Anno LVII, 2015, Numero 1-2, Pagina 3

 

 

La crisi greca: una chance
per l’unione politica dell’Eurozona?*

 

La crisi greca non può ancora dirsi conclusa. Il Parlamento greco è stato chiamato ad approvare in tempi record una serie di riforme che il paese attendeva invano da anni, ma gli effetti che tali scelte produrranno sugli equilibri politici interni ad Atene devono ancora manifestarsi pienamente. E sappiamo che la strada per la ripresa in Grecia è ancora tutta in salita e che c’è ancora un lungo e complesso iter per negoziare l’effettivo salvataggio del paese, secondo linee già concordate, ma non per questo più semplici da perseguire.

Eppure, cercando di prendere le distanze dallo scontro ideologico che ha accompagnato questa difficilissima crisi, e dall’impatto emotivo generato sia dalle modalità del negoziato finale, sia dal comportamento irresponsabile, fino all’ingiuria, del governo greco prima della svolta di Tsipras nella notte di venerdì 10 luglio, la sensazione è che questo capitolo possa segnare una svolta per l’unione monetaria. Molti nodi sono giunti al pettine in questa occasione che ha rappresentato una sorta di summa di tutte le contraddizioni che caratterizzano un’area monetaria unica a guida intergovernativa; e anche se ne è stato sciolto solo uno (apparentemente) minore – la fine della pretesa di mantenere la sovranità economica da parte degli Stati membri –, e lo è stato in modo sicuramente doloroso e non sostenibile (tramite una prova di forza, e senza spostare l’asse del potere dalla gestione intergovernativa a quella europea sovranazionale), ciononostante si può ipotizzare che questo passo spinga sempre più l’ago della bilancia in direzione della necessità, e della possibilità, di completare l’unione monetaria creando l’unione politica; e che quindi, invece di costituire, come dice Wolfgang Munchau sul Financial Times del 13 luglio “la demolizione del progetto dell’eurozona” da parte dei paesi creditori, questo accordo ne costituisca invece una possibile premessa per il rilancio.

Non molti osservatori, come si può desumere dalla citazione di Munchau, concordano al momento con una valutazione di questo tipo. Se tutti salutano con enorme favore il fatto di essere riusciti ad evitare la Grexit, e i suoi effetti devastanti per il futuro dell’Europa, quasi tutti si attardano al tempo stesso a mettere in evidenza la rottura del tabù “dell’irreversibilità dell’euro” con la minaccia della Grexit comparsa addirittura nei documenti (poi non approvati) dell’Eurogruppo, oppure la durezza dell’atteggiamento della Germania e dei paesi creditori verso la Grecia, o a sottolineare la divergenza tra Parigi e Berlino, o a condannare le condizioni imposte dall’Eurosummit al governo greco, ritenendole un ennesimo libro dei sogni che non servirà alla ripartenza del paese piegato da un debito insostenibile che andrebbe invece ristrutturato, e così via. Solo gli esponenti delle istituzioni europee e dei governi che hanno preso parte alle trattative sembrano voler indicare il significato più profondo dell’accordo raggiunto, mettendone in evidenza la crucialità. Ad esempio Piercarlo Padoan sul Sole24ore del 14 luglio, rispondendo alla domanda del giornalista che gli chiedeva “Dopo questo primo compromesso, non c’è la questione più ampia che va affrontata di una riforma delle regole di governance dell’eurozona e del rafforzamento dell’unione politica?”, ha sottolineato: “Sì. L’ho detto e l’ho scritto in tempi non sospetti: siamo a metà del guado e lì non possiamo restare. O andiamo avanti o torniamo indietro. Ce ne stiamo occupando”.

Per capire come riparte l’Europa dopo aver evitato, ma anche dopo aver sfiorato, il dramma di una conclusione tragica della crisi greca, il primo bilancio da fare è dunque su chi ha vinto e chi ha perso in questo durissimo confronto; ed il secondo, invece, sulla genesi di questa schizofrenia del sistema intergovernativo in vigore, per cercare di contribuire a chiarire i nodi mai sciolti, e che invece devono essere affrontati per poter finalmente avviare la nascita dell’unione politica.

* * *

Anche se può sembrare provocatorio, l’impressione più profonda che si ricava dall’accordo raggiunto tra il governo greco e gli altri 18 partner è che non ci siano né vincitori né vinti in questa vicenda. Basta pensare a quali erano le possibili alternative. Sarebbe stato meglio, per la stessa Grecia, essere “salvata” senza l’imposizione di una stretta condizionalità che, nel premere sul governo e sul parlamento, sostiene di fatto le deboli, ma decisive, forze pro-europee? Le riforme strutturali negoziate con l’Eurosummit servono alla Grecia, e sono la sola garanzia che il paese possa modernizzarsi ed uscire dal tunnel. Un accordo che lasciava alla Grecia “la sovranità” nella attuazione delle misure concordate avrebbe reso più semplice o più difficile il compito politico delle forze che vogliono riformare il sistema? Le scadenze ravvicinate aiutano o no Tsipras a sfruttare la drammaticità del momento e su questa base a trovare il consenso necessario per far approvare le riforme al Parlamento greco? Sono state criticate sia la brutalità dei creditori, e della Germania in particolare, specie per il suo approccio “pedagogico e punitivo” che si dice abbia umiliato la Grecia, sia il fatto di non aver preso in considerazione la volontà del popolo greco che si era espresso contro le misure cosiddette di austerità. Ma entrambe queste critiche non tengono conto della realtà europea.

Come sottolinea bene Sabino Cassese in un intervento sul Corriere della Sera del 15 luglio, nella pur imperfetta Unione europea ancora intergovernativa la cessione di sovranità che ha accompagnato la moneta unica (e non solo) ha creato nei fatti una questione di legittimazione e accountability che lega i governanti non solo ai propri governati, ma anche agli altri membri dell’Unione: “I governi nazionali non sono più responsabili solo nei confronti dei loro popoli, ma anche nei confronti dei governi (e, indirettamente, dei popoli) degli altri Stati europei. Se l’Unione è una associazione a mani congiunte, può dettare regole di comportamento per tutti i suoi membri, e richiedere di rispettarle. Per cui è sbagliato parlare di sovranità ferita e di democrazia umiliata, lamentare che l’accordo non è tra eguali, evocare i protettorati, sollecitare l’orgoglio nazionale. Al fondo, era proprio questa duplice responsabilità che volevano i padri fondatori dell’Europa: ritenevano che la legittimazione popolare non bastasse, che la democrazia andasse arricchita, come accade quando si entra in associazione con altri e si assumono regole comuni che tutti debbono rispettare”.

È evidente che questo equilibrio descritto efficacemente da Cassese è, col passare del tempo, insostenibile, perché crea una contrapposizione tra la formazione del consenso che rimane a livello nazionale e le dinamiche politiche che hanno dimensione europea ma che non sono collegate ad un confronto comune e condiviso nel quadro sovranazionale. Ma il punto da criticare, e da correggere, è proprio questo: la necessità di superare il sistema in vigore. Finché non si mette in discussione il metodo intergovernativo, di fatto si accetta il confronto basato sui rapporti di forza, anche all’interno dell’Eurogruppo. Questo vale per tutti. Innanzitutto per la Grecia, che negli scorsi mesi, infatti, ha giocato al tavolo dei negoziati usando tutti gli strumenti di cui disponeva con una spregiudicatezza davvero notevole. La sua arma è stata il ricatto, la minaccia di far saltare l’eurozona se non venivano accolte le sue richieste; e i comportamenti che ha avuto sono stati conseguenti a questo approccio, incluso l’accendere uno scontro ideologico durissimo contro il governo tedesco in particolare. Il tentativo è stato quello di rifiutare tutto il sistema europeo costruitosi nei decenni – e torneremo su questo punto – ma in nome non di un’alternativa europea credibile (dietro lo slogan di “un’altra Europa è possibile” non c’è mai stata una sola proposta concreta), bensì di una rivendicazione nazionale. Dal governo greco non è mai giunta una vera critica al sistema intergovernativo, né un appoggio ai numerosi interventi a favore del suo superamento che, nelle stesse settimane finali del negoziato, hanno accompagnato la preparazione e l’uscita del Rapporto dei cinque Presidenti. Tsipras si è limitato a rivendicare la sovranità del proprio paese da una parte, e a pretendere la solidarietà sovranazionale dall’altra. Sono stati questo binomio impossibile e il modo con cui Tsipras ha condotto il gioco, minando le basi della fiducia reciproca e arrivando a portare il sistema europeo sull’orlo di una crisi devastante, a causare la durezza dei negoziati seguiti alla sua resa nei giorni successivi al referendum, quando la consapevolezza del baratro verso cui stava portando il proprio paese ha prevalso.

Detto tutto questo, proprio la capacità di Tsipras di invertire il corso degli avvenimenti e di tornare, su basi completamente nuove, al tavolo delle trattative con gli altri governi fa sì che né lui né la Grecia escano sconfitti dall’accordo. Viceversa, è proprio in questo nuovo quadro che Tsipras può diventare il leader capace di traghettare la Grecia verso un futuro più solido, e può combattere le battaglie per migliorare le condizioni del popolo greco come aveva prospettato al momento della sua elezione.

Analogamente, il progetto europeo può ripartire con maggiore forza e determinazione dopo aver superato questa durissima prova. Gli strascichi delle tensioni sono destinati a durare ancora molto tempo, ma sin da ora, in mezzo al polverone delle polemiche, si possono individuare i due dati fondamentali che, se colti e sfruttati nella giusta prospettiva, possono rilanciare il completamento dell’unione monetaria attraverso la realizzazione dell’unione politica. Il primo riguarda il fatto, già ricordato, che si è affermato il principio della duplice accountability dei governi (verso il proprio popolo, e verso i popoli dei paesi partner), e con esso quello della accettazione della condizionalità che si accompagna alla solidarietà. Il secondo la necessità, emersa con prepotenza, di migliorare la governance dell’eurozona, formalizzando il trasferimento di sovranità, sostituendo il “sistema delle regole” con il potenziamento delle istituzioni europee e avviando la trasformazione dell’attuale sistema ancora prevalentemente confederale in un sistema federale.

Si può dire che i negoziati tra governi hanno prodotto l’ultimo risultato in qualche modo con valenza progressiva che potevano produrre. Dallo scoppio della crisi questo sistema è servito a rimettere in moto la macchina europea inceppata dai gravi errori del decennio precedente. L’elenco dei progressi avviati è lungo. Sono stati gli stessi governi ad affermare nel 2011 il principio del bail out di uno Stato membro (che era espressamente vietato dai Trattati); a delineare un sistema istituzionale di controlli sui bilanci degli Stati membri che si richiama a quello degli Stati federali (superando il sistema del Trattato di Maastricht, essenzialmente incentrato sul controllo da parte dei mercati e di stampo puramente confederale); a definire il quadro dell’eurozona come quadro dell’approfondimento dell’integrazione economica e politica in seno alla più ampia Unione europea; a creare le premesse delle prime, pur parziali, forme di mutualizzazione dei debiti; ad avviare l’unione bancaria, accettando di impostare l’implicita condivisione del rischio; a preparare un contesto in cui le istituzioni europee hanno potuto tornare a svolgere un ruolo a propria volta propulsivo: questo vale per la BCE, a partire dal “whatever it takes” di Draghi alla fine di luglio del 2012 fino al QE dei mesi scorsi, per la Commissione, con il Blueprint del novembre del 2012, la politicizzazione dell’elezione del suo Presidente nel 2014, il Piano Juncker per gli investimenti e l’Analytical Note, fino al Rapporto dei cinque Presidenti (deludente nei risultati, ma straordinario nel rimettere in moto un confronto che ha permesso di far maturare il dibattito), e vale per lo stesso PE, che si sta risvegliando come istituzione deputata a sostenere e sviluppare il controllo e la dinamica democratica sovranazionale nel quadro europeo. Il sistema intergovernativo è riuscito anche a “riagganciare” i paesi con sistemi, e soprattutto debiti, incompatibili con l’appartenenza all’unione monetaria. È successo in particolare con l’Italia, in cui il cambio di governo nel 2011, e l’avvio di un processo di riforme interno, è stato fortemente aiutato dall’appartenenza del paese al quadro europeo, che ha rafforzato chi nel paese, ancorché inizialmente in minoranza, era deciso a cambiare il sistema nazionale e a fare in modo che convergesse verso le regole condivise all’interno dell’unione monetaria. Ed è successo ora con la Grecia. In questo ultimo caso, proprio per le difficoltà incontrate nel processo di avvio della convergenza con il resto dell’area euro, l’accordo ha portato ad un intervento diretto dell’Eurogruppo nella politica interna greca. Come si è già cercato di spiegare, non si è trattato di un vulnus alla democrazia nazionale, ma dell’affermazione di un principio che ora deve essere universalizzato (ossia diventare una cessione di sovranità condivisa da tutti gli Stati membri), deve essere democratizzato (trasferendo questo potere alle istituzioni comunitarie, non lasciandolo esclusivamente nelle mani del Consiglio, e dando un ruolo attivo nel processo al Parlamento europeo), vale a dire deve essere portato verso un diverso equilibrio istituzionale (federale) nell’eurozona. Ma il principio del parziale trasferimento di sovranità al livello europeo è basilare per realizzare l’unione economica (che non può che essere politica al tempo stesso): l’averlo affermato, per quanto in modo controverso, aiuta l’Europa a proseguire su questa strada. Da qui non si può tornare indietro; ma non si può neanche pensare di rivivere nuovamente la stessa dinamica lacerante. Il problema è proprio il fatto che le possibilità che una situazione analoga possa ripetersi sono molto elevate. Nonostante la svolta di Tsipras costituisca un durissimo colpo per i movimenti anti-sistema e per gli euroscettici, che vedevano in lui un paladino e che ora sono spiazzati dalla sua nuova linea politica, questo resta un sistema in cui i governi dei paesi che devono modernizzarsi – con le resistenze immense che questo comporta – devono affrontare riforme che produrranno benefici enormi nel tempo, ma che nell’immediato toccano interessi costituiti, e quindi provocano disorientamento nella società e spesso hanno dei costi sociali elevati. Se non sono rafforzati “dall’esterno”, ossia supportati a livello europeo, è fortissimo il rischio che alle elezioni si affermino le forze populiste, verso cui confluisce un consenso in cui si mescolano paure, opportunismi, resistenze al cambiamento di molteplice natura. In questo caso l’Europa si ritroverebbe a fare i conti con paesi allo sbando, come purtroppo molti sondaggi confermano, pur nel paradosso di un’opinione pubblica che rimane in maggioranza favorevole ad una più forte unità europea.

Se non vuole andare incontro all’implosione, l’eurozona deve, quindi, ineludibilmente, porsi il traguardo di superare il metodo intergovernativo; il che significa darsi un assetto federale.

Ci sembra importante usare il termine “federale”, chiaro e inequivocabile. Il metodo comunitario, da quando le istituzioni europee hanno ripreso a concepirsi come istituzioni in fieri, che devono acquisire un potere politico sovranazionale (come era nel progetto originario dei padri fondatori, Monnet incluso), viene per molti aspetti a coincidere con quello federale. Ma mantiene un difetto, culturale, che lo indebolisce: continua a concepire i passaggi di potere come graduali, come frutto di un’evoluzione che non ha vere e proprie soluzioni di continuità. La realtà non è così. Il passaggio alla creazione di un potere europeo implica un salto, come ha sempre denunciato Spinelli, che per quanto sia la conseguenza di uno spostamento apparentemente piccolo di prerogative dal quadro nazionale a quello europeo, cambia la “qualità” dei rapporti di potere tra i livelli nazionali e quello sovranazionale. È il passaggio in cui si crea un potere autonomo europeo, dotato di mezzi e risorse per esercitare direttamente le proprie competenze; in un insieme coordinato, ma in cui cessa la subordinazione del livello sovranazionale rispetto a quello degli Stati membri. Da lì la dinamica cambia radicalmente: la sovranità non viene più “ceduta” e basta dagli Stati, per metterla in comune tra pari, ma viene “trasferita” e si crea una sovranità europea accanto a quella nazionale; il potere in ultima istanza non resta più nelle mani esclusivamente degli Stati, ma viene condiviso con il livello europeo; non finiscono i popoli nazionali come punto di riferimento per l’identità dei cittadini, ma nasce anche il popolo europeo, con un interesse e con valori condivisi, capace di generare una forte spinta verso un senso di appartenenza collettivo, e si crea una dinamica politica che spinge al consolidamento del potere europeo. È lo scenario spesso dipinto dalla Corte costituzionale tedesca. Quello tracciato da Karlsruhe è il modello. La realtà, per come va configurandosi, sarà sicuramente più sottile, il passaggio avverrà con l’avanzamento delle quattro unioni, con l’avvio di un bilancio autonomo per l’eurozona, anche in prime forme embrionali, ponendo il problema delle risorse proprie e di una dialettica politica democratica che dia un ruolo rilevante al Parlamento europeo e che assegni alla Commissione autonomia rispetto agli Stati membri, rafforzando al tempo stesso la sua “accountability” di fronte al PE. Ma per quanto possano sembrare passaggi graduali e per quanto sia apparentemente impercettibile il formarsi di un potere europeo, il fatto che si tratti invece di un “quantum leap”, per usare le parole di Draghi, è ben chiaro ai governi che devono rinunciare al loro “potere di decisione in ultima istanza”; e non è un caso che tentennino e indietreggino ogni volta che arrivano al momento della scelta, come dimostra anche la vicenda del Rapporto dei cinque Presidenti.

Questo Rapporto, curato dalla Commissione europea insieme agli altri Presidenti europei (della BCE Draghi, dell’Eurogruppo Dijsselbloem, del Consiglio europeo Tusk e del Parlamento europeo Schulz), e reso pubblico prima del Consiglio del 25-26 giugno, è stato preceduto da un dibattito profondo e da molte aspettative, e doveva affrontare esattamente il nodo del completamento dell’unione monetaria. Come si legge nel primo capitolo introduttivo del documento, questo significa “passare da un sistema basato su norme e orientamenti per l’elaborazione delle politiche economiche nazionali ad un sistema di condivisione ulteriore della sovranità nell’ambito di istituzioni comuni”; e implica anche che: “Occorrono progressi su quattro fronti: in primo luogo, verso un’unione economica autentica che assicuri che ciascuna economia abbia le caratteristiche strutturali per prosperare nell’unione monetaria. In secondo luogo, verso un’unione finanziaria che garantisca l’integrità della nostra moneta in tutta l’unione monetaria e accresca la condivisione dei rischi con il settore privato. Ciò significa completare l’unione bancaria e accelerare l’unione dei mercati dei capitali. In terzo luogo, verso un’unione di bilancio che garantisca sia la sostenibilità, sia la stabilizzazione del bilancio. E, infine, verso un’unione politica che ponga le basi di tutto ciò che precede attraverso un autentico controllo democratico, la legittimità e il rafforzamento istituzionale. Le quattro unioni dipendono l’una dall’altra. Pertanto, devono svilupparsi in parallelo e tutti gli Stati membri della zona euro devono partecipare a tutte le unioni”. Ma dopo queste premesse, che confermano la ricchezza delle posizioni espresse in particolare dalla BCE e dallo stesso Juncker in interventi e note preparatorie, ma anche dalla Commissione Affari costituzionali del PE e da alcuni governi, incluso quello italiano, il rapporto nei capitoli successivi non riesce a produrre niente di più che un’indicazione sulla necessità di non abbandonare il processo di riforma della governance della zona euro e di mantenere la prospettiva di completare con le quattro unioni l’unione monetaria – ma rimandando la possibilità di iniziare a muoversi in quella direzione solo a partire dal 2017.

Se si pensa che è dal 2012 che il progetto delle quattro unioni è sul tavolo, dall’uscita del Blueprint della Commissione europea e a seguire del Rapporto dei quattro Presidenti (escluso allora quello del PE), a cura di Van Rompuy, ai tempi Presidente del Consiglio europeo, ci si rende conto di quale sconfitta sia stata il dover ancora una volta rimandare la realizzazione di questi obiettivi. Nei documenti del 2012, l’esigenza di completare l’unione monetaria attribuendo poteri di governo effettivi al livello europeo in campo economico e fiscale, includendo anche la questione della tassazione e delle politiche per l’occupazione, e accompagnando tali poteri con una capacità fiscale autonoma e di dimensioni adeguate della zona euro, era lo sviluppo ritenuto necessario nel medio-lungo periodo (entro cinque anni per alcuni traguardi, oltre per quelli che richiedevano riforme profonde dei trattati), una volta conseguita nel breve periodo la realizzazione dell’unione bancaria. Ma nel rileggere a distanza di tre anni quanto è stato realizzato degli obiettivi individuati dai due documenti, e quanto invece è slittato, a tratti persino volutamente ignorato, si rimane colpiti da come la soglia sulla quale si sono arrestati gli avanzamenti istituzionali dell’UEM sia quella della cessione ulteriore non tanto di competenze e di strumenti di controllo e coordinamento, ma di sovranità, nel senso letterale di potere di decidere in ultima istanza. Ed è sempre per questa ragione, per la frenata imposta dai governi, che anche questo rapporto si è dovuto arrestare sulla soglia del “quantum leap”.

Ancora una volta, però, è evidente che la crisi greca rimescola le carte. Essa è la dimostrazione che non ci sono due anni di calma per preparare le condizioni e riaprire solo in un secondo momento il cantiere delle riforme della governance dell’euro. Il problema va affrontato subito, andando a sciogliere i nodi che sin dall’avvio dell’unione monetaria ne bloccano l’ulteriore evoluzione.

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La nascita dell’unione monetaria si è basata su premesse molto deboli. Quando la Francia la propose, nel 1988, l’intenzione di Mitterrand era quella di indebolire il peso della Germania negli equilibri della Comunità, spingendola a rinunciare al marco. Per Kohl, che scelse di accettare la sfida, la moneta europea era invece la premessa per realizzare l’unione politica, che nella sua idea si sarebbe dovuta incentrare sull’attribuzione di poteri politici effettivi al Parlamento europeo, in particolare per quanto riguarda la codecisione legislativa. Delors, incaricato di stendere un piano preparatorio (che venne pronto nell’agosto del 1989), volutamente scelse di non prendere in considerazione l’unione di bilancio insieme a quella monetaria, per non suscitare le reazioni negative dei governi che si sarebbero spaventati all’idea di perdere il controllo dei bilanci nazionali. L’idea era che, una volta ottenuta la moneta, si sarebbe potuto intervenire per completarne l’architettura nei trattati immediatamente successivi. Ma la storia è andata diversamente, come ben sappiamo. L’UEM è nata quindi con un assetto debolissimo, frutto delle reciproche paure di Francia e Germania.

Nello scontro tra le due opposte concezioni incarnate da Parigi e Berlino (una visione statalista e di tipo neokeynesiano, in cui la politica monetaria è subordinata alle strategie economiche del governo, da un parte, e una ordoliberale, fondata sulla sostenibilità dei conti pubblici e il controllo dell’inflazione, e incentrata sulla totale indipendenza della Banca centrale dall’altra), il minimo comun denominatore su cui si riuscì a trovare l’accordo fu il modello dell’economia sociale di mercato, fondata sulla dottrina (ordoliberale) dell’indipendenza della Banca centrale e del controllo delle finanze pubbliche, ma in cambio della rinuncia ad ogni esplicita cessione di sovranità in campo economico e di bilancio e della sospensione dell’avvio dell’unione politica. Nel Trattato di Maastricht, infatti, vennero accresciuti i poteri del PE, ma non nel settore chiave dell’unione monetaria, bensì utilizzando l’escamotage della nascita della struttura dei tre pilastri. L’unione sociale, quella fiscale e di bilancio, che sono parti fondamentali di un’unione monetaria vennero pertanto accantonate. Furono invece fissati i criteri di conduzione della finanza pubblica cui i singoli governi dovevano attenersi e si stabilirono le soglie del tasso di inflazione per l’area euro, ma non si crearono veri meccanismi di controllo e supervisione. Di fatto, in una struttura che aveva le tipiche caratteristiche confederali, pur nel quadro di un’area monetaria unica, si lasciò ai mercati il ruolo di guardiani e garanti del rispetto delle regole, immaginando che avrebbero sanzionato attraverso il meccanismo dello spread gli andamenti divergenti delle diverse economie. Nessuna previsione, quindi, della profonda trasformazione che l’incipiente globalizzazione avrebbe operato sui mercati finanziari e della facilità con cui, in questo quadro di crescita globale e bassi tassi di interesse, i singoli Stati avrebbero potuto rispettare formalmente i parametri, senza preoccuparsi di avviare una reale convergenza delle economie nazionali; né dell’effetto addirittura protettivo che avrebbe avuto l’euro sulle economie più deboli, cullandole nelle loro inefficienze invece di stimolare le necessarie riforme (non solo questo è stato vero per la Grecia, ma forse ancor di più per l’Italia). E nessuno strumento concepito per il governo di un’area valutaria non ottimale, in cui le divergenze tra sistemi economici nazionali erano destinate addirittura ad acuirsi in assenza dei necessari strumenti politici di indirizzo e compensazione: un bilancio sovranazionale per assorbire almeno parzialmente gli shock asimmetrici e operare un minimo di redistribuzione, un sistema bancario e un mercato dei capitali realmente unificati, poteri effettivi alle istituzioni europee in campo economico.

La cronaca degli anni successivi mostra come, dalla seconda metà degli anni Novanta in poi, ogni tentativo di consolidamento dell’Unione monetaria fu abbandonato. In particolare, dopo che il tentativo tedesco (attraverso il documento Schäuble-Lamers) di proporre l’avvio dell’unione monetaria a cinque – i paesi fondatori senza l’Italia – insieme ad un approfondimento dell’integrazione politica, per creare un magnete che stimolasse gli altri paesi dell’Unione e per costruire le premesse del superamento definitivo del confronto tra nazioni sovrane in Europa, venne respinto dalla Francia e ottenne il risultato opposto di scatenare la corsa anche dei paesi non pronti dal punto di vista dei fondamentali economici ad entrare nell’euro; e una volta che si furono dispiegate le conseguenze dell’unificazione tedesca da un lato, dell’allargamento ad Est dall’altro, unite agli effetti della globalizzazione liberista americana, l’ideologia che si impose nell’Unione europea fu quella di aver raggiunto un equilibrio stabile attraverso l’allargamento del mercato unico, che non richiedeva ulteriori passaggi di integrazione politica. Giocando ambiguamente sui termini, in un modo che colpiva al cuore la cultura federalista che era alla base della nascita del progetto europeo, i governi e le stesse istituzioni europee in quegli anni annientarono la prospettiva della nascita di una vera unione politica, come tutta la storia della Convenzione e della nascita del Trattato cosiddetto costituzionale – in seguito di Lisbona – dimostra. Erano gli anni in cui la Germania di Schröder si trovava ad avere un ruolo preponderante nell’Unione, a fronte delle crescenti difficoltà francesi, e ad esercitare di fatto un’egemonia, che non si accompagnava però ad un esercizio di leadership politica (che si traducesse, ad esempio, nella capacità di cogliere e cercare di correggere gli squilibri crescenti all’interno dell’area euro, sia per quanto riguardava i paesi ad alto debito pubblico, sia per i modelli troppo fragili di crescita adottati dai paesi come la Spagna, o l’Irlanda). Era uno sfruttamento della propria posizione di forza a fini puramente nazionali, come la stessa vicenda dello sforamento nel 2002 dei parametri di Maastricht dimostra.

Lo scoppio della crisi finanziaria ed economica, e soprattutto l’emergenza dell’attacco alla sopravvivenza dell’euro, hanno costretto tutti i governi nazionali ad un brusco risveglio. Per la Germania in particolare è stata necessaria un’inversione a 180 gradi rispetto alla sua politica europea precedente. Le fondamenta dell’unione monetaria hanno rivelato tutta la loro fragilità, e per Berlino innanzitutto è stato necessario prendere atto che molte delle premesse su cui era costruito l’euro non potevano reggere: la clausola di no bail out, per incominciare; ma anche la negazione di qualsiasi forma di mutualizzazione dei rischi e dei debiti, o di transfer union. La sfida tornava ad essere quella di completare l’unione monetaria con l’unione economica e politica, e per la Germania si apriva, di fatto, una nuova stagione di leadership politica nel quadro dell’eurozona, da imparare ad esercitare in nome dell’interesse generale europeo, ma in un clima sia di crescente diffidenza da parte delle opinioni pubbliche degli altri paesi, sia di scarsa adesione a questo nuovo ruolo da parte della stessa opinione pubblica tedesca. Una sfida difficilissima per Merkel e Schäuble.

Gli ostacoli erano, e sono, immensi. Innanzitutto la politica ha fatto, e ancora fa, anche se molti passi in avanti sono stai compiuti, fatica a ritrovare le categorie per pensare e agire nuovamente in una prospettiva federalista, dopo che per oltre un decennio ha lavorato per demolirla. Inoltre, da parte sua, la Germania del secondo dopoguerra ha difficoltà, storiche e politiche, ad assumere un ruolo di guida in Europa, quando, oltretutto, le viene rinfacciato con grande disonestà il suo passato. Ma, soprattutto, si tratta di un esercizio di leadership reso ancora più difficile proprio dalle caratteristiche democratiche con cui viene portato avanti, senza un’impostazione egemonica ammantata di retorica e mistificazione ideologica che aiuterebbero a mascherare i reali rapporti di forza, bensì come concreta assunzione di responsabilità. Una leadership esercitata in nome semplicemente della propria maggiore solidità e della proposta di un modello (quello dell’economia sociale di mercato) che – di fatto, nonostante le proteste – non ha alternative in Europa. Il problema è che questo tipo di leadership può funzionare solo nella misura in cui gli altri Stati la accettano, perché può cercare di forzare in momenti cruciali solo con piccoli passaggi che possano essere condivisi, ma non può imporre svolte senza aver prima guadagnato il consenso dei partner.

Due sono i fronti aperti, come già più volte ricordato, e sono di fatto correlati: la convergenza economica dell’intera area euro verso il modello dell’economia sociale di mercato che i paesi del Nord Europa hanno dimostrato essere il solo sistema sostenibile per l’Europa nella misura in cui vuole garantire il proprio sistema di welfare e coniugare competitività e giustizia sociale (non occorre essere degli esperti per constatare che le ricette neokeynesiane di incremento a debito della spesa pubblica dei governi nazionali, sostenute a gran voce da molti politici con il sostegno anche di importanti economisti anglosassoni, presuppongono le caratteristiche di leadership politica e monetaria di grandi potenze come gli USA, verso cui i capitali confluiscono in ogni caso – anche se, ovviamente, un discorso diverso sarebbe da fare sulla possibilità di un debito sostenibile per finanziare investimenti da parte di un’Europa federale; o che, viceversa, i modelli basati sui tagli drastici alle tasse sono incompatibili con la salvaguardia dello Stato sociale); e la cessione di una parte della sovranità da parte degli Stati dell’eurozona per creare una vera unione economica e politica, rinunciando al potere di decidere in ultima istanza sui propri bilanci e sulle proprie strategie di politica economica. Come ricordavamo all’inizio, dallo scoppio della crisi ad oggi sono stati fatti molti passi avanti su entrambi i fronti, grazie al paziente lavoro del Consiglio guidato dalla Germania e delle altre istituzioni europee, in primis la BCE. Sul primo fronte si possono elencare il processo avviato in Grecia, dopo quello in Italia, insieme all’uscita dalla crisi di Spagna, Portogallo, Irlanda, Cipro, sulla base dell’avvio di un sistema economicamente sostenibile. Sul secondo tutti i cambiamenti, le nuove istituzioni e le proposte messi in campo dal 2011 ad oggi. Tuttavia, i nemici sono ancora molti, e molto forti, e si annidano nelle resistenze al modello finanziariamente ed economicamente sostenibile su cui si fonda l’unione monetaria, e nelle resistenze alla cessione di sovranità. Sono queste resistenze che assumono il volto dei movimenti populisti ed euroscettici, che costruiscono il mito di una Germania che vuole schiacciare il resto d’Europa, che si nascondono dietro a false alternative economiche o politiche (le quali si rivelano nefaste nel primo caso, o capaci di condurre solo a dei vicoli ciechi nel secondo).

In particolare, è inutile nascondersi, esse trovano in diversi casi il proprio baluardo proprio nella Francia. Non è un caso che anche nelle proposte politiche per un salto di qualità nel governo della zona euro, Parigi non abbia finora mai abbandonato la prospettiva di realizzare un’unione “di Stati sovrani”, continuando a riproporre un modello istituzionale con al centro un nuovo parlamento (di secondo livello, espressione degli esecutivi o dei parlamenti nazionali) per l’unione monetaria; mentre l’alternativa federalista propone il Parlamento europeo in composizione specifica per le questioni dell’euro, per poter dar vita ad un modello effettivamente sovranazionale. Per la Germania questo è un ostacolo formidabile, perché non potrà mai pensare di avanzare verso l’unione politica senza la Francia.

Se la contrapposizione tra le due visioni incarnate dalla Francia e dalla Germania è dunque all’origine dell’impasse che ha bloccato lo sviluppo dell’Unione monetaria in un’unione politica, quello che è importante capire oggi, nel clima di sbandamento che caratterizza il confronto sui temi europei, è che la Germania non è né il nemico né l’egemone che vuole imporre la propria visione all’Europa. È l’Europa stessa, con la sua storia, che ha scelto tra le due alternative, dimostrando la superiorità per il vecchio continente del modello cosiddetto tedesco – il che non implica la fine di una dialettica tra destra e sinistra e tra diverse sensibilità politiche e sociali, ma semplicemente fissa il quadro in cui il confronto è produttivo. Ed è sempre la storia europea del secondo dopoguerra, insieme ai dati reali della vita politica, che ha man mano attribuito alla Germania una responsabilità particolare nel processo europeo.

Tutto questo implica che, se si vuole contribuire al successo del progetto europeo, governi nazionali e forze politiche, a partire da quelle italiane, devono saper creare le condizioni per portare innanzitutto la Francia sul terreno di una condivisone effettiva del modello federalista europeo, sapendo giocare, in termini politici, di sponda con la Germania: innanzitutto per impedire che all’interno di quel paese le forze della reazione, alimentate anche dal dibattito velenoso che imperversa tra le opinioni pubbliche degli altri paesi, possano creare una resistenza al cambiamento tale da rendere impossibile il salto di qualità politico dell’Unione monetaria.

Il Federalista

 

* Questo editoriale è stato chiuso in redazione il 21 luglio 2015.

 

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