Anno III, 1961, Numero 2, Pagina 88

 

 

SULLA CONTINUITÀ TRA «RISORGIMENTO»
E FASCISMO
 
 
La pubblicazione della Storia d’Italia di Mack Smith ha riaperto la discussione sulla continuità tra «Risorgimento» e fascismo. C’è chi ha negato, sulla base della concezione crociana della storia, che una questione simile abbia senso, e c’è chi ha negato nel fatto tale continuità. La discussione non è facile perché alcune continuità ci sono ma non possono venire in luce senza un profondo esame di coscienza. Tali continuità riguardano infatti tradizioni ancora oggi venerate da coloro che professano il lealismo nazionale — le tradizioni «risorgimentali» — e mettono inoltre in gioco le concezioni politiche dominanti: le varianti italiane del liberalismo, della democrazia e del socialismo (dopo la fase anarchica). Queste correnti, se continuità esiste, ne sono responsabili. Orbene esse hanno peccato tutte, nello scorso secolo come nel presente, contro le libertà individuali, l’eguaglianza politica e l’eguaglianza sociale nella misura in cui hanno a volta a volta ceduto al nazionalismo che, nella sua essenza pura, è fascismo. Ma, appunto, non è facile ammetterlo.
Pubblichiamo — traendolo dall’eccellente antologia di Valeri[1] — il famoso, ma poco letto e meno meditato, discorso di Pascoli «La grande proletaria si è mossa…» allo scopo di mettere sotto gli occhi dei lettori una di tali continuità, per far costatare quanto fascismo effettivo, sin nella terminologia, contenesse il miscuglio pascoliano di socialismo e italianità. Si dirà: si tratta di un poeta scriteriato, non di qualche cosa che unisce il «Risorgimento» al fascismo. Ma si può rispondere dicendo che Pascoli si limitò a dar veste poetica, nel vecchio senso retorico, a idee protezionistiche e imperialistiche molto diffuse nella pubblica opinione, tanto a destra quanta a sinistra: e sostenute, ad esempio, da Antonio Labriola, che «vedeva nell’occupazione di Tripoli la possibilità di creare una colonia di popolamento per il proletariato italiana disperso in ogni parte del mondo», da Saverio Merlino, che nel passare dal socialismo anarchico a quello politico sulla base di una inerte accettazione della sovranità assoluta dello Stato — l’indipendenza della nazione — non poteva che trovare il protezionismo, e via dicendo.
Naturalmente non si troveranno accenti esplicitamente fascisti in Merlino e Labriola. Ma si trova questa congiunzione di colonialismo, protezionismo e socialismo che, a tradurla in realtà politica, in discorsi buoni per le masse, è (Pascoli), come diventerà, fascismo. Del resto il testo di Merlino, che pubblichiamo dopo quello di Pascoli, mostra come l’incapacità di pensare supernazionale conduca al protezionismo economico, e come la logica del protezionismo economica induca a fare il discorso, virtualmente fascista, del lavoratore italiano e di quello straniero, discorso che butta al vento tutto lo spirito liberale della grande parola d’ordine «proletari di tutto il mondo, unitevi!».
Mario Albertini
 
 
«LA GRANDE PROLETARIA SI E’ MOSSA…»
 
La grande Proletaria si è mossa.
Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre le alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzare terrapieni, a gettare moli, a scavare carbone, a scentar selve, a dissodare campi, a iniziare culture, a erigere edifici, ad animare officine, a raccogliere sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell’inaccessibile, a costruire città, dove era la selva vergine, a piantare pometi, agrumeti, vigneti, dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto della strada.
Il mondo li aveva presi a opra i lavoratori d’Italia; e più ne aveva bisogno, meno mostrava di averne, e li pagava poco e li trattava male e li stranomava. Diceva: Carcamanos! Gringosl Cincali! Degos!
Erano diventati un po’ come i negri in America, questi connazionali di colui che la scoprì; e come i negri. ogni tanto erano messi fuori dalla legge e dalla umanità, e si linciavano.
Lontani o vicini alla loro patria, alla patria loro nobilissima su tutte le altre, che aveva dato i più potenti conquistatori, i più sapienti civilizzatori, i più profondi pensatori, i più ispirati poeti, i più meravigliosi artisti, i più benefici indagatori, scopritori, inventori, del mondo, lontani o vicini che fossero, queste opre erano costrette a mutar patria, a rinnegare la nazione, a non essere più Italia.
Era una vergogna e un rischio farsi sentire a dir , come Dante, a dir Terra, come Colombo, a dir Avanti!, come Garibaldi.
Si diceva: — Dante? Ma voi siete un popolo di analfabeti! Colombo? Ma la vostra è l’onorata società della camorra e della mano nera! Garibaldi? Ma il vostro esercito s’è fatto vincere e annientare da africani scalzi! Viva Menelik!
I miracoli del nostro Risorgimento non erano più ricordati, o, appunto ricordati come miracoli di fortuna e d’astuzia. Non erano più i vincitori di San Martino e di Calatafimi, gli italiani: erano i vinti di Abba-Garima. Non avevano essi mai impugnato il fucile, puntata la lancia, rotata la sciabola: non sapevano maneggiare che il coltello.
Così queste opre tornavano in patria poveri come prima e peggio contenti di prima, o si perdevano oscuramente nei gorghi delle altre nazionalità.
Ma la grande Proletaria ha trovato luogo per loro: una vasta regione bagnata dal nostro mare, verso la quale guardano, come sentinelle avanzate, piccole nostre isole; verso la quale si protende impaziente la nostra isola grande; una vasta regione che già per opera dei nostri progenitori fu abbondevole di acque e di messi, e verdeggiante d’alberi e di giardini; e ora, da un pezzo per l’inerzia di popolazioni nomadi e neghittose, è per gran parte un deserto.
Là i lavoratori saranno non l’opre, mal pagate, mal pregiate mal nomate, degli stranieri ma, nel senso più alto e forte delle parole, agricoltori sul suo, sul terreno della patria, non dovranno, il nome della patria, a forza, abiurarlo, ma apriranno vie, coltiveranno terre, deriveranno acque, costruiranno case, faranno porti, sempre vedendo in alto agitato dall’immenso palpito del mare nostro il nostro tricolore.
E non saranno rifiutati, come merce avariata, al primo approdo; e non saranno espulsi, come masnadieri, alla loro prima protesta; e non saranno, al primo fallo d’uno di loro, braccheggiati inseguiti accoppati tutti, come bestie feroci.
Veglieranno su loro le leggi alle quali diedero il loro voto. Vivranno liberi e sereni su quella terra che sarà una continuazione della terra nativa, con frapposta la strada vicinale del mare. Troveranno, come in patria, a ogni tratto le vestigia dei grandi antenati.
Anche là è Roma.
E Rumi saranno chiamati. Il che sia augùrio buono e promessa certa. Sì: Romani. Sì: fare e soffrire da forti. E sopra di tutto ai popoli che non usano se non la forza, imporre, come non si può fare altrimenti, mediante la guerra, la pace.
— Ma che? — Il mondo guarda attonito o nasconde sotto il ghigno beffardo la sua meraviglia. La Nazione proletaria, la nostra fornitrice di braccia a prezzi ridotti, non aveva se non il piccone, la vanga, la carriola. Queste le sue arti, queste le armi sue: le armi, perlomeno, che sole sa maneggiare, oltre il coltello col quale partisce il pane e si fa ragione sulle risse. Si diceva bensì che era una potenza; e invero aveva avuto un cotal risveglio che ella chiama risorgimento. Qual risorgimento? Dalla vittoria d’un benefico popolo alleato aveva ottenuto Milano; da quella d’un altro, Venezia. In un momento che questi due alleati si battevano fieramente fra loro, ella aveva ghermito Roma. Così la nazione era risorta. E risorta, volendo dar prova di sé, era stata vinta da popoli neri e semineri. E ora…
Ecco quel che è accaduto or ora e accade ora.
Ora l’Italia, la grande martire delle nazioni, dopo soli cinquant’anni ch’ella rivive, si è presentata al suo dovere di contribuire per la sua parte all’umanamento e incivilimento dei popoli; al suo diritto di non essere soffocata e bloccata nei suoi mari; al suo materno ufficio di provvedere ai suoi figli volonterosi quel che sol vogliono, lavoro; al suo solenne impegno coi secoli augusti delle sue due Istorie, di non essere da meno nella sua terza Era di quel che fosse nelle due prime; si è presentata possente e serena, pronta e rapida, umana e forte, per mare, per terra e per cielo.
Nessun’altra nazione, delle più ricche, delle più grandi, è mai riuscita a compiere un simile sforzo. Che dico sforzo? Tutto è sembrato così agevole, senza urto e senza attrito di sorta! Una lunghissima costa era in pochi giorni, nei suoi punti principali, saldamente occupata. Due eserciti vi campeggiano in armi. O Tripoli, o Berenike, o Leptis Magna (non hanno diritto di porre il nome quelli che hanno disertato o distrutto la casa!), voi rivedrete, dopo tanti secoli, i coloni dorici e le legioni romane! Guardate in alto: vi sono anche le aquile!
Un altro popolo ai nostri giorni si rivelò a un tratto così. Dopo non molti anni che si veniva trasformando in silenzio, eccolo mettere per primo in azione tutte le moderne invenzioni e scoperte, le immense navi, i mostruosi cannoni, le mine e i siluri, la breve vanga della trincea, e il tuo invisibile spirito, o Guglielmo Marconi, che scrive coi guizzi del fulmine; tutti i portati della nuova scienza e tutto il suo antico eroismo; e coi suoi soldatini
O non sono chiamati soldatini anche i classiarii e i legionari d’Italia? Non hanno in Italia in questa prima grande guerra messo in opera tutti gli ardimenti scientifici e tutta la sua antica storia? Non ha per prima battuto le ali e piovuto la morte sugli accampamenti nemici? Non ha a non grande distanza dal promontorio Pulcro, rinnovato gli sbarchi di Roma? Non si è già trincerata inespugnabilmente, secondo l’arte militare dei progenitori, con fossa e vallo, per avanzare poi sicura e irresistibile?
Eccoli là, e sono pur sempre quelli e attendono al medesimo lavoro, i lavoratori che il mondo prendeva e prende a opra. Eccoli con la vanga in mano, eccoli a picchiare col piccone e con la scure, i terrazzieri e i braccianti per tutto cercati e per tutto spregiati. Con la vanga scavano fosse e alzano terrapieni, al solito. Coi picconi, al solito, demoliscono vecchie muraglie, e con scuri abbattono, al solito, grandi selve.
Ma non sono le grandi strade, che fanno per altrui; essi aprono la via alla marcia trionfale e redentrice dell’Italia.
Fanno una trincea di guerra, sgombrano lo spazio alle artiglierie. Stanno lì sotto i rovesci d’acqua, sotto le piogge di fuoco; e cantano. La gaia canzone d’amore e di ventura è spesso inno funebre che cantano a sé stessi, gli eroi ventenni, Che dico eroi? Proletari, lavoratori, contadini.
Il popolo che l’Italia risorgente non trovò sempre pronto al suo appello, al suo invito, al suo comando, è là. O cinquant’anni del miracolo! I contadini che spesso furono riluttanti e ripugnanti, i contadini che anche lontani dal Lombardo-Veneto chiamavano loro imperatore l’imperatore d’Austria, e ciò quando l’impero di Roma era nelle mani del dittatore ultimo, i contadini che Garibaldi non trovò mai nelle sue file… Vedeteli.
E’ ora dell’insidia e del tradimento. La trincea è in qualche punto sorpassata. I nostri sono fucilati al petto e pugnalati a tergo. Sopraggiunge al galoppo vertiginoso una batteria appena sbarcata. La rivoltella in pugno, gli occhi schizzanti fuoco, anelanti sui cavalli sferzati e spronati a sangue vengono… i contadini italiani. In tre minuti i cavalli sono staccati, gli affusti tolti, i cannoni appostati e la tempesta di ferro e fuoco tuona formidabilmente.
Quale e quanta trasformazione! Giova ripeterlo: cinquant’anni fa l’Italia non aveva scuole, non aveva vie, non aveva industrie, non aveva commerci, non aveva coscienza di sé, non aveva ricordo del passato, non aveva, non dico speranza, ma desiderio d’avvenire.
In cinquant’anni è parso che altro non si facesse se non errori e anche delitti; non si cominciasse se non a far sempre male e non si finisse se non col non far mai nulla. La critica era feroce e interminabile e insaziabile. Era forse un desiderio impaziente che la animava.
Ebbene in cinquant’anni l’Italia aveva rifoggiato saldamente, duramente, immortalmente, il suo destino.
Chi vuol conoscere quale ora ella è, guardi la sua armata e il suo esercito. Li guardi ora in azione. Terra, mare e cielo, alpi e pianura, penisola e isole, settentrione e mezzogiorno, vi sono perfettamente fusi. Il roseo e grave alpino combatte vicino al bruno e snello siciliano, l’alto granatiere lombardo s’affratella col piccolo e adusto fuciliere sardo; i bersaglieri (chi vorrà assegnare ai bersaglieri, fiore della gioventù pan-italica, una particolare origine?), gli artiglieri della nostra madre terra piemontese dividono i rischi e le guardie coi marinai di Genova e di Venezia, di Napoli e di Ancona, di Livorno di Viareggio di Bari. Scorrete le liste dei morti gloriosi, dei feriti felici della loro luminosa ferita: voi avrete agio di ricordare e ripassare la geografia di questa che appunto era, tempo fa, un’espressione geografica.
E vi sono le classi e le categorie anche là: ma la lotta non v’è o è lotta di chi giunge prima allo stendardo nemico, a chi prima lo afferra, a chi prima muore. A questo modo là il popolo lotta con la nobiltà e con la borghesia. Così là muore, in questa lotta, l’artigiano e il campagnolo vicino al conte, al marchese al duca.
Non si chiami, questa, retorica. Invero né là esistono classi né qua. Ciò che perennemente e continuamente si muta, non è. La classe che non è per un minuto solo composta dei medesimi elementi, la classe in cui, con eterna vicenda, si può entrare e se ne può uscire, non è mai sostanzialmente diversa da un’altra classe. Qual lotta dunque può essere che non sia lotta contro se stessa?
E lottiamo, dunque, bensì; ma sia la nostra lotta come quella che si vede là, della nostra Patria, per così dire, scelta, della nostra Patria, che vorrei dire in piccolo, se non dovessi aggiungere: no: in grande! Lotta d’emulazione tra fratelli, ufficiali o soldati, a chi più ami la madre comune, che ne li rimerita con uguali gradi, premi, onori, e li avvolge morti nello stesso tricolore.
O voi che siete la più grande, la più bella, la più benefica scuola che abbia avuta nel cinquantennio l’Italia, armata ed esercito nostri!
Dicono che in codesta scuola s’insegna a oziare! E no: s’insegna a vigilar sempre. S’insegna a godere! E no: s’insegna a patire. S’insegna a essere crudeli! A ogni incendio, a agni inondazione, a ogni terremoto, a ogni peste, accorrono questi crudeli a fare da pompieri, da navicellai, da suore di carità, da governanti, da infermieri, da becchini. S’insegna a uccidere! S’insegna a morire.
Questa è la scuola che oltre aver distribuito tanto alfabeto, cl ammaestra esemplarmente nell’umano esercizio del diritto e nell’eroico adempimento del dovere. Essa risponde ora a quelli che confondono l’aspirazione alla pace con la rassegnazione alla barbarie e alla servitù.
— Noi — dicono quei nostri maestri — che siamo l’Italia in armi, l’Italia al rischio, l’Italia in guerra, combattiamo e spargiamo sangue, e in prima il nostro, non per disertare ma per coltivare, non per inselvatichire e corrompere ma per umanare e incivilire, non per asservire ma per liberare. Il fatto nostro non è quello dei Turchi. La nostra è dunque, checché appaiano i nostri atti di strategia e di tattica, guerra non offensiva ma difensiva. Noi difendiamo gli uomini e il loro diritto di alimentarsi e vestirsi coi prodotti della terra da loro lavorata, contro esseri che parte della terra necessaria al genere umano tutto, sequestrano per sé e corrono per loro, senza coltivarla, togliendo pane, cibi, vestiti, case all’intera collettività che ne abbisogna. A questa terra, così indegnamente sottratta al mondo, noi siamo vicini; ci fummo già; vi lasciammo segni che nemmeno i Berberi, i Beduini, i Turchi riuscirono a cancellare; segni della nostra umanità e civiltà, segni che noi appunto non siamo Berberi, Beduini, Turchi. Ci torniamo. In faccia a noi questo è un nostro diritto, in cospetto a voi era ed è un dovere nostro.
Così risponde l’Italia guerreggiante ai favori dei pacifici Turchi e della loro benefica scimitarra, degli umani Beduini-Arabi che non usano violare e mutilare soltanto cadaveri; degli industriosi razziatori di negri e mercanti di schiavi.
Così risponde con un fatto di eroica e materna pietà, che ha virtù di simbolo. Il bersagliere, di quelli fulminati di fronte e pugnalati alle spalle, raccoglie tra i cadaveri una bambina araba: la tiene con sé nella trincea, la nutre, la copre, l’assicura. Tuonano le artiglierie. Sono il canto della cuna. Passano rombando le granate. La bambina è ben riparata, e le crede, chi sa?, balocchi fragorosi e luminosi. Ella è salva, crescerà italiana, la figlia della guerra. O non è ella la barbarie, non decadente e turpe, ma vergine e selvaggia; la barbarie nuda, famelica, abbandonata? E colui che la salva e la nutre e la veste non è l’esercito nostro che ha l’armi micidiali e il cuore pio, che reca costretto la morte e non vorrebbe portar che la vita?
O esercito calunniato! Eppur tra lo sdegno e lo schifo, nel leggere le diffamazioni dei giornali stranieri, noi abbiamo sorriso! Chi non ha visto qualche volta i nostri bei ragazzi armati dividere la gamella e il pan di munizione con qualche povero vecchio? Chi non ha visto qualche volta uno dei nostri cari fanciulloni soldati con un bambino in collo? Chi non li ha visti accorrere a tutte le sventure, prestarsi a tutte le fatiche, affrontare i pericoli per gli altri? Ora ecco che in pochi giorni sono diventati masnadieri…
Si: noi sorrideremmo se l’accusa, per quanto assurda, ma immonda, non toccasse ciò che abbiamo di più caro e più sacro. Hanno detto, rivolgendosi al tuo esercito, turpi parole contro di te, o pura e santa madre nostra Italia! Per quanto elle non giungano all’orlo della tua veste, noi non possiamo perdonare, o madre d’ogni umanità, o madre tanto forte, quanto pia!
Noi ce ne ricorderemo. Ricorderemo che voi, o stranieri, avete voluto prestare i fermenti di barbarie che forse ancora brulicano nel vostro cuore, al popolo che con San Francesco rese più umano, se è lecito dirlo, persino Gesù Nazareno; che coi suoi soavi artisti fece dell’inaccessibile cielo una buona tiepida raccolta casa terrena piena d’amore; che col Beccaria abolì la tortura; che, quasi solo nel mondo, non ha più la pena di morte; che in Garibaldi ebbe un portentoso guerriero che odiava la guerra e preferiva la vanga alla spada e piangeva sul nemico vinto e sceso dal trono e perdonava al suo tortòre e non faceva distruggere un campo di grano, dove i nemici potevano nascondersi, perché il grano era quasi maturo e vicino a diventar pane.
O santi martiri nostri, o Pellico e Oroboni, o Tazzoli e Tito Speri, che vi faceste del duro carcere sotterraneo un tempio e del patibolo un altare!
Ma noi sappiamo da che furono mosse le inique accuse. Da questo: l’esempio che aveva a restare unico, del Giappone, si era dopo poco tempo, rinnovato. Le opre del mondo erano, a suo tempo e luogo, soldatini formidabili. La grande Proletaria delle nazioni (laboriosa e popolosa questa dell’occidente appunto come quell’altra dell’oriente estremo) scendeva in campo, si mostrava, per mare per terra e per cielo, potenza tanto più forte quanto più semplice, più lavoratrice, più avvezza a soffrire che a godere, più consapevole del suo diritto conculcato, più ispirata dal sublime pensiero che ella, pur mo’ redenta, doveva a sua volta divenir redentrice.
Così l’Italia si è affermata e confermata. Ora è incrollabile. Può (perdonate la bestemmia; chè in verità ella non può!) essere ricacciata al mare, essere costretta ad abbandonare l’impresa, essere invasa, corsa, calpestata, divisa e assoggettata ancora: ella è e resterà. Non può morire più una nazione in cui le madri raccomandano ai figli che partono per la guerra di farsi onore, in cui tutti i bambini delle scuole rompono, per i feriti, il loro salvadanaio, in cui, (udite: è cosa accaduta in un borghetto qui presso: ai Conti) il più povero mezzaiuolo dei dintorni, che ha un figlio nelle trincee di Tripoli, dà ai cercatori della Patria i suoi unici due soldi: l’obolo che la Patria ha riposto nel suo seno, vicino al suo gran cuore, come inestimabile tesoro.
I nostri feriti non trascineranno per le vie le mutile membra e la vita impotente. No. Saranno quello che per la madre ed il fratello è il figlio e fratello nato o fatto infelice. Saranno i careggiati, i meglio riguardati, i più amati. Essi ci ricorderanno la prima ora che abbiamo avuta, dopo tanti anni, di gloria e vittoria, d’amore e concordia.
Non tenderanno la mano. La tenderemo noi a loro per averne una stretta che ci faccia bene al cuore. Non picchieranno alla porta. Le apriremo noi, a due battenti, le porte, per farli assidere al nostro focolare e alla nostra mensa, e udirne i semplici e magnifici racconti, e consacrare la nostra casa e i nostri figli a quella, che ci ispira ogni bene, ci tien lontani da ogni viltà, ci accompagna sempre e non muta mai: alla Patria, a cui quando si rende, e così volentieri, così giocondamente, così sorridenti, la vita che ci diede, ella, ella piange.
Benedetti voi, morti per la Patria! Riunitevi, eroi gentili, nomi eccelsi, umili nomi, ai vostri precursori meno avventurati di voi, perché morirono per ciò che non esisteva ancora!
Voi l’Italia già grande ha raccolti nelle braccia possenti.
Qual festa vi faranno i morti vincitori di San Martino e di Calatafimi! Il gigantesco Schiaffino, morto impugnando la bandiera dei Mille, come accoglierà i piccoli fucilieri dell’84° conquistatori della bandiera del profeta! Ma non vi fermate troppo con loro; o bersaglieri di Homs coi bersaglieri di Palestro, o cavalleggeri di Tripoli coi cavalleggeri di Montebello. La vittoria rende felici anche i morti.
Andate a consolare i vinti! O Bianco, santa primizia della guerra, o Grazioli, o De Lutti, o marinai di Tripoli e Ben-Ghazi, consolate i morti di Lissa! O Bruchi, o Solaroli, o Granafei, o Faitini, o Hombert, o Orsi, o Bellini, o Silvatici, o trecento caduti in un’ora, consolate i morti di Custoza!
Oh! non dimenticate i più dolorosi, e, se si può dire, anche i più valorosi, morti di Amba Alage e Abba-Garima. Sono, essi, gli ultimi martiri d’Italia: sono ancora sulla soglia. Abbracciate il maggiore Toselli così degno di guidare un’avanzata audace su Ain-Zara! Baciate il maggiore Galliano, così degno di difendere le trincee di Bu-Meliana e Sciara-Sciat!
O capitano Pietro Verri, che nel momento più periglioso guidasti al contrattacco, fuori delle trincee, i mozzi di sedici e diciassette anni, i ragazzi del nostro mare, o sublime capitano Verri, tu va direttamente a Caprera, va a narrar la cosa a Giuseppe Garibaldi. Ripeterà esso a te il tuo appello: Garibaldini del mare! e ti ricorderà che egli aveva il suo battaglione di speranzini, ragazzi raccolti per le strade, i quali a Velletri, divini fanciulli, lo salvarono.
Benedetti, o morti per la Patria! Voi non sapete che cosa siete per noi e per la Storia! Non sapete che cosa vi debba l’Italia! L’Italia, cinquant’anni or sono, era fatta. Nel sacro cinquantenario voi avete provato, ciò che era voto de’ nostri grandi che non speravano si avesse da avverare in così breve tempo, voi avete provato che sono fatti anche gli italiani.
 
 
UN TESTO DI SAVERIO MERLINO
 
«Non bisogna combattere la protezione, ma l’usurpazione del premio, che sono due cose distinte e che importa tener separate l’una dall’altra. Poiché (e qui sta un’altra ragione per la quale i socialisti non devono far questione di principio del libero scambio) la protezione verso la concorrenza estera può essere una necessità anche in regime socialista… suppongasi l’Italia di fronte alla Russia, all’India e ad altri mercati, dove il grano si produce a più buon patto, perché il contadino è meno ricompensato. Imporremo noi ai nostri contadini le stesse condizioni di vita per far la concorrenza al grano estero? Convertiremo, dicesi, la cultura dei cereali in agrumeti, vigneti, ecc. E sta bene, finché si può e finché all’estero non metteranno dazi proibitori ai nostri agrumi, al nostro vino. Ci volgeremo alle industrie. Ma se non riusciremo neanche su questo terreno a produrre più a buon mercato (per difetto di accumulazione di capitali o per esigenze dei nostri bisogni, di maggiore civiltà, ecc.), oppure ci verrà impedita la esportazione da dazi proibitori, che faremo mai noi? Compreremo tutte le cose di cui abbiamo bisogno a buon mercato e con che le pagheremo? Coi prodotti del nostro lavoro? No. Con la vendita dei nostri capitali, del suolo, delle fabbriche, ecc. agli stranieri che ci daranno quei prodotti. E' quello che stiamo facendo, e da ultimo ci ridurremo ad emigrare dal nostro paese e ad andare a lavorare nelle fabbriche e nelle miniere estere da cui ci viene la concorrenza. O non sarà necessario difendersi sul terreno economico, come ci difenderemmo da un nemico armato?».[2]


[1] Nino Valeri, La lotta politica in Italia, Firenze, 1958, pp. 331-39.
[2] Si tratta di un inedito del 1913, pubblicato da Enzo Santarelli. Cfr. Enzo Santarelli, Il socialismo anarchico in Italia, Milano, 1959.

 

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