Anno XLVI, 2004, Numero 1, Pagina 3

 

 

Il declino dell’Europa 
 
 
Nei maggiori Stati dell’Unione europea — e in particolare dell’area dell’euro — si sta diffondendo la consapevolezza del declino. Si tratta di una consapevolezza ancora confusa, perché il declino viene attribuito ai singoli Stati, ai loro sistemi produttivi e alle loro società e non all’Europa nel suo complesso; perché nessuno si rende conto della sua natura storica e non congiunturale; e perché nessuno comprende le cause che l’hanno originato e ne determinano il progressivo aggravamento. Ma il fatto esiste ed è oscuramente avvertito. La qualità della convivenza civile in Europa viene minata dalla sfiducia. Il futuro viene percepito come oscuro ed incerto. La ricerca dell’innovazione, lo spirito di intrapresa e la volontà di progettare vengono frustrati.
 
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Il declino riguarda in primo luogo la politica internazionale. I suoi effetti sono apparsi con evidenza in occasione degli avvenimenti nella ex-Jugoslavia e, con ancor maggiore drammaticità, in occasione di quelli in Iraq, allorché gli europei sono stati costretti non soltanto ad assistere impotenti ad una guerra insensata che essi non volevano, ma anche a sopportare una parte rilevante dei costi enormi che essa ha causato e continua a causare.
Che l’Europa non conti più nulla nella politica internazionale e che essa sia sottoposta all’egemonia americana non è una novità. Si tratta di un dato di fatto che è diventato evidente con la fine della seconda guerra mondiale. Ma prima della fine della guerra fredda il fenomeno veniva in parte messo in ombra dalla comune minaccia costituita dalla presenza dell’Unione Sovietica. L’egemonia degli Stati Uniti aveva quindi una chiara contropartita, che faceva sì che gli europei non avessero la sensazione di subire un dominio, ma quella di partecipare alla realizzazione di un progetto comune e di essere impegnati nella difesa degli stessi valori.
Oggi non è più cosi. Oggi il pericolo non viene più da un possibile attacco esterno, ma dal terrorismo alimentato dal fondamentalismo islamico, la cui rete è presente sia negli Stati Uniti che in tutti gli Stati europei. E l’egemonia americana non contribuisce certo a garantire la sicurezza dell’Europa nei confronti di questa minaccia. E’ un dato di fatto che l’Europa potrebbe giocare un ruolo decisivo nel combattere il male alla radice, favorendo l’unità, lo sviluppo economico e la trasformazione democratica degli Stati del Maghreb e del Medio Oriente, con i quali si trova in una situazione di vicinanza e di interdipendenza particolarmente favorevoli. Ma la sua impotenza le impedisce di svolgere un ruolo efficace nella regione. E lo stesso vale per tutte le altre aree sensibili del pianeta. Gli europei sono quindi sempre più confinati ad un ruolo di puri figuranti nell’equilibrio internazionale. Mentre attori nuovi si stanno affacciando sulla scena, come la Cina, l’India e il Brasile, e vecchi attori, come la Russia, vi fanno ritorno, l’Europa ne sta uscendo e scompare dai calcoli strategici dell’unica grande potenza esistente e di quelle che si stanno formando.
I governi europei sono perfettamente consapevoli di questa rapida tendenza al declino internazionale dell’Europa. Cosi come essi sono consapevoli della necessità di una politica estera e di una difesa europee. Ma essi credono — o, meglio, fingono di credere — che questo problema si risolva intensificando la collaborazione tra i paesi membri dell’Unione, o tra alcuni di essi, con la costituzione di piccole forze multinazionali o la realizzazione di un certo grado di coordinazione nella produzione degli armamenti; ed eventualmente creando figure che garantiscano una rappresentanza formale dell’Unione e le consentano di «parlare con una sola voce», pur essendo del tutto prive del potere di prendere decisioni a nome dell’Europa e di dar loro esecuzione. In questo modo il declino internazionale dell’Europa non viene certo arrestato.
 
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Non meno impressionante è, nei principali paesi della zona dell’euro, il declino dell’economia. La crescita del loro prodotto interno lordo è debolissima, e talora negativa. La disoccupazione è a livelli molto elevati. La competitività dei loro sistemi produttivi regredisce con rapidità nei confronti di quella dei sistemi produttivi dei paesi dell’Asia orientale. L’euro non decolla come moneta internazionale, malgrado la sua forza apparente, e le sue sorti sono determinate dall’andamento del dollaro, il cui deprezzamento sta annullando il surplus della bilancia dei pagamenti dei paesi appartenenti all’Unione monetaria senza che ciò sia compensato da una crescita del mercato interno. Manca qualsiasi politica europea di rilancio della spesa pubblica — sebbene un numero crescente di paesi abbia sfondato o stia per sfondare il tetto del deficit di bilancio fissato dal Patto di stabilità — e qualsiasi politica di sviluppo delle infrastrutture. Si moltiplica il numero dei settori produttivi in difficoltà, e quello dei collassi finanziari.
I politici e gli osservatori non possono fare a meno di prendere atto di questa tendenza. Ma la sua vera natura non è compresa. E ciò si vede chiaramente dai falsi rimedi che vengono proposti. Il primo consisterebbe nel superare la cosiddetta rigidità del mercato del lavoro e nello smantellare, almeno in parte, il welfare state, cioè le conquiste sociali che hanno fatto dell’Europa la regione del mondo nella quale la lotta contro l’ingiustizia e per il miglioramento della convivenza civile ha raggiunto le mete più avanzate. E ciò in nome di una forma di darwinismo sociale la cui logica è quella di arricchire i ricchi e di condannare una parte importante della popolazione all’insicurezza, all’emarginazione e alla povertà. Il secondo è quello di spingere la Banca centrale europea a diminuire ulteriormente il tasso di interesse di riferimento, che è già bassissimo, e quindi consente un margine di manovra trascurabile, dimenticando gli insegnamenti che avrebbe dovuto dare il precedente della lunga stagnazione dell’economia giapponese pur in presenza di tassi di interesse prossimi allo zero.
In realtà le cause del declino economico dell’Europa risiedono nella incapacità di agire che dipende dalla sua divisione. Esse sono politiche e istituzionali, quindi strutturali e non congiunturali. Ciò non toglie che l’attuale tendenza discendente attraverserà comunque fasi cicliche. Ma essa non si invertirà fino a che la debolezza politica dell’Europa non sarà superata. E’ la debolezza politica dell’Europa che impedisce all’euro di affiancarsi al dollaro come moneta internazionale, scoraggiando la denominazione in euro dei contratti — e in particolare di quelli relativi alle forniture di petrolio — e inducendo gli investitori internazionali a non aver fiducia nella moneta europea. In questo modo l’euro, e con esso l’intero commercio estero dei paesi dell’Unione monetaria, subisce passivamente le conseguenze delle fortune del dollaro, che si apprezza o si deprezza a seconda della politica condotta dal governo degli Stati Uniti. La verità è che all’Unione monetaria europea non corrisponde un potere europeo, con una sua sfera di influenza che dipenda dall’Europa per la sua sicurezza e il suo sviluppo, verso la quale l’Europa possa indirizzare risorse e con la quale essa possa intensificare i commerci adottando l’euro come moneta internazionale.
E’ evidente che l’esigenza pressante di un potere europeo capace di agire non ha a che fare soltanto con il rafforzamento del ruolo internazionale dell’euro: essa riguarda anche il suo controllo interno. Oggi la moneta europea è lasciata nelle mani di un organo tecnico, deputato unicamente al controllo dell’inflazione. E’ urgentemente necessario che questo sia affiancato da un organo politico che orienti il valore della moneta governando l’economia reale e promuovendone lo sviluppo. Questo organo deve essere provvisto di un bilancio autonomo, che sia alimentato da tributi prelevati direttamente dai cittadini e la cui consistenza non risulti da un faticoso accordo tra Stati preoccupati soltanto di limitare al minimo i propri contributi all’Unione, ma sia decisa democraticamente a livello europeo. Esso deve avere la capacità di fare una politica anticongiunturale efficace, che non sia resa impossibile dall’obbligo — anche se per la verità spesso non rispettato — di adeguarsi ai parametri di un Patto di stabilità imposto dall’assurda coesistenza di una moneta unica e di una pluralità di Stati sovrani, responsabili ciascuno della propria politica economica. Esso deve disporre degli strumenti necessari per elaborare e mettere in esecuzione un grande piano di infrastrutture in grado di rilanciare l’economia europea.
 
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Il declino economico dell’area dell’euro va di pari passo con il suo ritardo tecnologico nei confronti degli Stati Uniti, che è divenuto esorbitante in particolare nei settori delle reti informatiche, dell’esplorazione dello spazio e delle biotecnologie e si sta profilando anche nei confronti della Cina, che ha recentemente varato un suo ambizioso programma spaziale. Si deve sottolineare che il grado di avanzamento tecnologico di Europa, Stati Uniti e Cina è privo di ogni rapporto con le dimensioni del rispettivo prodotto interno lordo. Ciò accade perché i grandi progressi della tecnologia si verificano soltanto se sono attivamente promossi dai pubblici poteri (e vengono utilizzati e sviluppati dalle imprese soltanto quando hanno raggiunto uno stadio in cui possono consentire di produrre beni e servizi potenzialmente provvisti di un mercato). Ciò è accaduto non solo nel caso evidente dei programmi spaziali, ma anche in quello di Internet, nata come progetto militare, nonché in quello delle biotecnologie, che si sono sviluppate grazie ai finanziamenti pubblici alla ricerca nei laboratori delle università, dei centri di ricerca e degli ospedali. La tecnologia quindi cresce quando le risorse di un grande mercato sviluppato o in via di sviluppo vengono coordinate e impiegate da una politica della ricerca applicata messa al servizio di un disegno capace di mobilitare le risorse di un intero paese. Essa non si può sviluppare in Europa, se si fa eccezione per qualche successo nel campo spaziale, perché i paesi europei hanno, in questo settore come in tanti altri, politiche distinte, che si intersecano e si sovrappongono, e alle quali vengono destinate somme del tutto inadeguate. La verità è che l’Unione è un’entità burocratica e non politica, che i suoi Stati membri sono deboli e impotenti e che quindi né l’una né gli altri sono in grado di attivare le energie necessarie per sostenere un grande progetto di avvenire.
Questa situazione si ripercuote necessariamente sulla ricerca di base, che della tecnologia costituisce il fondamento necessario. Non è certo il caso di soffermarsi sullo stato lamentevole nel quale si trova in Europa la ricerca scientifica, che è testimoniato dalla massiccia fuga di giovani ricercatori verso gli Stati Uniti. Vale soltanto la pena di ricordare che l’Europa impiega danaro per formare giovani scienziati, grazie ad una scuola secondaria e ad una università che sono tuttora di buon livello, per vederli emigrare verso gli Stati Uniti, le cui scuole secondarie e università sono invece — tranne rare eccezioni — di livello assai inferiore. Gli Stati Uniti profittano quindi del lavoro di un personale scientifico formato altrove non appena questo, dopo aver costituito un carico per il bilancio degli Stati nei quali ha percorso il suo curriculum scolastico, diventa produttivo.
 
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Del resto il declino tecnologico e scientifico dell’area dell’euro non è che l’aspetto più evidente della progressiva desertificazione culturale dei paesi che ne fanno parte. E’ vero che la decadenza della cultura intesa nel suo senso più ampio è più difficile da percepire perché una sua analisi quantitativa è assai problematica e una sua descrizione qualitativa è inevitabilmente soggettiva. Inoltre è indubbio che l’Europa continentale ha grandi tradizioni radicate nella storia e istituzioni culturali che godono di un grande prestigio accumulato nei decenni e talora nei secoli, e che costituiscono un argine che rallenta la marcia del declino. Ma è un dato di fatto che le arti, l’architettura, la letteratura, il teatro, la musica, la storia, la filosofia e le scienze sociali migrano al seguito della migrazione del potere e della ricchezza, e che questi hanno ormai abbandonato l’Europa per gli Stati Uniti (anche se il fenomeno è meno evidente in Gran Bretagna, grazie alle sue relazioni privilegiate e alla comunità di lingua con gli USA). E’ un dato di fatto che negli USA le grandi istituzioni culturali si stanno espandendo in numero, in ricchezza e in attività, mentre esse si contraggono in Europa. E che oltre oceano esistono un pubblico ricco e un grande mercato editoriale che danno impulso alla creazione e al dibattito culturale. Le grandi città degli Stati Uniti, e in particolare New York, presentano l’irresistibile attrattiva di essere il palcoscenico dell’unica grande potenza mondiale, verso il quale si dirigono gli sguardi di tutti, e quindi anche le aspirazioni di coloro che cercano affermazione e notorietà attraverso la produzione culturale. Parallelamente l’Europa si impoverisce e si avvia lentamente verso il tramonto.
 
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Non ci si può stupire a questo punto se si diffonde nei cittadini europei uno stato d’animo di demoralizzazione, la cui origine va ricercata nella mancanza di prospettive di avvenire; se i giovani migliori se ne vanno o adeguano le loro ambizioni alle condizioni di mediocrità che prevalgono nel continente; se mancano progetti collettivi che siano in grado di stimolare capacità non espresse e di mobilitare energie. Né ci si può meravigliare che questo atteggiamento dia luogo ad una sfiducia profonda nei confronti di una politica che non sa fermare il cammino dell’Europa verso la decadenza e non sa coinvolgere i cittadini in un grande disegno che costituisca un passo importante nel processo di emancipazione del genere umano.
A tutto ciò corrisponde il progressivo degrado della politica. Dalla sua connotazione è ormai scomparsa in Europa l’idea del perseguimento del bene comune. Della sua duplice natura di ethos e di kratos è rimasto soltanto l’aspetto della lotta per il potere. E questa, separata dai valori che la nobilitano, mostra il suo volto più repulsivo. Essa non si ispira più alle cose da fare e agli obiettivi da perseguire, ma va degenerando in una forma di squallido teatro in cui una classe politica senza idee si occupa esclusivamente della propria promozione mediatica. Nella politica europea di oggi contano soltanto l’immagine e lo spettacolo della rissa a beneficio di un’opinione pubblica inerte e incapace di reazioni.
La società civile, in uno Stato industriale avanzato, è certo composta nella sua prevalenza da uomini e donne che si occupano prima di tutto dei loro affari privati e del loro benessere individuale. Ma, quando il clima politico è vivo e i temi del dibattito importanti, i cittadini sono comunque sensibili alle sollecitazioni che provengono dalla classe politica e dalla parte più viva della società; e sono coinvolti nella dialettica pubblica non soltanto nelle occasioni, come le elezioni, nelle quali essi diventano strumenti della lotta per il potere, ma anche nel corso delle vicende politiche quotidiane. L’opposto accade quando la politica non sa produrre idee ed elaborare progetti. Allora la disponibilità dei cittadini all’impegno civile si spegne, o degenera nella protesta sterile e senza idee, o, nei casi migliori, si convoglia nei canali non politici del volontariato. Quando ciò accade è inutile rivolgere ai cittadini retorici appelli alla fiducia senza indicare loro la visione di un futuro migliore e il cammino che deve essere percorso per realizzarlo. La fiducia non si ricostituisce con proclami e con generici incitamenti, ma soltanto proponendo un progetto preciso il cui grande valore ideale inciti molti a impegnarsi per la sua realizzazione.
 
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E’ quindi alla politica che spetta invertire la tendenza, rendendo concretamente visibile ai cittadini un obiettivo che faccia di nuovo dei grandi valori della civiltà europea il punto di riferimento ultimo del dibattito politico, dia un senso alla vita di tutti e speranza ai giovani. E se l’origine della decadenza in Europa sta nella sua divisione, è evidente che questo obiettivo non può essere che quello della sua unificazione. Del resto è drammaticamente vero che la decadenza dello spirito pubblico negli Stati del continente è andato di pari passo con l’affievolirsi dell’ideale dell’unificazione europea.
Perché il progetto di unificazione del continente diventi concretamente visibile bisogna che esso non rimanga un’espressione generica e ambigua, ma identifichi un punto d’arrivo chiaramente definito. L’Europa potrà ricuperare un ruolo sulla scena internazionale, dare alla sua moneta una funzione paragonabile a quella del dollaro e restituire ai suoi cittadini il sentimento di essere corresponsabili delle decisioni dalle quali dipende l’andamento del processo di emancipazione del genere umano soltanto se essa diventerà un attore primario delle vicende dell’equilibrio mondiale conducendo una politica estera orientata alla pace, alla collaborazione e allo sviluppo e dandole credibilità grazie al controllo di un esercito che faccia capo ad un potere democratico. Essa potrà ridare slancio alla sua economia soltanto se disporrà di un bilancio autonomo e di un autonomo potere di imporre tributi, senza dipendere dal buon volere degli Stati membri dell’Unione. Essa potrà così elaborare e portare ad esecuzione un grande piano di sviluppo economico interno ed internazionale ed una ambiziosa politica di avanzamento tecnologico che rendano competitivo il suo sistema produttivo e favoriscano lo spirito di impresa senza compromettere le grandi conquiste dello Stato sociale. Essa ricupererà in questo modo gli stimoli e le risorse necessari per ritornare all’avanguardia nella ricerca scientifica e per ridiventare il più importante polo mondiale della creazione artistica e del dibattito culturale.
Ma attribuire ad un governo europeo il controllo esclusivo di un esercito, cioè il monopolio della forza fisica, e consentirgli di disporre di un bilancio autonomo e del potere di imporre tributi direttamente ai cittadini, cioè dare all’Europa gli strumenti della spada e della borsa, significa riconoscerle gli attributi della sovranità. Significa in una parola costituire in Europa uno Stato federale, incominciando nell’ambito ristretto in cui questo progetto è concretamente possibile fino a farne una grande entità che abbracci l’intero territorio dell’Unione nella composizione che essa ha attualmente ed in quella che essa avrà infuturo. Oggi in Europa lo Stato esiste soltanto nel quadro, superato dalla storia, della nazione, cioè in una dimensione che non consente di formulare grandi progetti e di prendere grandi decisioni, e che quindi umilia le aspirazioni dei cittadini e ne soffoca le energie; mentre la dimensione nella quale tutto questo sarebbe possibile è occupata da istituzioni burocratiche, le cui decisioni, quando vengono prese, sono l’espressione dei lenti e faticosi compromessi raggiunti tra i governi prima di quindici, ed ora di venticinque Stati sovrani, e non il risultato del dibattito democratico tra i cittadini europei e i partiti che li rappresentano.
L’obiettivo della fondazione in Europa di uno Stato federale è di enorme difficoltà. Esso può sembrare addirittura impossibile come lo sono sempre parsi nella storia tutti gli obiettivi che hanno comportato una trasformazione radicale degli assetti di potere. In ogni caso esso non può essere raggiunto con escamotages giuridici che tentino di mascherare la realtà della conservazione della sovranità da parte degli Stati nazionali. In verità nessuna alleanza, nessuna confederazione o unione doganale, nessuna complessa costruzione istituzionale — anche se dovesse portare il nome di costituzione — può nascondere il fatto che la sovranità o rimane agli Stati nazionali o viene trasferita all’Europa: e che questo trasferimento avviene soltanto se l’Europa diventa uno Stato, anche se in un quadro geografico in espansione, a iniziare da un nucleo geograficamente limitato.
E’ soltanto questa la strada attraverso la quale non solo si possono affrontare i grandi problemi della collaborazione internazionale, della sicurezza e dello sviluppo economico, ma si può restituire alla politica la sua natura di impegno per il bene comune, che ne fa la più alta delle attività umane. Soltanto uno Stato che abbia un ruolo decisivo nell’equilibrio mondiale può concepire e perseguire un grande disegno — interno e internazionale — che dia all’idea di cittadinanza il significato del coinvolgimento nella missione della promozione della pace e della costruzione di una società aperta, innovativa e solidale: e in questo modo susciti consenso e mobiliti energie.
Per questo oggi la battaglia per la fondazione di uno Stato federale europeo, per quanto ardua, è la sola che valga la pena di combattere.
 
Il Federalista

 

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