Anno XLVII, 2005, Numero 3, Pagina 137

   

 
Il problema della difesa europea
e il nucleo federale
 
 
I risultati del sondaggio autunnale realizzato per la Commissione europea (Eurobarometro n. 64) offrono molti spunti di riflessione sullo stato d’animo dei cittadini europei, sulle loro attese e sui compiti di cui dovrebbe farsi carico l’Europa se non vuole perdere definitivamente la propria identità.
Le attese dei cittadini sono tutte improntate al pessimismo e la loro fiducia nelle istituzioni europee si sta rapidamente indebolendo. Nell’autunno del 2004 gli europei che riponevano una piena fiducia nella Commissione di Bruxelles erano il 52%, un anno dopo erano scesi al 46%; nel caso del Parlamento europeo sono passati dal 57 al 51%. Nello stesso arco di tempo, coloro che consideravano «positiva» l’immagine dell’Unione europea sono scesi dal 50 al 44%, mentre sono aumentati dal 15 al 20% i cittadini che la consideravano «negativa». E’ rimasta invece sostanzialmente stabile la percentuale degli interpellati favorevoli ad una politica europea di difesa e di sicurezza (78% alla fine del 2004, 77% alla fine del 2005) e ad una politica estera comune (il 68% contro il 69%).
Non è il caso di sopravvalutare i risultati di un sondaggio che possono essere influenzati da preoccupazioni momentanee o da perturbazioni congiunturali. Tuttavia, considerate nel loro insieme, le risposte fornite dagli interpellati rivelano, al di là di ogni dubbio, che i cittadini ripongono sempre meno speranze in questa Europa. Come meravigliarsene? L’Unione non è stata capace di rilanciare l’’economia che stenta ormai da anni, non è stata in grado di intaccare lo zoccolo duro della disoccupazione, di parlare con una sola voce nei momenti più gravi della crisi irachena, ed è incapace di esercitare la benché minima influenza nella politica mondiale. La presa di distanza dei cittadini nei confronti di questa Europa è l’inevitabile risultato della sua impotenza.
Tuttavia questo stato d’animo non impedisce loro di vedere con maggior chiarezza delle classi politiche nazionali che l’Europa è comunque necessaria per non subire passivamente le conseguenze derivanti dall’instabilità politica del pianeta, dal terrorismo internazionale, dall’emergere di nuove potenze come la Cina (e, fra non molto, l’India), dalla crisi energetica che si profila all’orizzonte, dall’aggravarsi dei problemi ambientali ecc. Una larga maggioranza di cittadini è perfettamente consapevole che in questi settori non esistono alternative all’Europa. E’ quindi ragionevole pensare che sarebbero disposti alla cessione della sovranità in queste materie se la loro gestione venisse affidata ad un governo europeo efficiente. Il vero problema, dunque, è come passare dall’Europa imbelle di oggi all’Europa capace di agire di domani.
La sola risposta razionale, che era già stata prefigurata fin dal 1941 da Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene, è quella di creare uno Stato federale europeo al quale trasmettere i poteri necessari per assolvere i compiti che gli Stati nazionali non sono più in grado di svolgere. A questo esito ci si era avvicinati al tempo della CED quando, insieme al problema dell’esercito europeo, si pose con forza anche quello del potere politico che doveva controllarlo. La colpevole inerzia di alcuni paesi, l’ostilità dei nazionalisti più incalliti e la sfortuna fecero naufragare il progetto.
Le tappe successive del processo di unificazione europea hanno seguito una via più tortuosa e i progressi più rilevanti, come l’elezione diretta del Parlamento europeo e la creazione della moneta unica, sono stati compiuti sotto la spinta della necessità, per risolvere problemi che richiedevano una risposta urgente. Oggi il nodo da affrontare è di nuovo quello della difesa non perché l’Europa ha un nemico alle porte com’era l’Unione Sovietica al tempo di Stalin, ma perché in un mondo dominato dal disordine e dalla violenza, una difesa credibile è la condizione necessaria per garantire la propria sicurezza e la propria indipendenza, per intervenire in maniera efficace nelle aree in preda al disordine e per condurre una politica estera capace di favorire la nascita di un sistema mondiale meno squilibrato.
Non si può contribuire all’avanzamento della condizione umana senza un progetto globale che affronti tutti i problemi cruciali (la povertà, il sottosviluppo, la questione ambientale, la pace ecc.); ma non si può realizzarlo se non si dispone del potere necessario per sostenerlo ovunque, anche contro coloro che vorrebbero impedirne l’attuazione. Una componente essenziale di questo potere è la difesa.
 
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Negli ultimi anni della guerra fredda dominati dalla figura di Gorbaciov, sembrò delinearsi la possibilità di una transizione pacifica verso un mondo multipolare nel quale le grandi potenze, i paesi in via di sviluppo, le aree che si stavano integrando (in primo luogo l’Europa occidentale e l’America latina) e le potenze emergenti erano destinati a diventare i protagonisti attivi della costruzione e del governo di un nuovo ordine mondiale più pacifico e più avanzato. Dopo la dissennata corsa agli armamenti dei primi anni Ottanta si ebbe per un attimo l’impressione che la ragione potesse prevalere sulla forza.
Ma il crollo dell’URSS, che pure aveva suscitato la speranza di una marcia senza ostacoli verso la democrazia e la libertà (era «la fine della storia»proclamata da Francis Fukuiama), ha fatto precipitare il pianeta in una situazione di incertezza. Il «governo del mondo» che, sia pure su basi non democratiche, era in qualche modo garantito dall’equilibrio bipolare impedendo alle due superpotenze di sconfinare in terreni troppo rischiosi e imponendo una parvenza di ordine nelle zone calde, è venuto meno insieme al crollo del pilastro sovietico, favorendo l’emergere di una pericolosa anarchia. Gli Stati Uniti — che dall’inizio degli anni Novanta erano rimasti l’unica superpotenza — di fronte all’escalation dei conflitti armati, alle azioni del terrorismo internazionale culminate con la strage dell’11 settembre e all’accumularsi dei problemi irrisolti, sono stati indotti a ricorrere sempre più spesso alla ragione delle armi anziché a quella della politica. Non avendo più — e non per colpa loro — interlocutori con i quali fare i conti, essi si sono inoltrati sulla via di un pericoloso unilateralismo che, sebbene abbia spesso orientato la loro condotta anche in passato, non aveva mai assunto un volto così sprezzante come quello mostrato negli ultimi anni.
Alcuni segni di questo atteggiamento si erano già manifestati durante la crisi jugoslava ma lo scudo della Nato era riuscito in qualche modo a mascherarli. La cosa non è stata invece più possibile nel caso dell’Iraq. Nei mesi precedenti l’intervento militare, l’amministrazione americana non ha esitato a manipolare la realtà pur di racimolare qualche giustificazione per una guerra assurda; non ha lesinato i giudizi più sprezzanti nei confronti dei governi che non avevano sostenuto incondizionatamente la sua politica; non ha avuto ritegno a mettere gli uni contro gli altri i paesi della «vecchia Europa» e quelli della «nuova Europa». La crisi fra le due sponde dell’Atlantico — la più grave del secondo dopoguerra — è stata a poco a poco riassorbita non perché gli americani avessero riconosciuto le buone ragioni della «vecchia Europa», ma perché quest’ultima ha abbandonato gradualmente la scena lasciando l’intera ribalta agli «alleati» più fedeli degli Stati Uniti.
Se è vero, come hanno scritto alcuni commentatori, che l’Europa è stata la terza vittima della guerra irachena, è ancor più vero che è stata la prima vittima di sé stessa. Gli Stati Uniti non hanno provocato le lacerazioni che sono venute alla luce in quel frangente; hanno semplicemente approfittato delle divisioni esistenti all’interno dell’Unione per rompere l’isolamento nel quale stavano precipitando. Se gli europei — o una parte di essi — vogliono risalire la china e riprendere il cammino tracciato all’inizio degli anni Cinquanta, devono dunque porsi il problema di ricuperare la propria indipendenza creando una difesa autonoma, e devono tirare tutte le conseguenze che ne derivano sul piano delle nuove istituzioni da creare. La difesa — e i settori connessi della politica estera e della sicurezza — può così diventare il punto sul quale far leva per riprendere il cammino che si è interrotto dopo Maastricht e per portare a compimento il processo di unificazione con la fondazione dello Stato federale europeo.
 
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Negli anni più recenti il tema della difesa europea è stato spesso evocato ma pochi lo hanno affrontato con la stessa lucidità di Karl Lamers (ne abbiamo già parlato in questa rivista e in altre pubblicazioni federaliste) e di Jean-Marie Le Breton, un diplomatico francese di alto rango e un fine conoscitore della storia europea del XX secolo, che ha di recente scritto un articolo emblematicamente intitolato «La défense des ‘Etats-désunis’ d’Europe» (in Défense nationale et securité collective, dicembre 2005). Tutte le discussioni che si sono intrecciate intorno alla necessità di una difesa europea non sono riuscite a superare la contraddizione interna di cui è vittima. Contro coloro che sostengono che la difesa dell’Europa non può essere credibile se non coinvolge la Francia e il Regno Unito, i soli paesi dotati di un armamento efficace, Le Breton si pronuncia in questi termini: «La difficoltà sta nel fatto che la Gran Bretagna privilegia i legami con l’Alleanza [atlantica] e vuole inquadrare la difesa europea nell’ambito della Nato, il che equivale a dire che non vuole una difesa europea autonoma. E’ più facile creare una difesa europea senza volontà politica oppure senza i mezzi militari già esistenti? Certo, un esercito — soprattutto un esercito multinazionale — non si improvvisa. Ma non si dimentichi con quale rapidità, dopo il 1941, le democrazie hanno saputo dotarsi di uomini, di stati maggiori e di armi per vincere la guerra. Al contrario, prima di questa presa di coscienza, i mezzi di cui ciascuno disponeva non avevano consentito di sbarrare la strada ai nazisti. La volontà è manifestamente più importante dei mezzi. Senza una volontà comune la difesa europea è un’illusione».
I recenti tentativi di creare corpi militari europei — che, per la verità, europei non sono — testimoniano più la percezione di un problema che non la volontà di risolverlo. Essi si sono dissolti nel nulla non per le difficoltà tecniche connesse alla fusione di più eserciti, ma per l’approccio adottato nei confronti del problema europeo nel suo complesso. Scrive ancora Le Breton: «Il ‘metodo Monnet’ ha funzionato molto bene finché si è trattato di creare un’unione doganale e di stabilire le regole della concorrenza — in altre parole, per creare il mercato unico. Si è rivelato un po’ meno efficiente nel caso della moneta unica abbandonata al suo destino non avendo alle sue spalle una precisa volontà politica. E’ del tutto insufficiente quando si giunge al cuore della sovranità statale, vale a dire quando sono in causa la politica estera e la difesa. In questo caso non ci sono che due alternative: la coalizione o l’integrazione. In una coalizione gli Stati non rinunciano definitivamente alla loro sovranità e possono riprendersela in qualsiasi momento. La storia europea ci offre innumerevoli esempi di coalizioni che sembravano durature e che si sono invece dissolte nello spazio di un mattino».
La seconda alternativa, l’integrazione, non è concepita da Le Breton nel senso vago in cui il termine viene abitualmente usato, ma come un processo che deve sfociare nella creazione di un nuovo Stato. Un obiettivo così ambizioso, egli sottolinea, non può essere oggi il risultato di una iniziativa che coinvolge fin dall’inizio tutti i paesi dell’Unione. Al contrario, i «dirigenti della ‘vecchia Europa’ dovranno mettersi d’accordo per proporre ai loro popoli la rinuncia ad una parte della sovranità. E non potranno farlo se non proponendo un progetto fondato su un’aspirazione comune. E’ evidente che evocare in questo contesto le ‘missioni di Petersberg’ o l’invio in Africa di qualche centinaio, o anche di qualche migliaio, di soldati per ristabilire la pace o le libertà democratiche, equivale ad una presa in giro. Così come il ‘metodo Monnet’ non ha determinato il passaggio dal mercato unico alla Federazione europea, alla stessa stregua affidare ad un’autorità priva di legittimazione una parte degli eserciti nazionali, non permetterà di creare un esercito europeo».
Per i federalisti queste affermazioni suonano come una conferma del loro pensiero e della loro azione. Dal Manifesto di Ventotene in poi hanno sistematicamente denunciato tutti gli escamotages inventati dai governi nazionali per puntellare il loro traballante potere, opponendo ad essi il metodo costituente che rappresenta il passaggio necessario per la fondazione di un nuovo Stato democratico. Ma ormai non sono più soltanto i federalisti a pensarla così. Un osservatore perspicace come Jean-Marie Le Breton ha saputo cogliere con rara lucidità la natura delle alternative in campo, e proporre una via concreta per giungere ad una soluzione definitiva del problema.
«E’ venuto il momento, scrive nel suo articolo, di riprendere l’esame del progetto di Unione federale e quello dell’esercito europeo. La crisi irachena ha mostrato che un numero non trascurabile di paesi europei ha scelto di rimettere la propria difesa e la propria autonomia nelle mani del Presidente degli Stati Uniti, come Carlo IV di Spagna aveva rimesso il suo trono e la sua missione ‘nella mani del grande amico e alleato Napoleone’. Questo gruppo di paesi non ha alcun desiderio di condurre una vita indipendente. E’ invece contento di far parte della clientela americana. Al contrario, gli Stati che non hanno alcuna intenzione di abdicare alle loro responsabilità comincino a prendere coscienza del fatto che potranno realizzare i loro obiettivi solo mettendo in comune i loro mezzi… Per continuare ad ‘esistere’, a svolgere un ruolo, la Francia e la Germania devono unire le loro forze e lanciare un appello agli Stati che condividono le loro aspirazioni. Nel mondo attuale la Francia e la Germania non possono più esprimere la loro volontà né riaffermare la loro indipendenza senza una unione federale».
Le conclusioni di Le Breton sono molto nette e chiamano in causa non solo i due paesi che sono stati all’origine del disegno europeo, ma anche gli altri paesi che, raccogliendo il loro appello, hanno reso possibile la sua parziale realizzazione. «Se gli Stati fondatori vogliono ancora che il loro destino dipenda dalle loro libere scelte, se vogliono che questo destino non sia deciso a Washington da una ‘Commissione americana’, come temeva Paul Valéry, e forse domani a Mosca o a Tokyo, c’è una sola via possibile: quella di un’unione da realizzare mediante un Patto federale».
Il nocciolo della questione sta tutto in questa formula. Gli estenuanti negoziati che servono soltanto a rattoppare il tessuto lacerato dell’Unione, le proposte velleitarie come il Piano Delors o l’Agenda di Lisbona (velleitarie non perché fossero e siano utopistiche, ma perché l’Unione non dispone del potere di attuarle), l’impotenza dell’Europa di fronte alle tragedie del mondo, avranno come conseguenza inevitabile quella di scavare un baratro sempre più profondo tra l’Unione e i suoi cittadini fino al punto in cui le sirene del nazionalismo e delle divisioni etniche riprenderanno il sopravvento. Certo, non è facile smontare la costruzione europea, cancellare la moneta unica, disarticolare la massa di interessi e di aspettative che si collocano ormai da tempo al di sopra delle frontiere. Ma nessuna costruzione instabile può resistere a lungo se non viene ancorata a solide fondamenta. A questa regola non può sfuggire nemmeno l’Unione.
 
Il federalista

 

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