Anno XXXII, 1990, Numero 2 - Pagina 107

 

 

L’Europa e le prime forme statuali della democrazia internazionale

 

Benché oggi molti politici e osservatori che vogliono dare di sé un’immagine europeista, disorientati dal cammino tumultuoso degli avvenimenti, pongano con particolare insistenza il problema della sicurezza europea nei termini tradizionali di rafforzamento delle competenze comunitarie in materia di difesa o addirittura di creazione di una edizione rinnovata della CED, la verità è che i nuovi equilibri e il nuovo clima che si sono creati in Europa impongono di ripensare il problema alla radice.

Basti riflettere sul nodo principale dalla cui soluzione dipendono, a breve termine, le sorti della distensione: quello della collocazione della Germania unificata nell’attuale sistema delle alleanze. E’ evidente che il problema preoccupa l’Unione Sovietica, che si trova di fronte al fenomeno della disgregazione di fatto del Patto di Varsavia. La migliore delle garanzie che oggi può esserle data non è certo quella della nascita di una nuova potenza militare europea nei pressi dei suoi confini, della quale la Germania unificata costituirebbe una parte, ma piuttosto quella dell’inquadramento di quest’ultima in un’Alleanza atlantica che assuma un carattere sempre più politico e sempre meno militare, e nella quale gli Europei mantengano un atteggiamento di grande apertura e di collaborazione nei confronti dell’Unione Sovietica. Del resto, se c’è un’affermazione rispetto alla quale nessun dubbio è lecito, è quella che oggi le sorti della distensione – dal cui consolidamento dipende l’inizio effettivo della tante volte evocata nuova era – sono legate al successo della perestrojka di Gorbaciov. Di fronte a questo dato di fatto, la domanda che bisogna porsi è una sola: la prospettiva di un’Europa militarmente unita – e i cui armamenti non potrebbero che essere puntati verso est – sarebbe oggi un aiuto o un ostacolo al successo della perestrojka? La risposta non è dubbia: questa prospettiva fornirebbe ai nemici di Gorbaciov un argomento decisivo per accusarlo di debolezza e per ridare forza al nazionalismo grande-russo e alle tendenze militaristiche che sono tuttora vive nell’esercito sovietico. Se questa spirale si innescasse e prendesse il sopravvento, la nuova era sarebbe finita prima di incominciare.

Del resto, ogni volta che il problema della sicurezza viene posto in questi termini in sede comunitaria, la sua evocazione suona come pretestuosa. Il fatto è che una radicale trasformazione della situazione strategica dell’Europa, come quella che conseguirebbe alla creazione di una Comunità europea di difesa, può essere seriamente pensata soltanto sotto l’urgenza di una minaccia grave e concreta. Ora, questa minaccia oggi non esiste. I tentativi dei nostalgici della guerra fredda di ricrearne il clima rinnovando le messe in guardia contro la persistenza di una minaccia militare sovietica cadono nel vuoto di fronte all’evidenza dei fatti. Il richiamo ricorrente all’idea della sicurezza come contenuto dell’Unione europea sembra piuttosto il risultato del tentativo di confondere le carte, dando all’idea dell’unione politica il significato di un generico rafforzamento delle competenze comunitarie in materia di politica estera e di difesa (sempre, peraltro, in un quadro rigorosamente intergovernativo), anziché quello della creazione di un vero e proprio governo europeo di natura federale, anche se con competenze limitate ai settori economico e monetario.

 

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Bisogna tener presente che il mantenimento delle alleanze e la loro trasformazione in strumenti di collaborazione politica ha un carattere eminentemente transitorio. Quello di sicurezza è divenuto ormai un concetto pan-europeo, ed è nel quadro della Conferenza di Helsinki che deve prendere corpo per la prima volta in forme istituzionalmente definite l’idea di sicurezza reciproca. In questa prospettiva sarebbe una volta di più sommamente irresponsabile, oltre che irrealistico, mettere l’Unione Sovietica di fronte allo spauracchio di una futura superpotenza militare europea. E’ certo vero che non siamo alle soglie della Federazione mondiale, e che la ragion di Stato resta, oggi come nel passato, il criterio sul quale si fondano i rapporti internazionali. Ma è altrettanto vero che a livello degli Stati partecipanti alla Conferenza di Helsinki si sta manifestando una forte e strutturale convergenza delle ragioni di Stato che, se sorretta dalla nascita di un primo embrione di Stato federale nel quadro della Comunità e orientata da un grande disegno storico di unità mondiale, può diventare permanente come quella che ha consentito l’inizio e l’avanzamento del processo di integrazione europea.

Si noti che è questo il solo assetto che può decisamente favorire la pace e lo sviluppo del Terzo mondo. E’ fuori di dubbio che nell’epoca storica che si sta aprendo quello del Terzo mondo sarà il problema dei problemi, sia per quanto riguarda la sua sopravvivenza, minacciata dalla sovrappopolazione, dall’indebitamento e dalla devastazione del territorio, sia per quanto riguarda la minaccia che la persistenza di questi problemi costituisce per lo stesso mondo industrializzato. E’ per questo che in molti paesi poveri si guarda con preoccupazione al nuovo clima di collaborazione che si è instaurato in Europa e alla possibilità che la mobilitazione di risorse a favore dell’Europa dell’Est che esso comporta vada a scapito del Terzo mondo. Ed è ancora per questo che in Europa da parte di alcuni si fa presente il rischio che un’Europa militarmente debole correrebbe nei suoi rapporti con paesi nei quali la povertà alimenta il fanatismo e l’aggressività.

Ma si tratta in entrambi i casi di preoccupazioni infondate. Ciò non significa, beninteso, che la minaccia di un’esplosione dei problemi del Terzo mondo non debba essere considerata drammaticamente concreta. Significa piuttosto che essa non potrà comunque essere neutralizzata rafforzando il potenziale bellico dei paesi industrializzati, o anche soltanto mantenendolo al livello attuale. Al contrario, la distensione offre a questo riguardo un’occasione straordinaria. La fine del confronto Est-Ovest sta liberando una immensa quantità di risorse, prima dissipate nella folle corsa agli armamenti. Queste risorse saranno senza dubbio destinate prevalentemente, in una prima fase, alla riconversione delle economie dei paesi dell’Europa dell’Est. Ma si tratterà di una fase relativamente breve, poiché i paesi dell’Europa dell’Est posseggono una dotazione di infrastrutture materiali e culturali tale da consentire loro di divenire rapidamente dei poli attivi dello sviluppo mondiale. Una volta raggiunto questo stadio, le risorse disponibili per lo sviluppo del Terzo mondo crescerebbero in misura tale da rendere concretamente possibile l’uscita progressiva dei paesi che ne fanno parte dalla spirale del sottosviluppo.

Comunque sia di ciò, la lotta contro la minaccia proveniente dai popoli diseredati della Terra può essere condotta soltanto con strumenti di politica economica in un quadro mondiale di distensione, e non con strumenti militari. Non si dimentichi che i regimi irresponsabili del Terzo mondo che hanno insanguinato il pianeta negli ultimi decenni con le loro guerre sono stati armati dalle grandi potenze e dai paesi europei nel tentativo di farne dei propri alleati nel confronto Est-Ovest. Non a caso la maggior parte di questi conflitti sono cessati con la cessazione del confronto e la tendenza è destinata ad accentuarsi se la distensione si consoliderà.

Tutto ciò non significa che si debba escludere la necessità di compiere in futuro operazioni di polizia internazionale che comportino l’uso della forza. Significa soltanto che l’entità dei pericoli che oggi si possono ipotizzare non è tale da rendere necessario un esercito europeo ed una politica europea di sicurezza affidata ad un’autorità federale. L’Europa federale deve nascere come fattore di pace e di sviluppo, e mettere in comune le sole risorse necessarie a questo scopo. La responsabilità della gestione della violenza deve essere lasciata agli Stati nazionali, come rappresentanti del vecchio ordine.

 

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Si noti che questa rinuncia alla violenza costituirebbe la vera forza dell’Unione federale europea. Gli avvenimenti dell’Europa orientale hanno messo in una luce particolarmente chiara la natura del confronto dal cui esito dipendono nei prossimi decenni le sorti dell’umanità: quello tra nazionalismo e federalismo. Nello stesso tempo essi hanno messo in evidenza il fatto che, se rimane rigorosamente vero che quella per il federalismo potrà essere una vera battaglia politica e non una semplice testimonianza ideale soltanto se otterrà la sua prima affermazione nel quadro ristretto della Comunità europea, è altrettanto vero che il teatro ultimo del confronto è il mondo, e che il federalismo potrà vincere in Europa soltanto se saprà presentare la propria affermazione non già come la soluzione definitiva di un problema regionale, ma come l’inizio della soluzione di un problema mondiale.

I federalisti che fanno da più di trent’anni questa rivista, e quelli che, a grado a grado, si sono orientati nello stesso modo, affermano da sempre che il federalismo non può realizzarsi nella sua essenza compiuta che a livello mondiale. Ma ormai il grado di interdipendenza che il mondo ha raggiunto ci deve spingere a precisare i contenuti effettivi di questa affermazione e a sottolineare che l’apertura alla dimensione mondiale deve essere esplicitamente presente nel federalismo fin dalle sue prime manifestazioni regionali, e in particolare in quella che avrà come cornice la Comunità, o comunque quelli tra i suoi membri che aderiranno all’Unione fin dal suo nascere.

Ciò significa che il pluralismo all’interno di un’area statuale non è più un requisito sufficiente per dare una definizione adeguata della società federale. La storia ci ha consegnato alcuni esempi di Stati a costituzione federale e fondati su società pluralistiche (come gli Stati Uniti e la Svizzera) che nel corso dei decenni hanno creato alloro interno un sentimento di appartenenza esclusivo, cioè sono diventati veri e propri Stati nazionali, anche se più o meno perfetti (la Svizzera meno degli Stati Uniti). In altri, il pluralismo iniziale è degenerato in una contrapposizione di nazionalismi regionali, che hanno dimostrato maggior forza del nazionalismo centrale, al punto da mettere in pericolo le fondamenta stesse dello Stato (Belgio, Jugoslavia, Unione Sovietica, Canada). In entrambi i casi, comunque, lo Stato, anche se formalmente federale, ha sempre cercato il proprio principio di legittimazione nella sua coincidenza con un popolo particolare (per pluralistico che esso fosse), cioè con un gruppo chiuso e definito una volta per tutte, e per ciò stesso diverso da tutti gli altri e pronto a diventare loro nemico, qualora l’evoluzione dell’equilibrio internazionale ne creasse i presupposti.

Se quindi oggi è soltanto l’affermazione del federalismo in una regione del mondo che può dare un contenuto concreto alla diffusa sensazione che una nuova era stia iniziando, bisogna che si tratti di un federalismo che si presenti come l’espressione istituzionale di una realtà sociale e culturale che non sia soltanto pluralistica, ma anche aperta al resto del mondo. La Federazione europea non deve quindi nascere come lo Stato del popolo (anche se pluralistico) della Comunità, né del popolo europeo nel suo insieme, condannandosi cosi a termine a divenire lo strumento della nascita di un nazionalismo europeo, ma del popolo mondiale informazione. Per questo la sua rapida estensione a paesi non solo geograficamente, ma anche culturalmente extra-europei, come la Turchia e il Marocco, qualora ciò avvenisse nel quadro di forme inedite di collaborazione con altri gruppi regionali di Stati, e la sua totale apertura verso una Unione Sovietica democratizzata, sarebbero di grande importanza simbolica.

D’altra parte, la forma statuale di questa realtà dinamica e aperta dovrebbe essere visibilmente incompiuta, cioè presentarsi come uno Stato in divenire, nel quale l’incompiutezza sarebbe insieme il simbolo della sua apertura e lo strumento del suo progressivo allargamento. La manifestazione di questa incompiutezza a sua volta non potrebbe essere che la mancanza di quell’attributo della sovranità che costituisce insieme lo strumento essenziale e il simbolo della chiusura dello Stato, cioè della competenza militare.

 

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La storia dei decenni che hanno seguito la seconda guerra mondiale ha dimostrato, con una forza persuasiva che è andata aumentando con ritmo esponenziale negli ultimi anni, che la Comunità europea – malgrado i suoi gravissimi limiti istituzionali – ha assunto nello scacchiere mondiale una posizione centrale ed ha esercitato nei confronti del resto del mondo una forza di attrazione senza comune misura rispetto a quella esercitata dalle due superpotenze. E lo ha fatto con gli strumenti della cooperazione economica – e in particolare attraverso quelli istituzionali dell’adesione e dell’associazione, mentre Stati Uniti ed Unione Sovietica, usando gli strumenti tradizionali della politica di potenza, non hanno saputo mettere insieme che fragili costruzioni imperiali, delle quali gli avvenimenti stanno dimostrando l’inconsistenza.

Se l’Europa saprà darsi una struttura federale con competenze limitate ai campi definiti dai Trattati di Roma e dall’Atto Unico – lasciando ai vecchi meccanismi intergovernativi la competenza della sicurezza e della politica estera intesa nel suo senso tradizionale, e alla Francia e alla Gran Bretagna la responsabilità della gestione dei loro ormai assurdi minideterrenti nucleari – la sua forza espansiva e l’efficacia dei relativi strumenti ne sarebbero enormemente accresciuti. Essa inaugurerebbe una nuova politica estera la cui forza risiederebbe, in un modo solo apparentemente paradossale, nella rinuncia alla forza, e che tenderebbe a rendere incerti i confini che la dividono dalla politica economica, ambientale e sociale.

Nel villaggio globale nel quale il mondo si sta trasformando, i popoli – compresi quelli dei paesi meno sviluppati – non sono più disposti a giocare il ruolo passivo di puri oggetti della politica di potenza e della manipolazione ideologica. Essi stanno prendendo sempre più chiaramente coscienza del fatto che gli uomini avranno un futuro soltanto se sarà un futuro comune. Prima che questa presa di coscienza si possa approfondire al punto da rendere politicamente matura la fondazione della Federazione mondiale, molto tempo dovrà ancora passare e molti difficili ostacoli essere superati. Ma oggi si può fare il primo decisivo passo nella giusta direzione. Sarebbe tragico che i paesi della Comunità – dove invece la realizzazione, anche se parziale, del federalismo è pienamente matura – venissero meno alla loro responsabilità storica e si dimostrassero incapaci di offrire al resto del mondo un modello di organizzazione della convivenza civile in grado di costituire un punto di riferimento ideale per il popolo mondiale informazione.

 

Il Federalista

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