Anno XLVII, 2005, Numero 2, Pagina 65

 

 

Il no di Francia e Olanda
a questa Europa
 
 
Tra la fine di maggio e la metà di giugno sull’Unione europea si sono addensare nubi inattese. Il 29 maggio il 54% dei francesi ha respinto il «Trattato che istituisce la costituzione europea»; il 2 giugno il 64% dei cittadini olandesi si è espresso nello stesso senso; il 17 giugno i Capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles hanno dovuto prendere atto delle profonde divergenze che ancora li dividono a proposito dei futuri finanziamenti dell’Unione europea rinviando la soluzione del problema a tempi meno agitati.
Le reazioni preoccupate degli europeisti rispecchiano le eccessive speranze riposte nel Trattato costituzionale che, a loro parere, avrebbe rafforzato sensibilmente la capacità di agire dell’Unione e l’avrebbe dotata di una più ampia legittimità democratica. In realtà, se si considera l’effettivo funzionamento dell’Unione, la bocciatura del Trattato costituzionale non avrà le drammatiche conseguenze che molti prevedono. L’entrata in vigore della “costituzione” — che sarebbe comunque avvenuta nel 2009 o addirittura nel 2012 — non avrebbe inciso se non in misura marginale sui meccanismi decisionali delle istituzioni europee e, in particolare, non avrebbe intaccato il potere dei governi nazionali nei settori della difesa, della politica estera, della politica economica e della fiscalità, perpetuando l’attuale stato di debolezza dell’Unione.
D’altra parte, i contrasti sul finanziamento delle politiche comunitarie sono un dato permanente nella storia dell’unificazione europea. Se in questo momento sono inaspriti dal fatto che, di fronte ad una crescita insufficiente, anche i paesi più ricchi incontrano maggiori difficoltà a sostenere i costi dell’allargamento, ciò vuol dire che si dovrà faticare di più per trovare un compromesso, ma non che i meccanismi dell’Unione si incepperanno irrimediabilmente.
Nondimeno c’è una sensazione diffusa che l’Europa si trova di fronte ad una delle crisi più gravi degli ultimi cinquant’anni, e che se non riuscirà a trovare una risposta efficace, rischia di incamminarsi sulla via della disgregazione. Se ciò è vero vuol dire che il processo di unificazione europea è giunto ad una svolta decisiva e che dobbiamo esaminare attentamente le cause per porvi, se possibile, rimedio.
 
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I cittadini francesi e olandesi che hanno bocciato il Trattato costituzionale non hanno detto no all’Europa; hanno detto no a questa Europa, una costruzione fragile e inefficiente, attraversata da mille divisioni, che si rivela sempre più incapace di rispondere alle attese dei cittadini. Negli ultimi anni l’Unione è stata sottoposta a dure prove e ne è uscita ogni volta sconfitta. La stragrande maggioranza degli europei era contraria alla guerra irachena ma l’Unione non ha potuto né impedire l’invio di truppe da parte di alcuni governi, né evitare la grave frattura che si è creata tra la «vecchia» e la «nuova» Europa. L’economia si sviluppa debolmente, o non si sviluppa affatto, soprattutto nei maggiori paesi, ma le istituzioni europee sono incapaci di mobilitare le risorse finanziarie, tecnologiche e umane — che pure l’Europa possiede in abbondanza — per contrastare il declino, riassorbire la disoccupazione e affrontare con successo le sfide della globalizzazione. L’Unione ha allargato le sue frontiere offrendo un approdo sicuro ai paesi dell’Est ma non ha saputo creare, nello stesso tempo, strutture politiche più efficaci in grado di assicurare la coesione fra paesi con un diverso livello di sviluppo economico e sociale.
Di fronte alle grandi trasformazioni del mondo contemporaneo gli europei si sono sentiti sempre più indifesi: da una parte i governi nazionali si sono rivelati impotenti nel gestire processi che hanno assunto da tempo una dimensione mondiale, dall’altra l’Unione europea, priva di una vera capacità di agire, ha subito le conseguenze negative della globalizzazione e del disordine mondiale scivolando inesorabilmente ai margini della politica internazionale. Gli interlocutori privilegiati degli Stati Uniti sono ormai la Cina e l’India. L’Unione europea svolge il patetico ruolo di «postino» fra l’Iran e gli Usa sulla questione del nucleare, ma a nessuno sfugge che le decisioni ultime verranno prese a Washington e non a Bruxelles.
Dal canto loro, le classi politiche nazionali non hanno mai esitato a riversare sull’Unione la responsabilità dei loro insuccessi instillando nei cittadini la convinzione che l’Europa costituisca, con la sua opprimente burocrazia e con la rigidità delle sue direttive, il vero ostacolo allo sviluppo. Non solo. Agli occhi di una parte degli europei essa non ha saputo prevenire l’invasione degli «idraulici polacchi», non ha saputo evitare il taglio indiscriminato dei posti di lavoro e impedire la delocalizzazione di un numero crescente di attività produttive, aggravando il sentimento di sfiducia nel futuro.
Il voto francese è stato certamente influenzato anche da cause interne. Per una parte dell’elettorato il referendum ha costituito l’occasione propizia per condannare Chirac e la sua politica, per i socialisti è stato un momento di aspro confronto in vista delle prossime scadenze elettorali. Sarebbe tuttavia un grave errore interpretare i risultati del referendum francese in chiave esclusivamente nazionale, così come sarebbe un errore non meno grave ritenere che si tratta solo di un no alla «costituzione», un testo talmente lungo, complesso e contraddittorio che pochi hanno letto e ancor meno compreso. Per i cittadini francesi e olandesi, il referendum costituiva la prima occasione, dopo Maastricht, per esprimere il proprio consenso o il proprio dissenso nei confronti dell’Europa in cui vivono, e non hanno perso l’occasione per manifestare la propria insoddisfazione.
Che i cittadini del vecchio continente non siano diventati improvvisamente euroscettici, lo dimostrano i sondaggi secondo i quali la maggior parte degli interpellati continua a credere nel progetto europeo. Il problema, dunque, non è l’Europa in sé ma quale Europa: un’area di libero scambio senza regole come quella perseguita con determinazione dalla Gran Bretagna, oppure un’Europa che privilegia la coesione e la solidarietà? Un’Europa divisa che la globalizzazione politica ed economica sta spingendo ai margini della storia, oppure un’Europa forte, in grado di dare il proprio contributo alla soluzione dei problemi più drammatici del pianeta? Un’Europa fondata sul metodo intergovernativo com’è stata sostanzialmente finora, oppure un’unione destinata a trasformarsi in uno Stato federale come auspicavano i padri fondatori? Si tratta di questioni cruciali perché, mentre è possibile dar vita ad un’area di libero scambio mantenendo intatte le sovranità nazionali, non è possibile garantire la coesione, la solidarietà e la forza senza un vincolo federale indissolubile tra i paesi dell’Unione, in altri termini senza creare uno Stato federale europeo.
 
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Si poteva pensare che il doppio no alla «costituzione» avrebbe indotto i governi, i parlamenti, la classe politica, i movimenti europeistici a reagire prontamente per rassicurare l’opinione pubblica sul fatto che il progetto europeo non era tramontato, e che si trattava, invece, di infondergli nuova linfa risolvendo i nodi istituzionali che lo avevano inceppato dopo l’approvazione del Trattato di Maastricht. L’occasione propizia era rappresentata dal Consiglio europeo del 16-17 giugno che aveva all’ordine del giorno il bilancio dell’Unione per gli anni 2007-2013, ma che non poteva, ovviamente, non esprimersi anche sui risultati dei referendum. Dopo due giorni di serrate trattative il Vertice si è concluso con la decisione di «congelare» il Trattato costituzionale rinviando la scadenza ultima delle ratifiche al 2007 invece che al 2006, e con un netto disaccordo sul finanziamento dell’Unione che ha dato l’impressione di uno sbandamento generale.
Chi si aspettava una diagnosi lucida sulle ragioni dell’impasse, un deciso impegno a superarla accelerando il processo di unificazione, chi si attendeva proposte concrete sui prossimi passi da compiere, è rimasto deluso. Ma, a ben vedere, l’esito del Vertice era scontato. I risultati dei referendum e la discussione sul bilancio offrivano all’Inghilterra l’occasione tanto attesa per cercare di mettere in un angolo la «vecchia» Europa e di rifondare su nuove basi l’Unione europea incapace di affrontare le sfide della globalizzazione. Lo ha detto, senza troppi giri di parole, Tony Blair a conclusione del Vertice, e lo ha ribadito al Parlamento europeo dove si era recato a presentare il programma del semestre di presidenza inglese. In una manciata di giorni il premier britannico ha raccolto il frutto dei veleni seminati dall’Inghilterra dopo il suo ingresso nell’Europa dei Sei, e si prepara a liquidare i barlumi di spirito comunitario che ancora sopravvivono in alcuni fra i paesi fondatori.
Il disegno inglese è chiaro e, se dovesse avere il sopravvento, il destino dell’Unione sarebbe segnato, tanto più che le spinte verso la rinazionalizzazione, evocata sempre più di frequente e giunta fino all’assurda richiesta di reintrodurre le vecchie monete nazionali al posto dell’euro, troverebbero sul loro cammino ostacoli sempre più deboli. D’altra parte la rinazionalizzazione delle politiche europee non è il frutto di una volontà perversa: se l’Unione non è in grado di arginare la crisi e di rilanciare l’economia, è fatale che le attese dei cittadini si rivolgano ai loro governi che non possono non adottare qualche misura, per quanto inefficace essa sia. Gli europei sono così costretti ad affrontare una fase particolarmente turbolenta della storia mondiale — la creazione di un nuovo equilibrio internazionale e la globalizzazione dell’economia — stretti fra l’impotenza degli Stati nazionali e l’inefficienza dell’Unione.
Se l’Europa è finora riuscita a salvare la sua precaria unità, lo si deve al fatto che le pressioni interne e internazionali non sono state così dirompenti da mandarla in frantumi. Oggi questo rischio esiste e per scongiurarlo c’è una sola via: quella diportare a compimento il processo di unificazione iniziato più di cinquant’anni fa. I governi e i parlamenti nazionali, il Parlamento europeo e la Commissione, hanno cercato di eludere il problema promettendo ai cittadini una «costituzione» che avrebbe assicurato l’unità politica. In realtà il Trattato costituzionale si è limitato a snellire alcune procedure decisionali, a ritoccare i poteri del Parlamento europeo, ad autorizzare nuove forme di cooperazione fra i paesi che vogliono camminare più in fretta, riconoscendo implicitamente l’esistenza di un’Europa a più velocità. Come è stato ribadito più volte anche dagli stessi autori, la «costituzione» è stata il frutto di un compromesso che non ha intaccato il potere degli Stati nazionali nei settori cruciali della politica estera, della difesa, della politica economica e della fiscalità, che costituiscono il cuore di ogni potere statale.
 
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La storia insegna che i problemi si possono rinviare ma non eludere e che, prima o poi, i nodi vengono al pettine. I risultati dei due referendum non sono la causa della crisi in cui versa l’Europa bensì il termometro che misura l’insoddisfazione dei cittadini di fronte ad un’Europa che dopo Maastricht si è arenata perché non ci sono più passi intermedi significativi da compiere prima della fondazione dello Stato federale europeo. E’ su questo scoglio che i governi si sono arenati registrando una sconfitta dopo l’altra.
Per superare questo ostacolo occorre una lucida consapevolezza delle alternative difronte alle quali si trovano gli europei: o scelgono la via del rilancio con un progetto coraggioso e lungimirante, oppure si rassegnano, magari inconsapevolmente, ad un inesorabile declino. La scelta del rilancio non è facile perché, a causa dei successivi allargamenti, l’Unione europea ha visto indebolirsi la sua compattezza iniziale e ha dimenticato l’obiettivo dei padri fondatori che non era una generica comunità bensì la Federazione europea. Oggi è impensabile che il progetto federale di cui l’Unione ha bisogno possa emergere nell’ambito dei Venticinque. Alla tradizionale ostilità inglese si è aggiunta quella dei nuovi paesi che, avendo appena riconquistato un’illusoria sovranità nazionale, non vogliono subito sacrificarla sull’altare dell’Europa. E’ invece pensabile che nel quadro dei paesi fondatori, e in particolare in Francia e Germania, esista ancora un barlume di consapevolezza della loro responsabilità storica e possa di nuovo scoccare una scintilla simile a quella che negli anni Cinquanta ha posto fine, con la nascita delle Comunità, alle «guerre civili europee». Allora Francia e Germania ebbero il coraggio di mettere una pietra tombale sul passato aprendo la strada al processo di unificazione europea. Oggi i paesi che più di mezzo secolo fa hanno incominciato l’«avventura europea», possono avviare a compimento il processo promuovendo la nascita di un nucleo federale aperto a tutti gli Stati che vorranno aderirvi.
Questa iniziativa, che è perfettamente coerente con gli obiettivi perseguiti dagli altri paesi dell’Unione, i quali manterrebbero intatto l’acquis communautaire, non mira a disgregare, come qualcuno teme, ciò che si è finora costruito. Al contrario, mira a creare le condizioni per il rilancio del processo di unificazione su basi più solide. Un nucleo federale avrebbe una tale forza di attrazione che anche i paesi inizialmente ostili finirebbero in seguito per aderirvi, come dimostra con l’evidenza dei fatti la storia dell’unificazione europea.
L’idea del nucleo federale non cade dal cielo. Molti leader politici hanno espresso, e continuano ad esprimere, il convincimento che la formazione di un’avanguardia sia la premessa indispensabile per rimettere sui giusti binari il processo di unificazione europea. Essi non hanno ancora piena coscienza della necessità di dar vita ad uno Stato federale e, nel prefigurare il compito dell’avanguardia, sono condizionati dall’ottica della collaborazione intergovernativa. Tuttavia il problema viene ripetutamente posto, e non a caso soprattutto da Francia e Germania (si vedano, ad esempio, l’articolo di Karl Lamers, esponente della CDU tedesca, in Internationale Politik del luglio 2005 e l’intervista di Philippe Douste-Blazy, Ministro degli Esteri francese, pubblicata sul Monde del 24 settembre 2005).
Ai federalisti — il solo gruppo politico consapevole della natura del problema da risolvere e dell’urgenza di trovare una soluzione efficace — tocca dunque insistere su questa prospettiva e sull’unico suo sbocco risolutivo, lo Stato federale, perché essi siano sul campo nel momento in cui la crisi dovesse precipitare e per l’Unione europea dovesse presentarsi il rischio di un crollo.
 
Il Federalista

 

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