Anno XXII, 1980, Numero 1-2, Pagina 5

 

 

Unire l’Europa per unire il mondo*
 
 
I. La nuova epoca.
 
1. — Una nuova epoca ha avuto inizio, un nuovo pensiero deve prendere forma. Il corso della storia generato dalla formazione del mercato mondiale e sostenuto dalle rivoluzioni scientifica, politica, economica e sociale è ormai giunto al suo culmine con la fine dell’egemonia del sistema europeo degli Stati, l’avvento del sistema mondiale degli Stati, il risveglio di tutti i popoli della terra, la crescente partecipazione dello spirito religioso alla vita moderna e lo sviluppo enorme della capacità tecnologica, non ancora controllata, tuttavia, dalla volontà generale. Per questa ragione è ormai necessario — ed anche possibile a patto di rivolgere il pensiero e la volontà a questo compito supremo — pianificare a livello mondiale la soluzione di alcuni problemi fondamentali per la sopravvivenza e il futuro del genere umano.
2. — Nessuno disconosce questa necessità. Ma è ora di rendersi conto che non è possibile risolvere i problemi comuni al genere umano — divenuto ormai una comunità di destino interamente responsabile della sua sorte — solo con le istituzioni e i criteri di conoscenza e di azione politica del passato, che sono serviti per conoscere e costruire il mondo che sta ormai alle nostre spalle anche se costituisce, con i primi rudimenti della libertà e della eguaglianza di tutti gli uomini, il terreno sul quale si tratta di avanzare per costruire un mondo nuovo.
3. — La prima barriera che deve cadere è quella che divide ancora la politica interna dalla politica estera. La politica estera non può più essere considerata come il contesto d’azione nel quale si tratta soltanto di conseguire l’indipendenza, sulla base della premessa secondo la quale alla politica interna spetterebbe il compito dell’emancipazione sociale e alla politica estera quello della sicurezza; e sulla base della convinzione errata secondo la quale l’indipendenza delle nazioni coinciderebbe con l’eguaglianza fra le nazioni. L’indipendenza nazionale è una fase necessaria dello sviluppo storico, e realizza lo scopo di affidare gli Stati ai popoli; ma una volta acquisita essa riflette, e non corregge, la diseguaglianza fra le nazioni che può essere superata solo affidando alla democrazia anche i rapporti fra le nazioni. Bisogna dunque tener presente che la diseguaglianza fra le nazioni è molto più grande, e più inumana, della diseguaglianza fra le classi che ancora persistono nell’ambito delle nazioni più industrializzate. E bisogna dunque anche ammettere che ormai il mondo intero è il teatro del conflitto dei valori ed il quadro nel quale si manifestano e possono essere superate — a patto di far coincidere sempre di più la politica internazionale con la mobilitazione diretta delle forze politiche e sociali di carattere progressivo — le contraddizioni fondamentali del nostro tempo.
4. — Il primo fatto da riconoscere è che allo stato attuale del processo storico tutti gli uomini sono ormai liberi e vogliono perciò diventare eguali, come sono ormai liberi e vogliono anch’essi diventare eguali tutti i popoli. È questa volontà di eguaglianza la nuova forza rivoluzionaria da mobilitare per sprigionare a livello mondiale, a livello di ciascun paese, e di ciascuna comunità locale, la volontà generale nella quale soltanto la libertà dei singoli può diventare la libera eguaglianza di tutti. Il traguardo è lontano e siamo solo ai primi passi. Ma solo dirigendosi sin da ora verso questo traguardo si può acquistare la capacità sia di controllare i fattori della crisi che si manifestano ovunque, sia di trasformare progressivamente la libertà di tutti in gradi crescenti di autocontrollo del genere umano.
5. — Il primo criterio strategico che occorre acquisire riguarda il fatto che esiste un governo del mondo, e che si tratta perciò di battersi con le forze che possono già entrare in campo per affidare gradualmente il governo del mondo ad un numero crescente di popoli e di uomini e, al limite, a tutti gli uomini. Il governo del mondo è la bilancia mondiale del potere, alla quale è collegata la possibilità di stabilire le regole — scritte, e soprattutto non scritte — con le quali si esercita il controllo sul mercato mondiale. Per cambiare il governo del mondo si tratta pertanto di cambiare la bilancia mondiale del potere, in modo tale da diminuire, sino ad eliminare del tutto, la prevalenza delle grandi potenze; e sino ad assicurare, con la federazione mondiale, il governo democratico del mondo e la sostituzione dei rapporti di forza tra le nazioni con la loro eguaglianza sancita e protetta dal diritto.
 
II. I primi obiettivi politici.
 
1. — La crisi del bipolarismo è la crisi del governo del mondo che ha caratterizzato la prima fase della vita del sistema mondiale degli Stati. La stessa crisi di governabilità a livello nazionale, che si manifesta in modo grave negli Stati nei quali maggiori sono le difficoltà, non è che una delle conseguenze della crisi generale del governo del mondo che, essendo ancora affidato alle due grandi potenze in declino, non riesce più a controllare in modo evolutivo il mercato mondiale e il sistema monetario internazionale, ed è sempre più costretto a ricorrere alle prove di forza, alla guerra psicologica e all’aumento dei mezzi militari. Va dunque ribadito che l’ossessione militare, e l’idea secondo la quale la bilancia mondiale del potere si riduce praticamente alla bilancia delle forze militari, sono di danno gravissimo e possono portare alla perdizione come al tempo del fascismo.
2. — Il compito di ristabilire un governo evolutivo del mondo è politico. La bilancia del potere si modifica solo sulla base della crescente liberazione sociale e del successo politico: le stesse guerre, nella misura in cui hanno successo, sono i successi di una politica. In pratica si tratta di gestire in modo graduale la transizione, di per sé stessa inevitabile, da un mondo bipolare ad un mondo multipolare, nel quale i protagonisti non devono più essere solo gli Stati, ma anche le nuove entità internazionali come il gruppo dei paesi non allineati, come la Comunità europea in via di costruzione e, naturalmente, la Cina. L’iniziativa spetta dunque a questi nuovi protagonisti del processo politico; e va detto con chiarezza, specialmente per quanto riguarda l’Europa occidentale — che dovrebbe in un leale confronto con gli Stati Uniti studiare tempi e modi del passaggio dalla leadership alla equal partnership —, che la mancanza di iniziativa e il suo corollario, l’allineamento cieco ed imbelle sulle posizioni della potenza-guida, non potrebbe che perpetuare ed aggravare la crisi del governo del mondo sino al rischio di catastrofi.
3. — Il processo della transizione dal mondo bipolare a quello multipolare può svolgersi in modo pacifico e ordinato solo ristabilendo la distensione, in modo tale da garantire in tutti i paesi del mondo la maggiore sicurezza possibile con il minore armamento possibile, per aprire ovunque la strada al successo delle forze politiche che si propongono gli obiettivi della pace e del progresso civile e sociale dei loro popoli. Ma bisogna tener presente che la distensione è un metodo, non una politica. Una politica si manifesta solo dove si manifestano la volontà e la capacità di modificare i rapporti di forza. Per controllare la transizione verso un mondo multipolare bisogna pertanto cercare di spostare una parte almeno dei rapporti di forza internazionali dalla linea bipolare a quella multipolare.
4. —A questo riguardo i problemi-chiave, per quanto riguarda la situazione e le possibilità dell’Europa occidentale, sono due. Uno riguarda lo SME. Nel quadro dello SME la Comunità deve creare il Fondo monetario europeo. Se ne farà una cosa seria, potremo pagare il petrolio in scudi. In questo modo potremmo sostituire il rapporto egemonico dollaro-resto del mondo (che impedisce l’avvento di un nuovo ordine economico) con il rapporto multipolare, equilibrato ed evolutivo, dollaro-scudo-altre valute. L’altro problema riguarda i palestinesi, e la necessità sempre più urgente di dar vita ad uno Stato palestinese. È impossibile incanalare il risveglio arabo e musulmano in forme positive, utili tanto agli arabi e ai musulmani quanto a tutto il mondo, senza risolvere il problema palestinese. Fino a che non sarà costituito uno Stato palestinese la democrazia israeliana, invece di valere come modello positivo, funzionerà come modello negativo danneggiando lo stesso modello democratico; d’altra parte, l’estremismo avrà troppo peso nel mondo arabo e musulmano, impedendone lo sviluppo economico e civile e la liberazione dalla tutela diretta o indiretta delle grandi potenze.
 
III. Il ruolo del MFE.
 
1. — Allo stato dei fatti l’evoluzione storico-sociale riproduce automaticamente gli orientamenti liberale, democratico e socialista (nelle sue diverse espressioni storiche, anche di carattere religioso), cioè la cultura che separa la politica interna da quella internazionale ed impedisce pertanto la mobilitazione democratica diretta delle forze politiche e sociali a livello internazionale. Va tuttavia osservato che questa cultura, pur essendosi piegata per ragioni storiche al concetto di nazione esclusiva tipico dello Stato nazionale tradizionale, contiene tuttavia il germe del federalismo, e quindi la possibilità del superamento di questo limite. In ogni caso, fino a che non sarà la stessa evoluzione sociale a produrre spontaneamente, a fianco dei criteri liberale, democratico e socialista, il criterio federalistico del governo democratico del genere umano e di tutte le sue comunità, il compito di diffondere e di sviluppare il pensiero federalistico riguarderà in primo luogo il MFE; e potrà essere svolto — soprattutto nei confronti delle nuove generazioni che dovranno gestire una fase più avanzata del mondo multipolare — solo ridando la priorità ai problemi organizzativi del tesseramento, del reclutamento e della formazione teorica e pratica dei militanti.
2. — Il passaggio da una situazione nella quale il federalismo organizzato è solo il frutto della pura e semplice buona volontà — e deve pertanto essere creato e ricreato da ciascun militante ad una situazione nella quale esso avrà il carattere di una idea socialmente riconosciuta, è legato alla completa trasformazione democratica della Comunità europea. Realizzando un governo democratico di una società di nazioni indipendenti ed eguali (nell’ambito di una legge costituzionale), e superando così sul piano istituzionale la divisione tra politica interna e politica internazionale, l’Europa costituirà non solo un modello, ma anche un punto di appoggio e un solido alleato per tutte le forze che vogliono affrontare insieme i problemi della pace, della collaborazione e della giustizia internazionale, anche con la creazione di grandi federazioni regionali come premessa della trasformazione dell’ONU in una federazione mondiale.
3. — Il federalismo non è legato alla liberazione di una classe. Per questo non si presenta come una ideologia alternativa rispetto al liberalismo, alla democrazia e al socialismo che, avendo espresso ed organizzato la liberazione della borghesia, della piccola borghesia e del proletariato, hanno assunto storicamente forme antagonistiche e reciprocamente esclusive, limitando così la realizzazione stessa dei loro valori di libertà e di eguaglianza — che in quanto tali sono complementari e non alternativi. Ne segue che il federalismo non ha bisogno, per diffondersi, di diminuire la presenza del liberalismo, della democrazia e del socialismo. Al contrario esso può svilupparsi solo collaborando ad una affermazione sempre più completa dei valori di libertà e di eguaglianza mediante quello della pace, che solo nel federalismo trova la sua sistemazione morale, istituzionale e storica. Sono queste le ragioni di fondo per le quali il federalismo organizzato non usa nessuna arma del potere — il voto, la rappresentanza di interessi settoriali, la violenza — salvo quella indiretta della cultura. Ma proprio per questo i federalisti possono modificare la situazione di potere — e costituire una forza politica di iniziativa anche se non di esecuzione — solo facendo delle loro sezioni, in ogni città e comunità, dei centri di elaborazione culturale, di dialogo e di agitazione di idee, intervenendo così negli ambienti sociali di base nei quali si formano gli orientamenti politici.


* Si tratta delle tesi presentate da M. Albertini al X Congresso del MFE e da questo approvate all’unanimità il 24 febbraio 1980. Gli altri documenti approvati dal Congresso sono riportati più avanti in questo numero della rivista.

 

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