Anno XLVI, 2004, Numero 2, Pagina 65

 

 

L’Iraq e le responsabilità dell’Europa
nei confronti del Medio Oriente
 
 
Soltanto tredici anni dopo che Francis Fukuyama aveva proclamato la fine della storia, la guerra in Iraq, con i suoi massacri e i suoi orrori, è venuta a ricordare all’umanità quanto primitivo sia ancora il grado raggiunto dal suo processo di emancipazione. Stiamo assistendo ad uno degli episodi più crudeli e insensati che hanno funestato la storia del mondo dai tempi della barbarie nazista.
Bush e i suoi consiglieri — con la loro arrogante e dissennata iniziativa e con l’incredibile imperizia con cui essa è stata attuata — hanno mancato totalmente non soltanto gli obiettivi conclamati della guerra (la sconfitta del terrorismo, l’«esportazione della democrazia», la scoperta e la neutralizzazione di armi di distruzione di massa), ma anche quello reale, cioè l’affermazione al di là di ogni possibile dubbio dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti e della loro capacità di garantire un ordine mondiale. In realtà l’egemonia mondiale degli Stati Uniti esce profondamente indebolita — e non certo rafforzata — dall’avventura irachena. Quanto rimaneva del loro prestigio morale, importante per garantire una base volontaria al consenso degli alleati, è stato distrutto in pochi mesi. Il Medio Oriente è in preda alla violenza e l’opinione pubblica mondiale è indignata e disorientata.
Non bisogna stancarsi di ripetere che questa condanna investe il governo americano (e, anche se in misura ben minore a causa dell’intossicazione propagandistica cui è stata sottoposta, la parte dell’opinione pubblica che lo sostiene) e non certo il popolo degli Stati Uniti nel suo complesso. Le critiche più forti e coraggiose alla condotta del governo americano sono venute dall’interno degli stessi Stati Uniti, e non certo da un’Europa la cui classe politica e i cui media sono sempre stati motivati dalla preoccupazione di fondo di compiacere il potente alleato d’oltre oceano, o di non irritarlo oltre misura.
La guerra in Iraq ha posto i paesi europei difronte ad un dilemma che ha messo in piena luce la loro totale incapacità di agire. Essi hanno dovuto scegliere tra collaborare incondizionatamente con gli Stati Uniti, sfidando l’enorme maggioranza delle proprie opinioni pubbliche e rinunciando all’esercizio di qualsiasi ruolo autonomo nella gestione della crisi, e «chiamarsi fuori», evitando di assumersi responsabilità e di prendere iniziative alternative. Si è trattato di una scelta tra due diverse manifestazioni di impotenza. Alcuni governi europei hanno scelto la prima strada, altri la seconda.
 
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Sia gli americani che gli europei hanno trovato conveniente, ad un certo punto, ricorrere all’ONU come fonte di legittimità, i primi per tentare di mascherare e di rendere accettabile il loro unilateralismo e i secondi per tentare di nascondere la loro impotenza, entrambi nella speranza che una risoluzione del Consiglio di Sicurezza bastasse per far credere all’opinione pubblica mondiale che la comunità internazionale si era assunta la responsabilità dell’occupazione dell’Iraq. Ma si è trattato di un espediente diplomatico del tutto inconsistente. L’ONU è un’organizzazione internazionale priva di un proprio potere e di una propria legittimità che non sia puramente simbolica. Essa non fa che esprimere l’equilibrio delle forze degli Stati che ne fanno parte. Essa non ha ovviamente un esercito e, quando si impegna in operazioni di peacekeeping, lo fa utilizzando le forze armate messe volontariamente a sua disposizione dagli Stati membri. Il Segretario generale e il suo staff possono esercitare una funzione di coordinamento tecnico fino a che le missioni attribuite all’organizzazione sono di scarso impegno. Ma se l’impegno cresce, se la natura delle missioni è tale da mettere in pericolo la vita dei militari impiegati e da richiedere l’impegno di enormi risorse finanziarie e morali, è chiaro che i governi coinvolti non rinunceranno al comando. E ciò evidentemente è accaduto nel caso dell’Iraq. Del resto, l’idea di sostituire, in Iraq, ad un esercito responsabile di fronte al Presidente degli Stati Uniti e, per il suo tramite, di fronte al popolo americano un esercito fornito dagli stessi Stati cui attualmente fanno capo le truppe di occupazione, ma responsabile di fronte al Segretario generale delle Nazioni Unite, sarebbe stata semplicemente risibile.
Allo stesso modo è stata una pura finzione la cosiddetta «restituzione della sovranità» ad un governo provvisorio iracheno — che in futuro dovrebbe essere sostituito da un governo eletto. La sovranità è la capacità di prendere decisioni e di attuarle, e quindi comporta che chi la possiede disponga della forza necessaria per ripristinare e mantenere l’ordine sul territorio. E’ semplicemente ovvio che, perché ciò avvenga in Iraq, è necessario che il governo iracheno abbia un proprio esercito, e che ogni esercito straniero se ne vada dal paese. Ed è esattamente ciò che non avverrà per il lungo periodo di tempo nel quale l’Iraq rimarrà un paese occupato, e quindi senza sovranità.
 
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Ciò che si tratta di vedere in realtà è se esiste una costellazione di potere alternativa che, da un lato, si possa presentare al popolo iracheno come non compromessa nel conflitto e mossa dalla sola volontà di ristabilire la pace e l’equilibrio nella regione e, dall’altro, abbia la capacità e la forza di sostituirsi alla coalizione attuale nel pilotare l’Iraq fuori dalla crisi, impiegando la quantità necessaria di uomini e di mezzi. Se questa costellazione esistesse essa potrebbe agire sotto la bandiera dell’ONU, se ciò fosse possibile, oppure sotto altre bandiere. La sostanza della cosa non cambierebbe.
Ma questa costellazione non esiste. Ciò significa semplicemente che, nel breve termine, non esistono alternative reali alla situazione attuale. E’ vero che tutte le crisi attraversano momenti acuti e momenti di pausa, determinati dall’esaurimento momentaneo delle forze sul campo. E’ quindi prevedibile che anche quella irachena conoscerà fasi di stanca. Ma essa non sarà risolta, perché non si manifestano all’orizzonte altri possibili equilibri che si sostituiscano alla fallimentare leadership americana. E l’Iraq, al di là di probabili pause cicliche, continuerà a sprofondare nell’anarchia, che a sua volta non potrà non alimentare il terrorismo, il fondamentalismo islamico e lo squilibrio di tutta la regione. Questa prospettiva sarebbe resa ancora più tragica da una eventuale divisione del paese, esplicita o mascherata da una pseudosoluzione federale, che farebbe del Sud sciita un oggetto degli appetiti dell’Iran, creerebbe uno Stato curdo il cui potenziale destabilizzante sarebbe enorme e lascerebbe Bagdad in preda alla violenza.
 
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Il fatto che non esistano possibilità di soluzione della crisi irachena a breve termine non significa che gli Stati europei debbano accettare passivamente la scelta tra la sottomissione all’avventura imperiale americana e il sostegno alla guerriglia irachena. Ciò che al contrario ogni politico europeo responsabile dovrebbe fare è verificare se esiste una soluzione possibile a lungo termine e, nel caso affermativo, compiere i primi passi necessari per realizzarla e decidere in accordo con questo percorso una politica comune europea per far fronte all’emergenza del momento.
In questa prospettiva devono essere sottolineati alcuni dati di fatto dall’evidenza immediata. Il primo è che l’Iraq è un paese con un’economia in ginocchio, con le infrastrutture distrutte, privo di una classe politica e con un ceto militare e amministrativo gravemente mutilati. Esso non potrà rimettersi in piedi da solo. Perché il processo della sua ricostruzione materiale e morale si avvii sarà necessario un aiuto esterno. Il secondo è che questo aiuto non potrà venire — se non nella forma di rifusione dei danni provocati — dal governo americano, quale che sia il prossimo Presidente degli Stati Uniti, né da quello britannico. Essi sono responsabili della distruzione del paese e la presenza di loro soldati sul territorio non verrà mai tollerata dal popolo iracheno. Oggi essi si trovano quindi nell’impasse della scelta tra la rovinosa continuazione dell’occupazione, con le conseguenze sempre più gravi che essa produce, e una ingloriosa ritirata, che implicherebbe la rinuncia alle responsabilità che essi si sono assunti con l’invasione e l’abbandono dell’Iraq al flagello della guerra civile. La collaborazione per la ripresa dello sviluppo del paese dovrà essere offerta in primo luogo dagli altri paesi arabi e musulmani dell’area, nel quadro di un grande piano di sviluppo regionale. Il terzo è che comunque questo piano dovrà essere promosso e finanziato da una potenza esterna che non si sia compromessa con la guerra e che, per la sua posizione geografica, per il suo grado di interdipendenza economica con il Medio Oriente e per le sue tradizioni di amicizia, sia interessata allo sviluppo dell’Iraq, all’instaurazione di una sempre più stretta integrazione regionale, all’intensificazione dei commerci e al potenziamento delle comunicazioni, e il cui ruolo sia per questo accettato dagli iracheni. Questa potenza non potrebbe che essere l’Europa.
Ma l’Europa non esiste. Non è certo l’Unione attuale, né i singoli Stati che ne fanno parte, che avranno la forza politica ed economica necessarie per varare un vero Piano Marshall per il Medio Oriente, dal quale soltanto dipendono la rinascita dell’Iraq e lo sviluppo dell’economia dell’intera regione. La verità è che la messa in cantiere di un qualunque piano europeo per il Medio Oriente che non voglia rimanere sulla carta presuppone la volontà di creare un potere europeo, cioè di fondare, nel quadro in cui ciò sarà possibile, uno Stato federale europeo, che disponga di grandi risorse politiche, morali, economiche e militari, nonché della capacità di mobilitarle e di impiegarle nell’interesse della collaborazione tra i popoli e dello sviluppo di ciascuno di essi. Se ciò non avverrà, l’Europa assisterà impotente ad un rovinosa continuazione del processo di disgregazione dell’equilibrio internazionale e al sopravvenire di una vera e propria crisi di civiltà che investirà l’intero pianeta.
 
Il Federalista

 

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