Anno XXXV, 1993, Numero 3, Pagina 149

 

 

Interdipendenza e identità culturale
 
 
I problemi posti dalla presenza di comunità di diversa caratterizzazione culturale all’interno dello stesso ambito statale stanno acquistando in questi anni un’importanza crescente nel dibattito politico. Essi vengono messi in particolare evidenza da tre processi: l’unificazione europea, l’emigrazione di massa dai paesi del Terzo mondo a quelli del mondo industrializzato e l’esplosione del nazionalismo in Europa orientale. In ognuno di questi tre contesti il problema del multiculturalismo si pone in termini diversi e richiede soluzioni politiche e revisioni concettuali di diversa natura.
 
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Nel quadro dell’unificazione europea il multiculturalismo viene vissuto da molti come un problema di difesa, o di promozione, di presunte «identità» culturali nazionali o regionali. Uno dei temi ricorrenti nella propaganda antieuropea del governo britannico e di molti settori «anti Maastricht» dello schieramento politico francese è quello della minaccia che l’unificazione politica dell’Europa farebbe gravare sulle «identità» nazionali. Queste, una volta venuta meno la difesa costituita dalla sovranità degli Stati attualmente esistenti, correrebbero il rischio di fondersi in un amalgama indistinto sul modello della società americana.
Ma il problema dell’«identità» culturale è al centro anche delle preoccupazioni di molti movimenti regionalistici, che, in una prospettiva opposta, vedono nell’unificazione europea il quadro che consentirebbe di liberare «identità» culturali spontanee («etniche») di dimensione regionale, dall’oppressione soffocante delle nazioni, viste come prodotti dell’imposizione forzata di «identità» culturali artificiali. Nelle espressioni più radicali di questo modo di pensare, l’importanza attribuita alle «identità» regionali è così assorbente da indurre taluno ad affermare che il processo di unificazione europea dovrebbe avere come suo esito la nascita di una «Europa delle regioni», cioè di uno Stato federale che sopprimerebbe il livello nazionale e avrebbe le regioni come suoi Stati membri.
In entrambi i casi, l’uso del termine «identità» suggerisce l’idea che l’appartenenza ad un unico ambito culturale chiaramente delimitato — nazionale nel primo caso, regionale nel secondo — sia uno dei fattori essenziali, se non il fattore essenziale, della definizione della personalità di ogni singolo individuo. Sulla base di questo presupposto, è evidente che l’obiettivo dell’unificazione federale dell’Europa debba essere accettato o respinto a seconda che rafforzi o indebolisca un legame così profondo ed esclusivo.
 
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Ma in realtà il termine «identità», usato con questa connotazione, è ambiguo e fuorviante. La cultura, intesa come l’insieme dei valori, istituzioni, comportamenti e linguaggi che costituiscono i contenuti e gli strumenti dell’aspetto comunicativo dell’agire umano, è, per sua essenza, universale. Vero è che, fino ad oggi, l’esistenza di barriere geografiche, linguistiche ed economico-sociali (peraltro sempre più tenui) alla comunicazione ha isolato l’una dall’altra molte sue espressioni, fino a far loro assumere forme tra loro incompatibili e incomprensibili l’una per l’altra, legittimando l’uso, in particolari contesti, del termine «culture» al plurale. Ma il carattere intrinsecamente universale della cultura si manifesta in tutta la sua evidenza quando la caduta delle barriere dissipa le incomprensioni e supera le incompatibilità. La cultura è quindi arricchita dalla comunicazione, mentre rimane tanto più povera quanto più è soffocata dalla ristrettezza degli ambiti nei quali la comunicazione avviene. Per questo oggi il fatto di comunicare in francese o in tedesco colloca chi è in grado di farlo in una posizione di privilegio culturale nei confronti di chi può comunicare soltanto in sloveno o in lettone. Per questo chi è bilingue è obiettivamente avvantaggiato rispetto a chi è monolingue. Per questo ancora la progressiva diffusione dell’inglese come lingua veicolare universale è uno strumento essenziale per l’avanzamento culturale del genere umano. Per questo infine l’approfondimento dell’interdipendenza a livello mondiale dà oggi agli uomini una chance di arricchimento culturale che non è mai stata alla portata delle generazioni precedenti.
Tutto ciò non toglie che ogni comunità di comunicazione culturale di una certa ampiezza, e quella europea in particolare, sia caratterizzata dall’esistenza di stili e linguaggi diversi, che consentono di collocare le sue espressioni nel tempo e nello spazio. Ma la molteplicità degli stili e dei linguaggi non compromette minimamente l’unità della cultura, bensì è destinata ad arricchire l’intensità della comunicazione e a promuovere l’originalità della creazione. Questo viene normalmente dimenticato perché la diversità delle espressioni della cultura europea è stata in passato artificialmente esasperata dagli Stati nazionali, e caricata di valenze politiche nell’intento di strumentalizzarla per il perseguimento della loro politica di potenza. Ne sono nate la nefasta idea di nazione e, oggi, la sua barbarica degenerazione micronazionalistica.
 
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La polemica sul fatto che il federalismo soffochi o promuova l’una o l’altra «identità» culturale, intesa come appartenenza esclusiva ad una comunità di lingua e di tradizioni, è quindi pretestuosa perché fondata su un concetto che fa parte dell’universo di discorso del nazionalismo. In realtà l’unificazione federale dell’Europa creerebbe le condizioni sia per la massima valorizzazione delle più alte espressioni culturali della fase nazionale della storia del continente, a cominciare dalle grandi lingue letterarie, sia per una grande fioritura della creazione letteraria, artistica e scientifica a livello regionale e locale. Ma lo farebbe proprio perché, demistificando l’idea di nazione (e, a fortiori, quello di micronazione) come fonte di legittimità del potere, metterebbe in questione il concetto stesso di «identità» in quanto riferito ad un gruppo chiuso ed esclusivo e ne farebbe una prerogativa dell’individuo in quanto tale. L’«identità europea» si risolverebbe quindi nella consapevolezza degli Europei di appartenere prima di tutto al genere umano e quindi di essere del tutto liberi nella scelta del proprio itinerario culturale, nel solco di una tradizione storica che mette a disposizione di ognuno modelli e strumenti di un valore e di una varietà inuguagliabile.
Tutto ciò non toglie evidentemente che il federalismo non si possa radicare che in una società profondamente diversificata (purché nell’ambito di un’unica comunità di comunicazione dotata di una forte coesione). Ma l’origine di questa diversificazione della società non deve essere ricercata nell’esistenza di una molteplicità di nazioni o di «etnie» chiuse nel culto esclusivo della propria specificità, ma nella diversità del territorio, così come questa ha preso e continua a prendere forma attraverso l’azione dell’uomo nella storia. L’esigenza primaria che legittima il federalismo è quella della realizzazione del diritto degli uomini ad affrontare e risolvere i problemi sempre nuovi dai quali dipende la qualità della loro vita negli ambiti territoriali nei quali essi si pongono, attraverso meccanismi decisionali che consentano l’esercizio dell’autogoverno ai livelli corrispondenti, a partire da quello privilegiato della città, passando per quelli più ampi della regione e della nazione, fino a quelli continentale e planetario. Il federalismo è quindi la formula politica e istituzionale grazie alla quale la comunità locale (e solo in subordine il livello più rarefatto della regione) diviene il quadro nel quale il valore universale della democrazia ha la sua prima e più concreta manifestazione e dal quale inizia il processo ascendente della formazione della volontà generale. Resta il fatto che, in una società federale vitale, la diversità dei problemi che devono essere affrontati ai vari livelli territoriali si traduce nella diversità delle espressioni della vita culturale, o addirittura si identifica con essa. Ma si tratta di una diversità di espressioni che, pur nella fedeltà al proprio passato e nel rispetto della continuità storica, si arricchiscono nella reciproca comunicazione, in un processo evolutivo che di ognuna di esse fa emergere gli aspetti universali.
 
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Mette conto sottolineare che nella Federazione europea di domani assumeranno un’importanza cruciale le regioni di confine, quelle che lo Stato nazionale aveva in passato condannato ad un ruolo periferico e ad una permanente crisi di identità. Queste stesse regioni, in un contesto statale nuovo, nato dal superamento dei vecchi confini e non più fondato sul principio nazionale, sono destinate a perdere il ruolo di periferie e ad assumere quello di cerniere tra società ed espressioni culturali che si aprono l’una nei confronti dell’altra, e quindi ad essere luoghi nei quali la vita della cultura sarà particolarmente intensa. Il bi- o plurilinguismo che in generale le caratterizza, e che nel quadro nazionale le priva di una precisa «identità», facendone spesso sacche di sottosviluppo culturale, le trasformerà in luoghi privilegiati di incontro e di confronto tra espressioni culturali diverse. Esse saranno la negazione concreta dell’idea di nazione come entità chiusa e ostile verso ciò che è altro da sé, e in quanto tali saranno il terreno d’elezione dello sviluppo della consapevolezza della vocazione universale dell’identità europea.
 
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Altra è la natura dei problemi posti dalla vicinanza, specialmente nelle grandi città europee e americane, tra comunità di diversa e lontana provenienza geografica dovuta alle migrazioni di massa. Si tratta di un fenomeno che sta assumendo dimensioni allarmanti da entrambi i lati dell’Oceano. Esso pone problemi diversi da quelli messi in evidenza dalla presenza in Europa di molteplici espressioni di un’unica comunità di comunicazione culturale. Le differenze nazionali o etniche in Europa sono un fattore di ricchezza, e costituiscono ancora un problema soltanto perché sono state artificiosamente caricate di una rilevanza politica dall’ideologia stato-nazionale o dalla sua degenerazione micronazionalistica. Il fenomeno che si sta verificando nelle grandi città del mondo industrializzato è invece quello della convivenza a stretto contatto di gruppi umani che provengono da aree di civiltà ancora assai lontane tra di loro, e che si ispirano a valori radicalmente diversi e, nelle loro espressioni estreme, incompatibili. I problemi di convivenza che ne derivano sono più gravi, perché hanno radici reali e non soltanto ideologiche.
La sopravvivenza dello Stato è garantita dall’esistenza di un minimo di consenso sociale. E questo non può svilupparsi che se alcuni valori di fondo sono condivisi dalla grande maggioranza della popolazione. E’ d’obbligo prendere atto del fatto che nelle grandi città occidentali, che costituiscono i gangli vitali delle comunità politiche di cui fanno parte, aumentano di numero e di dimensione i gruppi ai quali le tradizioni religiose e culturali dei paesi di provenienza rendono difficile adottare, quantomeno in tempi brevi, i principi che fondano la convivenza civile dei paesi che li accolgono. E’ inutile ricordare che la conseguenza drammatica di questa vicinanza forzata è la violenza, spesso provocata da frange fanatiche delle popolazioni autoctone. Peraltro il fenomeno della migrazione di massa non è arrestabile, se non nella lunghissima prospettiva temporale che è quella del sostanziale livellamento del grado di sviluppo economico di tutte le regioni del pianeta. Né sarebbe accettabile, ammesso che fosse possibile, che, in nome dell’incompatibilità tra la cultura del paese ospitante e quelle delle popolazioni che forniscono la massa degli emigranti, il fenomeno fosse arrestato con la forza, se è vero che la cultura è intrinsecamente universale, e che l’incompatibilità tra alcune delle sue manifestazioni è soltanto un effetto dell’isolamento e dell’insufficienza della comunicazione.
Certo è che il fenomeno deve essere regolato in termini quantitativi, e gestito in modo umano e ragionevole, per attenuare la carica di violenza che esso porta con sé. Ma perché ciò possa accadere, è indispensabile che la diversità radicale tra le «culture» non venga accettata come un dato naturale e permanente, in nome di quella interpretazione del tutto arbitraria della tolleranza che è il relativismo culturale. Si tratta dell’atteggiamento che negli Stati Uniti va sotto il nome di political correctness, e che consiste nel prendere atto dell’incomunicabilità tra le «culture» delle diverse comunità allogene di recente o lontana immigrazione per incoraggiarla anziché per superarla. Per essere politically correct bisogna credere, o fingere di credere, che i valori ai quali le diverse «culture» si ispirano siano tutti ugualmente legittimi, anche se incompatibili, e che lo stesso valore della verità si debba piegare all’esigenza di ogni comunità di avere pari «dignità» culturale. Questo ha portato negli Stati Uniti all’aberrazione di differenziare i curricula nei colleges e nelle università in ragione dell’appartenenza razziale degli studenti, con il risultato di creare squallidi ghetti culturali, e addirittura di accettare in nome della tolleranza la pratica sistematica della falsificazione storica. Deve essere sottolineato che questo atteggiamento, di fatto, sancendo a priori l’impossibilità di ogni dialogo tra diverse comunità, è a sua volta il presupposto della violenza. Esso contribuisce al consolidamento della segmentazione della società — in particolare nelle grandi città — in comunità chiuse, che in quanto tali tendono a perpetuare, e addirittura ad esasperare, le proprie differenze e le reciproche incompatibilità.
Quando l’incompatibilità investe principi morali e comportamenti rilevanti ai fini dell’ordinato svolgimento della convivenza civile, si pone il problema dei limiti della tolleranza. Deve essere chiaro che il fenomeno dell’immigrazione potrà continuare pacificamente ed essere di beneficio anche per gli Stati che la accolgono soltanto se questi ultimi — sempre incoraggiando il dialogo e favorendo gli apporti delle altre tradizioni culturali — sapranno comunque imporre a tutti il rispetto dei valori universali della libertà, dell’uguaglianza, della giustizia e dello Stato di diritto che — anche se realizzati solo parzialmente nei fatti — sono il fondamento della civiltà politica e giuridica del mondo occidentale, e dell’Europa in particolare, e che sono per loro essenza universali in quanto costituiscono i presupposti del dialogo, e quindi della tolleranza stessa. E’ un fatto che quando i fondamenti della convivenza vengono messi in discussione, l’esercizio della violenza legittima dello Stato è la sola alternativa all’esplosione della violenza selvaggia degli individui, e la rinuncia alla prima in nome del relativismo culturale è un esplicito incoraggiamento all’esercizio della seconda.
La tolleranza è quindi veramente tale soltanto se si esercita nel quadro del rispetto delle regole fondamentali della convivenza, e in questo modo favorisce il dialogo tra gruppi portatori di tradizioni culturali profondamente diverse e la loro progressiva assimilazione nel quadro di vere e proprie comunità a base territoriale. Del resto il federalismo, come espressione compiuta della democrazia, si fonda sulla cellula di base della comunità locale. E perché quest’ultima sia veramente tale, essa non deve conoscere al proprio interno barriere che rendano impossibile il dialogo tra gli uomini, e quindi la formazione di una volontà comune. Il che, è bene ripeterlo, non significa la soppressione della diversità, che del dialogo è il presupposto essenziale, ma la sua esaltazione attraverso la liberazione dell’individuo, nella sua insopprimibile originalità, dalla gabbia oppressiva di ogni appartenenza tribale.
 
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La rinascita del nazionalismo in Europa orientale è stata accompagnata dall’odioso fenomeno dell’oppressione delle minoranze nazionali che esistono all’interno di tutti gli Stati europei, ma che sono particolarmente numerose nella parte centro-orientale del continente. Parallelamente essa ha rimesso all’ordine del giorno il problema della loro tutela.
Quello delle minoranze ad essere tutelate, fino a che si ipotizza la permanenza dello Stato nazionale, è evidentemente un elementare diritto di libertà. Ma, in un’epoca nella quale ha acquisito concretezza politica il progetto di unificazione federale dell’Europa, la natura profonda del problema è cambiata. Oggi non si tratta più di tutelare le minoranze, ma di cambiare il quadro politico in modo che esse cessino di esistere in quanto minoranze. L’oppressione delle minoranze, in una forma o nell’altra, è un fenomeno inscindibile dall’esistenza dello Stato nazionale. Fintantoché la legittimità del potere politico si fonda sulla coincidenza tra Stato e nazione, la pura esistenza di uno o più gruppi che non presentano le caratteristiche, linguistiche, religiose od altro, grazie alle quali viene definita l’«identità» della nazione dominante costituisce una negazione della legittimità dello Stato. E’ quindi inevitabile che questo tenti, a seconda delle circostanze e del livello di civiltà della sua classe politica, di assimilare forzatamente, o di segregare, o addirittura di estirpare (si veda la pulizia etnica in corso nella ex Jugoslavia) le minoranze nazionali che esistono al suo interno. E le stesse minoranze rimangono prigioniere di questa logica, che le spinge a lottare per modificare il quadro politico in modo da poter divenire esse stesse maggioranze, intolleranti e oppressive come quelle dal cui dominio esse tentano di liberarsi (ne sono un esempio, ancora una volta, l’ex Jugoslavia e molte delle Repubbliche dell’ex Unione Sovietica). Oggi il problema si manifesta bensì in forme attenuate in alcune regioni dell’Europa occidentale, come il Sud-Tirolo: ma ciò accade soltanto perché esiste nella popolazione la percezione che lo Stato nazionale è in via di estinzione nel quadro del processo di unificazione europea. Se si diffondesse la sensazione opposta che il processo di unificazione europea si è arrestato, il problema si ripresenterebbe con tutta la sua carica esplosiva.
Il federalismo è il superamento del principio nazionale come principio di legittimità dello Stato. In uno Stato federale realizzato quindi il problema delle minoranze cessa di esistere, perché nessun tratto culturale che distingua un gruppo da un altro, a cominciare dalla lingua, viene caricato di una qualsiasi rilevanza politica, e quindi nessuna popolazione viene percepita, o percepisce sé stessa, come minoranza. Viene così ancora una volta in superficie il fatto che, nel quadro della comune appartenenza al genere umano, e quindi della comune capacità di comunicare, la sola differenza politicamente rilevante in uno Stato federale realizzato è quella che distingue ogni singolo individuo da tutti gli altri. In uno Stato federale realizzato le opinioni politiche dei cittadini non sono quindi mai predeterminate dalla sua appartenenza ad una comunità che non ha scelto, ma alla quale appartiene per nascita, bensì sono il risultato dell’esercizio di una riflessione e di una decisione del tutto libere da condizionamenti identitari.
Rimane il fatto che, nella realtà di oggi, il problema delle minoranze si pone anche negli Stati federali. Valga per tutti il caso del Canada, che oggi è scosso da una grave crisi istituzionale, generata dalle spinte separatistiche che si manifestano nel Québec. Vero è che sarebbe sommamente improprio, in questo caso, parlare della maggioranza francofona del Québec come di una minoranza oppressa. Ma, al di là di questa ovvia constatazione, rimane la considerazione di fondo che gli Stati federali oggi esistenti costituiscono una realizzazione imperfetta del federalismo, in quanto sono nati da accidenti della storia e non, come sarà il caso per la Federazione europea, da una negazione consapevole della nazione come principio di legittimazione dello Stato.
Deve anche essere ricordato che la libertà di parlare una lingua minoritaria, che costituisce il nodo principale del problema delle minoranze, non è soltanto una libertà negativa, ma include il diritto di ricevere un’educazione e di avere rapporti con la pubblica amministrazione nella propria lingua. Questo particolare aspetto comporta un intervento del potere e può porre problemi anche in un quadro federale. Si tratta però di problemi che in un quadro federale solido si pongono in termini attenuati, come temi normali del dibattito politico, e comunque solo fintantoché la struttura istituzionale dello Stato federale viene pensata nei termini bipolari della tradizione americana. Nell’Europa postindustriale lo Stato federale non potrà che essere articolato in più livelli di autogoverno, e avrà la sua cellula di base nella comunità locale, che tenderà ad assumere, nel contesto di un crescente sviluppo economico e culturale, un numero sempre più elevato di funzioni. E’ così che ogni singola comunità, anche se di dimensioni ridotte, insediata all’interno di uno Stato (o di una regione) alloglotta, potrà assicurare ai suoi membri, nell’ambito dei suoi poteri di autogoverno, l’insegnamento e la comunicazione amministrativa nella loro lingua.
Ma, al di là di queste considerazioni, non si deve dimenticare che, una volta che la lingua sia stata spogliata della sua rilevanza politica, e quindi, in ogni area in cui vengono parlate lingue diverse, la lingua della maggioranza cessi di essere percepita come uno strumento di oppressione, prenderà grande vigore il plurilinguismo, che costituisce una tendenza naturale degli uomini; e si diffonderà in particolare l’uso dell’inglese come lingua veicolare. Del resto già oggi, in molte università olandesi, fiamminghe e scandinave l’insegnamento viene impartito in inglese senza che gli studenti sentano per questo minacciata la propria «identità» nazionale (o regionale, o locale).
La soluzione del problema delle minoranze dipende oggi dall’esito del confronto storico tra nazionalismo e federalismo. Fino a che l’Europa e, al di là dell’Europa, il mondo, continueranno ad essere divisi in Stati nazionali, il problema delle minoranze continuerà ad esistere, per quanto il loro diritto ad essere tutelate sia proclamato in risoluzioni e sancito in convenzioni internazionali. I federalisti, che fanno della lotta contro lo Stato nazionale il loro impegno politico esclusivo, non devono lasciarsi coinvolgere in questi esercizi retorici. Essi devono essere consapevoli del fatto che proclamare il diritto delle minoranze ad essere protette senza indicare nella permanenza dello Stato nazionale la causa della loro oppressione e senza battersi per il suo superamento significa riconoscere la sua legittimità e quindi contribuire a perpetuare il problema anziché avviarlo a soluzione.
 
Il Federalista

 

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