Anno XXII, 1980, Numero 3, Pagina 151

 

 

Consiglio e Parlamento europeo
al momento della verità*
 
 
Il presidente Colombo ha detto nel suo intervento che stiamo rischiando di creare una crisi di grandi proporzioni nella Comunità. Credo che si sia sbagliato. Signori del Consiglio, voi non rischiate di creare questa crisi, l’avete già creata, e questo dibattito dovrebbe avervene dimostrato ad abundantiam la gravità.
Dopo gli interventi dei colleghi Fanti, Arndt, Notenboom, Josselin, Dankert, Lange ed altri, non parlerei se avessi solo da dire che sono d’accordo con loro e che voterò a favore della risoluzione della Commissione del bilancio. Ho chiesto di parlare per dire sulla situazione attuale della Comunità qualcosa che non è stato ancora ascoltato e che mi sembra valga la pena di essere espresso con chiarezza.
Dovremmo infatti domandarci perché la Comunità sia come paralizzata e stia diventando sempre più incapace di decidere, problema dopo problema. Si dice abbastanza spesso che manca la volontà politica, ma non è vero. Nella Comunità la volontà politica di stare insieme c’è, e lo dimostra non solo il fatto che questa Assemblea è stata eletta, continua a riunirsi e ad essere capace di avere un’azione comune; lo dimostra anche il fatto che, malgrado tutti i fallimenti, i rappresentanti dei nostri Governi continuano a cercare soluzioni comuni ai problemi più gravi. Lo fanno perché sanno benissimo che il giorno in cui si dovesse dire che la Comunità è finita, ritorneremmo tutti ad una situazione in cui praticamente ogni paese comincerebbe di nuovo a considerare il suo vicino come un possibile e probabile nemico, e avremmo una Europa per cui settant’anni sarebbero passati invano.
Il fatto è che dobbiamo deciderci a dire che oggi quel che manca sono gli strumenti istituzionali adeguati, i quali permettano ai bisogni, ai sentimenti, alle aspirazioni comuni di diventare volontà ed azione politica comune.
Riflettiamo su questi strumenti. La Commissione — con tutti i suoi difetti, con tutti i suoi limiti — è ben capace di elaborare ed assumere con continuità posizioni comuni, però essa ha solo il potere di iniziativa. Il Parlamento europeo — con i suoi dibattiti e i suoi contrasti — è capace di arrivare a posizioni comuni, ma, tranne in materia di bilancio, deve limitarsi a dare soltanto dei pareri. Nella Comunità tutti i poteri di decisione appartengono di fatto al consesso dei rappresentanti dei governi, cioè al Consiglio. Il Consiglio ha man mano potenziato la sua struttura: verso il basso, con riunioni di ambasciatori, funzionari, esperti, sempre su base intergovernativa; verso l’alto, creando quello che una volta si chiamava il vertice e che adesso si chiama il Consiglio europeo. Nelle sue molteplici forme il Consiglio orienta la Comunità; governa la Comunità; pretende sempre di più di amministrare la Comunità perché, tramite astuzie di regolamento, è riuscito assai spesso a togliere alla Commissione non piccola parte del potere di amministrare; legifera nelle materie comunitarie; addirittura ignora spesso le leggi fondamentali a cui è tenuto e le viola.
A proposito di quest’ultimo punto mi soffermerò su di un problema assai attuale. Il Consiglio è tenuto a votare il bilancio; basta leggere il Trattato per rendersi conto che, dal momento della presentazione del progetto preliminare di bilancio, ci sono dei termini di tempo da rispettare; ciò è logico, perché la Comunità deve avere un bilancio. Ma il ministro Colombo, nella sua qualità di presidente del Consiglio (e lo compiango veramente anch’io come il collega Lange, perché come deputato europeo aveva votato anche lui per il rigetto del bilancio) è venuto a dirci che il Consiglio non intende ancora presentare il progetto di bilancio. Non lo presenterà, non perché non può presentarlo, ma perché ha deciso arbitrariamente di non arrivare alla discussione sul bilancio e di non votare per approvarlo. Ora, bisogna sapere che potrebbe anche farlo, perché il Consiglio del bilancio è l’unico in cui per forza di cose si è votato sempre a maggioranza: non è necessaria l’unanimità per avere un progetto di bilancio e il Consiglio ha sempre accettato questa eccezione all’antico compromesso di Lussemburgo. Ma oggi si dice che non si può elaborare un progetto di bilancio prima di aver fissato i prezzi agricoli — il che deve avvenire alla unanimità. Tutti i bilanci sono stati sempre votati a dicembre, mentre i prezzi agricoli vengono fissati nell’aprile successivo, e se occorre si presentano bilanci suppletivi. Ma questa volta, no! Sic volo, sic judico, sic jus esto, ha decretato il Consiglio. Si è anche voluto legare il voto sul bilancio al voto sul modo di affrontare il problema del contributo inglese. Questo problema indubbiamente esiste, ma non si vede perché esso impedisca l’elaborazione del bilancio. Se dagli accordi che si raggiungeranno per risolverlo deriveranno conseguenze di bilancio, si potrà votare per il bilancio suppletivo. Non c’è quindi nessuna ragione che giustifichi il ritardo; c’è semplicemente il fatto che il Consiglio, con la sua pretesa di essere un potere assoluto, ha detto che il bilancio per ora non lo fa.
Bene! Se questo Consiglio altezzoso ed onnipotente fosse almeno capace di governare, potremmo dire che abbiamo un potere assoluto, una specie di Santa alleanza, ma che almeno esso è efficiente. Invece ogni giorno che passa il Consiglio diventa più incapace di agire, e quando ci riesce non sa farlo né bene, né in tempo utile.
Certo, non appena si tratta non più di decidere, ma di esprimere desideri, le parole non mancano al Consiglio. Il Presidente Colombo è venuto a parlarci di quel che il Consiglio spera di fare in materia di energia, di lotta contro l’inflazione, di rapporti Nord-Sud, e via dicendo. Quando invece si tratta di decidere, tutto tende ad arrestarsi. Ed è naturale che sia così, perché non si può portare avanti una politica che per sua natura e necessità diventa sempre più complessa, con un quadro decisionale di questo genere, che riunisce rappresentanti di nove processi decisionali completamente autonomi l’uno rispetto all’altro, e che debbono ogni volta riuscire a mettersi d’accordo all’unanimità.
Chiunque abbia un minimo di cultura giuridica e storica sa che tutte le confederazioni, dalla prima latina passando per quella del Sacro romano impero fino a quella americana, sono fallite sempre per questo motivo. Se vogliamo fare anche noi la fine della Polonia del liberum veto della fine del ‘700, continuiamo pure così.
Nel pensare ad una via d’uscita da questa situazione, non mi rivolgo al Consiglio. La votazione della risoluzione Dankert sarà un estremo appello al Consiglio, dopo di che, come Notenboom ci ha ricordato, bisognerà pensare ad altro. Il nostro estremo appello al Consiglio è che pensi almeno a risolvere la questione più urgente che è quella del bilancio. Ma al di là di questo, mi rivolgo a voi, colleghi del Parlamento, per invitarvi a diventare pienamente consapevoli che questa Comunità, così come è, non può progredire. Bisogna cambiarla. E in questa Comunità esistono solo due centri politici che possono assumersi la responsabilità di preparare progetti di riforme, e di chiedere ai Parlamenti nazionali di ratificarle.
O saranno i governi stessi che prepareranno queste riforme — e hanno già cominciato a parlarne — e avremo allora un’Europa delle frontiere, come ha detto poco fa de la Malène, l’«Europe à la carte», cioè la dissoluzione non solo delle speranze, ma anche di quel che è stato fatto.
Oppure questo Parlamento si ricorderà di essere stato eletto per rappresentare tutti i cittadini europei, e si accingerà a cercare i necessari accordi e compromessi per formulare le riforme istituzionali di cui la Comunità ha bisogno e proporne poi la ratifica ai Parlamenti nazionali. In tal caso farà uscire la Comunità da questo vicolo cieco, e la doterà di poteri limitati, sì, ma reali.
Se dalla crisi attuale noi parlamentari europei non sapremo trarre la conseguenza che nei prossimi mesi dovremo assumere, in nome del popolo europeo che ci ha eletti, la responsabilità di proporre a tutti gli Stati membri alcune riforme istituzionali di fondo, avremo mancato al nostro compito.
Non aspettiamoci dal Consiglio nulla di simile. Al Consiglio, oltre al bilancio, dovremo ricordare ancora con energia che, nelle sue riunioni, non so se di Lussemburgo o altrove, ha recentemente deciso che non ci sarà un aumento delle risorse proprie superiore all’1% dell’IVA, e che questo vuoi dire uccidere la Comunità. Il Consiglio ha anche detto che i governi sceglieranno come al solito il Presidente della Commissione sei mesi prima della nomina di questa. E non una parola hanno speso sul fatto che il Parlamento ha chiesto di essere consultato. Dobbiamo ricordare al Consiglio che, come per il bilancio, ove fossimo messi di fronte ad una Commissione formata ignorando il Parlamento, potremmo metter fine ad essa il giorno stesso della sua nascita.
Credo che queste siano le cose che dobbiamo dire al Consiglio; ci assumeremo poi le responsabilità che ne conseguiranno.
 
Altiero Spinelli


* Si tratta dell’intervento di Altiero Spinelli nel dibattito del 21 maggio 1980 a Strasburgo. Diamo qui di seguito anche il testo della lettera del 25 giugno 1980, con la quale Spinelli ha trasmesso il testo del suo intervento ai membri del Parlamento europeo.
«Cari colleghi, nel corso del dibattito del 21 maggio 1980 a Strasburgo, rispondendo alla relazione del presidente del Consiglio, E. Colombo, ho sollevato il problema delle responsabilità che il Parlamento deve assumersi per far uscire la Comunità dal vicolo cieco in cui essa si trova. Poiché il mio discorso, che molti non hanno potuto sentire, non è disponibile nei resoconti che nella lingua in cui è stato pronunciato, mi permetto di inviarvene una copia in una delle lingue che voi conoscete.
Nelle settimane successive a questo dibattito, il Consiglio ha faticosamente trovato un compromesso sul problema del contributo inglese al bilancio, sui prezzi agricoli per il 1980-1981 e sul bilancio di previsione per il 1980. Ma non illudiamoci. Le soluzioni trovate hanno tutte carattere provvisorio. Non sono stati affrontati né la definizione di una politica agricola più equilibrata dell’attuale, né l’introduzione di un più equo sistema di risorse, né lo sviluppo di politiche comuni strutturali e congiunturali. Con le sue attuali istituzioni, procedure e competenze, la Comunità è condannata a passare sempre più frequentemente da una crisi all’altra, con conseguenze paralizzanti. E questo quando non solo l’economia, ma anche la politica estera della Comunità, avrebbero bisogno di svilupparsi con continuità e pienezza e dovrebbero poter contare su di un diffuso consenso popolare.
Il Parlamento europeo non può in queste circostanze limitarsi a deplorare l’inefficacia delle altre istituzioni, pur continuando ad emettere pareri sul loro operato. Sono convinto che il Parlamento europeo debba aprire un ampio e vigoroso dibattito sulla crisi istituzionale della Comunità; concluderlo formando un gruppo di lavoro ad hoc, che prepari un progetto delle riforme istituzionali necessarie; discutere e votare questo progetto, dandogli la forma specifica di un progetto di trattato, che modifichi e integri i trattati attuali; proporne formalmente la ratifica ai parlamenti nazionali della Comunità.
Non sarebbe cosa saggia voler sin d’ora stabilire la forma e il contenuto dei compromessi che si renderanno necessari fra correnti politiche e nazionali diverse. Il Parlamento è, per sua natura, il luogo più appropriato per cercare e trovare tali compromessi, in una prospettiva europea e non nella somma algebrica di diverse prospettive nazionali.
Se ci sono dei deputati giunti, come me, alla convinzione che la riforma delle istituzioni comunitarie è ormai una cosa troppo seria per essere lasciata nelle mani dei governi e della diplomazia, li prego di rispondere a questa lettera e di accettare di partecipare a delle riunioni nelle quali potremmo studiare insieme i passi necessari per mettere il Parlamento su questa strada.
Ho inviato questa lettera ai colleghi i cui gruppi o frazioni sono favorevoli all’unificazione democratica dell’Europa. In attesa di una vostra risposta, con amicizia, Altiero Spinelli».

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