Anno XIX, 1977, Numero 4, Pagina 239

 

 

RAPPORTO DI MARIO ALBERTINI AL CONGRESSO DELL’UNIONE EUROPEA DEI FEDERALISTI
Bruxelles 4, 5 e 6 novembre 1977
 
 
I
L’Europa è in crisi. L’Europa è necessaria. Ma troppe persone, e troppi uomini politici, dopo aver fatto queste affermazioni, si occupano d’altro. Questo modo di agire, che di fatto favorisce la divisione dell’Europa, deve essere aspramente combattuto. La crisi dell’Europa non dipende da una maggioranza di contrari all’unità europea; dipende dal fatto che troppi, fra coloro che si professano, e sono, favorevoli all’Europa, restano inattivi, e non sono disposti a correre alcun rischio, come è necessario ogni volta che si tratta di costruire qualche cosa di nuovo.
Ma i nodi stanno venendo al pettine. Gli uomini della mia generazione, quando devono constatare, come in questi giorni, che si cerca ancora di riaccendere in Europa il sentimento antitedesco, provano un senso di sgomento perché vedono tornare i tragici mali del passato, i mali della divisione. La grande intuizione che, durante la Resistenza, ha spostato il federalismo europeo dal terreno dell’utopia al terreno della politica è stata proprio questa: bisogna fare l’Europa per non ricadere nei mali del passato.
L’Europa ristagna, i mali del passato ritornano, sono di nuovo tra noi. Ci tocca ancora di vedere il volto bieco, o subdolo, del nazionalismo. Ma chi è contro la Germania — come chi è contro l’Italia, o la Francia, o un altro paese d’Europa — è contro l’Europa. Noi dobbiamo ricordare questa verità a chi l’ha dimenticata. E dobbiamo ricordare a tutti — ai liberali, ai democratici, ai democratici-cristiani, ai socialisti — che la prima causa da servire è quella dell’Europa perché senza unità europea non possiamo avere né libertà, né indipendenza, né pace, né democrazia, né giustizia sociale. Chi l’ha dimenticato, o non lo ha ancora capito, non ha che da guardarsi intorno, e vedere dove ci porterebbe la rinascita della discordia tra le nazioni.
Ma non basta, come ho detto, essere per l’Europa. Bisogna agire, e non si può agire senza conoscere. Non sono molti, anche nelle sfere della politica e della cultura, quelli che hanno davvero conoscenza dei fatti dell’integrazione europea. Non si tiene quasi mai presente che il processo di integrazione europea dura da ormai circa trent’anni; né si sa, o si cerca di sapere, almeno per quanto riguarda i più, come si sia sviluppato; e nemmeno ci si chiede, di solito, che cosa, della nostra vita economica, politica e sociale, dipende dall’integrazione europea. Questa indifferenza era in parte giustificata da una situazione di fatto, dalla mancanza della partecipazione diretta dei cittadini alla costruzione dell’Europa e alla politica europea. È per questo che sinora solo alcuni grandi statisti, alcuni grandi europei e i movimenti europeistici e federalistici si sono veramente occupati dell’unità europea. Ma con l’elezione diretta del Parlamento europeo tutto ciò sta per cambiare; ed è certo che non si possono avere idee chiare sull’elezione europea senza tener presente il grado di sviluppo dell’unificazione dell’Europa occidentale.
 
II
Vale dunque la pena di ricordare che l’integrazione europea ha ormai già compiuto, e oltrepassato, due intere fasi del suo sviluppo storico: la prima, che trovò il suo assetto nel Consiglio d’Europa, nell’O.E.C.E. e nell’U.E.P., e la seconda — apparentemente ancora in corso ma in realtà già finita da qualche anno — che corrisponde al Mercato comune e al sistema delle Comunità (nella sua prassi effettiva, molto diversa dal disegno dei Trattati di Roma). E vale anche la pena di ricordare che l’unificazione europea ha creato con la seconda fase un mercato europeo, sia pure imperfetto; mentre con la prima fase aveva modificato radicalmente sia l’atteggiamento di fondo dei nostri Stati, passati dal protezionismo e dalla rivalità militare alla collaborazione politica ed economica, sia quello degli Stati Uniti, passati a loro volta dall’isolazionismo alla piena assunzione delle loro responsabilità mondiali proprio con le grandi decisioni con le quali essi spinsero le nazioni europee, prostrate dalla seconda guerra mondiale, sulla via dell’unità.
Basta questo cenno per ribadire che dobbiamo all’integrazione europea gli aspetti nuovi, e positivi, della vita europea: la certezza di avere ai confini dei paesi amici e non dei nemici potenziali, la liberalizzazione degli scambi, la creazione progressiva di un grande mercato, i primi elementi di una solidarietà organizzata con gli U.S.A. nel campo della difesa e dell’economia, i primi elementi di una partecipazione europea alla distensione internazionale e di una politica di collaborazione con i paesi nuovi. E se è vero che ciò obbliga l’Europa a proseguire, a consolidare ed a sviluppare queste nuove prospettive interne e internazionali con la tempestività necessaria per non trasformare la presente crisi di crescita in una crisi insanabile, è vero anche che questi aspetti nuovi della vita europea, questi ponti protesi verso l’avvenire, crollerebbero se l’integrazione europea dovesse interrompersi o fallire, costringendo di nuovo in Europa la vita politica, economica e sociale negli angusti confini nazionali degli Stati, e privando gli Stati Uniti dell’interlocutore europeo necessario per respingere le tentazioni ricorrenti dell’isolazionismo.
Questa eventualità va presa seriamente in considerazione non solo per la sua gravità, ma anche perché da quando l’unità europea segna il passo a causa della fine della seconda fase del suo sviluppo (universalmente ammessa come stasi e rischio di disgregazione del Mercato comune), sono effettivamente ricomparsi, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, i segni di una pericolosa involuzione. Con l’abbandono delle parità fisse, i paesi europei hanno distrutto uno dei fondamenti del Mercato comune; e con la fluttuazione dei cambi sono tornati ad una politica monetaria nazionale che li sta risospingendo sulla via del protezionismo. E prima ancora gli Stati Uniti avevano già messo in crisi con Nixon il sistema monetario internazionale; e cercato di riaggiornare, con una Realpolitik priva di vero senso politico, l’isolazionismo del passato.
È ora ormai di capire che tutto ciò non è indolore. Questo aver tenuto troppo a lungo ferma l’Europa ha provocato il ritorno del protezionismo, ma il protezionismo non è altro se non l’anticamera del nazionalismo, che svela di nuovo il suo volto reazionario, autoritario e antidemocratico, e cerca di nuovo di seminare la discordia fra i popoli. Si finirà anche per capire, del resto, che è questa involuzione che ha impedito all’Occidente di affrontare subito, bene, e in modo solidale, la crisi energetica. Ma ciò che conta per l’azione da svolgere, e va rilevato qui, è che, come nell’immediato dopoguerra, gli Stati Uniti hanno reagito prima e meglio dell’Europa. Nell’America di Carter gli europei possono riconoscere l’America di Roosevelt, di Truman, di Kennedy, l’America amica dell’unità europea. La risposta tocca dunque all’Europa. Per essere all’altezza dei tempi l’Europa deve ritrovare la via dell’unità.
A questo proposito, bisogna essere chiari. Ciò che occorre è una terza fase di sviluppo dell’integrazione europea, non qualche aggiustamento della fase già compiuta ed ormai sterile. Fino a che non avremo un punto di riferimento europeo meno incerto di quelli di oggi, e solido abbastanza da rendere concepibili per il senso comune, e praticamente attuabili, risposte europee ai problemi più gravi dei nostri paesi, i governi, i partiti e i sindacati non potranno certo fare una vera politica europea, né collaborare alla pari con gli Americani, come fecero Jean Monnet e tutti i grandi europei. Fino a che non disporremo di questa capacità europea di azione, i governi, i partiti e i sindacati saranno costretti dalla gravità dei problemi immediati a fare scelte nazionali e ad usare strumenti nazionali, ivi compreso quello monetario che si sono ritrovati fra le mani con la fluttuazione dei cambi, e che fra tutti è il più inevitabilmente e pericolosamente nazionale. Bisogna dunque costruire, prima che sia troppo tardi, il punto di riferimento europeo per il mondo di oggi.
 
III
Il germe della terza fase dell’integrazione europea è già stato gettato. È l’elezione europea. Una prova di quanto affermo sta nel fatto che la sola questione dell’elezione europea per sé stessa — cioè l’insieme delle decisioni da prendere a livello europeo e a livello nazionale per convocare effettivamente alle urne i cittadini europei nei nove paesi della Comunità — ha già prodotto, o sta per produrre, risultati politici di grande rilievo, che non sarebbe stato certamente possibile ottenere, o ottenere così presto, con la politica nazionale.
Citerò i tre più importanti. Il primo riguarda il Regno Unito. Dopo l’accordo intervenuto tra laburisti e liberali, è stata presa in seria considerazione l’adozione del sistema proporzionale per l’elezione europea anche in Gran Bretagna. Per il Regno Unito si tratterebbe dell’inizio di una vera e propria rivoluzione costituzionale, che la parte cospicua dell’elettorato britannico che non si riconosce nei partiti conservatore e laburista non è mai riuscito a porre veramente sul tappeto, né poteva sperare di ottenere, nel quadro nazionale, entro termini prevedibili. In causa è la logica delle cose, il cambiamento di dimensione tra le nazioni e l’Europa. Per eleggere i parlamentari europei col sistema tradizionale del collegio uninominale, bisognerebbe organizzare collegi di quasi un milione di cittadini per ogni deputato, perdendo in ogni caso il pregio del collegio uninominale classico (il rapporto diretto, personale, tra eletto ed elettori), e riducendo lo scrutinio ad una lotteria.
Il secondo riguarda il sistema elettorale nella sua relazione con la democrazia ed il problema del governo. Come è noto la Francia eleggerà i suoi deputati europei con il sistema proporzionale. Dunque il passaggio dal sistema maggioritario a quello proporzionale non riguarda solo il Regno Unito. E ciò, vista la situazione degli altri paesi, equivale a dire che anche se non avremo, per la prima elezione, un sistema elettorale unico, potremmo tuttavia avere subito un’elezione basata sulla proporzionale, che si imporrà in ogni caso con la seconda elezione e l’elaborazione europea della legge elettorale. È una grande vittoria della democrazia — che può essere valutata da chi tenga conto del rapporto tra sistema elettorale e formazione della volontà generale, o volontà pubblica. E una vittoria che, sempre grazie alla logica delle cose — agli effetti del cambiamento di dimensione — non avrà nemmeno in futuro conseguenze negative sulla stabilità dell’esecutivo, come nei paesi centralizzati di medie dimensioni. In pratica l’Europa sarà ben governabile anche con la proporzionale perché nei sistemi federali l’autonomia dell’esecutivo e quella del legislativo possono facilmente coesistere senza prevaricazioni dell’uno sull’altro.
Il terzo riguarda i partiti, cioè una delle componenti essenziali della vita politica, e in particolare i partiti comunisti italiano e francese. Il Partito comunista italiano ha votato l’atto per l’elezione europea. Il Partito comunista francese, dopo essersi battuto contro l’elezione europea, non ha potuto votare contro (c’era da aspettarselo: è difficile chiedere voti per l’elezione europea se la si considera una sciagura). E ciò configura in prospettiva la riconciliazione tra la democrazia e il comunismo occidentale, cioè la soluzione del problema che ha reso non facilmente governabili la Francia e l’Italia, e non del tutto salda, in questi paesi, la democrazia. A questo riguardo regna ancora una grande incertezza. Ma chi pensa che la scelta europea dei comunisti italiani sia solo un espediente, dovrebbe tener presente che, espediente o non, si finisce sempre per diventare prigionieri di ciò che si fa. Chi aiuta la Comunità a costituirsi politicamente e democraticamente — non va dimenticato che l’Europa dei Nove è la prima potenza commerciale del mondo — non fa certo il gioco dell’Unione Sovietica. E non va nemmeno dimenticato che nella Comunità i comunisti dispongono di poco più del dieci per cento dei voti, come i liberali. In sostanza, per i comunisti si profila questa alternativa: o il piccolo partito settario, destinato all’emarginazione, alla decadenza e all’impotenza, o il ritorno nell’area del socialismo.
Di solito non si riflette su queste cose. Ed è forse proprio per questo che non si apprezza nel suo giusto valore la prima tra le conseguenze dell’elezione europea: la formazione di partiti europei e di una vera volontà politica europea nei partiti, che costituisce evidentemente la condizione necessaria, anche se non sufficiente, di qualsiasi progresso sulla via dell’unità europea. Questo processo richiederà, ben inteso, del tempo: la prima elezione, la seconda elezione, ecc. Ma la logica delle cose ci assicura che non è possibile avere elezioni europee senza la trasformazione europea dei partiti; e ci permette anche di pensare che ci sarà una corrispondenza tra la prima, la seconda e, forse, la terza elezione, e le fasi della costruzione della federazione europea.
 
IV
Questi tre esempi mostrano che l’elezione europea è un fatto veramente nuovo nel pieno senso del termine, cioè un fatto che introduce cose nuove e capaci di produrre, con il loro sviluppo, cambiamenti di carattere globale altrimenti impensabili. È un buon segno; è proprio ciò che era accaduto tanto con la prima quanto con la seconda fase dell’integrazione europea. Ma va detto subito che per quanto riguarda l’inizio effettivo della terza fase dell’integrazione europea, siamo ancora solo a mezza strada. La prova definitiva sta nell’azione. E in gioco sono la volontà e la capacità di collegare, con l’elezione europea, l’Europa ai maggiori problemi del momento.
In teoria, la cosa dovrebbe essere acquisita. Ogni elezione, per sé stessa, corrisponde proprio alla scelta di un orientamento pratico intorno ai maggiori problemi, e alla mobilitazione delle forze per tradurre in azione l’orientamento vincente. Ma in Europa, beninteso fino a che l’edificio europeo non sarà interamente compiuto, tutto ciò si scontra con il limite delle istituzioni europee. Per questo l’azione europea si compone sempre di due momenti non separabili: politica europea e costruzione dell’Europa.
Vediamo l’uno e l’altro. Il fatto elettorale promuoverà certamente l’impostazione di una politica europea. La logica stessa delle cose (campagna elettorale, competizione per i voti, ricerca dei consensi) imporrà ai partiti di prendere una posizione europea sui problemi dell’occupazione, dell’inflazione, dell’energia e via dicendo, cioè di proporre un orientamento globale europeo di politica economica. Nella terminologia dell’integrazione ciò equivale a dire che i partiti dovranno impegnarsi per un rafforzamento adeguato delle «politiche comuni» (agricola, industriale, regionale, sociale). E questa volta dovranno impegnarsi sul serio, per non perdere voti nella seconda elezione europea.
Entro certi limiti il fatto elettorale dovrebbe bastare anche per quanto riguarda l’elemento «costruzione dell’Europa», cioè l’acquisto, da parte della Comunità, di una maggiore capacità d’azione. La considerazione fondamentale, a questo riguardo, è che quando si parla dell’estensione dei poteri del Parlamento europeo senza prendere in considerazione il fatto elettorale, ci si dimentica che è proprio il fatto elettorale a conferire ad ogni Parlamento il suo vero ruolo e il suo vero potere: quello di far valere l’orientamento dei cittadini e di collegare il popolo al governo. Dopo l’elezione il Parlamento europeo avrà questo potere e potrà collegare il popolo europeo al governo europeo (la Commissione e il Consiglio dei ministri) perché i Trattati gli riconoscono la facoltà di votare la censura nei confronti della Commissione.
Se si volesse fare della teoria, bisognerebbe dire che a questo punto la Comunità avrà i caratteri di uno Stato, sia pure nel suo primo germe. È quanto sostengono in Francia, in effetti, i nemici intelligenti dell’elezione europea. Ma ciò che conta, in ogni caso, è che con l’elezione europeo entreranno in gioco i principi stessi della democrazia, e la Comunità dovrà perciò dare la prova di saper tradurre in pratica il verdetto del corpo elettorale; e ciò significa, anche a non prendere in considerazione una revisione dei Trattati, che la Comunità acquisirà in ogni modo una effettiva capacità d’azione democratica nell’ambito delle competenze che le riconoscono i Trattati. Ciò equivale in sostanza a dire che la Comunità potrà agire nell’intero campo dell’economia, ma non in quello della moneta. E qui sta il punto.
Ci si deve dunque chiedere se le politiche comuni — che o giungono sino al livello di una politica economica europea o restano inefficaci — sono compatibili con la fluttuazione dei cambi, e in ogni caso con una pluralità di monete nazionali, di bilance nazionali dei pagamenti e le conseguenze di tutto ciò. In una parola, se è possibile rendere europea la politica economica mantenendo nazionale la politica monetaria. Ci si deve chiedere inoltre se non sia necessario orientare subito in senso europeo la politica monetaria, con un piano di «preunione» comprensivo degli stessi piani nazionali di riduzione dell’inflazione, ma fissando sin dall’inizio la data della moneta europea al termine del periodo di preunione. E ciò che è certo è che, aggiungendo all’elezione europea la moneta europea, si costruirebbe il solido punto di riferimento europeo indispensabile per arrestare la disgregazione del Mercato comune e per avviare la terza fase dell’integrazione europea.
In teoria, molte persone sono andate più lontano rivendicando una funzione costituente del Parlamento europeo eletto direttamente anche nel senso formale. Ma anche a questo proposito occorre essere chiari. Se si parla di una costituzione europea da ottenere subito, o si parla anche di attribuire subito all’Europa non solo la moneta ma anche l’esercito, o si dice qualcosa che non ha alcun senso. Se invece si parla del fatto che il Parlamento europeo, dopo l’elezione diretta, avrà in modo «permanente» (cioè per molto tempo —l’espressione è di Brandt), un compito costituente, si dice una cosa teoricamente giusta, ma praticamente irrilevante se manca la volontà di risolvere il problema monetario europeo per non lasciare insoluto il problema economico europeo.
 
V
A questo punto vorrei precisare il senso di ciò che ho detto sino ad ora con alcune osservazioni chiare e nette, perché solo ciò che è chiaro può essere veramente discusso, rifiutato, accettato, corretto, e può dunque servire per prendere delle decisioni e per agire.
Il mio primo punto è che bisogna tener sempre presente che tutto ciò che accade nei nostri paesi e nella Comunità è ormai strettamente connesso con ciò che accade nel mondo. Il senso diffuso di vivere un tempo di crisi dipende in realtà dal fatto che stiamo vivendo il periodo di incubazione di un nuovo ciclo della politica mondiale. La guerra fredda è finita da tempo, ma il panorama resta incerto, l’autorità precaria, e dubbio perfino, nei paesi in maggiori difficoltà, il senso stesso dello Stato e dell’identità nazionale, perché non si è ancora formato un nuovo sistema stabile di relazioni politiche, economiche e culturali a livello internazionale, mentre è ancora in corso lo smantellamento delle regole e dei rapporti internazionali che hanno perso, con la fine della guerra fredda, la loro base di potere.
Il mio secondo punto è che le conseguenze della transizione dal vecchio al nuovo ciclo si sono fatte sentire in profondità nella vita dei nostri paesi, e hanno inceppato il meccanismo dell’integrazione europea, con la crisi del sistema monetario internazionale, la fine delle parità fisse, e la crisi dell’ordine economico mondiale. È dunque accelerando il processo di integrazione nel settore economico e monetario che l’Europa può contribuire alla formazione di un nuovo ciclo della politica mondiale, nelle migliori condizioni per le sorti della democrazia, della libertà, della giustizia sociale e della pace.
Il mio terzo punto è che l’ora delle grandi decisioni è prossima. Se il nuovo ciclo della politica mondiale dovesse formarsi sulla base di un’Europa ancora divisa sul terreno politico, economico e monetario, la divisione dell’Europa si prolungherebbe per un tempo indefinito con conseguenze gravissime. Alla stessa conclusione si perviene se si esamina la situazione interna della Comunità che mostra proprio che la divisione avanza sul terreno politico con la mancanza di solidarietà, sul terreno economico con la tendenza dei paesi a ripiegare su sé stessi, e sul terreno monetario con la fluttuazione dei cambi. D’altra parte la ricomparsa del protezionismo, del nazionalismo, e il livello minaccioso per la stabilità democratica cui è giunta la disoccupazione mostrano effettivamente che non siamo più lontani dal punto di non ritorno anche sulla via della divisione.
Il mio quarto punto è che la Comunità ha già preso una delle decisioni fondamentali per l’avvenire dell’Europa: quella riguardante l’elezione europea. Si tratta ora, su questa base, di consolidare l’unità in modo efficace ed irreversibile. A mio giudizio i dati fondamentali sono i seguenti: grazie all’elezione europea la Comunità disporrà di una forza sufficiente per fare delle vere scelte europee, dunque per governare l’Europa nel settore nel quale essa è già abbastanza unita anche dal punto di vista istituzionale, quello dell’economia. Ma c’è ancora un ostacolo. Con nove monete nazionali, l’Europa, anche se fosse perfettamente organizzata, risulterebbe ingovernabile. Il Mercato comune ha funzionato bene quando c’erano le parità fisse, cioè una specie di moneta europea provvisoria. E nella misura in cui le parità fisse non sono più possibili, una moneta europea è necessaria perché le monete nazionali stanno allontanando sempre di più l’uno dall’altro i paesi della Comunità. È inevitabile. A meno di condizioni particolari, non si può separare il controllo della moneta e delle banche dalla politica economica. Per questo, senza una moneta europea non si può fare una vera politica economica europea. E bisogna tener presente che nel mondo moderno un insieme economico senza una propria moneta e una propria politica economica, non può essere che provvisorio perché, non potendo evitare di rafforzare i forti e di indebolire i deboli, alimenta delle politiche economiche sempre più divergenti. A questo riguardo devo aggiungere che è solo dopo la redazione del mio rapporto che ho preso conoscenza di ciò che il Presidente Jenkins ha detto sulla questione dell’unione monetaria nella sua conferenza all’Università europea. Io credo che il Presidente Jenkins meriti la riconoscenza di tutti i federalisti e di tutti gli europei per il suo coraggio e la sua lucidità.
Il mio quinto punto è che l’U.E.F. dovrebbe: a) adottare un programma di politica europea, ratificando la decisione del Comitato federale circa il Manifesto per l’elezione europea e il Parlamento europeo, e il testo riguardante i paesi europei non membri; b) scegliere una strategia che, a mio parere, dovrebbe consistere nella lotta per aggiungere all’elezione europea la moneta europea mediante un piano di pre-unione e l’impegno di realizzare la moneta europea ad una data stabilita in anticipo; c) proporre su queste basi un’azione comune a tutte le forze europee, ed in primo luogo al Movimento europeo, dichiarando la disponibilità dell’U.E.F. per tutte le correzioni necessarie per conseguire la maggiore unità possibile su un programma d’azione efficace, allo scopo di esercitare una pressione consistente sul Parlamento europeo, e di sostenere la parte del Parlamento europeo disposta a battersi per rendere efficace ed irreversibile l’unità dell’Europa.
 
VI
Sinora ho parlato dell’unità europea. Vorrei ora concludere la mia relazione con alcune osservazioni sul significato che può avere per i federalisti, e per il federalismo in sé stesso, il grado attuale di costruzione dell’Europa. Ciò che conta, a questo riguardo, è che l’Europa si trova ormai vicina al punto di non ritorno sulla via dell’unità. È una situazione analoga a quella degli anni 1951-54. Allora per chiudere per sempre il capitolo della divisione — cioè per chiudere per sempre il capitolo del nazionalismo e della discordia tra le nazioni — si trattava di aggiungere all’esercito europeo l’elezione europea. Adesso si tratta di aggiungere all’elezione europea la moneta europea.
In queste vicende i federalisti hanno esercitato un ruolo di cui possono andare fieri. Se l’Europa si trova di nuovo di fronte a questa possibilità, ciò si deve anche al fatto che la fermezza dei federalisti nel sostenere la necessità di istituzioni democratiche e federali per unire l’Europa è diventata un punto di riferimento per tutti, ivi compresi coloro che, dopo la caduta della C.E.D., si erano illusi che bastasse percorrere la sola via dell’unificazione economica.
È la conoscenza del federalismo che ci ha sempre permesso di vedere con chiarezza la linea che separa l’unità dalla divisione senza cadere nell’errore di credere che ci possa essere unità senza federazione, né in quello di credere che la federazione sia una specie di superstato accentrato, quando la verità è — secondo la limpida definizione di Wheare — che c’è federazione solo quando sono indipendenti tanto il governo comune quanto i governi dei paesi-membri. Ed è la conoscenza del federalismo che ci permette di vedere che cosa ci lasciamo alle spalle con la fine della divisione, e verso quale avvenire possiamo incamminarci dopo aver raggiunto il punto di non ritorno sulla via dell’unità.
Fino a che perdura la divisione dell’Europa, il nazionalismo resta una grave minaccia, un pericolo mortale. In un mondo come il nostro, che diventa sempre più uno sul piano dell’economia, della cultura e del costume, e nel quale il bisogno di unità, per evitare la catastrofe e far avanzare l’umanità, diventa sempre più grande, il nazionalismo — cioè il riferimento esclusivo alla propria nazione e l’indifferenza o il sospetto per le altre nazioni — è l’ultima arma di cui ci si può valere per tentare di nascondere agli uomini la verità del nostro tempo, e per cercare di fermare, con il protezionismo e l’autoritarismo, la marcia della storia.
Fino a che perdura la divisione bisogna occuparsi del presente, dell’equilibrio delle forze in atto, per non ricadere in questi mali del passato, che assumerebbero proporzioni ben più gigantesche. A questo riguardo la considerazione fondamentale è che i federalisti non possono sconfiggere il nazionalismo da soli. Per sconfiggere il nazionalismo bisogna togliere di mezzo la causa che lo produce: le istituzioni che confinano la democrazia nell’ambito degli Stati e imprimono perciò nell’animo degli uomini un riferimento esclusivo alla propria nazionalità; e bisogna bilanciare nell’animo di ogni uomo il riferimento alla propria nazionalità con il riferimento alle altre nazionalità mediante istituzioni adatte a questo scopo. In una parola, bisogna distruggere ciò che vi è di chiuso e di esclusivo negli Stati nazionali, e creare una solidarietà profonda e permanente tra le nazioni con istituzioni federali.
Con l’elezione europea la via è aperta. Ma solo con lo sforzo di tutti i partiti democratici questa via potrà essere percorsa. E va osservato, a questo riguardo, che solo con l’elezione europea i partiti democratici potranno ritrovare la salute perduta anche a causa della ormai antica congiunzione con lo Stato nazionale esclusivo, e rigenerare davvero, grazie alla riconquista di un orientamento multinazionale, cioè universale, il grande patrimonio culturale della democrazia nelle sue componenti liberale, democratica, democratico-cristiana e socialista.
Questo è quanto possiamo lasciarci alle spalle con la fine della divisione: il nazionalismo, il pericolo di ricadere nei mali del passato, la cattiva salute dei partiti. E ciò schiude grandi prospettive perché con una democrazia stabile in tutta l’Europa occidentale, e con partiti in ferma ripresa, non dovendo più ciascun uomo che abbia il senso della responsabilità impiegare ogni energia al solo scopo di evitare il male, si potrà finalmente occuparsi del presente per costruire il futuro, per rinnovare la democrazia e la società.
Non è facile parlare del futuro, bisognerebbe impiegare un linguaggio caduto in disuso, e dire che la rivoluzione — che può e deve essere pacifica e legale nel contesto della democrazia — morde il freno. Troppe cose che devono essere cambiate restano ferme. Forse è proprio questa la causa principale della inquietudine della gioventù, e della caduta nella follia distruttiva dei giovani più deboli e smarriti. In ogni caso, il federalismo potrà allora svelare interamente la sua originalità. Nell’Europa divisa, con il contributo dato alla lotta per l’unità, il federalismo ha già mostrato la validità del suo pensiero istituzionale, il pensiero che noi chiamiamo «hamiltoniano». E nell’Europa unita che si profila ormai come un traguardo possibile e prossimo, il federalismo potrà certamente mostrare la validità rivoluzionaria del suo pensiero politico e sociale, perché solo il federalismo conosce, con Kant, la via per superare i rapporti di forza tra le nazioni e, con Proudhon, la via per superare i rapporti di forza tra gli individui.
Tutto ciò non porterà affatto il federalismo fuori dalla realtà, come non lo portò fuori dalla realtà l’aver pensato all’unità europea durante la Resistenza, né l’aver mantenuto l’obiettivo della Federazione quando tutti dicevano che non era «realistico». Il mondo ha bisogno di unità e di giustizia. L’umanità ha bisogno, sin da ora, di una politica mondiale rispetto ai problemi che mettono in gioco la civiltà e la stessa sopravvivenza. Il mondo ha certo bisogno di fatti, di «pragmatismo», ma di un pragmatismo giusto ed intelligente, sorretto da valori, sorretto da teorie, sorretto dalla scienza.
La nascita della nuova Europa, dell’Europa del popolo delle nazioni europee, cioè di un nuovo modello di convivenza politica e sociale tra le nazioni, potrà rafforzare l’O.N.U. ed aprire la via verso la Federazione mondiale. Ciò avrà una importanza decisiva. La via verso la Federazione europea è stata la base di una prima forma, imperfetta ma reale, di politica europea. Nello stesso modo la via verso la Federazione mondiale potrà costituire la base di una prima forma, limitata ma sufficiente, di politica mondiale.