Anno XXIX, 1987, Numero 1, Pagina 3

 

 

Il nostro lavoro per il federalismo
 
 
Nel 1984 abbiamo iniziato una nuova fase della nostra rivista. Alla base di questa fase nuova stanno le conseguenze teoriche e pratiche che abbiamo tratto da una constatazione tanto semplice quanto problematica: qualcuno deve cominciare ad impostare la sua azione politica in termini mondiali per cercare di superare le prime difficoltà e dare la prova che si tratta di una via praticabile.
La necessità di una politica mondiale con un soggetto mondiale (mobilitazione e schieramento delle forze a questo livello) è evidente. Sono mondiali le dimensioni dei maggiori problemi di tutti i popoli, ed è mondiale la dimensione del maggiore problema del genere umano nel suo insieme, quello della pace, cioè della sopravvivenza. Ma ciò comporta il passaggio di un numero crescente di uomini dal comportamento politico nazionale a quello mondiale; e questo passaggio sembra, appena si affaccia alla mente, così chimerico, che i più ne ricacciano l’idea nella parte oscura della coscienza, che resta così nazionale mentre la realtà diventa sempre più sovrannazionale. Noi vogliamo invece fare di questo passaggio il punto di partenza della nostra riflessione e della nostra azione, quali che siano le nostre capacità e le nostre possibilità, al vero infinitesime.
Dare alla propria azione politica una dimensione mondiale è un imperativo della ragione. Per questi imperativi non vale la questione della facilità, della difficoltà o della (presunta) impossibilità; vale la regola «Fai quel che devi, avvenga quel che può», che è la regola sulla base della quale il genere umano è progredito e può forse continuare a progredire introducendo nel mondo cose che ancora non esistono, e per questo sembrano impossibili prima ancora di averle sottoposte alla indagine lenta e paziente della ragione. E il primo chiarimento che otteniamo dalla ragione, se ci decidiamo ad usarla, è che in ogni caso si tratta di fare il primo passo, cioè qualcosa che può anche essere alla portata della sola buona volontà. Per questo il problema centrale della nostra rivista è quello dell’esame degli aspetti teorici e pratici del primo passo da fare per intraprendere questo cammino al di là delle nazioni e dei continenti. Noi ribadiamo anche ora, d’altra parte, che questo esame deve essere fatto con i criteri del federalismo perché solo con i mezzi del federalismo si può estendere la democrazia dal livello nazionale a quello internazionale.
 
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In concreto, dopo tre anni di lavoro, il bilancio materiale che possiamo presentare ai lettori è il seguente. Per quanto riguarda le edizioni francese ed inglese la nostra rivista ha raggiunto questo numero di abbonati: francese 60, inglese 150 (l’edizione italiana non pone problemi, perché la sua diffusione si basa su una solida realtà: un federalismo organizzato con un forte impegno culturale e una relativamente vasta influenza).
Per quanto riguarda le spese, il bilancio è questo. In tre anni abbiamo speso 115 milioni di lire ed abbiamo ricavato, con gli abbonamenti, 16 milioni. Anche se queste spese non sono alte (nessun collaboratore, tranne i traduttori, riceve dei compensi), il passivo è forte. Certo non potremo sostenerlo per sempre. Per ora esso è sostenuto dalla Fondazione europea Luciano Bolis, che ha come compito statutario quello di diffondere, attraverso pubblicazioni, la cultura federalista. Per noi, tuttavia, avere un primo nucleo di lettori in francese e in inglese, e poter continuare l’impresa che abbiamo iniziato senza la sicurezza di riuscire, è già molto.
 
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Presentando questo bilancio vorremmo anche ricordare ai lettori che un’impresa come la nostra non era mai stata tentata: una rivista non accademica ma rigorosa, pubblicata anche in francese e in inglese per poter essere letta in tutto il mondo; una rivista fatta solo da federalisti, allo scopo di cercare di ottenere, in virtuale accordo con ogni federalista ovunque si trovi, la massima diffusione possibile di un orientamento federalistico attivo, cioè dotato di capacità pratica e teorica.
La nostra ipotesi è che per conseguire questo scopo bisogna sviluppare la teoria del federalismo nel senso di un pensiero militante, come lo sono stati, nel tempo della loro affermazione storica, il liberalismo, la democrazia e il socialismo. In effetti noi attribuiamo al federalismo questo carattere — che è quello di una ideologia — proprio perché lo consideriamo come la continuazione e l’aggiornamento delle grandi ideologie tradizionali, che coincidono con il pensiero che ha introdotto nel processo storico il tentativo di fondare la politica sulla libertà, sulla eguaglianza e sulla solidarietà di tutti gli uomini.
La moda culturale condanna l’uso del termine «ideologia», che viene considerato come un termine che designerebbe una forma acritica e illusoria di pensiero politico. E se fosse solo una questione di parole non sorgerebbe alcuna questione. Ma il fatto è che rinunciare alle parole significa rinunciare alle cose, e alle idee. Confusamente, ma senza una alternativa terminologica che abbia avuto uno sviluppo reale, con il termine «ideologia» si è sempre designato, da molto tempo a questa parte, il pensiero politico attivo, cioè capace di determinare l’azione mediante l’affermazione di certi valori, il riconoscimento del carattere specifico di certe situazioni storiche e la comprensione del funzionamento di nuove istituzioni.
Ne segue che l’abbandono del termine «ideologia» comporta di fatto la messa in ombra della nozione stessa di pensiero politico attivo (e in quanto tale diffuso o passibile di diffusione), e con la messa in ombra di questa nozione anche la perdita del senso dei valori e del futuro, nonché la riduzione dell’agire ad uno squallido «pragmatismo» quotidiano, suddiviso in una infinità di piccole cose, che non ha nulla a che fare con il pragmatismo teorico (come ha scritto Peirce: «Il significato razionale di ogni proposizione risiede nel futuro»).
 
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Essendo questo il carattere della nostra rivista, ed essendo quella che è la situazione del federalismo militante nel mondo, noi non potevamo aspettarci di più in termini di abbonamenti iniziali. Ma noi abbiamo pazienza. Altiero Spinelli, che ha il merito storico di aver condotto per primo una azione politica democratica di carattere sovrannazionale, è morto il 23 maggio del 1986 — dopo aver dedicato l’intera sua vita alla lotta per la Federazione europea — senza vederne nemmeno i primi sviluppi politici secondo le linee del progetto di Unione che egli stesso aveva fatto approvare dal Parlamento europeo. Noi sappiamo che la nostra sorte non sarà diversa perché i tempi dell’Europa, ed ancora di più quelli del mondo, sono lunghi, ma non rinunciamo a batterci per la diffusione del federalismo perché il genere umano non ha altre alternative: o riuscirà a controllare con accordi internazionali e poteri federali sempre più estesi — sino al livello mondiale e alla pace definitiva — il processo storico nei suoi aspetti tecnologici e militari, o si perderà.
Le forze scatenate dalla Rivoluzione scientifica e da quella tecnologica sono troppo potenti perché si possa pensare ad un loro sviluppo non catastrofico senza un controllo politico sul piano mondiale. Sinora ciò è stato possibile, e lo sarà ancora per un numero imprevedibile di anni (50?, 100?), ma non certo per sempre. Bisogna dunque porre sin da oggi il problema della formazione e dello sviluppo di una azione politica mondiale, per essere pronti nell’ora della necessità e del pericolo.
 
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Una delle ragioni che ci hanno indotto a riprendere l’edizione francese e a fare quella inglese sta in un dato di fatto, e nel suo limite attuale. Il dato di fatto è l’esistenza di molti federalisti in molti paesi. Il limite è che essi non sono in grado di coordinare in modo organizzato le loro azioni per l’enorme costo di riunioni con periodicità e ampiezza sufficienti a livello intercontinentale.
La rivista non può evidentemente sostituire l’organizzazione di cui abbiamo bisogno. Ma essa può costituire un primo punto di riferimento per collegare i federalisti dispersi, e privi di informazioni non solo circa l’attività di tutti i gruppi diversi dal proprio, ma persino circa la loro esistenza. E con questo punto di riferimento si potrà forse porre il problema delle prime rudimentali forme di organizzazione e di reciproca informazione, allo scopo di poter conoscere e di far valere in ogni sede federalista i risultati conseguiti nelle altre città e nelle altre parti del mondo.
Questo è probabilmente il salto di qualità di cui il federalismo militante ha bisogno per sviluppare la sua forza potenziale, che è un dato ancora da esplorare. Si può sperare che, con un coordinamento di questo genere, e con la possibilità di presentare il federalismo militante come una avanguardia politica di dimensione mondiale (anche se inizialmente non presente in tutti i paesi), noi potremo forse giungere ad un numero di aderenti sufficienti per finanziare in modo autonomo una nostra organizzazione intercontinentale efficace. Se ci riusciremo, specialmente nei confronti delle nuove generazioni, daremo inizio ad un capitolo nuovo nella storia del comportamento politico.
 
Il Federalista

 

 

 

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