Anno XVIII, 1976, Numero 4, Pagina 254

 

 

IL MODO DI PRODUZIONE POST-INDUSTRIALE E
LA FINE DELLA CONDIZIONE OPERAIA*
 
 
Noi pensiamo abitualmente che il fatto che ci siano operai sia un fatto naturale, eterno, che c’è oggi e quindi dovrà esserci domani. Ci sono gli industriali, ci sono i professionisti, ci sono i commercianti, ci sono gli operai. Eppure non è stato sempre cosi. Soltanto due secoli fa, quando non era ancora cominciata l’epoca industriale, l’uomo che oggi chiamiamo operaio non esisteva. La società era composta prevalentemente di contadini; oltre questi c’erano mercanti, professionisti, impiegati, e c’erano, al posto degli operai di oggi, gli artigiani. Perché? Prima di tutto per vivere bisogna mangiare. L’agricoltura di allora, povera di cognizioni tecniche, priva di macchine e di concimi chimici, aveva bisogno di un numero enorme di uomini. Quindi c’erano moltissimi contadini, sino alla proporzione di 90, 95, ed oltre, su 100 persone. Dopo il cibo vengono le altre cose: vestiti, case, mezzi di trasporto, utensili ecc. La produzione di queste cose era contrassegnata da due caratteri: 1) c’era poca gente disponibile per farle, per il gran numero di contadini, 2) c’erano poche macchine, scarsa energia per muoverle, e poche materie prime ampiamente utilizzabili. Di conseguenza si faceva quasi tutto a mano con pochi attrezzi. Tali attrezzi, poco costosi, venivano tenuti nelle abitazioni: nelle case dei contadini che li usavano nei ritagli di tempo, degli artigiani indipendenti, e degli artigiani organizzati da un mercante che forniva materie prime e ritirava prodotti finiti o semifiniti.
Nell’epoca nella quale non c’erano operai la popolazione stava molto peggio di adesso. Con quel sistema si produceva poco e c’era poco per tutti. Artigiani e contadini mangiavano carne qualche volta all’anno. Abitavano case malsane dove, al posto del mobilio, c’era il telaio per tessere o filare, o la stufa a carbone vegetale per la pettinatura della lana. Si viveva in mezzo alla lanugine od al fumo. Un artigiano che faceva chiodi lavorava dalle quattro del mattino alle dieci di sera; nelle miniere inglesi, sino al 1780, le donne scendevano nei pozzi assieme ai loro mariti. Un fatto tristissimo ci dice quale fosse allora la condizione umana: «Di un dato numero di fanciulli, la maggior parte muore prima di aver toccato il nono anno di età». Queste parole di uno scrittore inglese dell’epoca sono rivelatrici. Ma nonostante la gravità di questi mali, la semplice protesta morale non avrebbe potuto portare alcun rimedio. Il sistema di produzione, povero di macchine, incapace di impiegare l’energia, costringeva gli uomini a lavorare molto per ottenere poco, ed offriva un solo rimedio per l’aumento della produzione: l’aumento delle ore di lavoro. Per questo fatto la giornata di lavoro arrivava talvolta sino alle 18 ore, ma anche con questo sforzo terribile non si poteva produrre abbastanza per assicurare a tutti almeno il necessario per una vita sana.
A questo punto bisogna fare una riflessione. Parlando della situazione di allora, di quei mali, e del fatto che non c’erano operai, in sostanza abbiamo descritto una fase del problema sociale, ancora presente nelle società non industrializzate. Ebbene, possiamo constatare senza ombra di dubbio che il problema sociale è assolutamente legato al sistema di produzione. Nel passato il sistema di produzione obbligava gli uomini a fare i contadini e gli artigiani, a lavorare molto e male, e ad avere poco. La società, nella sua composizione e nella sua vita, era l’esatto equivalente dei rapporti della produzione. Per mutarla in meglio, non c’era che una possibilità: cambiare il modo della produzione.
E questo avvenne con la rivoluzione industriale; mutato il modo di produrre, cambiò la società, e comparve l’operaio.
 
L’operaio.
Sappiamo tutti press’a poco cosa vuol dire la parola operaio. E sappiamo che l’operaio comparve quando furono introdotte efficacemente le macchine, si impiegò energia sufficiente per muoverle (prima il vapore, poi l’elettricità, poi il petrolio), e si trovarono procedimenti per utilizzare meglio i materiali, a cominciare dal ferro. L’ora di lavoro dell’uomo, non più impiegata per produrre manualmente con pochi attrezzi, ma usata per il maneggio di macchine, rese infinitamente di più, e permise un grande aumento della quantità dei prodotti. Parzialmente meccanizzata, anche l’agricoltura migliorò, e la società poté produrre l’indispensabile per mangiare e per vestirsi con meno uomini e meno lavoro. I molti uomini resi così disponibili non lavorarono più soltanto per produrre beni di consumo, ma per costruire le macchine e gli impianti destinati alle nuove aziende che gradualmente sostituirono le vecchie forme di produzione, e ne crearono di nuove. Gli uomini ebbero così maggiori soddisfazioni materiali, e migliorarono la condizione della loro vita. La società mutò composizione, perché comparvero gli operai, e perché l’aumento dei beni aumentò tra l’altro il numero degli addetti al commercio ed il numero degli scienziati e dei tecnici per studiare, programmare e disegnare. Ci furono, con la maggiore quantità di prodotti, più scuole, più strade, più mezzi di trasporto, più libri; e le città crebbero di numero e di ampiezza.
Fu un grande progresso. Ma il problema sociale rimase. Per capire gli aspetti del problema sociale della nostra epoca, basta constatare come si produce ad un certo grado di sviluppo dei rapporti della produzione. Pigliamo, come campione, la grande fabbrica dei prodotti di serie. Anche questa fabbrica è uno strumento, perciò deve essere maneggiata da uomini. Ma non è più il semplice utensile, maneggiabile da un individuo, l’artigiano, che poteva fare da solo il prodotto finito o semifinito. È un complesso di uffici, di magazzini, e di reparti di lavorazione, che può essere messo in azione soltanto da molti uomini ciascuno dei quali deve fare un lavoro necessario e coordinato: dirigenti in certi uffici, tecnici in altri uffici, operai nei reparti. Questa divisione del lavoro è indispensabile perché la fabbrica possa produrre. Ma in questa divisione ci sono uomini, gli operai, che devono fornire lavoro materiale per azionare le macchine, o lavoro automatico per servire le catene di montaggio.
Pigliamo ora una società nel suo complesso. Giunta a questo grado di sviluppo dei rapporti della produzione, essa ha diviso gli uomini in nuove classi. Qual è il posto dell’operaio? Nella società industriale chi fornisce un lavoro da tecnico o da dirigente deve studiare sino a 18 o a 25 anni. L’operaio che fornisce lavoro materiale, impara soltanto a leggere e a scrivere. La produzione, come abbiamo visto, è molto aumentata. Ma non abbastanza perché tutti possano possedere il minimo di beni materiali necessario, oltre che per una vita sana, anche per una vita libera e civile. Il proletariato no. Il sistema di produzione ha creato una società che dà ad una parte della popolazione una occupazione intellettuale ed un livello di vita civile, e ad un’altra parte della popolazione un lavoro puramente materiale ed un livello di vita molto più basso.
In questa società sorgono i sindacati ed i partiti del lavoro che reclamano una condizione migliore per il proletariato, ed introducono la lotta di classe per attenerla. Questa lotta è moralmente giustificata. Infatti non si entra in una classe o nell’altra per merito o capacità personali. Si nasce appartenenti ad una classe. Ci sono, naturalmente, nel proletariato, delle eccezioni: operai che divengono padroni, figli di operai che riescono a fare gli studi superiori. Ma per la grande massa la situazione è diversa. Essa fornisce gli operai ed i contadini, e chi è figlio di operaio resta operaio. Coloro che hanno avuto in dono dalla nascita, cioè dal caso, una sorte diversa, possono essere tratti a pensare che la selezione sociale avvenga in base al merito. Ma non è così: basta pensare ai 30 o 40 ragazzi di una quinta classe elementare qualunque. Tra costoro cinque o sei ragazzi, figli di borghesi, sanno che continueranno a studiare, perché appartengono ad una parte privilegiata della società. Tutti gli altri sanno che andranno presto a lavorare, imparano subito che sono diversi dai borghesi, e che il mondo degli studi, quindi di una vita migliore, non è per loro. La selezione, imposta agli stessi fanciulli dalla divisione delle classi, produce poi effetti ancora più gravi nell’operaio adulto, costretto a limitare la propria umanità nel ristretto orizzonte di un lavoro molto materiale, poco qualificato, e poco remunerato.
 
La fine della condizione operaia.
Quanto abbiamo detto riguarda certe società storiche ad un dato momento del loro sviluppo; per descriverle, abbiamo dovuto guardarle come se fossero ferme, così come ci appare una automobile in corsa quando viene fotografata. Ma nella realtà storica le società si trasformano incessantemente, specie dove non ci sono ostacoli politici o materiali.
Nelle zone più fortunate la trasformazione dei rapporti della produzione sta producendo modificazioni decisive della società. Osserviamo cosa è accaduto in America. Poco dopo l’inizio del nostro secolo l’America introdusse, ed estese progressivamente a gran parte della sua economia industriale, le grandi catene di produzione. Fu un miglioramento in parte dovuto alla iniziativa tecnica, in parte stimolato dal mercato. Con tale rinnovamento del sistema produttivo, la quantità di prodotti corrispondente all’ora di lavoro dell’operaio aumentò di nuovo in modo considerevole. La maggiore quantità di prodotti, ormai fatti in grande serie, obbligò ad una scelta: o metterla a disposizione di masse sempre crescenti di acquirenti, o lasciarla invenduta nei magazzini. Naturalmente si doveva vendere, ma per vendere questa massa enorme di merce fu necessario attribuire a grandi masse un potere d’acquisto sufficiente. Così lo stesso sistema produttivo spinse verso salari sempre più alti. Questi due fatti: maggiore quantità di prodotti, e maggiore quantità di guadagni, determinarono da un verso spostamenti dall’agricoltura all’industria, dall’industria al commercio ed ai trasporti; dall’altro, grandi investimenti per nuove aziende e per ricerche scientifiche e tecniche in una misura mai prima veduta. E con queste ricerche, questi investimenti, e questi spostamenti della popolazione da vecchi a nuovi rapporti di produzione, si ottenne la possibilità di una continua espansione. La società mutò composizione; la popolazione agricola, ad esempio, scese da 15 milioni su 100 milioni di abitanti nel 1916 a 8 milioni e 700.000 su 160 milioni di abitanti nel 1952.
Uno dei pilastri del privilegio sociale di classe crollò. Nella prima fase della rivoluzione industriale la quantità della produzione non bastava per dare a tutti un livello di vita adatto ad una condizione libera e civile, quindi condannò una parte della popolazione a rimanere in condizioni di inferiorità. Con gli alti redditi ormai percepiti dagli operai questa inferiorità sociale cessò di esistere: un sistema produttivo quale l’americano, arrivato a produrre sino a otto milioni di automobili all’anno, su 160 milioni di abitanti, evidentemente deve dare una automobile a tutti coloro che la desiderano.
Ma in America sta nascendo una situazione ancora più sorprendente. È cominciata l’utilizzazione pacifica dell’energia atomica, che aumenterà radicalmente le risorse di energia e quindi permetterà di alimentare un numero ancora più grande di impianti industriali, ed è cominciata l’automazione, la quale, applicando le macchine ad operazioni sinora compiute dall’uomo, eliminerà l’impiego del lavoro umano come forza muscolare o come semplice automatismo. C’è di più: le irradiazioni atomiche, impiegate in agricoltura per la manipolazione di nuove sementi e la conservazione di derrate alimentari, ed in vari altri campi per nuove attività, porteranno i procedimenti della scienza, della tecnica e della industrializzazione moderna in tutti i settori dell’economia. A questo punto il sistema produttivo non obbligherà più una parte della popolazione a prestare un lavoro scarsamente qualificato. Tutti andranno a scuola almeno sino a 18 anni, perché il lavoro esigerà in tutti i settori dell’economia un uso intelligente delle conoscenze tecniche.
Finita l’epoca del lavoro scarsamente qualificato, ed oltrepassato il sistema produttivo che non sapeva dare a tutti un livello di vita libero e civile, l’operaio non esisterà più. Perché l’operaio è proprio l’uomo che fornisce questo lavoro, e ritira un salario basso.
 
Cosa è accaduto in Europa.
Durante il corso dell’Ottocento la rivoluzione industriale, sia pure con difficoltà particolari in alcune zone che rimasero arretrate come l’Italia del Sud, crebbe press’a poco allo stesso modo sia in Europa che in America. Ma, attorno al 1920, l’Europa si fermò. La sua produzione industriale, che nel 1931 era il 45% della produzione mondiale, scese al 34% nel 1937, ed al 26% nel 1951 (dati dell’Europa occidentale, ad ovest dell’Oder). Naturalmente, arrestata la crescita, rimanemmo fermi ad un sistema produttivo incapace di dare a tutti un buon livello di vita. Perciò la situazione sociale mantenne le divisioni ed i privilegi di classe.
America ed Europa avevano lo stesso grado di sviluppo. Quale fu l’ostacolo che fermò l’Europa? L’America fece il salto in avanti introducendo ed estendendo, con le catene di montaggio e l’organizzazione razionale del lavoro, la produzione di massa a bassi prezzi. Ma l’America aveva molti compratori per prodotti di massa perché è una grande area economica. L’Europa, al contrario, è divisa in tanti mercati di produzione e di consumo quanti sono gli Stati. Quando sarebbe stato necessario, per mantenere un ritmo di sviluppo pari a quello americano, impostare grandi volumi di produzione, gli Stati europei cominciarono a segnare il passo, perché nessuno Stato aveva un mercato con un numero sufficiente di compratori. E non si poteva aggirare l’ostacolo vendendo negli altri paesi, perché ciascuno Stato dovette proteggere dalla concorrenza estera i settori più importanti della sua produzione, sia per mantenere la propria capacità politica internazionale, sia perché fu costretto dalle pressioni dei capitalisti e dei lavoratori.
Così l’economia europea cominciò a scorrere in tanti piccoli rivoli, incanalati dagli argini dei confini degli Stati. Entro questi argini non è stato possibile impostare radicalmente la moderna produzione di massa a prezzi bassi, e non è possibile oggi introdurre a pieno la rivoluzione dell’atomo e dell’automazione. Il sistema produttivo continuò ad impiegare lavoro umano poco qualificato e di scarso rendimento; per questa ragione la politica degli Stati europei, divenuta incapace di risolvere il problema sociale della nostra epoca, perse il senno. Fascisti e nazisti, per allargare il mercato, tentarono la via dell’imperialismo, cioè praticarono follemente la politica della violenza proprio mentre l’Italia e la Germania, come gli altri paesi d’Europa, divenivano di giorno in giorno più deboli rispetto alla Russia ed all’America. D’altra parte il movimento operaio non seppe nemmeno capire quale fosse l’ostacolo. Nel 1914 esso divenne fedele agli Stati nazionali; e da allora si abbandonò al massimalismo verbale, o si rassegnò alla conservazione, o pretese di impiantare in Europa la dittatura bolscevica, adatta per cominciare l’industrializzazione in un paese ancora contadino come la Russia di allora, ma del tutto assurda in paesi già giunti ad uno stadio avanzato di industrializzazione. Questa situazione dura ancora. Dopo tanti anni il movimento operaio non ha ancora compreso qual è l’ostacolo da superare, e continua a coltivare il disegno ormai assurdo di trasformare i rapporti della produzione, per portare avanti la emancipazione sociale, migliorando lo Stato nazionale sovrano. Ma in tal modo conserva proprio l’ostacolo che impedisce materialmente l’espansione economica e quindi il rinnovamento sociale. Per questo, dominato dall’assurdità della vita nazionale, che lo costringe da cinquanta anni alla difensiva, resta costantemente battuto, e perciò diviso nei tronconi conservatore, comunista e massimalista.
 
Cosa fare in Europa.
Dobbiamo rompere gli argini nazionali che costringono la produzione europea entro piccoli mercati, ed impediscono di conseguenza l’espansione economica e la completa emancipazione sociale. Dobbiamo mettere in movimento una economia di dimensioni continentali. Essa ci permetterebbe di sviluppare completamente la produzione di massa, di iniziare pienamente la rivoluzione dell’atomo e dell’automazione, e pertanto di procedere sicuramente verso il traguardo luminoso della fine della condizione proletaria, verso una società senza privilegi di classe. Ma per avere un sistema unitario di produzione e di consumo in Europa, bisogna fare prima gli Stati Uniti d’Europa; bisogna attribuire l’inefficiente sovranità di politica economica e di politica estera dei nostri vecchi Stati al potere politico federale del popolo europeo. Infatti c’è un vero mercato, cioè un’area di sviluppo economico programmabile e non semplice baratto tra diversi mercati, solo sull’area dove esiste un potere politico. Soltanto un potere politico può fissare il corso della moneta, regolare giuridicamente i rapporti economici, riscuotere tasse e spendere denaro nei settori sociali, fare una politica economica, regolare il commercio con l’estero. Per questa ragione non c’è una terza via: se si mantengono gli Stati nazionali sovrani si mantiene la divisione, se si vuol raggiungere l’unità ci vogliono gli Stati Uniti d’Europa.
Per superare l’ostacolo che ha fermato il movimento operaio bisogna dunque fare gli Stati Uniti d’Europa. Chi può fare gli Stati Uniti d’Europa? Non gli Stati nazionali, che hanno prodotto e mantengono la divisione. Di conseguenza, è divenuto inutile il vecchio obiettivo politico della conquista del governo nazionale, perché questo serve soltanto a governare gli Stati, e governando gli Stati non si fa l’Europa, la si tiene divisa. Si può fare l’Europa solo togliendo agli Stati la sovranità di politica economica e di politica estera, ed attribuendo tale sovranità, con la creazione degli Stati Uniti d’Europa, al suo legittimo titolare: il popolo europeo. Perciò bisogna organizzare in modo unitario le avanguardie del popolo europeo in molti paesi, e con queste avanguardie dirigere la lotta per portare tutto il popolo europeo alla conquista della Costituente.
Chi si limita all’azione politica nazionale, e perciò serve il mantenimento degli Stati, ha scelto il destino di area depressa per il popolo europeo e per la comunità nazionale. Chi vuole affrontare la situazione presente, e dare un futuro agli uomini d’Europa, deve sostenere il Congresso del Popolo europeo, lottare nell’organizzazione unitaria delle avanguardie popolari dell’Europa.


* Nella rubrica “Archivio” vengono di volta in volta ripubblicati testi difficilmente reperibili, generati dall’esperienza della lotta per la unità europea. Qui ripubblichiamo un saggio di Mario Albertini apparso nel 1957 come quaderno del M.F.E., nel corso della campagna popolare per l’elezione del Congresso del popolo europeo.
In questo saggio si descrive il corrispettivo empirico degli schemi con i quali si parla della condizione operaia e, precedendo di molti anni le tesi di Richta, si analizzano le conseguenze sociali della formazione del modo di produzione post-industriale. L’espressione «modo di produzione post-industriale», impiegata nel titolo, è sembrata come la meno equivoca, non esistendo una espressione comunemente accettata per designare ii modo di produzione di cui si parla nel saggio.

 

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