Anno XIX, 1977, Numero 4, Pagina 226

 

 

La moneta europea
 
DARIO VELO
 
 
La creazione dell’Unione economico-monetaria è stata proposta dal vertice dei Capi di Stato e di governo della C.E.E. nel 1969 come completamento del processo di integrazione che aveva allora concluso la fase dell’Unione doganale, e al tempo stesso come alternativa ai primi sintomi della crisi economico-monetaria che sarebbe esplosa di lì a poco a livello internazionale.
Fino a quella data la creazione dell’Unione economico-monetaria non era stata oggetto di un impegno specifico non tanto per l’esistenza di opposizioni, quanto per la convinzione che essa sarebbe stata il frutto automatico del successo dell’Unione doganale. Si può ricordare che una delle motivazioni con cui il generale de Gaulle si batté contro l’ingresso della Gran Bretagna nella C.E.E. era che la debolezza della sterlina avrebbe messo in crisi l’Unione monetaria ormai «di fatto» esistente fra le monete europee.
I fatti sembravano suffragare questa speranza. Le monete europee da un lunghissimo periodo di tempo mantenevano un regime di cambi fissi, la liberalizzazione dei movimenti di capitali intraeuropei aveva potuto essere avviata, le congiunture economiche si evolvevano in modo tendenzialmente parallelo e senza suscitare tensioni insostenibili.
Alla fine degli anni ‘60, le prime crisi valutarie dimostrarono che questa speranza era illusoria. La crisi del dollaro dava il via al caos monetario in Europa. Si comprese allora che l’ordine che aveva regnato in Europa permettendo il successo della C.E.E. non era imputabile allo stesso processo di integrazione, ma era stato una conseguenza della stabilità del dollaro e più in generale della stabile leadership statunitense sull’occidente.
Per l’Europa, si poneva il problema di garantire, autonomamente, le stabili condizioni economico-monetarie necessarie per sostenere il processo di integrazione.
 
La fluttuazione dei cambi causa del protezionismo.
Per valutare la gravità delle conseguenze del disordine monetario internazionale, si consideri che la fluttuazione generalizzata delle monete, che ha caratterizzato gli anni ‘70, non ha precedenti nella storia moderna dell’economia internazionale con la sola eccezione degli anni ‘30, durante la grande crisi. Questo precedente è significativo. La fluttuazione delle monete, oggi come negli anni ‘30, rappresenta un’involuzione dirigistica e protezionistica. Con la fluttuazione si cerca di isolare l’economia nazionale dalle influenze esterne e di scaricare sui vicini la propria inflazione e disoccupazione; questa politica tende fatalmente a degenerare nel nazionalismo economico e nell’autarchia su scala mondiale.
Nella C.E.E. questi fenomeni generano le conseguenze più gravi, perché pongono in crisi il processo di integrazione, cioè la base stessa dello sviluppo economico e sociale realizzato in questo dopoguerra.
Il disordine monetario tende a spezzare il mercato europeo in mercati nazionali, sia in campo industriale che agricolo. Di fatto, esso reintroduce i dazi che l’integrazione doganale aveva abbattuto.
Il disordine monetario al tempo stesso alimenta i comportamenti speculativi, che ulteriormente aggravano gli squilibri e spingono le autorità nazionali ad adottare misure difensive sempre più dirigistiche ed autarchiche.
Questi fenomeni generano una spirale di crisi. Essi ostacolano lo sviluppo di strategie europee da parte delle imprese e spingono le autorità pubbliche ad orientare tutte le misure di politica economica (in particolare la politica industriale ad agricola) in funzione dell’obiettivo di migliorare i conti con l’estero e non nella prospettiva dello sviluppo equilibrato economico e sociale nel quadro europeo; in tal modo vengono sempre più aggravate le distorsioni e le tendenze protezionistiche.
Il fatto è che, venuto meno il profondo parallelismo nella evoluzione economica dei Paesi europei garantito per un ventennio dall’influenza stabilizzante degli Stati Uniti sull’economia occidentale, la sopravvivenza delle monete nazionali ha rivelato il proprio potenziale destabilizzante, riconducibile al fatto che la sopravvivenza delle monete nazionali trasforma divergenze di sviluppo in problemi di bilancia dei pagamenti e quindi impone di subordinare il progresso del processo di integrazione alle priorità nazionali.
Un confronto può meglio chiarire questo punto. Ipotizziamo che le regioni italiane, o francesi, posseggano una moneta regionale e quindi una propria bilancia dei pagamenti; in presenza di uno squilibrio interregionale, le autorità delle regioni in deficit sarebbero spinte a ricercare il riequilibrio dei conti interregionali con l’adozione di politiche deflazionistiche o con la modificazione delle parità monetarie. La speculazione subito punterebbe sulla svalutazione delle monete delle regioni deboli e sulla rivalutazione delle monete delle regioni forti. Questa situazione si rivelerebbe evidentemente assurda perché spingerebbe le regioni verso politiche protezionistiche fino al punto in cui il mercato nazionale risulterebbe frantumato in aree regionali tendenzialmente autarchiche. Questi fenomeni non si manifestano allo interno degli Stati europei perché essi posseggono un’unica moneta e un mercato integrato dei capitali, perché è assicurata la libera circolazione interregionale dei fattori produttivi e perché l’operatore pubblico provvede a garantire, in una certa misura, lo sviluppo equilibrato del sistema economico. Il concetto stesso di bilancia dei pagamenti, a livello regionale, non ha significato. Questa situazione contraddittoria è invece caratteristica della esperienza europea perché l’Europa non ha ancora superato la propria divisione in Stati-regioni.
Ciò non significa che la creazione della moneta europea cancellerebbe il problema degli squilibri della bilancia dei pagamenti semplicemente eliminando la loro rilevazione contabile. Ciò indica, in realtà, che la creazione della moneta europea permetterebbe agli squilibri di manifestarsi secondo la loro reale natura, cioè sotto forma di diversi livelli e tassi di sviluppo regionale e non sotto forma di diversa solidità delle monete nazionali, e ciò renderebbe possibile affrontare tali squilibri efficacemente in termini di politica regionale invece che aggravarli con misure protezionistiche.
 
La moneta europea per superare la crisi economica.
La crisi economica è un fatto che coinvolge tutti i paesi europei e che può essere fronteggiato solo da una strategia unitaria europea. Ciò è evidente a tutti ma non si traduce in concrete misure di politica economica perché a livello europeo esiste un vuoto di potere. In conseguenza, la crisi è fronteggiata con misure nazionali che, proprio perché strutturalmente inadeguate a risolvere problemi supernazionali, fanno risaltare l’impotenza dei governi e alimentano lo scetticismo e lo sbandamento politico e morale.
L’impossibilità di fronteggiare efficacemente la crisi con misure nazionali vale anche per gli Stati più forti, che pure avevano in un primo tempo sperato di sottrarsi al destino comune. Oggi le imprese, in tutti gli Stati europei, producono per il mercato europeo o mondiale; un rilancio della domanda a livello nazionale in queste condizioni non è sufficiente per sostenere il rilancio degli investimenti, che può avvenire solo nella prospettiva di un incremento della domanda a livello europeo. Per questo non ha senso sperare che uno Stato europeo, anche il più forte, possa essere la «locomotiva» della ripresa, che può avvenire solo per iniziativa congiunta di tutti.
La moneta europea è lo strumento per superare questa situazione contraddittoria e per affrontare in modo adeguato i problemi della crisi. Porre il problema della moneta europea significa porre il problema del rafforzamento dell’esecutivo europeo, cioè dell’attribuzione a quest’ultimo del potere di regolare lo sviluppo dell’economia europea. La moneta europea ha questa valenza perché le elezioni europee offrono la base di potere adeguata. Con l’elezione europea si avrà la partecipazione dei cittadini, dei partiti e delle forze economiche e sociali organizzate alla costruzione dell’Europa. E con le elezioni i partiti saranno giudicati dai loro elettori sulla base di ciò che avranno fatto per affrontare i più gravi problemi esistenti, che sono quelli della crisi economica e della disoccupazione. In questo quadro, in cui si confronteranno sempre più chiaramente sia nel campo politico che in quello economico la tendenza europea con la tendenza provinciale del nazionalismo, la moneta — che per definizione non può essere che nazionale o europea — appare l’elemento decisivo perché in grado di fare pendere la bilancia del potere a favore di una delle parti.
Ora, per valutare l’importanza dell’Unione economico-monetaria, occorre fondarsi sul fatto che essa è in grado di dare un orientamento certo, in senso europeo, a tutte le forze economiche sociali e politiche.
Gli europei si sono trovati di fronte ad un problema sotto certi aspetti analogo vent’anni or sono. Allora era in discussione la C.E.E. e la scelta volse a favore della creazione della C.E.E., per quanto riguarda l’essenziale, sulla base della considerazione fondamentale che la creazione di un mercato di dimensioni continentali costituiva la condizione indispensabile per la diffusione in Europa delle moderne forme di produzione di massa. La formazione della C.E.E. ha permesso di mobilitare energie che altrimenti sarebbero rimaste inutilizzate; essa ha dato un orientamento in senso europeo al comportamento delle imprese, dei sindacati e dei governi per un ventennio.
La moneta europea avrebbe un’importanza analoga e aprirebbe un nuovo ciclo economico di sviluppo e stabilità perché garantirebbe l’unità del mercato necessaria allo sviluppo dell’integrazione e che l’Unione doganale di per sé non basta a garantire. La moneta europea, rendendo irreversibile il processo di integrazione grazie alla sua congiunzione con l’elezione europea, garantirebbe che tutti i problemi che hanno dimensione europea siano pensati e affrontati in prospettiva europea e non nazionale e permetterebbe agli operatori economici di fondare le proprie decisioni di lungo periodo sulla certezza dell’esistenza di un quadro europeo stabile e in via di rafforzamento, con l’effetto di liberare e incentivare le energie sane e dinamiche dell’economia.
In realtà, per riportare sotto controllo la crisi, il problema cruciale è superare la contraddizione oggi esistente e costituita dal fatto che in Europa non coincidono Stato, sistema economico e moneta. Non può esistere sistema economico unitario senza moneta e senza un quadro giuridico-istituzionale costituito dallo Stato, non necessariamente unitario, cioè esclusivo. Va ricordato che la federazione è uno Stato nel cui ambito possono coesistere Stati membri indipendenti nella loro sfera e che la Comunità dopo l’elezione diretta si troverà in una situazione molto vicina a quella di una federazione. L’idea che fosse possibile costruire gradualmente un sistema economico europeo senza creare una moneta e uno Stato europeo, ha potuto svilupparsi solamente come conseguenza di una particolare e irripetibile congiuntura internazionale che ha per un ventennio garantito una profonda convergenza fra le condizioni e gli interessi più profondi degli Stati europei. La crisi odierna testimonia l’illusorietà di questa speranza. In questa prospettiva, l’obiettivo della creazione della moneta europea ha importanza cruciale perché mira a ristabilire in Europa la coincidenza fra sistema economico, Stato e moneta.
 
La moneta europea e le relazioni internazionali dell’Europa.
A conclusioni analoghe, nel senso che confermano l’importanza della moneta europea, si giunge ove si prenda in considerazione lo scenario internazionale.
Oggi l’Europa è di fronte a scelte da cui dipende il suo avvenire. Tra i problemi che non possono più essere rinviati c’è in primo luogo la necessità di regolare in modo nuovo i rapporti con gli Stati Uniti, con l’Unione Sovietica e con i Paesi del Terzo mondo, in vista di un nuovo ordine mondiale. L’Europa potrà essere un soggetto attivo in questa negoziazione così da tutelare i propri interessi e contribuire alla ricerca di una soluzione più evolutiva per il mondo intero solo se potrà agire come un’unità.
Sul piano dei rapporti commerciali, all’Europa, che a differenza dell’America ha un’economia bisognosa di materie prime e strutturalmente aperta al commercio internazionale, conviene incrementare il più possibile gli scambi, specie con i paesi africani e mediterranei. Questi interessi europei non possono tuttavia tradursi in una efficace politica commerciale stante l’attuale divisione degli europei e l’impossibilità di modificare le tariffe esterne comunitarie in assenza di una politica industriale e della occupazione a livello europeo. In questo modo l’incapacità dell’Europa divisa di rinnovare il proprio sistema produttivo contrappone l’Europa stessa agli interessi dei paesi in via di sviluppo. In questa situazione l’Europa si rivela anche incapace di elaborare una efficace politica energetica, che non può prescindere da una definizione e stabilizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti ed i paesi arabi.
Ciò richiede una profonda convergenza delle politiche economiche nazionali che solo la realizzazione dell’Unione economico-monetaria può garantire. Di qui dunque l’importanza decisiva della creazione di una moneta europea che, garantendo la realizzazione dell’Unione economico-monetaria, costituisce l’indispensabile premessa per affermare un ruolo autonomo dell’Europa nel ciclo della politica mondiale che in questi anni si sta aprendo, e quindi per affermare una divisione internazionale del lavoro che non releghi l’Europa, come oggi sta avvenendo, in una posizione subordinata rispetto agli Stati leader ed al tempo stesso antitetica agli interessi dei paesi in via di sviluppo.
Va sottolineato che, a livello internazionale, la moneta europea sarebbe accettata come moneta di pagamento e di riserva a fianco del dollaro. Ciò significa che la creazione di una moneta europea consentirebbe il ritorno ad uno stabile ordine monetario internazionale, che è la condizione indispensabile per la crescita ordinata del commercio mondiale. In secondo luogo, ciò significa che la moneta europea attribuirebbe all’Europa un diritto di signoraggio internazionale (cioè il potere di acquisire beni reali contro l’emissione di moneta cartacea accettata come moneta internazionale) analogo a quello oggi posseduto dagli Stati Uniti grazie alla emissione del dollaro; in questo modo diverrebbe meno drammatico il problema di finanziare temporanei deficit e diverrebbe agevole il riciclaggio internazionale dei capitali attraverso canali finanziari autonomamente controllati dalle autorità europee.
 
La crisi del piano Werner ed il rilancio dell’Unione economico-monetaria del presidente Jenkins.
Il «piano Werner» ha rappresentato il primo tentativo di realizzazione dell’Unione economico-monetaria europea. La crisi in cui oggi versa la sua realizzazione non deve rendere scettici sulla possibilità di raggiungere l’obiettivo, ma deve spingere a comprendere i limiti della strategia gradualistica seguita — in ultima analisi i limiti del «serpente comunitario», cioè del tentativo di procedere per fasi alla costruzione di un’Unione economico-monetaria restringendo progressivamente i margini di fluttuazione dei cambi. L’esperienza ha dimostrato che è impossibile mantenere la parità dei cambi se la responsabilità della politica monetaria viene lasciata alle banche centrali ed ai governi nazionali. Non si può lasciare agli Stati un potere e pretendere che essi non lo utilizzino privilegiando le priorità nazionali. In questo senso va dunque condivisa la conclusione del «rapporto Spierenburg» (predisposto su mandato del governo olandese come contributo all’elaborazione del rapporto Tindemans) secondo cui «mantenendo le monete europee distinte, gli Stati membri della C.E.E. hanno sempre voluto mantenersi aperta la possibilità di ritornare ad una politica economica e monetaria autonoma i cui obiettivi siano dettati dall’interesse nazionale. Fino a quando persisterà questo stato di cose, l’integrazione resterà bloccata da una serie di ostacoli praticamente insormontabili, senza contare che questa situazione comporta un rischio permanente di ricaduta. Solo la sostituzione irreversibile delle monete nazionali con una sola moneta comunitaria può mettere definitivamente fine a ciò. Questa operazione deve andare in parallelo con il trasferimento alle istituzioni dell’Unione europea di certi poteri essenziali in campo monetario ed in materia di bilancio. L’Unione monetaria, una volta creata, susciterà di per sé le forze capaci di far convergere le politiche degli Stati membri».
In questa prospettiva assume importanza fondamentale il «nuovo approccio» all’Unione economico-monetaria sostenuto dal presidente della Commissione delle Comunità Roy Jenkins, secondo cui un salto di qualità iniziale la moneta europea è necessario perché l’Unione economico-monetaria possa poi svilupparsi gradualmente con la progressiva costruzione di uno Stato europeo compiuto, con piena sovranità politica, economica e militare.
Ciò non significa, naturalmente, che l’Unione economico-monetaria debba necessariamente essere fondata immediatamente, né significa che sia necessaria l’immediata emissione di una moneta europea. Ciò che è necessario è sin dal primo momento orientare le aspettative stabilendo una data definitiva per la emissione della moneta europea. Come ha proposto il presidente dell’U.E.F. Mario Albertini è necessario stabilire un periodo di pre-unione economico-monetaria e fissare in modo definitivo la data dell’emissione della moneta europea; in questo quadro, l’avvio dell’Unione economico-monetaria coinciderebbe con la creazione della moneta europea e sarebbe agevolata da un periodo transitorio in cui gli Stati potrebbero predisporre le misure necessarie per agevolare il trasferimento della sovranità monetaria al livello europeo.
Questa proposta concilia la necessità di compiere un salto di qualità costituito dal passaggio dall’Unione doganale all’Unione economico-monetaria con l’esigenza di dare agli Stati il tempo necessario per realizzare gli adattamenti richiesti dalla nascita dell’Unione economico-monetaria stessa. La fissazione in anticipo della data della creazione della moneta europea e la definizione di una pre-unione nel periodo che precede tale data costituiscono un piano graduale ma vincolante, realistico ed efficace perché in grado di ristabilire con la prova dei fatti la fiducia reciproca e superare così il vero ostacolo che impedisce il rilancio dell’Unione economico-monetaria: la sfiducia dei paesi in difficoltà nei confronti dei paesi ad economia forte e la sfiducia di questi paesi nei confronti di quelli in difficoltà.
È questo, sostanzialmente, il metodo suggerito dal presidente Jenkins quando, nel suo discorso di Firenze (ottobre 1977), ha affermato che «l’evoluzione è un processo che una volta cominciato si svolge o gradualmente o per salti. Vi è spazio sia per un migliore coordinamento delle azioni di domani, sia per le discussioni di oggi circa un piano più ambizioso per dopodomani».
 
Moneta europea, elezioni europee, Stato europeo.
L’importanza decisiva della moneta europea può essere compresa, infine, ponendosi da un punto di vista politico-istituzionale.
I temi fondamentali ormai da alcuni anni in discussione a livello europeo sono l’elezione europea, l’Unione economico-monetaria e l’Unione europea. Questi tre temi non possono essere compresi e analizzati disgiuntamente. Essi sono aspetti di una unica realtà costituita dal fatto che il processo di integrazione europea, completata l’Unione doganale, è giunto ad un bivio: o un salto di qualità con la nascita di uno Stato europeo, o una involuzione verso il protezionismo e il nazionalismo.
Considerata in sé, l’elezione europea può essere scambiata per un fatto non rilevante, in quanto si tratta di eleggere un Parlamento privo di poteri. In sé l’obiettivo dell’Unione monetaria è contraddittorio perché una moneta europea è irrealizzabile in assenza di una politica economica europea, cioè di un governo europeo. Né si vede che senso abbia parlare di Unione europea, quando gli elementi costitutivi il patto di Unione sono, ciascuno, privi di significato reale.
Il fatto è che questi tre temi riacquistano il loro significato storico se considerati congiuntamente, perché allora risultano essere le componenti essenziali di un processo costituente dello Stato europeo. Questa è la prospettiva adeguata per comprendere e valutare i problemi e le scadenze fondamentali con cui l’Europa è confrontata. Ciò vale in modo esemplare per la moneta europea.
Esistono due precedenti storici che possono aiutarci a comprendere le scelte con cui è confrontata oggi l’Europa.
Un primo precedente storico è dato dalla creazione del dollaro. All’inizio della loro vita, gli Stati Uniti d’America vissero un’esperienza sotto molti punti di vista simile a quella attuale europea. L’approvazione della costituzione federale aveva sancito la nascita della democrazia statunitense, ma aveva lasciato l’esecutivo federale con poteri molto limitati. L’unificazione non poteva ancora ritenersi irreversibile, perché gli Stati membri mantenevano i poteri essenziali e le loro rivalità interne crescevano di giorno in giorno. Questa situazione è per molti versi analoga a quella che caratterizzerà l’Europa una volta avvenute le prime elezioni europee.
In quella situazione, Alexander Hamilton si batté e impose la creazione della Banca centrale statunitense. In questo modo ottenne il lealismo dei cittadini nei confronti dell’esecutivo federale e diede a quest’ultimo un mezzo potente per incidere sui rapporti sociali ed economici. Hamilton non si batté per far avanzare un processo costituente giuridico formale, ma si batté per un effettivo processo costituente dello Stato federale trasferendo il fondamentale potere di battere moneta alla banca centrale federale.
Un secondo precedente storico è costituito dal tentativo, avvenuto agli inizi degli anni ‘50, di creare un esercito europeo e fondare un’Unione politica europea.
Nel 1951, su iniziativa della Francia i sei paesi che avrebbero in seguito fondato la C.E.E., decisero di creare un esercito europeo. Questo progetto immediatamente impose di affrontare l’aspetto politico di fondo: un esercito non può esistere senza un governo che lo controlli. Al progetto per la C.E.D. (Comunità europea di difesa) si associò pertanto, alla fine del 1951, quello per la C.E.P. (Comunità politica europea).
La C.E.D. e la C.E.P. costituivano due aspetti dello stesso progetto: la nascita di uno Stato europeo. Non importa qui considerare i motivi che fecero fallire questo tentativo (il fatto che in Francia maggioranza di governo e maggioranza a favore della C.E.D. ad un certo punto non coincisero più); ciò che in questa sede ha rilevanza è il fatto che esiste un perfetto parallelismo fra C.E.P. e elezione europea (in entrambi i casi l’obiettivo è la formazione di un potere politico europeo) e fra C.E.D. e moneta europea (in entrambi i casi è in gioco uno dei due poteri fondamentali dello Stato, la spada e la borsa).
Il fatto è che la creazione di una moneta europea è possibile perché con l’elezione europea è stata posta la premessa per la soluzione degli aspetti politici del problema; la creazione di una moneta europea, d’altro lato, in quanto trasferisce al livello europeo la sovranità monetaria, è necessaria perché l’elezione europea non costituisca un’occasione storica mancata ma coincida con l’avvio della creazione dello Stato europeo.
 
Le obiezioni alla moneta europea.
Molte sono le obiezioni che vengono mosse al progetto di creare una moneta europea. Fondamentalmente, tuttavia, senza entrare nel dettaglio dell’analisi tecnica, tali obiezioni possono tutte essere ricondotte a due ordini di critiche.
A quanti sostengono il carattere prioritario della moneta europea viene in primo luogo obiettato che per procedere verso l’Unione economico-monetaria è necessario per prima cosa sconfiggere l’inflazione e quindi che ogni Stato si impegni, al suo interno, a risanare gli squilibri, in funzione di un obiettivo nazionale di prezzi e sviluppo. Si obietta cioè che fino a quando vi saranno differenze così profonde fra i tassi di inflazione nazionali — così come oggi accade per esempio fra Germania ed Italia — è impensabile creare un’unica area monetaria.
Questa obiezione è un evidente frutto della tendenza a pensare il nuovo (la moneta europea) con gli schemi formati studiando l’antico (la fluttuazione congiunta), perché proietta nell’unione monetaria, che per definizione implica il trasferimento del potere di battere moneta ad un’unica autorità europea, le conseguenze del disordine generato dal fatto che il potere di battere moneta è oggi nelle mani delle autorità nazionali. Oggi esistono differenti propensioni nazionali all’inflazione proprio perché gli Stati hanno il potere di battere moneta. Non vi è nulla di strano se fra aree monetarie indipendenti regna la disarmonia: è il caso opposto che dovrebbe stupire. Realizzare la moneta europea significa eliminare alle radici le cause della divergenza nelle politiche monetarie nazionali.
La convergenza delle politiche economiche in assenza di una moneta europea d’altro lato è irrealistica, perché orientare le scelte fondamentali di politica economica verso l’obiettivo della difesa delle monete nazionali comporta l’adozione di una strategia «eguale» per tutti i paesi solo a condizione che coincidano le condizioni di partenza. Ciò non essendo, questa linea di condotta implica l’insorgere di profonde divergenze fra le politiche nazionali, con l’effetto di rendere inevitabile la caduta verso il disordine monetario e il protezionismo; basti pensare come negli anni più recenti i paesi «forti» abbiano perseguito gli obiettivi di riduzione dell’inflazione anche attraverso una rivalutazione della moneta, con ciò incentivando la tendenza dei paesi «deboli» a svalutare la moneta nazionale.
Una seconda serie di obiezioni che viene mossa alla moneta europea fa riferimento al contrasto di interessi che essa genererebbe fra i paesi partecipanti all’Unione monetaria. Ponendosi dal punto di vista dei paesi in surplus, si afferma che la moneta europea costringerebbe questi ultimi ad accollarsi il deficit generato dai paesi deboli. E ponendosi dal punto di vista dei paesi in deficit, si afferma che la moneta europea svantaggerebbe questi ultimi facendo loro subire le conseguenze di una politica monetaria decisa sulla base delle condizioni prevalenti nei paesi più forti. Il fatto che queste obiezioni siano antitetiche una rispetto all’altra è il primo indice della loro astrattezza. Si consideri, d’altra parte, come questa polemica sui presunti beneficiari e danneggiati della moneta europea ricordi per molti aspetti quella apertasi negli anni ‘50 a proposito della creazione della C.E.E.; allora i paesi forti temevano di essere invasi dai manufatti prodotti a prezzi competitivi dai partners meno sviluppati che fruivano di un minor costo del lavoro, mentre questi ultimi temevano di essere invasi dai manufatti prodotti dai partners più sviluppati che fruivano di una maggiore produttività del lavoro e di una tecnologia più avanzata. La realtà ha dimostrato l’inconsistenza di queste obiezioni alla C.E.E., che ha permesso una migliore divisione del lavoro a livello europeo, vantaggiosa per tutti.
Ora, per quanto riguarda l’essenziale, va detto che il timore dei paesi in surplus di divenire gli «ufficiali pagatori» dell’Europa non tiene conto del fatto che ampi trasferimenti di reddito a livello europeo potranno aversi solo nel lungo periodo di uno stadio molto avanzato del processo di fondazione dell’Unione europea; a quel punto, i trasferimenti di reddito a livello europeo saranno accettabili perché frutto di coerenti politiche stabilite democraticamente dai partiti europei nel quadro degli istituti dello Stato europeo.
Occorre poi dire che il lavoro svolto dalla commissione Mac Dougall su incarico della Comunità, ha stimato con precisione la dimensione del bilancio comunitario necessario per avviare la Unione economico-monetaria e ha concluso che un bilancio di dimensioni vicine a quelle dell’attuale budget comunitario può essere sufficiente, ove se ne razionalizzi la gestione. Gli obiettivi prioritari della Unione economico-monetaria sono una politica di stabilizzazione congiunturale comune, una politica monetaria unitaria e la riduzione degli squilibri regionali; questi obiettivi richiedono che il bilancio passi dall’attuale 0,7% del P.I.L. della Comunità al 2,5%. Per valutare queste cifre, si tenga presente che tale incremento della spesa pubblica europea è uguale, come ordine di grandezza, alla spesa effettuata dai paesi europei per sostenere il dollaro nel corso del 1977. Il costo è uguale, ma i ricavi sono differenti. Finanziando il dollaro si difende un precario e insoddisfacente ordine monetario ed economico internazionale. Finanziare il bilancio comunitario significa lanciare un programma di investimenti pubblici in Europa per realizzare la piena occupazione, recuperare il ritardo accumulato dall’Europa nei settori di punta, avviare a soluzione le più gravi contraddizioni economico-sociali che oggi caratterizzano l’Europa, sconfiggere il protezionismo con una politica industriale europea in grado di definire in modo progressivo i rapporti con i paesi del Terzo mondo, e soprattutto restituire la piena sovranità agli europei.
Infine, per quanto riguarda i timori circa gli effetti della perdita da parte degli Stati del potere di svolgere una autonoma politica monetaria, si rifletta sul fatto che tale obiezione alla moneta europea sopravvaluta l’importanza della politica monetaria come strumento di politica economica nazionale. Essa non tiene conto del fatto che nel quadro degli stati nazionali europei la manovra monetaria è andata perdendo efficacia come strumento per influenzare l’occupazione e gli investimenti in conseguenza dell’apertura delle economie europee. Né tiene conto del fatto che la nascita della moneta europea non implica necessariamente una drastica riduzione dell’autonomia delle autorità nazionali nello svolgimento delle funzioni di loro competenza, in quanto manterrebbero la sovranità fiscale e con essa il potere di affrontare efficacemente gli squilibri economici, sociali e territoriali; e ciò si confermerà tanto più vero quanto più ortodossa sarà la politica monetaria europea, cioè quanto meno le autorità centrali europee potranno drenare risorse con la tassa «inflazione». In realtà le autorità nazionali nel quadro dell’Unione economico-monetaria vedranno presumibilmente incrementare la propria capacità di affrontare in modo autonomo i problemi economici e sociali più gravi perché potranno concentrare su di essi le proprie risorse, avendo trasferito alle autorità europee il compito di stabilizzare l’economia, che a livello europeo richiede risorse molto minori di quanto non avvenga oggi con una serie non integrata di politiche di stabilizzazione svolte dagli Stati. La possibilità di intervento delle autorità locali sarà inoltre aumentata dalla possibilità di attingere al mercato europeo dei capitali.
Per concludere, tuttavia, ciò che più ha rilevanza è che a fronte di qualsiasi obiezione alla moneta europea, è necessario ribadire che un giudizio sulla moneta europea deve fondarsi sul fatto che essa pone in discussione lo sbocco del processo di integrazione nell’Unione europea e quindi pone in discussione l’orientamento globale dello sviluppo economico-sociale europeo per i prossimi decenni. In questa prospettiva perde significato un preciso calcolo dei vantaggi e degli svantaggi a breve termine che deriveranno dalla moneta europea, nel senso che gli eventuali svantaggi appaiono effimeri e i certi vantaggi appaiono incommensurabili.
La battaglia per la moneta europea è oggi in corso. La moneta europea è un progetto politico adeguato agli immensi problemi oggi da risolvere ma al tempo stesso un progetto politico di non facile realizzazione. Di fronte a difficoltà ancora maggiori negli anni più difficili dell’Europa, Jean Monnet ammoniva che il futuro non deve essere previsto ma costruito; è con questo spirito che l’Europa ha in passato guidato lo sviluppo della civiltà ed è ritrovando questa volontà che essa può ancora dare il suo contributo decisivo alla storia dell’umanità.