Anno XXXI, 1989, Numero 2, Pagina 87

 

 

La perestrojka e il comunismo
 
 
Nei quotidiani dibattiti tra politici, politologi e giornalisti sul significato della perestrojka, sul bilancio dell’esperienza del cosiddetto socialismo reale, sul senso storico della rivoluzione d’Ottobre e sulla crisi di identità dei partiti comunisti dell’Europa occidentale, e in particolare del Partito Comunista Italiano, l’errore più grave che viene comunemente commesso è quello di credere che l’avvento di Gorbaciov segni non soltanto la fine, ma anche il fallimento, dell’esperienza comunista. Che l’avvento di Gorbaciov segni la fine dell’esperienza comunista è un fatto. Vero è che la conclusione positiva dell’impresa titanica del leader sovietico è tutt’altro che scontata. Ma è anche certo che, se anche essa dovesse interrompersi, la situazione che si verrebbe a determinare in Unione Sovietica, nei paesi dell’Europa dell’Est e nei rapporti tra l’una e gli altri sarebbe qualitativamente diversa da quella che esisteva prima dell’inizio dell’esperienza di Gorbaciov. La perestrojka è ormai entrata nella storia, affermando i valori della libertà e della democrazia con una nettezza che nessuna violenza reazionaria potrà cancellare. La fase comunista della storia del mondo è quindi irreversibilmente conclusa. Questa affermazione vale anche per i paesi che, come la DDR, la Cecoslovacchia e la Romania, rifiutano il modello della perestrojka. E vale in prospettiva anche per la Cina, un paese che non è ancora maturo per l’inaugurazione di un’esperienza liberal-democratica, ma che è stato ormai irrimediabilmente contagiato dai valori che la definiscono.
Ma tutto ciò non significa che l’esperienza comunista si debba considerare fallita. Al contrario, come è vero per ogni grande trasformazione politico-sociale, la fine del comunismo è il risultato della sua affermazione storica.
Per industrializzare la sua economia e per modernizzare la sua società, l’Unione Sovietica (diverso dovrebbe essere il discorso per esperienze non autonome come quelle di alcuni paesi dell’Europa orientale) è stata costretta dalle circostanze a seguire un percorso storico del tutto diverso da quello seguito dai paesi dell’Europa occidentale. Qui le fondamenta dell’ancien régime erano state scosse dalla nascente borghesia mercantile, finanziaria e industriale con le grandi rivoluzioni liberali della fine del diciottesimo secolo. Nell’ultimo quarto del diciannovesimo secolo il liberalismo, dopo aver portato a compimento anche la sua fase democratica, si dimostrò tuttavia incapace di fornire da solo gli orientamenti ideologici e il quadro istituzionale necessari per dare ai problemi posti dall’evoluzione storica, intesa nel senso concreto di evoluzione del modo di produrre, una risposta che consentisse il proseguimento del processo di emancipazione umana iniziato con la rivoluzione francese. Sopravvenne allora la fase socialista della storia dell’Europa occidentale (una fase che negli Stati Uniti si è manifestata soltanto in modo incompiuto). Ma il socialismo in Europa non ha certo soppresso, anzi ha conservato, le idee e le istituzioni della fase liberal-democratica, anche se, nella polarizzazione esasperata della lotta di classe, liberalismo e socialismo sono stati per lo più percepiti da coloro che in quella lotta erano coinvolti come due visioni opposte del mondo e della storia. In realtà l’emergenza del socialismo in Europa occidentale alla fine del diciannovesimo secolo non è stata il segno del fallimento del liberalismo, ma del fatto che esso aveva realizzato i suoi obiettivi essenziali, e che quindi aveva esaurito la sua funzione e creato le condizioni per il suo superamento (nel senso storico del termine, che implica la conservazione di un’esperienza in un quadro globale più avanzato).
In Unione Sovietica (e in parte dell’Europa orientale) invece il fatto che l’«antico regime» sia stato messo in discussione ben più di un secolo dopo e che con lo stesso ritardo si sia posto il problema dello sviluppo industriale imponeva tempi più rapidi per la necessaria accumulazione del capitale, che il meccanismo del mercato ed una borghesia numericamente e culturalmente debole non sarebbero stati in grado di garantire. D’altro canto, questa stessa borghesia non avrebbe potuto presentarsi alla ribalta della storia sovietica come classe universale, come aveva fatto centotrent’anni prima la borghesia francese, perché questo suo ruolo era stato ormai messo in questione dal proletariato dell’Europa occidentale. Si trattava quindi di incominciare dal socialismo. Il comunismo, nella sua espressione storicamente predominante, quella sovietica, è stato appunto la rivoluzione socialista senza alle spalle la fase liberal-democratica.
In Russia e in alcuni paesi dell’Europa orientale esso ha abbattuto i regimi feudali che lo hanno preceduto, ha sconfitto l’analfabetismo, ha realizzato le prime fasi del processo di industrializzazione, ha creato condizioni di vita umane e moderne per milioni di donne e di uomini che il regime zarista condannava alla miseria e al lavoro servile. Certo esso è stato ben lontano dal realizzare tutte le sue promesse iniziali, e i paesi del socialismo reale sono oggi carichi di problemi e di contraddizioni, così come lo erano i paesi dell’Europa occidentale alla fine dell’Ottocento, allorché le insufficienze storiche del liberalismo incominciarono ad apparire insopportabili ed i movimenti socialisti a diffondersi e a rafforzarsi. E’ anche vero che le conquiste del comunismo hanno avuto un costo spaventoso in termini di libertà e di vite umane, così come spaventoso era stato ancora una volta il costo della fase liberale del processo di industrializzazione in Europa occidentale (anche se le atrocità dello stalinismo ci sembrano più orribili perché ci sono più vicine nel tempo). La storia ha un volto tragico, e lo ha mostrato in modo crudo in entrambi i casi. Stabilire quale dei due processi abbia avuto il costo più elevato è probabilmente impossibile, e la conta dei morti può servire soltanto gli interessi di una propaganda di parte. Altrettanto difficile è stabilire quanta parte dei costi dei due processi avrebbe potuto essere evitata. Certo, la direzione di fondo del corso storico è razionale, e se non lo fosse non avrebbe alcun senso proporsi di interpretarne le fasi e gli svolgimenti. Ma esso ha come attori gli uomini, che spesso non comprendono i fini che contribuiscono a realizzare, o li comprendono in modo incerto e confuso, e sono ancora violenti e crudeli. Non si può chiedere quindi che ogni risultato di un processo che avanza per tentativi ed errori sia conseguito ai costi più bassi. Anche un giudizio morale su figure come quella di Stalin non può essere dato a cuor leggero, approfittando della nostra condizione di privilegiati, che vivono in una regione del mondo prospera, democratica e pacifica. In realtà, un’opera gigantesca coma la sua non avrebbe potuto essere compiuta che da un uomo tragicamente spietato.
Ciò che è rilevante per orientarci nella realtà di oggi è comunque prendere coscienza del fatto che, nell’Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est, come è avvenuto per il liberalismo nell’Europa occidentale dell’Ottocento, è stato proprio il progresso reso possibile dall’affermazione del comunismo a porre con urgenza indilazionabile i problemi che erano stati trascurati nella fase dell’industrializzazione forzata e che possono essere affrontati con successo soltanto con una svolta liberal-democratica.
La verità è che il processo di emancipazione umana deve obbligatoriamente passare sia per la fase liberal-democratica che per quella socialista, quale che sia il loro ordine di successione. Per questo oggi la svolta liberale all’Est non ha il senso di una negazione semplice del comunismo, cioè di una pura e semplice confessione della bancarotta di un modello politico-sociale, ma è l’unico mezzo per salvaguardarne le conquiste. Come è vero che un insuccesso della perestrojka non porterebbe al ripristino del comunismo brezneviano, così è vero che il suo successo non comporterebbe la cancellazione di settant’anni di storia. Soltanto un cieco potrebbe pensare che la perestrojka sopprimerà in Unione Sovietica le conquiste dello Stato sociale e porterà all’instaurazione di un capitalismo come quello dell’Europa dell’Ottocento o anche soltanto come quello — più umano, ma sempre brutale — dell’America di oggi. L’Europa dell’Est e quella dell’Ovest si stanno invece indirizzando verso un’idea comune di società, ispirata ai valori della libertà e della solidarietà, nella quale l’idea di mercato tende ad identificarsi con quella di pianificazione democratica.
Si tratta certo di un ideale ancora lontano, e rispetto alla cui realizzazione l’URSS e l’Europa orientale hanno ancora qualche decennio di ritardo rispetto all’Europa occidentale. Ma la direzione di marcia è la stessa.
Oggi il più grave degli errori sarebbe quindi quello di considerare Gorbaciov come l’affossatore del comunismo e la rivoluzione d’Ottobre come una rivoluzione abortita. E’ vero il contrario. Gorbaciov è il salvatore del comunismo, anche perché la sua opera dimostra che il comunismo è stato in grado di creare nel suo seno le forze capaci di comprenderne i limiti storici e di avviarne il processo di superamento. E la rivoluzione d’Ottobre deve ormai essere acquisita dalla cultura politica (non da una cultura politica di parte) come una delle grandi tappe del processo di emancipazione umana. Al di là delle diversità dei percorsi storici e della diversa cadenza dei ritmi evolutivi, tutti gli Stati industrializzati del mondo stanno diventando nella sostanza delle Repubbliche nel senso kantiano del termine, cioè delle costituzioni civili nelle quali la convivenza tra gli uomini è fondata sull’affermazione dei valori della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia. E, se essi non verranno meno alle loro responsabilità, il processo finirà inevitabilmente per coinvolgere tutte le regioni della Terra.
E’ questa la condizione perché si possa avviare il processo di unificazione federale del genere umano. Peraltro il rapporto di condizionamento tra il processo di affermazione dei valori della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia e quello dell’unificazione mondiale è reciproco. L’iniziativa della perestrojka non avrebbe potuto essere concepita e prendere corpo se l’Unione Sovietica non fosse già stata di fatto inserita nel mercato mondiale e confrontata, grazie all’interdipendenza crescente e alla sempre più intensa circolazione degli uomini, delle immagini e delle notizie, ai modelli di convivenza dell’Occidente. Né potrà avere successo se l’Occidente industrializzato — e in particolare l’Europa occidentale, nella quale sono mature le condizioni di un’Unione federale che serva da esempio al resto del mondo — non aiuterà Gorbaciov con una politica di collaborazione e di integrazione anche istituzionale nel quadro dell’ONU e della erigenda «Casa Comune».
L’Occidente — e l’Europa occidentale in particolare — si trova di fronte ad una scelta assai netta: o continuare, anche se in forme attenuate, sui binari della tradizionale politica di potenza, mascherata dall’ideologia della contrapposizione tra comunismo e democrazia, con il risultato di rischiare l’arresto del processo di democratizzazione ad Est, di bloccare il processo di sviluppo del Terzo mondo nella morsa di un ricostituito equilibrio bipolare e di far rinascere lo spettro della guerra nucleare; o riconoscere che ormai il problema primario, dal quale dipende la sopravvivenza dell’umanità, è quello della realizzazione dell’unificazione mondiale attraverso le strade parallele del rafforzamento dell’ONU e delle unificazioni regionali. In questa prospettiva la contrapposizione tra comunismo e democrazia appare storicamente superata e si profila come strategica quella tra federalismo e nazionalismo. E quest’ultimo resta ovunque il nemico da sconfiggere perché è la risposta reazionaria ai grandi processi di trasformazione in corso nell’Unione Sovietica, in Europa e nel mondo intero.
 
Il Federalista

 

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