Anno LI, 2009, Numero 1, Pagina 3

 

 

La presidenza Obama, la creazione di un nuovo ordine mondiale e l’Europa
 
 
L’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti è stata il frutto della volontà del popolo americano di imprimere un profondo cambiamento alla propria politica rispetto al recente passato, sia all’interno del paese che nel quadro mondiale. Oltre all’esigenza di affrontare i temi etici e sociali e quelli legati alla difesa del modello democratico americano, si è manifestata infatti nel paese la necessità, resa ineludibile dalla crisi finanziaria scoppiata lo scorso anno, di trovare una soluzione ai problemi e alle contraddizioni posti da un modello di sviluppo economico e produttivo rivelatosi insostenibile, ma anche di ridisegnare un nuovo ordine internazionale capace di garantire la stabilità e la sicurezza. E’ evidente infatti il legame tra la politica interna americana, il tipo di politica estera perseguita nel quadro globale a partire dall’inizio degli anni Novanta e il sistema economico affermatosi parallelamente in quel periodo, ed è altrettanto chiaro il fatto che proprio il cambiamento dei rapporti di potere nel mondo ha decretato per certi aspetti la necessità di una svolta profonda in tutti e tre gli ambiti.
Non è certo la prima volta che gli USA devono cercare di sciogliere i nodi della creazione di un nuovo assetto mondiale. Nel corso del XX secolo dovettero affrontare per ben tre volte, praticamente da soli, l’avvio di nuove istituzioni globali in campo economico e politico: alla fine della prima guerra mondiale, con il Presidente Wilson, gli USA imposero agli europei la creazione della Società delle Nazioni. Grazie all’iniziativa lanciata dal Presidente Roosevelt furono successivamente poste le premesse, quando la seconda guerra mondiale era ancora in corso, della fondazione dell’ONU e delle istituzioni finanziarie di Bretton Woods. Infine, nella seconda metà degli anni Ottanta, sotto la presidenza Reagan, gli USA appoggiarono la svolta inaugurata dall’URSS di Gorbaciov; svolta che non ebbe il tempo di tradursi in nuove, anche solo embrionali, istituzioni, ma che nelle intenzioni dei governi delle due superpotenze avrebbe dovuto portare all’abolizione delle armi nucleari e alla progressiva riforma dell’intero sistema internazionale. E, come accade anche oggi, ognuna di queste occasioni si accompagnò, nelle classi politiche e nelle opinioni pubbliche, ad una crescita della consapevolezza del fatto che, per affrontare le crisi, il mondo avrebbe dovuto unirsi sempre di più e, nel breve periodo, avrebbe dovuto dotarsi, in questa prospettiva, delle strutture adeguate per garantire un governo globale multipolare più cooperativo.
Tuttavia, ci sono due importanti differenze nel quadro mondiale attuale rispetto al passato, che rendono meno facile la possibilità di una maggiore integrazione tra gli Stati e la nascita di un nuovo assetto più equilibrato e pacifico. La prima è strutturale e riguarda l’ascesa del resto del mondo rispetto all’Occidente, e agli USA in particolare; ascesa che, come lo stesso Presidente Obama ha sottolineato, comporta il fatto che l’America «non può affrontare da sola le sfide di questo secolo», ma che, al tempo stesso, nessun paese «può affrontarle senza l’America». La seconda differenza riguarda le prospettive di breve periodo dello sviluppo degli equilibri internazionali che non sembrano indirizzarsi versa la nascita di un sistema mondiale stabile degli Stati, bensì appaiono avviluppati in una ragnatela di rapporti bilaterali e multilaterali sempre più dominati dall’incertezza e dagli squilibri.
In questo scenario, in cui la leadership americana è in declino ma non si profilano ancora valide alternative, sono tre le principali impasse di fronte a cui si trova l’umanità: quella sul terreno economico-finanziario, quella della sicurezza militare e quella delle emergenze ecologiche.
 
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L’«impasse» sul fronte economico-finanziario.
 
Al di là dei provvedimenti che i singoli governi hanno preso e prenderanno per cercare di mettere i rispettivi paesi al riparo dai danni più immediati della crisi economica e finanziaria, questa ha rivelato tutta la fragilità dell’attuale sistema di governo che si fonda da oltre mezzo secolo sulla politica economica e monetaria di Washington. Ma benché l’esigenza di riformare l’ordine finanziario internazionale sia condivisa da quasi tutti i paesi nel mondo, la stessa esperienza storica dimostra come la possibilità di tale riforma sia legata alla realtà del quadro di potere globale e alla profondità delle innovazioni che gli equilibri politici internazionali permettono di realizzare.
Nelle sue memorie, significativamente intitolate Present at the Creation, Dean Acheson, il Segretario di Stato USA durante la presidenza Truman, ha descritto come la fondazione del Fondo Monetario Internazionale e quella della Banca Mondiale siano state il risultato di una vera e propria prova di forza tra le maggiori potenze di allora, che, benché ancora unite nell’impegno contro il nazi-fascismo, erano già profondamente divise su come riorganizzare il futuro del mondo. «Fu molto più difficile» — ricorda Acheson a proposito delle trattative di Bretton Woods — «contenere le richieste delle varie delegazioni, guidate dalla Russia e dai paesi latino americani, di fornire meno capitali alla banca rispetto al fondo. La ragione, naturalmente, risiedeva nel fatto che i prelievi dal fondo erano collegati alle sottoscrizioni di capitali di partecipazione. Se si fosse verificata una generalizzata astensione a sottoscrivere adeguate partecipazioni di capitali nella banca, questo avrebbe implicato la rinuncia a creare una banca o l’assunzione da parte dei soli Stati Uniti della responsabilità di sostenerla. Henry Morgenthau si impegnò allora affinché l’Unione Sovietica mettesse nella banca tanti capitali quanto era disposta a metterne nel fondo. Alla fine, nella riunione plenaria riuscì ad annunciare di aver avuto successo nel convincere l’URSS. Ma fu un successo di breve durata, in quanto l’URSS poi non ratificò gli accordi». Nonostante ciò, in virtù della posizione di forza di cui godevano allora gli USA, le nuove istituzioni finanziarie videro comunque la luce. In proposito Acheson osserva nelle sue memorie, con sollievo, che alla fine il compito degli americani si rivelò «un po’ meno arduo di quello descritto nel primo capitolo della Genesi», in quanto gli USA dovettero per fortuna occuparsi solo «della metà del mondo, la parte libera». Oggi questa «fortuna» non esiste più: il mondo ormai è uno, e gli Stati Uniti, da soli, non possono più farsi carico di un problema che anche oggi conserva molti dei connotati di una «creazione» su scala globale, più che di una mera riforma delle istituzioni esistenti. Ma non esistono neanche le basi comuni perché altri partner condividano con gli USA questa responsabilità.
Significativa, a questo proposito, è la reazione dell’Amministrazione americana al discorso che il Presidente della Banca Centrale cinese Zhou Xiaochuan ha fatto alla vigilia del vertice mondiale del G20 a Londra. Facendo riferimento ad uno degli economisti più strettamente legati alla storia della creazione della moneta europea, Robert Triffin, Zhou Xiaochuan ha constatato che la situazione attuale altro non è che la conferma del cosiddetto Triffin Dilemma, secondo cui «i paesi che stampano la moneta di riserva, non possono allo stesso tempo mantenere il suo valore e garantire la liquidità necessaria al funzionamento dell’economia mondiale». Proprio per questo, ha proseguito Zhou Xiaochuan, occorre creare una moneta di riserva mondiale «che non sia collegata ad un singolo Stato e rimanga stabile nel lungo periodo». Il Presidente della Banca centrale cinese ha colto anche l’occasione per denunciare, nel suo discorso, la scarsa lungimiranza dei governi che diedero vita al sistema di Bretton Woods, perché accantonarono subito la proposta avanzata da Keynes di creare un’unità di conto internazionale (il Bancor), e facendo appello ad una «coraggiosa iniziativa collegata ad una straordinaria visione politica» ha sottolineato i limiti dei surrogati a cui hanno successivamente fatto ricorso i paesi occidentali «per mitigare i rischi inevitabilmente collegati all’uso di una moneta di riserva controllata da uno Stato», cioè la moneta virtuale rappresentata dai Diritti Speciali di Prelievo, rimasti ancorati al dollaro.
Queste critiche, come era prevedibile, non sono cadute nel vuoto. La Federazione russa ha subito espresso preoccupazioni analoghe a quelle cinesi. Anche il Brasile, l’India, la Corea del Sud e il Sud Africa hanno manifestato il loro interesse per approfondire questo dibattito.
Gli USA invece hanno tenuto una posizione difensiva, cercando di rassicurare i mercati sul fatto che il dollaro può ancora svolgere un’importante ruolo a livello globale e che, se si vuole affrontare il tema della riforma del sistema finanziario internazionale, non si può prescindere dalla leadership USA. A questo proposito il Presidente Obama ha subito specificato di non ritenere che «ci sia bisogno di una moneta globale», mentre il Segretario al Tesoro Timothy Garthner, rispondendo ad un’interrogazione al Congresso, ha escluso che «gli USA abbandonino il dollaro a favore di una moneta globale come suggerito dalla Cina e dalla Russia». Ma queste dichiarazioni, lungi dal rassicurare il mondo, hanno implicitamente confermato l’assenza di una politica credibile a livello internazionale, anche solo sotto le sembianze di una prima roadmap sino-americana, per sciogliere le contraddizioni messe in evidenza dalla crisi.
In conclusione, sebbene sia evidente che il mondo ha bisogno che USA e Cina collaborino strettamente, coordinando le loro politiche, nella situazione attuale Washington e Pechino non sono neppure disposte a condividere in prospettiva un simile obiettivo. Troppo grandi restano gli squilibri fra questi due paesi per consentir loro di mettere in secondo piano le divergenze di interesse e gli innegabili elementi di conflittualità. Pechino, come mostra l’intervento del Presidente della Banca centrale cinese, non è disposta ad accettare una riforma che avalli e confermi la leadership economica e monetaria degli USA. Da parte loro questi ultimi, appoggiando eventualmente le proposte cinesi, temono di perdere, insieme alla leadership economica e monetaria, anche quella politica e militare.
Spicca in questo quadro l’inazione e il silenzio dei governi nazionali europei e degli esponenti delle istituzioni dell’Unione europea e dell’eurozona, che hanno colpevolmente finto persino di ignorare i riferimenti alla cultura economica europea contenuti nella proposta cinese: a dimostrazione del fatto che, dopo tanto parlare della necessità di fare profonde riforme, gli europei non intendono assumersi nessuna responsabilità in questo senso, ma si limitano a confermare la loro fedeltà al sistema in vigore.
 
L’«impasse» sul fronte della sicurezza militare.
 
L’America ed il mondo avrebbero bisogno di più sicurezza per garantire maggiori risorse alla lotta contro le diseguaglianze e le contraddizioni create da un modello di sviluppo economico e produttivo rivelatosi economicamente ed ecologicamente insostenibile. Ora, questa esigenza si scontra con la preoccupante tendenza al riarmo che è in atto in tutti i continenti, sia in campo convenzionale che nucleare.
Da questo punto di vista assume un’importanza non solo simbolica il messaggio lanciato dal Presidente Obama durante il suo viaggio in Europa di riprendere e rilanciare l’obiettivo dell’abolizione delle armi nucleari, la cosiddetta opzione zero. Un obiettivo di non immediata realizzazione, come ha del resto precisato il Presidente Obama, ma che dovrebbe fungere da punto di riferimento per un’inversione di rotta nella corsa agli armamenti e quindi per liberare risorse a favore di uno sviluppo ed una crescita più equilibrati. Un successo su questo terreno, d’altra parte, sarebbe cruciale per consentire all’Amministrazione Obama di realizzare quella profonda riforma nel sistema della sicurezza sociale e sanitaria di cui l’America ha bisogno per ridurre le diseguaglianze sociali al proprio interno. Per incamminarsi su questa strada gli USA dovrebbero infatti impiegare circa il 20% del PIL americano nella riforma del welfare entro i prossimi dieci anni. Uno sforzo immenso, addirittura circa il doppio in termini percentuali rispetto a quello previsto dai piani di sviluppo nel campo dell’assistenza socio-sanitaria in un paese, dopotutto ancora socialista, come la Cina.
La realtà, però, è che l’attuale situazione geostrategica non sembra favorire una significativa, duratura e diffusa riduzione delle spese militari. Nonostante i negoziati avviati dagli USA con la Russia sin dagli anni Novanta per portare a circa duemila testate nucleari strategiche i rispettivi arsenali entro il 2012, non esiste al momento, né è prevedibile a breve, un progetto che porti i due paesi ad avviarsi sulla via della cooperazione nel campo della sicurezza. Il Presidente Obama ha ribadito di voler mantenere l’impegno della riduzione delle testate, che evidentemente sarebbe nell’interesse reciproco di USA e Russia, in quanto consentirebbe di contenere significativamente i costi del mantenimento dei loro enormi quanto ormai obsoleti arsenali; inoltre un simile accordo non intaccherebbe la superiorità nucleare delle due superpotenze rispetto alle vecchie e nuove potenze atomiche, e darebbe un segnale inequivocabile della volontà russo-americana di abbassare il livello del confronto sul terreno militare. Tuttavia questa riduzione, per avere un reale impatto globale sul terreno della sicurezza e della diminuzione delle spese militari, dovrebbe inquadrarsi nel più ampio fronte della ripresa di un processo di costruzione della sicurezza reciproca su scala internazionale analogo a quello lanciato dai colloqui Reagan-Gorbaciov negli anni Ottanta. Allora il processo, come è noto, naufragò rapidamente a causa del crollo dell’URSS e del parallelo tentativo degli USA di trarre un vantaggio strategico dall’inferiorità dello storico nemico. Oggi, soprattutto a causa degli squilibri che si sono addirittura approfonditi in questi ultimi due decenni in campo militare, economico e tecnologico sui vari scacchieri regionali, è più difficile, se non impossibile, che Stati Uniti e Russia arrivino a riconoscere la parità strategica delle forze in campo, e quindi la possibilità di ridurle al livello difensivo minimo, coinvolgendo in questo processo anche le altre potenze nucleari. Solo il riconoscimento di questo principio permette infatti di cambiare il clima nei rapporti tra gli Stati, come dimostra quanto avvenne sul fronte europeo, venticinque anni fa, quando ci fu il riavvicinamento tra Washington e Mosca. Per contro, il fatto che per i paesi europei la sicurezza dipenda tuttora dalla protezione americana continua a costituire un oggettivo elemento di inquinamento di quel principio e quindi un fattore di instabilità nei rapporti tra l’Occidente e la Russia, come dimostrano le tensioni irrisolte sul dispiegamento dei sistemi missilistici, sulla gestione dei rapporti con i paesi che un tempo facevano parte dell’URSS o dell’area di influenza sovietica, sul processo di allargamento a est dell’Unione europea e sul ruolo di una NATO il cui raggio d’azione tende a diventare sempre più globale.
Anche in altre parti del mondo la tensione tende ad aumentare, anziché diminuire. Nelle regioni del Mediterraneo e del Medio Oriente, nel momento in cui, come sta avvenendo a seguito della ridefinizione delle politiche energetiche, un numero crescente di governi guarda all’energia nucleare come ad una risorsa su cui investire o tornare ad investire, le possibilità e le probabilità che venga varcata la soglia dello sviluppo del nucleare dal campo civile a quello militare sono destinate ad aumentare. Del resto in Asia la Corea del Nord questo passo lo ha già compiuto, ma si trova sostanzialmente priva di potere di ricatto rispetto ai vicini russi e cinesi. L’Iran si appresta a compierlo. Ma a ben vedere queste avvisaglie sono solo la punta visibile dell’iceberg del rischio nucleare. Infatti, almeno trenta Stati hanno dichiarato la loro intenzione di sviluppare programmi nucleari, e circa la metà di essi si trova nella regione del Medio oriente e del Nord Africa. Perciò, se non si creano al più presto le condizioni per garantire la sicurezza su scala regionale innanzitutto in queste aree, ogni paese tenderà inevitabilmente a fare da sé e a garantirsi l’indipendenza attraverso l’acquisizione del potere nucleare, aumentando conseguentemente sia l’insicurezza regionale sia quella globale.
La parità strategica è lungi dall’essere riconosciuta anche nell’Oceano Indiano, la regione del mondo in cui transita gran parte del traffico marittimo mondiale di beni di consumo e dei prodotti energetici (soprattutto per l’Europa), che è destinata a diventare un teatro importante del confronto tra USA, Cina e India. Su questa regione, oltre a vaste aree ormai senza Stato e senza legge, come la Somalia, si affacciano regimi dal futuro incerto, come quelli arabi, o dal presente molto tormentato, come l’Iraq, l’Iran ed il Pakistan. In questo scenario non meraviglia che stiano tornando d’attualità negli USA, in Cina e in India le strategie di rilancio delle politiche navali militari per garantire la sicurezza dei propri commerci ed approvvigionamenti di materie prime. Ma il fatto che gli USA abbiano ridotto a meno della metà le navi da guerra stanziate nei vari mari ed oceani rispetto a vent’anni fa, mentre la Cina si appresta ad avere una flotta quantitativamente competitiva con quella americana entro i prossimi dieci anni, costituisce di per sé un potenziale nuovo pericoloso elemento di competizione. Nel XIX secolo qualcosa di analogo era accaduto nei mari del mondo tra la declinante potenza britannica e gli USA. Non a caso sono tornate d’attualità nel dibattito sul futuro della strategia militare negli USA e nei paesi asiatici le analisi del maggior studioso del declino navale britannico, lo stratega americano Alfred Thayer Mahan, considerato il teorico della necessità dell’ascesa della potenza navale statunitense. Il fuoco della sua analisi in The Influence of Sea Power Upon History, 1660–1783, sta proprio nel fatto che il potere di proteggere il traffico marittimo resta in ogni epoca un fattore determinante nella definizione degli equilibri mondiali.
Perciò sul terreno della sicurezza, in un mondo in cui americani e russi continuano ad avere dei fondati motivi per non fidarsi gli uni degli altri e per temersi sia su scala globale, sia sui vari fronti regionali; in cui gli interessi americani e quelli cinesi tendono a divergere in aree che sono di vitale importanza sotto il profilo commerciale oltre che energetico per il mondo (e per l’Europa), non si prospettano realistiche possibilità di produrre dividendi per la pace e lo sviluppo.
 
L’«impasse» sul fronte delle emergenze ecologiche globali.
 
 Nessuno è in grado di prevedere cosa accadrà in ogni singola regione del mondo nei prossimi decenni a seguito del rilascio nell’atmosfera, in soli due secoli, dell’anidride carbonica immagazzinata in milioni d’anni nel sottosuolo. Ma la comunità scientifica ha ormai raggiunto un consenso nel ritenere che i dati storici climatologici e i rilevamenti attuali hanno messo in luce una relazione tra l’aumento dei gas ad effetto serra e i cambiamenti dei cicli climatici, e che, senza drastiche, ma al momento non prevedibili, inversioni di tendenza nell’aumento dell’immissione di questi gas nell’atmosfera, bisogna prepararsi a profondi cambiamenti del clima nei prossimi decenni. Queste preoccupazioni sono ormai così condivise nel dibattito politico nei diversi paesi e a livello internazionale, da essere state recepite nelle analisi, nelle previsioni e nei programmi di molti governi, ivi compreso quello americano.
Il problema, però, è che gli strumenti per allontanare il momento in cui la soglia di pericolo della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera raggiungerà livelli incontrollabili, e quindi per guadagnare tempo in vista della introduzione e diffusione di nuove tecnologie, sono al momento applicati in modo scoordinato e casuale su base nazionale. Per risultare efficaci occorrerebbe, invece, che le misure nazionali fossero inquadrate in un’azione coerente e pianificata, pensabile solo nell’ambito di un sistema multipolare cooperativo.
In questo quadro la presidenza Obama è ben lungi dal poter conseguire dei successi a livello internazionale. Gli USA hanno infatti annunciato di voler ridurre entro il 2020 le emissioni di gas ad effetto serra ai livelli del 1990 e di un altro 80% entro il 2050. Tutto ciò grazie a massicci investimenti federali, all’imposizione di nuovi limiti per le emissioni, a nuove tasse e all’aumento dell’impiego delle fonti di energia rinnovabili e di quella nucleare. In un’ottica globale, tuttavia, se si volesse davvero arrivare ad una riduzione controllata e sostenibile a livello mondiale delle emissioni, questi piani dovrebbero fare i conti con l’esigenza, messa in luce anche in questo caso dalla Cina, che i paesi sviluppati sostengano l’onere maggiore della ripartizione delle spese per la riconversione in senso ecologico dei consumi energetici, della produzione e dei consumi. In altro modo le politiche ecologiche dei paesi occidentali sono destinate a rimanere inadeguate. Secondo le stime fatte dal governo cinese, una «giusta» ripartizione degli oneri implicherebbe, per esempio, una riduzione a carico dell’Occidente delle emissioni di gas nocivi entro il 2020 non semplicemente al livello delle emissioni del 1990, ma almeno del 40%.
Al di là della difficoltà di perseguire questo obiettivo da parte dei paesi sviluppati, questa richiesta mette in luce quanto divergenti siano attualmente le posizioni tra l’Occidente, ed in particolare gli USA, e la Cina. Infatti mentre i primi insistono sull’applicazione del principio delle responsabilità comuni per affrontare le sfide globali, la seconda, facendosi portavoce dello scontento dei paesi in via di sviluppo, ribatte che occorre effettivamente applicare il principio delle responsabilità comuni, ma differenziate. Questo principio è stato esplicitamente ripreso nel documento che riassume la posizione del governo cinese in vista dei prossimi negoziati internazionali sul cambiamento climatico. In esso si legge tra l’altro: «Mitigare i rischi di cambiamento climatico e prepararsi comunque ad adattarvisi, sono due facce della stessa medaglia. Ma mentre il primo è un obiettivo molto difficile da perseguire nel medio-lungo periodo, il secondo è più reale ed urgente soprattutto per i paesi in via di sviluppo. Entrambi questi obiettivi non possono essere perseguiti senza opportuni finanziamenti e adattamenti tecnologici. Per questo l’impegno dei paesi sviluppati ad aiutare quelli in via di sviluppo sul terreno del trasferimento di finanziamenti e di tecnologie deve essere considerato una conditio sine qua non affinché i paesi in via di sviluppo contribuiscano a far fronte alla sfida climatica globale» (Implementation of the Bali roadmap, China’s Position on the Copenhagen Climate Change Conference, May 20, 2009). La condivisione di questa condizione su scala globale implicherebbe tuttavia l’esistenza proprio di quel quadro di coesistenza pacifica e di cooperazione in campo economico che oggi, come si è sottolineato, è ben lungi dal realizzarsi.
 
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Nel 1948 lo storico Arnold Toynbee, in Civilization on Trial, aveva lucidamente teorizzato che l’era nucleare aveva ormai posto all’ordine del giorno la questione della fondazione della federazione mondiale a partire dall’unione tra le due potenze che si apprestavano allora a dominare il mondo, gli USA e l’URSS. Dopo aver messo in evidenza gli squilibri ed i motivi di competizione esistenti tra le due superpotenze, Toynbee aveva concluso che un loro avvicinamento non sarebbe mai stato possibile senza una modifica degli equilibri internazionali a seguito dell’entrata in scena di un terzo fattore, l’Europa. Tuttavia, poiché lo storico britannico non vedeva, allora, alcuna possibilità che nascessero gli Stati Uniti d’Europa o l’Unione europea (secondo la definizione dello stesso Toynbee), né peraltro egli riteneva di doversi impegnare nella battaglia per farli nascere, l’alternativa europea finì per assumere per lui i connotati di un surrogato nazionale: la Gran Bretagna alla guida del Commonwealth.
Alla luce di quanto sta accadendo nel mondo, la validità dell’analisi di Toynbee sulla necessità della federazione mondiale appare senza dubbio confermata. Come appare ancora fondata l’ipotesi della necessità dell’ingresso in campo del fattore europeo per favorire la nascita e lo sviluppo di politiche che favoriscano il processo di unificazione politica del mondo. L’esperienza storica ha invece dimostrato che è illusorio sperare che qualche Stato nazionale europeo possa fungere da catalizzatore della federazione mondiale. Resta dunque sul tappeto il problema di come far nascere un «terzo fattore» davvero europeo, senza il quale le ragion di Stato di USA, Cina e Russia, non trovando alcun interlocutore capace di fungere da ammortizzatore e regolatore delle tensioni tra di loro, tenderanno inevitabilmente a rimanere nel solco della difesa, attraverso l’esercizio della forza in campo militare e non, dei rispettivi interessi.
A proposito della nascita del fattore europeo, non si possono però ignorare tre verità di fatto. La prima è che nessuno Stato europeo può imporre l’unità politica dell’Europa, né può pretendere di svolgere da solo un ruolo europeo. La seconda è che non si può fare l’unità politica dell’Europa con ventisette Stati che hanno interessi eterogenei e spesso divergenti fra loro. La terza è che non si può fare davvero l’Europa senza la Francia e la Germania.
Se gli europei non vogliono che l’alternativa di governo mondiale resti una semplice formula verbale, senza sviluppi pratici, devono incominciare a tradurre queste verità in atti politici concreti. Atti che sono ormai legati alla prospettiva di una rottura fra quei paesi dell’Unione europea che non possono e non vogliono, né ora né nel prevedibile futuro, perseguire l’obiettivo dell’unità federale europea, e quelli in cui la volontà di perseguire quell’obiettivo è al momento latente, ma nella cui esperienza storica e tessuto sociale essa è ancora radicata e può manifestarsi. Chi dice di volere l’Europa e tuttavia esita ancora ad abbracciare questa prospettiva, in quanto la reputa impraticabile o addirittura una minaccia all’unità comunque già realizzata in Europa, dovrebbe chiedersi, come fece Luigi Einaudi nel 1918 quando denunciò i limiti dell’allora nascente Società delle Nazioni, «Vogliamo noi combattere per un nome o una realtà?» Oggi potremmo aggiungere, parafrasando Einaudi, «Vogliamo creare un nucleo di Stato federale o semplicemente mantenere un’ombra di Stato qual è l’Unione europea?» Questa è la scelta di fronte alla quale si trovano gli europei. E sarà soprattutto dalla loro scelta, e non tanto da quelle che faranno l’America di Obama o la Cina, che dipenderà il destino del nuovo tentativo storico di creare un nuovo ordine mondiale.

Il Federalista

 

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