Anno LXI, 2019, Numero 13, Pagina 123

 

 

L’inquietudine dell’Europa

 

 

Il 2019 si chiude per l’Unione europea con un bilancio contraddittorio, caratterizzato da alcuni risultati positivi (tra cui fondamentale l’esito del voto europeo di maggio) e altri negativi, che includono anche le divisioni all’interno delle forze pro-europee. Queste si confrontano sia su concezioni diverse del ruolo dell’Europa nel XXI secolo, dividendosi sui cambiamenti necessari perché gli europei si possano garantire un futuro da protagonisti, con il loro bagaglio di valori e il loro modello di democrazia inclusiva; sia su singole posizioni politiche. Anche se sono spinte a compattarsi in contrapposizione al nemico comune rappresentato dalle forze nazionaliste e illiberali, le forze europeiste restano più frammentate e litigiose che in passato, come dimostra anche la vicenda che ha portato alla bocciatura di ben tre dei candidati al ruolo di Commissari e che ha fatto ammettere a Margrethe Vestager (una delle vice-presidenti esecutive della nuova Commissione europea) che su certe politiche la Commissione si troverà costretta ad affidarsi a maggioranze variabili, che potrebbero includere anche i partiti nazionalisti.

Parlamento e Commissione europei sembrano quindi più deboli, per molti aspetti, rispetto alle scorse legislature. Eppure, i fatti creano una pressione nuova su queste istituzioni, ed è una pressione che in generale impedisce all’Europa – e ai suoi rappresentanti politici – di rimanere tranquilli, di soffocare l’inquietudine per un futuro che appare sempre più complesso; un’inquietudine sintomo di una crisi esistenziale che si può interpretare con categorie diverse, ma che non si può negare.

E’ questa inquietudine che gonfia anche le vele della Conferenza sul futuro dell’Europa. Da marzo, quando Macron l’ha proposta nella sua Lettera agli europei, fino a luglio, quando, in concomitanza della sua nomina, Ursula von der Leyen l’ha rilanciata, e fino al Consiglio europeo che lo scorso 12 dicembre ne ha ufficializzato l’avvio (anche se non definendone ancora mandato, struttura e tempi), la proposta è cresciuta, preparandosi a diventare il fattore centrale della vita politica europea dei prossimi due anni. Accompagnerà, infatti, necessariamente, tutte le ambizioni politiche della nuova Commissione e del nuovo Parlamento, dall’obiettivo del Green Deal europeo, alla volontà di poter giocare un nuovo ruolo geopolitco: perché queste ambizioni hanno bisogno del sostegno sia di una visione chiara sul tipo di potere che si vuole che l’Europa eserciti nello scacchiere internazionale, sia di gambe che l’Unione europea oggi non ha, o che (quando – in parte – ci sono) non sono abbastanza forti. Il confronto su quali devono essere le aspirazioni e gli obiettivi dell’Europa nel nuovo contesto mondiale, quali le politiche europee da mettere in campo nei settori strategici in cui singolarmente gli Stati europei non contano più nulla, e di conseguenza quali gli strumenti e i poteri europei che mancano ancora perché l’Europa possa agire con efficacia, diventeranno tutte questioni ineludibili, che la Conferenza dovrà discutere e affrontare con trasparenza.

Questo non significa, naturalmente, che la Conferenza arriverà necessariamente a dare le risposte adeguate ai problemi che la realtà pone agli Europei; anzi, il dibattito che si è sviluppato sinora attorno all’avvio di questo processo fa sicuramente presagire che le voci che si alzeranno proponendo pseudo-soluzioni (magari chiedendo di applicare il maqulliage di nuove regole al sistema in vigore, stando ben attenti a non togliere agli Stati membri il controllo politico e le leve del potere) saranno inizialmente ben più forti delle voci di chi rivendicherà l’attribuzione di poteri reali alle istituzioni sovranazionali; ma l’impotenza dell’assetto istituzionale attuale non migliorerà senza cambi di passo radicali e il migliore alleato di una nuova Europa, capace di agire con efficacia e legittimità democratica, saranno ancora una volta proprio i fatti.

Lo spazio di azione sarà pertanto delimitato proprio da questa dialettica che vede da una parte la realtà della politica, con le sue leggi ferree legate alla logica del potere, e dall’altra il wishful thinking che spera che l’attuale modello europeo (che esclude il concetto di potenza) possa resistere, nonostante tutto. In mezzo ci sono gli Europei che devono decidere se vogliono un futuro da protagonisti o da satelliti delle potenze globali E’ questa dialettica che chiama la battaglia per un’Europa sovrana; o meglio, per un’Europa federale: perché un’Europa sovrana è un’Europa che si fa Stato, è la Federazione europea dei Padri fondatori, quella del Manifesto di Ventotene e quella indicata da Schuman nel suo discorso del 9 maggio del 1950.

Il Parlamento europeo ha responsabilità enormi nel determinare l’esito di questo processo. Il fatto che sia l’Assemblea eletta direttamente dai cittadini, e che abbia ricevuto un mandato forte alle ultime elezioni, lo investe della responsabilità di tradurre il fermento che accompagna l’avvio della Conferenza in risultati ambiziosi e concreti. Sinora, nelle sue prese di posizione, ha rivendicato un ruolo guida, e ha posto i problemi giusti; ma non ha voluto esprimere l’intenzione di tradurre le richieste che emergeranno dalla Conferenza in proposte di riforma che diano concretezza ai lavori di questo organo e che siano pensate come elementi costitutivi di un nuovo e coerente Trattato; un Trattato che possa essere adottato con nuove regole rispetto alle attuali (che prevedono l’unanimità) e che crei le condizioni affinché gli Stati che lo vogliono possano procedere lungo la nuova via dell’unità politica all’interno del quadro dell’attuale Unione e del Mercato unico.

E’ questa la sfida vera da lanciare ai governi nazionali e su cui cercare il confronto con i cittadini. Tramite un non-paper reso pubblico alla vigilia del Consiglio europeo del 12 dicembre, Francia e Germania hanno in parte raccolto questa sfida (che Macron ha accompagnato con un’intervista drammatica all’Economist, in cui pone concretamente la questione della possibile scomparsa dell’Europa come comunità indipendente). Nel contributo comune, i due governi sostanzialmente concordano con il tipo di mandato per la Conferenza ipotizzato dal Parlamento europeo, di cui accettano il ruolo guida; ma anche la loro proposta, come quella del Parlamento, rimanda al dopo Conferenza l’apertura del cantiere delle riforme, indebolendo in modo drammatico la forza del processo. Tuttavia, in questo quadro, se il Parlamento europeo avrà il coraggio di svolgere davvero un ruolo ambizioso di guida e di avanguardia, potrà forse trovare un’asse con la Francia, cui la Germania farà fatica a dire di no.

La sfida è aperta; e come per ogni vera sfida politica, in cui è in gioco la costruzione del futuro, servono le condizioni oggettive che creano il quadro, esercitano la pressione sul potere esistente e fanno emergere la consapevolezza del cambiamento necessario; ma serve anche il coraggio degli uomini. L’attuale classe dirigente europea deve dimostrare concretamente di essere all’altezza del momento storico, senza alibi e senza codardie.

Il Federalista

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