Anno XIX, 1977, Numero 3, Pagina 207

 

 

A PROPOSITO DEL TESTO SUL TERRORISMO, L’ESTREMISMO, IL NAZIONALISMO E LA CAMPAGNA ANTITEDESCA
 
 
Il testo che ho scritto sul terrorismo, l’estremismo, il nazionalismo e la campagna antitedesca ha sollevato delle perplessità che si sono manifestate quando il Congresso dell’U.E.F. l’ha preso in esame. Vorrei dunque chiarire il mio pensiero cominciando da una premessa di carattere personale.
Nei confronti dei terroristi io mi trovo nello stesso stato d’animo che avevo nei confronti dei fascisti e dei nazisti, e per la stessa ragione, perché ciò che gli uni e gli altri hanno in comune — l’uso dell’assassinio nella lotta politica — mi pare infinitamente più importante di ciò che non hanno in comune, e mi pare anche sufficiente per una condanna senza esitazione. Io ho provato pietà anche per i fascisti, ma solo dopo averli sconfitti e solo dopo che la legge li aveva puniti. Vorrei dire che non era questione di ragionamenti; la vita era così. Fino a che i fascisti potevano fare ancora il male, colpire ancora degli innocenti, c’era posto per un solo sentimento, combatterli. Il fascista aveva solo il volto del nemico. Non si poteva ancora vederlo come il volto di un uomo che la somma di tutte le debolezze e di tutte le ingiustizie aveva traviato. Solo dopo, solo quando in qualche modo, un povero modo, il torto era stato riparato, e il fascismo era stato reso inoffensivo, si poteva scorgere nel volto di un fascista qualche segno umano. Con i terroristi per me è la stessa cosa. Come non potevo «comprendere» le ragioni dei fascisti prima della loro sconfitta, anche se cercavo di capire le cause del fascismo, così non posso «comprendere» ora le ragioni di un terrorista, qualunque cosa io pensi del terrorismo, fino a che non sia stato punito e messo in condizione di non nuocere.
A me pare che al di là di questo punto si manifesti il compromesso col male radicale: uccidere. Sul terreno scivoloso della «comprensione» si può giungere sino alla negazione stessa del bene, alla scelta del male. Non si può avere insieme la pietà per il terrorista (prima che sia stato punito, e messo in stato di non colpire ancora) e la pietà per la vittima umana e la «comprensione» per chi si arroga o riconosce ad altri il mostruoso diritto di uccidere, senza nemmeno la giustificazione del tirannicidio. Siccome il terrorismo non è ancora stato discusso a sufficienza, questa «comprensione» potrebbe anche essere uno stadio per giungere alla sola posizione che a me pare giusta: la pietà dopo la punizione. Ma quando la «comprensione» per i terroristi corrisponde ad un atteggiamento scelto deliberatamente e conclusivamente, io non so vederci che uno spaventoso compromesso col male, per una spaventosa superbia (saper tutto, come Dio), o una spaventosa viltà, o uno spaventoso opportunismo.
«Reprimere» (come si dice ora per nascondere a sé stessi e agli altri la natura del fatto), cioè punire, è riconoscere la debolezza umana, non auto-attribuirsi una capacità che può essere solo di Dio, se c’è un Dio di questo genere. La debolezza umana deve punire perché non sa guarire, e quindi non ha altro mezzo per proteggere chi vive in pace e rispetta la vita altrui. Vorrei insistere su questo riconoscimento della debolezza umana. Essa obbliga a punire, ma è anche il solo atteggiamento che consente sia di ristabilire l’unica relazione possibile tra il terrorista e gli altri (sulla base della punizione per il suo delitto, e della sicurezza della vita per chi rispetta la vita), sia di impedire a chi giudica di ritenersi esente dal male e dall’errore, di credersi perfetto, sia di ritrovare davvero la sola cosa che c’è in comune tra il terrorista e gli altri, la debolezza umana, e, con essa, la pietà.
Qualche considerazione, ora, sulla relazione tra il terrorismo e l’estremismo. L’estremismo è complesso. In ogni caso c’è estremismo quando non si riconosce la funzione dello Stato e della legge (al limite, in senso hegeliano, del «positivo», dell’autorità, del «legame del transeunte con l’eterno»); e questo è un rilievo cruciale perché non può esserci vero riconoscimento della debolezza umana senza il riconoscimento dello Stato e della legge. È per questa imperfetta conoscenza della debolezza umana che l’estremismo non può avere un giusto rapporto con il terrorismo, e può essere tratto a «comprenderlo». In questo modo, l’estremismo aiuta i terroristi a diventare tali. Senza estremismo non ci sarebbe terrorismo, perché nessuno sarebbe incoraggiato a disconoscere la debolezza umana, a disconoscere la funzione dello Stato.
So bene che lo Stato non è abbastanza giusto, che la società non è abbastanza giusta. Ma, in primo luogo, bisogna distinguere la cosiddetta violenza dello Stato dalla violenza dei terroristi. Per ingiusto che sia — nel senso del dominio di alcuni su altri — lo Stato, quando usa la forza, la usa allo scopo di impedire la violenza; e l’individuo che per conto dello Stato usa la forza non agisce sulla base del solo convincimento personale e di una deliberazione esclusivamente personale, ma per conto dello Stato; che non a caso è stato ritenuto dagli uomini di origine divina, un aiuto di Dio agli uomini per contenere il male. Il terrorista, invece, agisce per deliberazione personale e con convinzione solo personale, e il suo scopo immediato non è impedire la violenza ma la violenza in quanto tale, qualunque sia la sua finalità ulteriore.
Fino a che lo Stato non era democratico, la impossibilità di modificare il governo con mezzi pacifici poteva giustificare il tirannicidio, che era comunque un fatto tragico. Ma con lo Stato democratico, cioè con la possibilità dell’opposizione legale al governo, e della modificazione dello Stato e della società con mezzi pacifici, qualunque forma di ricorso alla violenza diventa un crimine e un errore. Un errore perché non esiste alcuna possibilità di migliorare davvero il governo e la società senza il concorso deliberato e volontario dei cittadini, cioè senza l’appello pacifico alla ragione; ma ciò è proprio quanto il terrorista, sia pure con tortuose giustificazioni, non sa né pensare né volere. E, va da sé che questa osservazione, nella misura in cui vale per il terrorista vale anche, secondo la relazione stabilita sopra, per l’estremista. Si poteva dubitare di questi principi democratici fino a che i lavoratori erano legalmente, o di fatto, esclusi dalle decisioni economiche e politiche. Ciò rende perfettamente comprensibile la violenza che si è manifestata nelle prime fasi dello sviluppo del movimento operaio. Ma non è un caso che proprio Lenin abbia sentito il bisogno di riflettere sull’estremismo come malattia infantile del comunismo. E va pur detto che i lavoratori hanno scelto da tempo l’arma pacifica e civile del sindacato e dei partiti del lavoro. La pretesa dei terroristi di sinistra di sapere meglio dei lavoratori quale sia il loro vero interesse può dunque nascere solo dal disprezzo per i lavoratori stessi.
Qualche considerazione sulla campagna antitedesca. C’è sempre qualcosa che non va quando si imputa il male ad un popolo, e non a questa o a quell’azione di questo o di quel gruppo o individuo. C’è poi da dire che se c’è un movimento politico che sa quanto i limiti di ciascuno Stato europeo dipendono non dal singolo Stato ma dalla divisione dell’Europa in Stati nazionali con sovranità esclusiva, questo movimento è proprio il nostro che si fonda, sin dal Manifesto di Ventotene, proprio su questa consapevolezza. Spetta dunque al M.F.E. di battersi per impedire che i difetti dei nostri Stati — la Germania come gli altri — non diano luogo alla discordia fra i popoli che aggraverebbe il male invece di guarirlo; e che diventa razzismo, o incoscienza paurosa, quando giunge sino ad usare vocaboli come «germanizzare». Questo è quanto volevo esprimere con il mio testo, che è di solidarietà con il popolo tedesco, e che critica i governi per la lentezza nella costruzione dell’Europa, cioè attribuisce ai governi la responsabilità della ricomparsa nel nazionalismo.
 
Mario Albertini