Anno LV, 2013, Numero 2-3, Pagina 75

 

 

La linea di divisione tra progresso e reazione
passa  per l'Europa

 

Il risultato delle recenti elezioni tedesche è stato accolto con un sospiro di sollievo da tutti coloro che si battono per la creazione della federazione europea. Il partito di recente formazione Alternative für Deutschland, unica forza politica tedesca ad auspicare un ritorno alle valute nazionali e a proclamarsi contraria al processo di integrazione europea, non ha raggiunto infatti la soglia del 5% necessaria per essere rappresentata nel Bundestag, e non eserciterà dunque alcuna influenza sul governo tedesco. I timori che la futura maggioranza di governo fosse condizionata dalla presenza in parlamento di forze dall’impronta fortemente nazionalista ed antieuropeista sono stati dunque superati e l’elettorato tedesco non si è mostrato sensibile all’idea che la Germania, con la propria forza economica, possa agire da sola sulla scena mondiale, sganciandosi dai suoi partner europei meno virtuosi.

Il partito di Angela Merkel, la CDU/CSU, è stato per contro ad un passo dall’ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, seguito dalla SPD, ed è probabile che il futuro governo tedesco si formi attraverso una große Koalition tra i due partiti in questione. Si tratta di un risultato che mostra senza dubbio la stabilità del quadro politico in Germania e il sostegno da parte dell’elettorato alla politica di Angela Merkel che, se pur rappresentata dalla stampa di molti paesi europei come la principale artefice delle politiche di rigore e la personificazione del dominio della Germania nei confronti dei paesi del sud Europa, ha in realtà perseguito, sul piano europeo — molto più di quanto abbiano fatto suoi omologhi in altri Paesi dell’Unione — la strada dell’integrazione sempre più stretta dei paesi dell’eurozona, pronunciandosi più volte a favore di un’unione politica e opponendosi a quegli esponenti del mondo politico ed economico tedesco propensi a negare qualsiasi aiuto ai paesi in difficoltà.

Il dato ancor più interessante è tuttavia costituito dal fatto che la polarizzazione delle posizioni dei due principali schieramenti politici tedeschi — CDU e SPD — relativamente al futuro del processo di integrazione europea è stata molto scarsa: nonostante una maggiore enfasi della SPD sui temi dello sviluppo, in sostanza entrambe le forze politiche sono apparse concordi nel sostenere che il futuro della Germania è fortemente legato a quello del processo di integrazione, e che una reale solidarietà tra Stati — e dunque anche forme di mutualizzazione del debito — sarà possibile solo a patto che si dia vita a un governo europeo legittimato democraticamente. Tale convergenza di posizioni non è casuale, bensì è imposta oggettivamente dai fatti. In assenza di un passaggio della lotta politica da un orizzonte nazionale a un orizzonte europeo, e dunque della creazione di un governo sopranazionale, i progetti politici delle forze sia di destra sia di sinistra sono infatti destinati a rimanere lettera morta, dal momento che gli Stati da un lato sono ormai privi dei poteri che ne consentirebbero la messa in opera, ma dall’altro non si sono spogliati della loro sovranità per entrare a far parte di uno Stato federale europeo, impedendo in questo modo che i problemi siano affrontati ad un livello adeguato alla loro dimensione. Il passaggio da un’Europa frammentata in Stati nazionali sovrani a un’Europa federale è dunque interesse di tutte le forze politiche responsabili in ogni paese, in quanto essa costituisce la precondizione perché i valori sui quali tali forze si fondano e gli obiettivi che esse si propongono trovino una realizzazione.

È dunque oggi più che mai chiaro, come sottolineava lucidamente Spinelli nel Manifesto di Ventotene, che “la linea di divisione tra partiti progressisti e partiti reazionari cade ormai non lungo la via formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la nuovissima linea che separa quelli che concepiscono come fine essenziale della lotta politica quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale — e che faranno, se pur involontariamente, il gioco delle forze reazionarie lasciando solidificare la lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo, e risorgere le vecchie assurdità — e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido Stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistando il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”.

Le stesse vicende recenti del governo italiano sono uno specchio di quanto ora affermato. Per la tenuta del governo ha infatti rivestito un’importanza fondamentale la circostanza, percepita chiaramente dalle forze più consapevoli, che un’instabilità politica italiana avrebbe da un lato comportato una sfiducia dei mercati nell’Italia e dunque un innalzamento dello spread e un’impossibilità per il nostro paese di rispettare i vincoli imposti dall’Unione, dall’altro messo in pericolo la stessa Unione economica e monetaria, dal momento che i meccanismi di governance dell’eurozona, così come oggi configurati, non sarebbero stati in grado di reggere a lungo una situazione di ingovernabilità di una delle economie principali della zona euro.

La prospettiva europea è stata dunque un elemento che ha favorito sia la stabilità del governo, sia il consolidarsi di uno schieramento di forze politiche che hanno in concreto, più o meno consapevolmente, fatta propria l’idea che l’orizzonte delle proprie decisioni e scelte politiche non può limitarsi al quadro nazionale, bensì deve estendersi al livello continentale. La condizione necessaria affinché tale allargamento di orizzonte si realizzi e la politica riprenda dunque la sua capacità di dare risposte efficaci ai problemi e di rappresentare un confronto tra differenti visioni della realtà è tuttavia che si dia vita, almeno tra i paesi che hanno rinunciato alla propria moneta nazionale, a un governo federale.

L’Italia gioca un ruolo essenziale in tale battaglia. Come ha ricordato il Presidente Letta, “la buona battaglia per l'Europa, che segnerà l'Europa dei prossimi 15 anni, si gioca ora, nel 2014... L'Italia può arrivare forte e credibile al 2014 quando guideremo l'Europa per costruirla (e raccontarla) più unita, più solidale e più vicina ai cittadini... Possiamo scegliere di chiuderci nel nostro cortile delle lotte di politica interna oppure possiamo giocare all'attacco, impegnando tutte le nostre carte su quell'unione sempre più stretta tra i popoli europei, in cui intendo impegnarmi nei prossimi mesi. La nostra prova arriva adesso: dimostriamo all'Europa intera, con il nostro ambizioso semestre, che non è un caso che il Trattato dal quale ha preso le mosse quella che poi sarebbe diventata l'Unione sia proprio il Trattato di Roma, il Trattato firmato a Roma, il Trattato firmato in Italia”. Se il governo italiano manterrà questa promessa, un passo decisivo nella direzione della creazione di una democrazia sopranazionale sarà stato compiuto e la creazione di una federazione dell’eurozona sarà più vicina.

Il Federalista

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