiò sulla città di Hiroshima, e mise fine alla seconda guerra mondiale.
Ma fu una fine che non portò gioia né sollievo. Portò invece il terrore della guerra atomica.
Che l’anno di grazia 1945 abbia prodotto la bomba atomica per fini militari e la Carta di San Francisco per fini politici, è un paradosso sul quale dovranno meditare gli storici futuri.
Da ogni parte si avanzano suggerimenti per «bandire», «abolire», «controllare» o «mantenere segreta» questa forza incredibilmente distruttiva. Come risultato di una disputa durata parecchi mesi tra scienziati, statisti, industriali e giornalisti, sembrerebbe raggiunto il consenso sui seguenti fatti.
1) Al momento e nel futuro immediato non si può prevedere una difesa valida contro la bomba atomica.
2) Tra pochissimi anni, parecchie nazioni produrranno bombe atomiche.
3) La bomba atomica è soltanto il lato distruttivo della fisica nucleare e il lavoro di ricerca sull’uso dell’energia atomica per fini costruttivi industriali può e dovrebbe esser proseguito senza sosta.
4) Il controllo internazionale della ricerca atomica o della produzione di bombe atomiche non è fattibile, perché:
a) nei paesi capitalisti un tale controllo è contrario alle norme e alle consuetudini della libera iniziativa e della concorrenza;
b) nei paesi totalitari un tale controllo sarebbe inaffidabile;
c) solo se gli Stati nazionali si concedessero mutua e completa libertà di spionaggio militare e industriale (ciò che è difficilmente concepibile) un tale controllo sarebbe efficace;
d) finché esiste il pericolo della guerra tra Stati nazionali, qualche governo, se non ogni governo, cercherà di impedire ai corpi internazionali, in cui sono rappresentati Stati potenzialmente nemici, di ispezionare e sorvegliare i propri laboratori e industrie. Ogni grande potenza farà sempre il massimo sforzo per essere alla testa della scienza militare. Una produzione di bombe atomiche in parti remote dell’Occidente americano, in Siberia, nel Sahara, in Patagonia, dovunque in fabbriche sotterranee, non potrà mai esser controllata in modo efficace se, malgrado gli impegni, i governi dei singoli Stati preferiscono il segreto.
Qualunque controllo o ispezione efficace dell’armamento e della ricerca presuppone la sincera e cordiale collaborazione dei governi degli Stati nazionali. Se ciò fosse possibile, non ci sarebbe pericolo di guerra né bisogno di alcun controllo. Il futuro non si può fondare su un postulato ipotetico, che è la causa delle nostre effettive difficoltà.
Una volta che noi riconosciamo l’impossibilità, o almeno la difficoltà insormontabile, di un efficace controllo internazionale sulla ricerca scientifica e sulla produzione industriale, sorge il problema: un tale controllo è necessario o anche semplicemente desiderabile?
Nessuno negli Stati Uniti ha paura di bombe atomiche o di razzi prodotti all’interno dello Stato nazionale sovrano degli Stati Uniti d’America. Né alcun cittadino sovietico ha paura di bombe atomiche o di altre armi devastatrici prodotte all’interno dello Stato nazionale sovrano dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Ma negli Stati Uniti si avverte che bombe atomiche prodotte nell’Unione Sovietica rappresentano un pericolo potenziale e nell’URSS si è ugualmente disposti verso le bombe atomiche prodotte negli Stati Uniti.
Che significa ciò? Significa che né le bombe atomiche, né qualsiasi arma che il genio umano possa concepire sono pericolose di per sé. Le armi diventano «pericolose» solo quando sono in mano a Stati nazionali sovrani che non siano il proprio. Il problema non è tecnico, è puramente politico.
Il problema d’impedire la guerra atomica è il problema di impedire la guerra, né più né meno. Una volta che la guerra scoppia e le nazioni combattono per l’esistenza, useranno ogni arma concepibile per conseguire la vittoria.
Lo sprigionarsi dell’energia atomica e l’orribile incubo della guerra atomica hanno assai intensificato la discussione sul governo mondiale. Parecchia gente ha cambiato parere da un giorno l’altro, dichiarando che la Carta di San Francisco è antiquata e inadeguata a far fronte al problema creato dalla bomba atomica. Naturalmente, questa scoperta rivoluzionaria di fisica nucleare non ha cambiato nulla quanto alla necessità assoluta, esistente già da parecchi decenni, di organizzare la società umana sotto una legge universale. Ma certo l’ha drammatizzata e fatta apparire più urgente ai milioni di ottimisti che aspettavano una esplosione atomica per svegliarsi.
Questo nuovo fatto fisico non ha cambiato nulla nella situazione che questo libro espone. Per quanto redatto e pubblicato prima dell’esplosione d’Hiroshima, il suo contenuto non sarebbe stato diverso se fosse stato scritto dopo il 6 agosto 1945.
C’è un unico metodo che possa creare la sicurezza contro la distruzione a mezzo della bomba atomica. È lo stesso metodo che dà agli Stati di Nuova York e della California (non produttori di bombe atomiche) una sicurezza contro il pericolo di esser cancellati dalla faccia della terra a opera degli Stati del Tennessee e del Nuovo Messico (produttori della bomba atomica). Questa sicurezza è reale. È la sicurezza data da un comune ordine sovrano di leggi. All’infuori di questo, ogni sicurezza non è che illusione.
Parecchi degli scienziati che liberarono l’energia atomica, spaventati dalle conseguenze della nuova forza, ci ammoniscono sui pericoli che sorgeranno se parecchi Stati sovrani posseggono armi atomiche, e sostengono il controllo di esse da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Ma che cosa è il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, se non proprio «parecchi Stati sovrani»?
Che cos’è la realtà del Consiglio di sicurezza al di là della realtà degli Stati nazionali sovrani che lo compongono?
Che importa se il Segretario di Stato americano, il Commissario sovietico agli Esteri e il Ministro degli Esteri di Sua Maestà si riuniscono in quanto membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o fuori di questa organizzazione, in quanto «Conferenza di Ministri degli Esteri»? Nei due casi non sono altro che i rappresentanti giurati di tre Stati nazionali sovrani in conflitto; nei due casi la decisione finale spetta a Washington, Londra e Mosca. Questi rappresentanti possono concludere solo accordi o trattati e sono senza poteri per creare una legge, applicabile agli individui dei loro rispettivi Stati nazionali.
Parecchi di coloro che comprendono l’inadeguatezza dell’organizzazione di San Francisco pensano che la gente non debba esser delusa, che non si debba distruggerne la fede nell’organizzazione.
Se questa fede non è giustificata, deve esser distrutta. È criminale ingannare il popolo e insegnargli a contare su una falsa speranza.
I patetici difensori sostengono che l’ONU è tutto quel che abbiamo e che noi dobbiamo essere pratici e partire da ciò che abbiamo. Suggerimento ragionevole. È piuttosto difficile partire da qualche punto eccetto che da dove siamo. Se uno ha gli orecchioni, non importa quel che conta di fare, deve iniziare con gli orecchioni. Ma ciò non significa che gli orecchioni siano un vantaggio, una condizione favorevole e che non potrebbe fare nulla di meglio senza orecchioni. Il puro fatto di aver qualcosa non rende questo qualcosa prezioso.
La Carta di San Francisco è un trattato multilaterale. Questo e non altro. Ogni parte contraente può ritirarsi al momento in cui le piaccia, e solo la guerra può costringere gli Stati membri a adempiere i loro obblighi in base al trattato. Per parecchie migliaia di anni si sono date innumerevoli occasioni perché sistemi costruiti su trattati tra unità di potere sovrane dimostrassero di poter impedire la guerra. Con la possibilità della guerra atomica dinanzi a noi, non possiamo rischiare di fidarci d’un metodo che è miseramente fallito centinaia di volte, che non è mai riuscito una volta.
Comprendere che questo metodo non può mai impedire la guerra è la prima condizione della pace. La legge, e solo la legge, può portare la pace tra gli uomini. I trattati mai.
Non potremo giungere a un ordine legale correggendo un sistema fondato sui trattati. Per comprendere il compito che ci sta dinanzi, gli accalorati dibattiti di Hamilton, Madison e Jay a Filadelfia dovrebbero esser letti e riletti in ogni casa e in ogni scuola. Essi dimostrarono che gli Articoli della Confederazione (fondata sugli stessi principi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite) non potevano impedire la guerra tra gli Stati (della Confederazione); che emendamenti di questi Articoli non potevano risolvere il problema e che gli Articoli della Confederazione andavano messi in disparte e una nuova Costituzione doveva essere creata e adottata, stabilendo un superiore governo federale munito di poteri per emanare, applicare ed eseguire le leggi nei confronti degli individui in tutti gli Stati Uniti. Era il solo rimedio allora ed è il solo rimedio ora.
Una tale critica dell’Organizzazione delle Nazioni Unite può scuotere la gente che è persuasa che l’ONU è uno strumento atto a mantenere la pace.
La lega di San Francisco non è un primo passo verso un ordine universale legale. Trasformare i trattati in legge è un sol passo, una sola operazione ed è impossibile spezzarla in parti o frazioni. La decisione deve essere presa e l’operazione eseguita in un tempo unico. Non c’è «primo passo» verso il governo mondiale. Il governo mondiale è il primo passo.
Qualcuno osserva con sufficienza: «Ma questo è idealismo. Siamo realistici, facciamo funzionare l’organizzazione di San Francisco».
Che cos’è l’idealismo? E che cos’è il realismo? È realistico credere che dei trattati — i quali, provati e riprovati, hanno sempre fallito — ora funzioneranno miracolosamente? Ed è idealistico credere che la legge (che ha sempre avuto effetto dovunque e ogni volta che è stata applicata) continuerà a funzionare?
Ogni volta che i nostri Ministri degli Esteri o i capi dei nostri governi s’incontrano e decidono di non decidere, si precipitano a rimandare e si impegnano a non impegnarsi, gli araldi ufficiali proclamano giubilanti all’universo: «È un inizio promettente», «È un primo passo nella buona direzione».
Noi stiamo sempre cominciando… Mai continuiamo, mai adempiamo, completiamo o concludiamo. Non facciamo mai un secondo passo o, dio guardi, un terzo passo. La nostra vita internazionale è composta di infinite sequele di inizi che non cominciano, di primi passi che non conducono in alcun luogo. Quando ci stancheremo di questo gioco?
È della massima importanza guardare a queste cose nella giusta prospettiva. Dobbiamo respingere le esortazioni dei reazionari che dicono: «Naturalmente, il governo mondiale è lo scopo ultimo. Ma non possiamo averlo adesso. Dobbiamo avanzare lentamente, passo a passo».
Il governo mondiale non è uno «scopo ultimo», ma una necessità immediata. Di fatto, è in ritardo fin dal 1914. Le convulsioni dei decenni passati sono i sintomi chiari di un sistema politico morto e in sfacelo.
Lo scopo ultimo dei nostri sforzi deve essere la soluzione dei nostri problemi economici e sociali. Quel che due miliardi di uomini e donne realmente vogliono su questa Terra rovinata è cibo sufficiente, case migliori, vestiti, cure mediche, educazione, maggior godimento della cultura e un po’ di otium. Questi sono i fini reali della società umana, le aspirazioni degli uomini e delle donne comuni, dappertutto. Tutti potremmo avere queste cose. Ma non possiamo averne alcuna, se ogni dieci o vent’anni consentiamo che le nostre istituzioni ci trascinino a scannarci reciprocamente e a distruggere a vicenda le nostre ricchezze. Un sistema mondiale di governo è solo la condizione elementare per conseguire questi fini economici e sociali, pratici ed essenziali. Non è affatto un fine remoto.
Che il passaggio da una struttura di trattati a un ordine legale abbia luogo indipendentemente dall’Organizzazione delle Nazioni Unite o al suo interno è indifferente. Per emendare la Carta di San Francisco — se questa è la via che scegliamo — dovremo riscriverla in modo così drastico, per ottenere quel che vogliamo, che nulla del documento rimarrà tranne le due parole iniziali: Capitolo primo. Il mutamento deve avvenire nelle nostre menti, nella nostra prospettiva. Una volta che sappiamo ciò che vogliamo, è indifferente che la riforma venga compiuta in cima alla Torre Eiffel, sulle gradinate dello Yankee Stadium o nell’aula dell’Assemblea delle Nazioni Unite.
L’ostacolo che si oppone alla trasformazione della lega di San Francisco in una istituzione governativa è la concezione fondamentale della Carta espressa nella prima frase del secondo capitolo: «Membri sono gli Stati».
Questo fa della Carta un trattato multilaterale. Nessun emendamento del testo può alterare questo fatto finché il vero fondamento non sia cambiato, nel senso che l’istituzione abbia relazioni dirette non con gli Stati ma con gli individui.
Ma — argomento dei difensori della Carta — il preambolo dice: «Noi, popoli…».
Supponete che qualcuno pubblichi un proclama che cominci: «Noi, imperatore della Cina…». Forse che ciò lo farebbe imperatore della Cina? La sua azione lo porterà più facilmente al manicomio che sul trono di Cina. «Noi, popoli…», queste parole simboliche del governo democratico non stanno a casa loro nella Carta di San Francisco. Il loro impiego nel preambolo è in contraddizione totale con tutto il resto del documento e solo gli storici riusciranno a decidere se quelle parole furono impiegate per mancanza di scienza o per mancanza di onestà. La semplice verità richiede che «Noi, popoli…» nel preambolo suoni esattamente: «Noi, alte potenze contraenti…».
La più comune di tutte le obiezioni, naturalmente, è l’asserzione priva di significato che fanno tanti «uomini pubblici»: «L’umanità non è ancora preparata per la federazione mondiale».
Ci si domanda come lo sanno. Hanno mai essi sostenuto la federazione mondiale? Hanno mai creduto in essa? Hanno mai cercato di spiegare alla gente ciò che produce la guerra e ciò che è il meccanismo della pace nella società umana? E forse la gente, dopo aver compreso il problema, ha respinto la soluzione e deciso che non voleva pace mediante legge e governo, ma preferiva guerra con sovranità nazionale? Finché ciò non avvenga, nessuno può avere la pretesa di sapere per che cosa la gente è pronta. Gli ideali sembrano sempre prematuri — finché non divengono antiquati. Ciascuno ha un diritto assoluto di dire che egli non crede nel governo federale del mondo e non lo desidera. Ma senza aver fede in esso e senza averlo provato, nessuno ha diritto di impedire alla gente di esprimersi.
Certi statisti dicono che è criminale parlare della possibilità di guerra tra le sfere russa e angloamericana. È una questione di opinione. lo credo che sia criminale non parlarne. Nessuno ha mai salvato la vita d’un malato rifiutando di diagnosticare il male o di cercare di curarlo. I popoli del mondo devono comprendere le forze che li spingono verso il prossimo olocausto. Ciò non ha nulla a che fare con il comunismo e il capitalismo, con l’individualismo e il collettivismo. È l’inevitabile conflitto tra sovranità non integrate. Potremmo mettere un comunista alla Casa Bianca o instaurare la più pura democrazia jeffersoniana in Russia e la situazione sarebbe la stessa. A meno che con la persuasione possa essere istituita per tempo una superiore organizzazione di governo mondiale, nessuna magia diplomatica impedirà l’esplosione.
Lasciarsi andare alla deriva verso un cataclisma perfettamente evitabile non è degno di uomini ragionevoli. Centinaia di milioni di esseri umani civili, gioviali, amanti della musica e della danza, gente industriosa e lavoratrice che potrebbe pacificamente collaborare e godersi la vita all’interno di un’unica sovranità, si lasciano ingannare, in quanto schiavi incatenati dei loro rispettivi Stati nazionali, guidati da paura e superstizione, e spingere verso una guerra insensata. Non c’è alcun negoziato, né «buona volontà», né pii desideri, che possano mutare questo corso. Solo una chiara comprensione da parte dei popoli di ciò che li sta trascinando in questo conflitto può condurli alla sua eliminazione e parvi rimedio.
Quali possibilità abbiamo di creare un governo mondiale prima della futura guerra? Non molte. Supponiamo che il problema si faccia chiaro ai popoli democratici; è mai probabile che la Russia sovietica accetti il suggerimento di entrare in un’organizzazione comune di governo con noi? lo credo che la risposta sia no. È possibile? Forse. Ma l’alternativa — un’altra guerra mondiale che porti alla distruzione di tutte le libertà individuali e al dominio di uno Stato totalitario, americano o russo — è una prospettiva che non permette esitazioni circa l’azione che dobbiamo intraprendere.
Se la guerra, guerra orribile, tra i due gruppi di nazioni sovrane dominate dagli USA e dall’URSS deve essere combattuta, sia almeno una guerra civile. Che almeno non si vada a combattere per delle basi, dei territori, del prestigio, dei confini. Si combatta almeno per un ideale. La fine di una simile battaglia dovrebbe almeno porre termine automaticamente alle guerre tra nazioni e portare alla vittoria il federalismo mondiale.
La realtà che noi dobbiamo costantemente tenere in mente nei nostri sforzi per la pace è chiaramente esposta da Alexander Hamilton nel suo Federalist, n. 6: «Sperare in una permanenza di armonia tra molti Stati indipendenti e slegati, sarebbe trascurare il corso uniforme degli avvenimenti umani e andare contro l’esperienza accumulata dal tempo».
La storia dimostra quanta ragione avesse Hamilton e quanto si sbagliassero quei tali del «primo passo», i quali pensavano che il popolo americano potesse prosperare e vivere in pace sotto una non impegnativa confederazione di Stati nazionali. […]
Senza dubbio se gli abitanti di Marte o d’un altro pianeta discendessero improvvisamente sulla Terra e minacciassero di conquistarci, tutte le nazioni del nostro piccolo mondo si unirebbero immediatamente. Dimenticheremmo le nostre ridicole dispute internazionali e volentieri ci metteremmo sotto il governo di una unica legge, non per altro che per sopravvivere. Siamo noi sicuri che lo scatenamento e l’impiego nazionale dell’energia atomica, l’apocalisse di una guerra mondiale atomica non sarebbe un’eguale minaccia alla nostra civiltà e all’umanità, tale da richiederci imperiosamente di levarci al di sopra dei nostri antiquati conflitti nazionali e di organizzare politicamente la società umana in modo che una guerra atomica possa essere impedita?
Abbiamo pochissimo tempo per impedire la prossima guerra e fermare la nostra deriva verso il totalitarismo. […]
Una irresistibile richiesta popolare dev’essere formulata in ogni paese appena possibile. E quando in due o più paesi la gente ha chiaramente espresso il suo parere, il processo di federazione deve cominciare. Naturalmente la soluzione ideale sarebbe che tutti i popoli del mondo venissero persuasi simultaneamente. Ma un tale corso delle cose è improbabile. Il processo deve cominciare al più presto, anche in un minimo di due paesi, perché non c’è argomento che si possa paragonare allo schiacciante potere persuasivo degli eventi. Non si può negare che una volta che sarà cominciato il processo di integrazione tra le nazioni la sua attrazione sarà cosi grande che un numero sempre maggiore di nazioni si uniranno finché alla fine, per la forza degli eventi, arriveremo a un governo federale del mondo.
Se noi stessi sinceramente desideriamo un ordine legale mondiale e con tutto il cuore cominciamo ad affrontare il problema di creare istituzioni di governo tali che permettano a gruppi nazionali diversi di continuare a organizzare la loro vita religiosa, culturale, sociale ed economica, secondo il metodo che sceglieranno, e tali che li proteggano con la forza della legge dalle interferenze di altri nelle loro faccende locali e nazionali, non abbiamo ragione di supporre che la Russia rifiuterà ostinatamente di partecipare. Se poi essa non vuole unirsi a nessuna condizione, sia questa la sua decisione. Ma non facciamo dipendere le nostre azioni dal comportamento ipotetico di qualcun altro. Con tale mancanza di fede, con tale mancanza di coraggio non c’è progresso possibile.
Dobbiamo essere determinati nella nostra volontà di conseguire la pace quanto Roosevelt, Churchill e Stalin lo sono stati nella volontà di conseguire la vittoria in guerra. Non dissero: «Costruiamo qualche centinaio di aeroplani, vinciamo una prima piccola battaglia, accontentiamocene e aspettiamo». Essi innalzarono gli stendardi e quando proclamarono che volevano vittoria completa, totale, resa senza condizione nel più breve tempo possibile, centinaia di milioni tra noi li seguirono entusiasticamente.
Quando volemmo la bomba atomica, non dicemmo che era «impossibile», «non pratica», «irrealizzabile», non dicemmo «la gente non è preparata». Dicemmo che la volevamo, ne avevamo bisogno e che dovevamo averla a ogni costo. E ci battemmo per essa con la massima determinazione. Costruimmo intere nuove città, impiegammo duecentomila lavoratori, spendemmo due miliardi di dollari e condensammo in due o tre anni il lavoro di mezzo secolo. Il risultato di tutto ciò fu perfetto. L’«impossibile» divenne realtà, il «non pratico» esplose su Hiroshima e l’«irrealizzabile» realizzò quel che volevamo: la vittoria.
Non v’è problema umano che sia stato risolto con altro metodo che con la determinazione. […]
Non possiamo conseguire la pace (impresa assai più ardua e anche più eroica della guerra) se d’un colpo diventiamo moderati e soddisfatti di ciò che è compiacentemente accettato come «un primo passo» e se, trascurando tutto il passato, ci permettiamo la disperata speranza che possa ora funzionare qualcosa che, come Hamilton giustamente disse, «trascurerebbe il corso uniforme degli avvenimenti umani». Non avremo mai pace se non abbiamo il coraggio di comprendere ciò che la pace è, se non vogliamo pagare il prezzo che costa e se, invece di lavorare per la sua realizzazione con la più dura decisione, siamo così vili da rassegnarci pigramente a un sistema tradizionale che non si può far funzionare e che ci fa schiavi tutti. [… ]


[1] Nato nel 1904 in Ungheria, laureato in economia politica all’Università di Zurigo, Emery Reves nel 1930 fondò il Cooperation Press Service e la Cooperation Publishing Company (con sede a Parigi e Londra), che divennero un attento osservatorio delle vicende internazionali. Autore di parecchie pubblicazioni di documentazione contro il nazismo, sfuggì per tre volte all’arresto da parte della Gestapo. Nel 1941 lasciò la Francia e si trasferì a New York: qui lavorò come giornalista, attività che continuò in Europa, dove tornò dopo la guerra. Negli ultimi anni si era ritirato sulla riviera francese, dove è morto di recente.
[2] Da una lettera di E. Reves ad Einstein, pubblicata in O. Nathan, H. Norden, Einstein on Peace, Avenel Books, New York, 1981, pp. 337-338.
[3] A delineare con maggior chiarezza il clima emotivo che ha indubbiamente alimentato l’interesse per questo volume può forse essere utile riportare qualche passo dell’«Appello agli Studenti d’Inghilterra» rivolto dalla organizzazione degli Studenti federalisti di New York: «Noi, Studenti federalisti, che rappresentiamo gruppi di studenti di sessanta Università e Colleges americani, tra cui Yale, Smith, Vassar, Wellesley, Chicago e Standford, sollecitiamo voi, Studenti d’Inghilterra, a leggere, studiare e discutere il libro di Emery Reves Anatomia della pace. Molti di noi sono stati soldati nell’ultima guerra e da poco sono stati smobilitati. Siamo abbastanza giovani per essere soldati della prossima guerra. Siamo certi che converrete con noi che dobbiamo fare qualunque cosa sia in nostro potere per impedire un’altra guerra mondiale, che questa volta, con la bomba atomica, potrebbe distruggere completamente la nostra civiltà. Abbiamo studiato questo problema con cura e siamo giunti alla conclusione che nessun trattato, né alleanza, né lega come quella delle Nazioni Unite, può proteggerci da un’altra catastrofe. Soltanto la legge può portare la pace, soltanto un governo federale mondiale può portare la pace mondiale». (Questo appello è pubblicato nell’Introduzione all’edizione inglese di The Anatomy of Peace, Penguin Books) London, 1947, pp. 11-12).
[4] «È un passo che ci devia dal nostro fine… Un consiglio di nazioni sovrane prolunga artificialmente la vita alla struttura dello Stato nazionale e di conseguenza è un passo verso la guerra». (Emery Reves, Anatomia della pace, edizioni U, Firenze, 1946, p. 221).
[5] «Nel momento in cui i lavoratori socialisti organizzati nei vari paesi avevano da scegliere tra la fedeltà ai loro compagni nella lotta di classe organizzata internazionalmente all’interno di ogni nazione, e la fedeltà ai loro compatrioti nella lotta tra le nazioni organizzata su piano nazionale, invariabilmente sceglievano quest’ultima» (ibid., p. 163); e ancora: «L’internazionalismo favorisce il nazionalismo… Esso riconosce come supreme le istituzioni dello Stato nazionale sovrano e impedisce l’integrazione dei popoli in una società sovrannazionale» (ibid., p. 171).
[6] «Per il fatto che questo ideale una volta ha retto bene — in un mondo più vasto, più semplice, meno integrato — esso ha una enorme attrazione emotiva… (ma) il presente caos mondiale… non sarà minimamente mitigato con la creazione di un maggior numero di unità sovrane… Al contrario, il morbo che ora devasta il nostro globo si intensificherebbe, poiché esso è in gran parte il diretto risultato del mito della totale indipendenza politica in un mondo di totale interdipendenza economica e sociale» (ibid., p.177).
[7] «La sovranità democratica del popolo può essere correttamente espressa e tradotta con efficacia in istituzioni solo se gli affari locali sono trattati da un governo locale, gli affari nazionali da un governo nazionale e gli affari internazionali, mondiali da un governo internazionale, mondiale. Solo se il popolo, in cui risiede ogni potere sovrano, delega parte della sua sovranità a istituzioni create per trattare problemi specifici, e capaci di farlo, noi possiamo dire di avere una forma democratica di governo… Solo in un ordine mondiale basato su tale separazione di sovranità la libertà individuale può essere reale… La democrazia ha bisogno di separazione di sovranità e di istituzioni separate per trattare i problemi ai differenti livelli in modo adeguato per esprimere la sovranità della comunità» (ibid., p. 132).
[8] Ibid., p. 244.
[9] Ibid., pp. 236-237.
[10] Ibid., p. 237. La sollecitazione parve allora essere stata raccolta dal gruppo di Studenti federalisti americani che, nell’Appello già citato, così proseguivano: «Se siete d’accordo con noi… organizzate i vostri amici studenti in un movimento attivo in tutte le Università e i Collages come noi abbiamo fatto negli Stati Uniti. Se avrete successo, speriamo di averne notizia così che in breve noi possiamo unire le nostre forze e creare un forte movimento giovanile mondiale che faccia conoscere ai rispettivi governi la propria volontà di vivere e la richiesta di unificazione degli Stati nazionali sovrani in conflitto fra loro in un ordine legale mondiale che solo può rendere possibile per noi fare la nostra parte per promuovere il progresso umano». A quarant’anni di distanza dobbiamo purtroppo constatare che questo non è accaduto.
[11] Ibid., p. 246.