Anno XXXII, 1990, Numero 3 - Pagina 195

 

 

L'Europa e la crisi del Golfo

 

La crisi del Golfo ha confermato, in condizioni di acuta difficoltà, e quindi tanto più probanti, gli elementi di novità che si stanno manifestando nella politica mondiale dopo la svolta imposta da Gorbaciov. Per la prima volta un conflitto locale non è servito da pretesto per schierare Stati Uniti e Unione Sovietica su due fronti opposti e non ha visto le due superpotenze ed i loro alleati andare a gara nel rafforzare militarmente le parti in conflitto. Al contrario la reazione della comunità internazionale all’aggressione del Kuwait da parte di Saddam Hussein è stata quasi unanime, e questa quasi unanimità si è riflessa nelle ripetute risoluzioni di condanna dell’aggressione votate dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Gli stessi Stati Uniti, che hanno prodotto la parte preponderante dello sforzo militare necessario ad impedire che le mire espansionistiche di Saddam Hussein si estendessero al di là del Kuwait, hanno sentito la necessità di servirsi dell'autorità dell’ONU per legittimare il loro intervento, riconoscendole in questo modo il ruolo di governo mondiale virtuale. L'ordine giuridico che la comunità internazionale si sta preoccupando di tutelare mostra per la prima volta in filigrana la fisionomia del kantiano diritto cosmopolitico, cioè dell’ordinamento interno di uno Stato federale mondiale in formazione, talché l'equiparazione di Saddam Hussein ad un criminale di diritto comune assume qualche accento di plausibilità.

Negare il carattere straordinario di questi elementi di novità significherebbe negarsi la possibilità di comprendere ciò che sta accadendo. Ma nello stesso tempo non bisogna nascondersi che questa non è tutta la verità. Alle considerazioni precedenti bisogna aggiungerne altre di segno opposto. Non è infatti irrilevante che le reazioni della comunità internazionale all’aggressione di Saddam Hussein non siano state completamente unanimi. In effetti alcuni paesi arabi si sono schierati, in modo più o meno palese, dalla parte dell’aggressore. Non solo, ma dalla parte dell’aggressore si è schierata anche una parte rilevante dell’opinione pubblica araba, anche dei paesi i cui governi si sono energicamente opposti al tentativo di Saddam Hussein.

Le ragioni di questo atteggiamento sono note. Il Medio Oriente è reso permanentemente instabile dalle piaghe costituite dal problema palestinese e da quello libanese ed è segnata da quelli che sono oggi forse i più indecenti casi di sfruttamento e di ingiustizia sociale del pianeta. Il Kuwait, gli Emirati del Golfo e l'Arabia Saudita sono Stati in cui una piccola élite detiene ricchezze incalcolabili accumulate grazie al lavoro di un esercito di diseredati – in genere provenienti da paesi islamici poveri e sovrappopolati – privati dei diritti più elementari e sottoposti alle barbare durezze di una legge medievale. Gli Stati Uniti, protettori (anche se oggi assai meno incondizionali che nel passato) di Israele e delle dinastie plutocratiche e oscurantiste della regione, e custodi armati del suo precario equilibrio, sono visti da larghe fasce dell’opinione pubblica araba come i principali responsabili di una situazione oggettivamente insostenibile. E Saddam Hussein può conseguentemente presentarsi agli occhi di questa stessa parte dell’opinione pubblica come campione della causa araba e paladino degli oppressi.

Il diritto internazionale che la stragrande maggioranza dei governi del mondo, sotto l'impulso degli Stati Uniti e con l'avallo dell’ONU, è oggi impegnata a ripristinare attraverso l'embargo e la minaccia della guerra, è quindi un diritto imperfetto nella misura in cui legittima regimi barbari e ingiusti. Ed è comprensibile che i giovani americani (ed europei) non si dimostrino entusiasti di fronte alla richiesta di rischiare la loro vita per una causa equivoca, nella quale la salvaguardia del diritto – in sé sacrosanto – di ogni Stato di non essere aggredito si confonde, almeno in parte, con la tutela degli interessi dell’Emiro del Kuwait e dei suoi dignitari.

Se oggi l'ordine internazionale fa apparire i primi lineamenti di un diritto cosmopolitico, ciò è dovuto alla consapevolezza sempre più diffusa – quantomeno nella parte nord del mondo – della comunità di destino che lega tutti gli uomini. Ma si tratta di una consapevolezza ancora insufficiente, perché limitata ad una parte del pianeta – anche se si tratta della parte più ricca e potente. Perché l'evoluzione del diritto internazionale da pura formalizzazione dei rapporti di forza tra gli Stati a vero e proprio diritto cosmopolitico subisca un'accelerazione decisiva, è necessario che tra gli Stati che ne costituiscono i soggetti, e all’interno di ciascuno di essi, si instaurino rapporti fondati sulla realizzazione di quel tanto di giustizia necessario perché la consapevolezza di appartenere ad un’unica comunità di destino diventi patrimonio di tutta 1'umanità: e quindi anche di quelle centinaia di milioni di esseri umani ai quali il drammatico problema quotidiano della propria sopravvivenza individuale impedisce ancora di allargare lo sguardo a quello, ancora più drammatico, ma per loro astratto e lontano, della sopravvivenza della specie in quanto tale.

L'attuale equilibrio internazionale non è in grado di promuovere una svolta radicale in questo senso. Esso si fonda indubbiamente su rapporti di collaborazione del tutto nuovi, che hanno soppiantato il vecchio equilibrio bipolare fondato sulla competizione e il confronto di potenza. Ma il suo contenuto reale è la perpetuazione dello status quo. La crisi del Golfo ne è la più chiara delle dimostrazioni. Quale che sia il suo esito, i problemi che l'hanno provocata non saranno risolti, né vi è conferenza internazionale che allo stato degli atti li possa risolvere. E un equilibrio che non è in grado di risolvere i problemi, ma soltanto di congelarli, è necessariamente instabile. Anche se il bipolarismo è tramontato per sempre, la distensione rimane precaria.

In altra occasione abbiamo messo l'accento sulla distinzione tra distensione tradizionale e distensione innovativa. Lo schieramento attuale che impone l'embargo a Saddam Hussein è una manifestazione della prima, e ne presenta insieme il carattere conservatore e la fragilità. Perché i problemi del Medio Oriente siano veramente avviati a soluzione occorre che si imponga la seconda, la cui caratteristica è quella di instaurare e diffondere la democrazia internazionale. Occorre cioè che la diffusa consapevolezza della comunità di destino che fa dell’umanità, almeno in prospettiva, un solo soggetto politico, si traduca nella proposta di una nuova formula istituzionale, alternativa a quella dello Stato nazionale, che ponga su nuove basi i rapporti tra gli Stati e quelli tra i cittadini e il potere.

Non dobbiamo temere di ripeterci ribadendo che questa formula è il federalismo, e che esso non può nascere che nel quadro della Comunità europea. Se la Comunità riuscirà a realizzare al suo interno una prima forma statuale federale attraverso il governo democratico della moneta, e quindi delle grandi decisioni di politica economica, questo fatto non rimarrà senza conseguenze. La realizzazione del primo embrione di federalismo renderà credibile un grande progetto di collaborazione economica con i paesi del Medio Oriente che si proponga di favorire a sua volta l'inizio di un processo di unificazione federale nella regione, e quindi di democratizzazione degli Stati che ne fanno parte, e nel quale possa essere coinvolto – per quanto improbabile ciò possa sembrare oggi – lo stesso Stato di Israele. Non si dimentichi che in Europa occidentale la fine dell’odio secolare tra Francia e Germania e lo sviluppo del federalismo furono determinati dall’orrore per la guerra. Non si vede perché ciò non dovrebbe accadere anche in Medio Oriente.

Questa è la responsabilità dell’Europa e per questo gli Europei si devono impegnare. Le ripetute invocazioni di una maggiore presenza militare europea nel Golfo sono semplicemente insensate. E' certamente vero che l'insufficiente coordinamento tra gli atteggiamenti dei paesi della Comunità di fronte alla crisi è stato deplorevole ed ha loro impedito di giocare un qualunque ruolo nella vicenda. Ma è altrettanto vero che un massiccio intervento militare europeo non cambierebbe in nulla la situazione strategica della regione. Esso non farebbe che scavare un fossato invalicabile e definitivo tra le masse arabe e la Comunità, chiudendo ogni spiraglio al dialogo politico tra due regioni del pianeta che la geografia, la struttura economica e la distribuzione delle risorse rendono profondamente interdipendenti. Del resto, se oggi l'esito della crisi è incerto, ciò non dipende certamente da un’insufficiente presenza di soldati, navi ed aerei americani, ma dal costo politico insopportabilmente alto che avrebbe oggi una guerra per gli Stati Uniti (come per qualsiasi altro paese industrialmente avanzato). Ed è bene anche dire chiaramente che, se nelle società evolute di oggi si diffondono sempre più atteggiamenti radicali di rifiuto della guerra, questo non è un segno di viltà, ma il risultato della crescente coscienza della insensatezza della guerra in un mondo che marcia verso la propria unità. Ciò non significa che lo sforzo militare americano, con i sacrifici che esso comporta, non meriti rispetto. Gli Stati Uniti, come maggiore potenza militare del mondo, hanno la responsabilità di conservare l'equilibrio esistente, impedendo che una sua disgregazione senza alternative dia luogo ad una situazione di anarchia, ed a questa responsabilità essi hanno fatto fronte. L'Europa ha oggettivamente una responsabilità storica del tutto diversa: quella di favorire la nascita di un equilibrio nuovo, più pacifico, democratico e progressivo dell’attuale, che favorisca e non freni il processo di unificazione del genere umano. Si tratta di una responsabilità che richiede altre politiche e altri mezzi. E' importante che gli Europei ne siano coscienti.

 

Il Federalista

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