Anno LIII, 2011, Numero 1, Pagina 3

 
 
La crisi in Nord Africa,
la catastrofe in Giappone
e l’Europa
 
 
Le vittime, le distruzioni, l’incertezza sul futuro e il dramma che sta sconvolgendo l’esistenza di centinaia di milioni di uomini e donne in molti paesi dell’Africa settentrionale, del Medio Oriente e del Giappone hanno cause molto diverse fra loro. Ma quando questi drammatici fatti vengono considerati nel loro insieme e in relazione al mondo in cui viviamo, essi rappresentano l’ennesima conferma della fragilità dell’attuale sistema di governo internazionale da un lato, e della precarietà del modello di sviluppo fondato su un sistema di produzione e consumo di energia giunto ai limiti della sostenibilità e della sicurezza, dall’altro. In questa fase la politica non ha gli strumenti per affrontare in modo efficace le sfide poste dalla globalizzazione e dall’impetuosa, ma non imprevista o imprevedibile, ascesa economica, sociale e politica del resto del mondo rispetto all’Occidente. L’illusione che il primo shock del nuovo millennio, quello prodotto dall’attentato dell’11 settembre 2001 e dalle sue conseguenze anche in termini militari, fosse solo uno sporadico, benché gravissimo, episodio, si è presto infranta contro la realtà delle ripetute crisi, politiche, economiche ed ecologiche, e delle loro pesanti ripercussioni su scala mondiale, che si stanno succedendo nell’ultimo decennio.
Per restare all’Europa, quando si considera la conseguenza su cui tutti i governi e tutti i movimenti politici sono stati costretti a riflettere – vale a dire l’inaffidabilità e l’insicurezza di uno sviluppo economico-produttivo ancora troppo dipendente dal petrolio e dal nucleare – in seguito alla crisi del Nord Africa e di molti paesi arabi e alla catastrofe giapponese, appare in tutta evidenza l’enorme responsabilità di non aver saputo, non solo e non tanto negli ultimi dieci anni, bensì in oltre mezzo secolo, contribuire a portare a termine la costruzione di un diverso governo politico, economico e produttivo su scala internazionale. Questo è il risultato di cui gli europei sono responsabili innanzitutto per non essere stati capaci di portare a termine la costruzione di un nuovo “solido Stato internazionale” per usare le parole di Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene scritto nel 1941, proprio a partire dal loro continente; e per non aver quindi saputo diventare sia un modello innovativo di riferimento dal punto di vista politico-istituzionale ed economico e sociale, sia un referente e un aiuto concreto, duraturo e svincolato dagli interessi nazionali, per i paesi della sponda africana del Mediterraneo. Un modello potenziale cui il mondo guardava con speranza, al punto che la stessa Cina ha continuato a seguirne con attenzione lo sviluppo sin dagli anni Settanta del secolo scorso.
Certamente in questi ultimi decenni il mondo ha fatto comunque enormi progressi in termini di realizzazione di sempre migliori condizioni di vita e di sicurezza; si tratta di progressi che sono stati possibili grazie ad una crescente affermazione della rivoluzione scientifica e tecnologica e che hanno anche accompagnato una più ampia diffusione su scala internazionale dei principi di democrazia, libertà e giustizia sociale. L’Europa stessa, proprio grazie al fatto di aver saputo avviare il processo di integrazione continentale, ha potuto godere di questi progressi. Ma, come a livello globale l’incapacità della politica sembra mettere a rischio in molti casi queste conquiste, così, proprio il fatto di non essere riusciti a completare l’unificazione dando vita alla Federazione europea, gli europei sono rimasti in uno stato di minorità politica di cui oggi si vedono gli effetti: non è un caso che per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale sia diffuso sul nostro continente il sentimento che i traguardi politici, sociali ed economici raggiunti siano in pericolo, e addirittura che le nuove generazioni non possano sperare di conoscerne di analoghi.
La cartina di tornasole della nostra minorità politica è rappresentata proprio dalla questione energetica. La dipendenza degli europei dal petrolio non costituirebbe un problema così grave dal punto di vista ecologico, economico e strategico se solo l’Europa fosse stata, o fosse già, in grado di promuovere un piano di sviluppo euro-africano della produzione e della distribuzione di energia elettrica a partire da impianti fotovoltaici da installare in Nord Africa. Così come, per quanto riguarda l’impiego dell’energia nucleare, è semplicemente inspiegabile il fatto che gli europei abbiano per primi posto le basi di una Comunità con aspirazioni sovranazionali per il suo sviluppo ed impiego, l’EURATOM, e che oggi offrano ancora lo spettacolo di Stati incapaci di governare una politica di sicurezza comune degli impianti esistenti, una politica davvero europea di transizione all’impiego di fonti rinnovabili, una politica industriale e commerciale unica – non di competizione nazionale come avviene tuttora tra Francia, Germania e Gran Bretagna – sullo sviluppo, l’impiego e la vendita fuori dall’Europa delle tecnologie nucleari.
Il fatto è che per andare davvero oltre il petrolio e il nucleare occorrerebbe sviluppare e governare su scala continentale (e, da qui, mondiale) delle reti intelligenti e sempre più interconnesse fra loro, le cosiddette smart-grids, per la produzione diversificata (con una quota via via crescente, ma inevitabilmente non esclusiva stante le attuali capacità tecniche, di energie rinnovabili) e per la distribuzione ed il consumo di energia elettrica. A questo proposito vale la pena ricordare che, senza una rivoluzione nel sistema di distribuzione, oltre che di produzione, dell’energia elettrica anche la tanto invocata transizione dall’uso di combustibili fossili all’energia elettrica nel settore dei trasporti e dei consumi urbani appare problematica. E’ del resto evidente che nessun paese europeo, preso singolarmente, può dotarsi di un simile piano: quando si considera la politica di approvvigionamento di gas naturale e petrolio, sono sotto gli occhi di tutti le frizioni e le azioni contraddittorie condotte dai singoli Stati europei in politica estera; quando si considera la politica nucleare, addirittura si assiste ad una gara tra paesi europei (il caso più evidente è rappresentato dagli accordi che cercano di stipulare le aziende tedesche e francesi in concorrenza tra loro, perseguendo alleanze dal valore strategico con paesi arabi o asiatici e con la Russia). Il risultato è che l’Unione europea non riesce, nonostante i vari piani energetici varati, ad essere all’altezza di questo compito. Eppure il Trattato di Lisbona prevede nuove competenze in campo energetico per l’Unione europea e sul tappeto ci sono proposte, come quella di Delors, di creare una Comunità per l’energia. Se volessero almeno dimostrare la volontà di incominciare ad affrontare l’emergenza, i paesi europei (attraverso i loro governi e parlamenti e le istituzioni europee) potrebbero impegnarsi su questo terreno. Ma ciò non accade, perché il quadro politico di riferimento resta quello nazionale.
Il fatto che però rimane inconfutabile è che solo superando i limiti istituzionali che bloccano la capacità di azione degli europei, e pertanto andando ben oltre il Trattato di Lisbona, si potrebbe mettere in relazione l’esigenza di promuovere un piano di sviluppo europeo con quella di garantire la crescita e lo sviluppo dei paesi e dei continenti vicini; mettere in relazione, attraverso il rafforzamento delle agenzie e delle istituzioni internazionali, che un’Europa forte politicamente potrebbe sostenere, il problema della gestione in maggiore sicurezza delle decine (in Europa) e delle centinaia (nel mondo) di centrali nucleari ancora in esercizio e della loro riduzione in numero. E’ possibile, infatti, incamminarsi su questa strada al di fuori di un’efficace politica energetica perseguita come parte integrante di una coerente politica estera e di sicurezza? E’ immaginabile promuovere una simile politica al di fuori di un governo democratico e capace d’agire su scala almeno sub-continentale? Possono gli europei fare tutto ciò senza la Federazione europea? La risposta a ciascuna di queste domande è NO.
Per questo i federalisti europei, a partire dall’Italia, continueranno a battersi affinché maturi nell’opinione pubblica, nelle forze vive della società, nelle istituzioni la consapevolezza di questa necessità e la volontà di fare i passi necessari per realizzare la Federazione europea, incominciando anche da un numero ristretto di paesi nell’Eurogruppo.
Che ne siano consapevoli oppure no, gli europei hanno contratto un debito nei confronti dell’umanità, perché, più di ogni altra famiglia umana, hanno goduto dei vantaggi derivanti dallo sfruttamento su scala industriale e plurisecolare della natura, e dal dominio e dall’influenza su altri continenti. Per vivere responsabilmente all’altezza delle sfide poste dal corso della storia devono incominciare a saldare questo debito, mostrando nei fatti che l’unità politica tra più Stati su base federale non solo è necessaria, ma è anche possibile; ed indicare così al mondo intero un nuovo modello politico, sociale ed economico.
 
Il Federalista

 

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