Anno XXI, 1979, Numero 2, Pagina 95

 

 

Il minimo politico-istituzionale
 
 
L’unità europea vera e propria, come realtà istituzionale destinata a durare nel tempo, è necessaria per tre motivi. Il primo è la pace europea. Se siamo vissuti in pace dopo secoli di guerre intestine, in questo dopoguerra, così bellicoso altrove, non lo dobbiamo certo ad un regalo della sorte o a qualcosa di naturale, ma ad una scelta politica fondamentale: quella dell’unità europea. È per questo, e solo per questo, che i nostri paesi possono comportarsi con fiducia l’uno verso l’altro, senza alcun bisogno di presidiare militarmente i vecchi confini. Se il processo di unificazione dell’Europa dovesse fallire, e venisse meno la situazione politica creata da questo processo, nulla potrebbe fermare il ritorno delle vecchie diffidenze e rivalità di carattere nazionalistico, e il prevalere di forze interne ed esterne pronte a soffiare sul fuoco. La pace europea diventerebbe precaria, con tutte le conseguenze militari, politiche ed economiche che abbiamo conosciuto nel nostro passato di divisione, rese ancora più gravi dal fatto che i nostri Stati sarebbero ormai ridotti alla funzione di pedine di un gioco di potenza che li sovrasta.
Il secondo motivo è che solo con l’unità europea, e con la trasformazione europea già in corso dei partiti e dei sindacati, possiamo salvare l’Italia, risanare la Gran Bretagna, consolidare la democrazia in Grecia, Portogallo e Spagna, ed evitare che col tempo anche gli altri Stati europei divengano ingovernabili come l’Italia. Il terzo motivo riguarda il futuro. Il mondo cambia sempre più velocemente, ma la politica resta ferma. Problemi come quello della piena occupazione, che si davano per risolti, stanno diventando drammatici. La causa sta nella vecchia dimensione nazionale della vita politica, che limita non solo l’azione ma anche il pensiero, sino a renderlo nominalistico e indifferente alla realtà. I grandi capitoli della politica di domani — ecologia, energia, risorse, ambiente urbano, occupazione, inflazione, riconversione industriale, ruolo della scienza nella produzione e nella scuola, equilibrio regionale in Europa, sviluppo del Terzo mondo, e distensione nel nuovo mondo multipolare — esigono senza ombra di dubbio: dimensione europea, capacità di pensare in termini mondiali, piani a lunga scadenza, potere contrattuale sufficiente nelle trattative internazionali. Non sarà facile adattare le nostre abitudini alle nuove necessità. Ma con l’Europa possiamo cominciare, senza l’Europa non possiamo nemmeno tentare.
Bisogna dunque consolidare l’unità, e trasformarla da unità passiva come è stata sinora in unità attiva, in un nuovo modo di pensare non solo di alcuni statisti e dei federalisti, ma di tutti: cittadini, partiti, sindacati, imprenditori, cultura, informazione, scuola. Il diritto di voto europeo è il primo grande passo in questa direzione. Sino ad ora ogni cittadino, come quasi tutte le forze intellettuali e politiche, si chiedevano solo come può funzionare il governo nel proprio paese. A partire dal 10 giugno tutti dovranno invece anche chiedersi come può e deve funzionare la Comunità. La materia prima della democrazia (dibattito come formazione del consenso e delle alternative) sarà finalmente disponibile anche per l’Europa. Ma ciò non basta. La Comunità deve ottenere dei risultati. Deve dare la prova di sapersi occupare efficacemente dei problemi più pressanti e immediati: occupazione, energia, inflazione. Questo è il punto decisivo, il banco di prova per il primo Parlamento europeo eletto direttamente e per la Comunità europea nel suo insieme. Ed è facile mostrare che questa prova non potrebbe essere superata senza il rafforzamento della Comunità, e il raggiungimento del minimo politico-istituzionale indispensabile per una azione efficace.
Questo minimo politico-istituzionale è costituito da: a) lo sviluppo dello S.M.E. sino allo stadio della moneta europea. Il legame tra politica monetaria e politica economica è così stretto che è impossibile fare una vera politica economica europea con nove monete nazionali, e la conseguente dinamica nazionale della spesa pubblica e del sindacato, b) la disponibilità di mezzi sufficienti per rafforzare e coordinare le politiche comuni, sino al livello di un trasferimento adeguato di risorse e di una iniziale possibilità di controllo europeo della congiuntura (2,5% del prodotto lordo europeo secondo la valutazione del rapporto McDougall), c) la capacità di governare la moneta europea e una spesa pubblica dell’entità precisata grazie al rafforzamento della Commissione e del suo legame con il Parlamento europeo (perciò anche con gli elettori europei).
Questo è quanto si tratta di ottenere con la prima elezione europea. La cosa è perfettamente possibile perché non si tratta di porre problemi nuovi, ma di dare la risposta giusta a problemi che sono già sul tappeto: lo sviluppo dello S.M.E., il rafforzamento e la revisione delle politiche comuni e, sul piano istituzionale, la elaborazione della legge elettorale per la seconda elezione europea (affidata al Parlamento europeo) e il progetto di riforma dell’esecutivo in vista dell’allargamento (affidato dal Consiglio europeo a tre saggi, ma che il Parlamento europeo deve rivendicare come uno dei suoi compiti essenziali). Tuttavia nulla è possibile, in democrazia, senza l’interessamento attivo dei cittadini. Bisogna dunque esercitare una pressione costante sui membri del Parlamento europeo e sui partiti. Bisogna giungere sino a far sapere agli uni e agli altri che non avranno più il nostro voto alla seconda elezione europea se non si saranno battuti per il minimo politico-istituzionale al di sotto del quale ogni promessa elettorale sarebbe una truffa.
 
Mario Albertini

 

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