Anno III, 1961, Numero 3-4, Pagina 178

 

 

LA COLPA DELLA GERMANIA
(A PROPOSITO DEL PROCESSO EICHMANN)
 
 
«Allorquando, nell’estate del 1945, in tutte le città e i villaggi [tedeschi], furono attaccati i manifesti con le figure e con i notiziari da Belsen e con la frase decisiva Questa è la vostra colpa, tutte le coscienze furono prese da una grande inquietudine».[1] Era nata la «colpa della Germania». Si tratta di una convinzione che esiste ancora. Quando si aperse il processo Eichmann, il vescovo Dibelius disse: «Quando verranno in discussione le terrificanti gesta di Eichmann, tutto il mondo dirà: ecco, questi sono i tedeschi. Ancora fra cento anni lo si dirà. E noi non potremo dire: no, era soltanto un gruppo esiguo di tedeschi che, nella loro megalomania, avevano dimenticato tutti i comandamenti di Dio. Non lo potremo dire, perché era gente del nostro sangue, uomini venuti fuori dal nostro popolo. Noi vogliamo credere che la loro colpa, così grande da non poter essere neppure concepita, sia rimessa a coloro che credono in Cristo e al suo sacrificio sulla croce, e che il Signore non voglia affliggere tutto un popolo per i misfatti commessi da un grande criminale e dai suoi complici».
Secondo una opinione diffusa, in un modo difficile da spiegare, tutti i tedeschi sono effettivamente complici — si pensa che fosse in causa la loro natura, il loro carattere, in alcuni per quel che fecero, in altri per quel che subirono. Accanto a questa opinione, ne esiste un’altra: che i tedeschi non vogliano pienamente riconoscere questa colpa, pretendano di dimenticarla o negarla, almeno in parte, lasciando così vive le tremende radici che fecero esplodere una delle più spaventose follie dell’umanità. Tuttavia, nell’immediato dopoguerra, la discussione fu fatta in Germania e sull’argomento parlarono, tra gli altri, un grande filosofo ed un grande storico, Jaspers e Meinecke.
Jaspers analizzò soprattutto l’idea stessa di colpa:
Bisogna distinguere:
1) Colpa giuridica — I delitti consistono in azioni, che si possono provare oggettivamente e che trasgrediscono leggi ben determinate. La competenza spetta al tribunale, il quale precisa con determinate formalità di procedura i dati di fatto, e vi applica le leggi.
2) Colpa politica — Essa consiste nelle azioni degli uomini di Stato e nell’appartenenza a uno Stato, per cui si è costretti a seguire le conseguenze delle azioni di questo Stato, alla cui autorità si è sottoposti e al cui ordinamento si deve la propria esistenza materiale. Ciascuno porta una parte di responsabilità riguardo al modo come viene governato. In questo decide la forza e la volontà del vincitore così nella politica interna come nella politica estera. Quel che decide è il successo. L’abilità politica nel vincitore, che si rende conto anche delle conseguenze più remote, può poi indurlo a moderare l’uso dell’arbitrio e della forza e fargli riconoscere e adottare delle norme speciali, che vanno sotto il nome di diritto naturale o di diritto delle genti.
3) Colpa morale — Uno ha la responsabilità morale per quelle azioni che compie come individuo. E questo vale veramente per tutte le sue azioni, anche per le azioni di ordine politico e militare che egli compie. In nessun caso vale la scusa che «gli ordini sono ordini». Piuttosto è da ritenere che, come i delitti rimangono sempre delitti, anche quando vengono ordinati (sebbene possano valere come delle circostanze attenuanti secondo la misura del pericolo, della coercizione e del terrore), così ogni azione resta sottoposta al giudizio morale. Quella che è chiamata a giudicare è qui la propria coscienza e l’intesa con gli amici e le persone più care, con coloro che ci amano e si interessano dell’anima nostra.
4) Colpa metafisica — C’è tra gli uomini come tali una solidarietà, la quale fa sì che ciascuno sia in un certo senso corresponsabile per tutte le ingiustizie e le malvagità che si verificano nel mondo, specialmente per quei delitti che hanno luogo in sua presenza o con la sua consapevolezza. Quando uno non fa tutto il possibile per impedirli, diventa anche lui colpevole. Chi non ha messo a repentaglio la propria vita per impedire il massacro degli altri, ma ne è stato testimone impassibile, si sente anche lui colpevole, in un senso che non può essere ben compreso da un punto di vista giuridico, politico o morale. Il fatto che uno è ancora in vita, quando sono accadute delle cose di questo genere, costituisce per lui una colpa incancellabile. Nella nostra qualità di uomini, a meno che la fortuna non ci risparmi di trovarci in situazioni di tal genere, giungiamo, in questi casi, come ad un limite estremo, in cui siamo proprio costretti a scegliere: o di rischiare la nostra vita incondizionatamente e senza alcuno scopo, perché senza alcuna assicurazione circa i buoni risultati, o preferire di rimanere in vita solo perché è impossibile alcuna buona riuscita. Ciò che costituisce l’essenza della nostra natura di uomini è quell’impulso incondizionato esistente tra creature umane, per cui, dove vengono inflitte delle atrocità a uno o a un altro, o dove si tratta di dividere delle condizioni materiali di vita, si vuole o che si viva insieme o non si viva affatto. Ma il fatto che questo impulso non agisce nella solidarietà di tutti gli uomini, e neppure in quella di tutto un popolo, e nemmeno in quella di piccoli gruppi di uomini, il fatto che esso rimane circoscritto solo a quei legami più veramente intimi e stretti questo costituisce la colpa di tutti noi. Giudice ne è solamente Dio.
Questa distinzione in quattro elementi diversi di colpa serve anche a giudicare il senso delle accuse. Così, per esempio, colpa politica significa, sì, che tutti i sudditi di uno Stato sono responsabili per conseguenze derivanti dalle azioni di questo Stato, ma non significa affatto che ogni singolo cittadino debba ritenersi giuridicamente o moralmente colpevole per tutti i delitti commessi in nome del suo Stato. Per quanto riguarda i delitti può decidere il giudice, per quanto riguarda la responsabilità politica il vincitore; della colpa morale invece si può parlare in maniera sincera solo nella forma di un dibattimento, fondato sull’amore e sostenuto da uomini che siano solidali fra di loro. Nei riguardi della colpa metafisica poi non è possibile discorrere fra persone. La verità qui può infatti solo rivelarsi tutto a un tratto in una situazione concreta o dalle opere della poesia e della filosofia…[2]
Nell’espressione «colpa della Germania», visto il termine «colpa», resta il termine «Germania». Jaspers mise in luce le difficoltà che si incontrano nel tentativo di dargli un significato preciso, riferibile a individui determinati:
Dare la responsabilità delle conseguenze derivanti dalle azioni di uno Stato a tutti i cittadini che vi appartengono è un criterio senza dubbio ragionevole. Qui viene colpita la collettività. Questa responsabilità però è una responsabilità ben determinata e circoscritta. In essa non rientra l’imputazione di colpa morale e metafisica delle singole persone. Essa investe anche quei cittadini che si sono opposti al regime o a tutte le azioni in questione… E’ un controsenso accusare tutto un popolo di una azione criminosa. Criminale è sempre soltanto la singola persona. E’ anche un controsenso accusare un popolo nel suo insieme da un punto di vista morale. Non c’è nessuna caratteristica di un popolo tale che possa averla ciascun individuo che vi appartiene. Ci sono sì degli elementi in comune, come la lingua, i costumi e le abitudini, la razza. Ma ciò nonostante anche in essi sono possibili, d’altro canto, delle differenze così forti, per cui uomini che parlano la stessa lingua possono restare talmente estranei l’uno all’altro da far pensare che essi non appartengono affatto al medesimo popolo.
Dal punto di vista morale, si può giudicare sempre soltanto la persona singola. La disposizione mentale a considerare gli uomini collettivamente, a caratterizzarli e a giudicarli in blocco, è oltremodo diffusa. Caratteristiche di tal genere, come per esempio quella a cui ci si riferisce quando si dice: i Tedeschi, gli Inglesi, i Norvegesi, gli Ebrei — e così via: i Frisi, i Bavaresi — oppure: gli uomini, le donne, i giovani, i vecchi. Il fatto che, considerando e descrivendo il tipo, si viene pure a cogliere qualche cosa di vero, non deve farci credere di aver compreso in tutto e per tutto ogni singolo individuo, quando lo consideriamo designato da quelle caratteristiche generali. Questa è una maniera di pensare, che, attraverso secoli, si trascina come un mezzo per determinare odi di popoli e aggruppamenti umani fra di loro. Questa forma mentale, che dai più viene considerata purtroppo come ovvia e naturale, i nazionalsocialisti l’hanno applicata nella maniera peggiore e l’hanno fatta entrare nelle testa quasi a martellate. Era come se non ci fossero più uomini singoli, ma soltanto appunto quelle categorie collettive.
Non c’è mai un popolo che sia un tutto unico. Tutte le delimitazioni che noi facciamo per poterlo determinare, vengono sorpassate nel campo dei fatti. La lingua, la nazionalità, la cultura, i destini comuni, tutte queste sono cose che non collimano, ma si intersecano in tutte le maniere. Un popolo e uno Stato non sono una medesima cosa, e nemmeno lingue e destini comuni e cultura.
Non si può fare di un popolo un solo individuo. Un popolo non può perire eroicamente, né diventare criminale, né agire moralmente o immoralmente. Sono cose che possono essere compiute solamente da persone singole facenti parte di un popolo. Un popolo nel suo insieme non può essere né colpevole né innocente, e ciò né in senso giuridico né in senso politico (nel campo politico la cosa è possibile solamente quando si tratta dei cittadini di uno Stato), né in senso morale.
Giudicare per categorie, e riferirsi a tutto un popolo, è sempre un’ingiustizia; ciò presuppone che si ritenga falsamente come sostanza quel che è invece solo un modo di concepire, e porta come conseguenza la degradazione dell’uomo come persona singola.
Ma l’opinione mondiale che dà ad un popolo la colpa collettiva è un fatto simile a quello, per cui attraverso i millenni si è pensato e si è detto che i Giudei sono colpevoli della crocefissione di Gesù. Chi sono qui i Giudei? Un gruppo circoscritto di uomini pieni di fanatismo politico e religioso, i quali allora, fra i Giudei, avevano una certa potenza, e che, in cooperazione con la guarnigione romana, portò all’esecuzione capitale di Gesù.
La forza preponderante che risiede in un’opinione come questa che, anche in uomini ragionevoli, va trasformandosi in opinione del tutto ovvia ed evidente, è tanto più sorprendente in quanto l’errore che vi si contiene è così semplice e chiaro. Ci si trova come di fronte ad un muro dove sembra di non poter più ascoltare ragioni e fatti, oppure, se questi possono ascoltarsi, è come se venissero subito dimenticati senza poter acquistare validità alcuna. Una colpa collettiva di un popolo e di un gruppo di persone che vive entro il consorzio dei popoli, pur ammettendo la responsabilità politica, non può esserci né come colpa giuridica, né come colpa morale, né come colpa metafisica. Dichiarare colpevole una collettività è un errore che è dovuto alla trascuratezza e alla presunzione di chi pensa approssimativamente e senza esame critico.[3]
Si tratta, di osservazioni giuste, nelle quali però si deve annidare un errore perché, a ben vedere, qui è scomparso il gruppo, quale esso sia, al quale si dovrebbe imputare la colpa. Sostanzialmente, per quanto riguarda la collettività, viene ammessa solo la colpa politica, ma questa colpa riguarderebbe i cittadini di uno Stato non i membri di un popolo, cioè questa colpa sarebbe individuabile solo in un contesto giuridico (popolo diviso da Stato) senza che si tratti, però, di colpa giuridica. In effetti, ciò che risulta prepotentemente da queste considerazioni è: «dichiarare colpevole una collettività è un errore». Tuttavia Jaspers non voleva sfuggire alla ricerca delle responsabilità. La mancata individuazione del gruppo, e questo bisogno morale, lo spinsero però a fare l’errore da lui così chiaramente condannato: quello di scambiare alcuni Giudei per i Giudei, o alcuni Tedeschi (nel caso) per i Tedeschi.
Di fronte a questa opinione generale [la colpa della Germania] così largamente diffusa nel mondo, noi ci sentiamo in obbligo a tornare sempre da capo, non solo a fare la nostra difesa, servendoci della semplice e ovvia distinzione tra la responsabilità politica e la colpa morale, ma anche a esaminare quanto possa esserci di vero nel pensare a base di idee collettive. Non si tratta di rinunziare a una tale distinzione, ma si tratta di limitarla e circoscriverla, affermando che la nostra condotta la quale determinò la nostra responsabilità, si spiega con le circostanze politiche per se stesse, nel loro insieme, le quali, dato che esse contribuiscono a determinare la condotta morale delle singole persone, hanno anche un carattere morale. Da queste circostanze nel campo della politica le persone singole non si possono separare in tutto e per tutto, dato che esse rendendosene o non rendendosene conto, vivono in esse e costituiscono dei membri che non si possono sottrarre a questa influenza, anche quando si siano messe all’opposizione. Così c’è anche qualche cosa come una colpa collettiva, dal punto di vista morale, nella maniera di vivere di una popolazione…
Per quello che fanno i nostri familiari noi sentiamo una certa complicità morale. E’ una corresponsabilità che non può essere espressa e determinata in maniera oggettiva. Infatti noi non ammetteremmo di dichiarare qualcuno colpevole solo in base al vincolo di parentela. Ma quando uno della nostra famiglia commette qualche cattiva azione, per il fatto che siamo dello stesso sangue siamo portati a sentirci in un certo senso anche noi colpevoli. Per questo anche siamo disposti a rimediare a quella cattiva azione a seconda delle condizioni e della maniera in cui essa ha avuto luogo e a seconda di chi ne è stato vittima, pur non essendo moralmente e giuridicamente responsabili per essa.
Così il Tedesco — chi cioè parla la lingua tedesca — si sente colpito anche lui da tutto ciò che deriva dall’anima tedesca. Non si tratta più della responsabilità politica dei cittadini di uno Stato. E’ una certa suscettività propria di chi, come uomo, fa parte della vita morale e spirituale tedesca, insieme con gli altri della medesima lingua, della medesima razza, e della medesima storia, suscettività in base alla quale non si può parlare di una vera e propria colpa, ma di qualche cosa di analogo alla complicità morale.
Inoltre noi non ci sentiamo soltanto partecipi di ciò che viene fatto attualmente nel senso che ci sentiamo moralmente complici solo dell’operato dei nostri contemporanei, ma ci sentiamo anche partecipi di tutto quello che fa parte della nostra tradizione. Noi dobbiamo accettare la colpa dei padri. Tutti noi portiamo la colpa del fatto che, tra le premesse spirituali su cui poggiava la vita tedesca, era data la possibilità di un tale Regime. Ciò non significa in alcun modo che noi dovremmo riconoscere l’origine dei misfatti nazional-socialisti nel «mondo delle idee tedesche», «nel pensiero tedesco del passato». Ma significa che nella nostra tradizione di popolo si nasconde qualche cosa che, possentemente e minacciosamente, determina il nostro pervertimento morale.
Noi ci riconosciamo come singoli individui, ma anche come Tedeschi. Ciascuno di noi, se veramente ha una sua personalità autentica, è il popolo tedesco. Chi non ha vissuto nella sua vita il momento quando, disperando della sorte del proprio popolo e opponendosi allo stato delle cose, ha detto a se stesso: Io purtroppo sono la Germania; o quando, in un tripudio fatto di consentimento per il proprio popolo, ha esclamato: Anche io sono la Germania?.[4]
A questo punto una idea della colpa c’è, ma c’è anche l’«anima tedesca». In effetti non si capisce che cosa significhi che i tedeschi, cioè una parte dei parlanti la lingua tedesca, siano, ciascuno considerato per se stesso, il popolo tedesco. Jaspers aveva condannato giustamente la «disposizione mentale a considerare gli uomini collettivamente», aveva sottolineato la differenza fra il contenuto di espressioni come «i Tedeschi» ed i singoli individui, ma usa proprio questa espressione «approssimativamente e senza esame critico» lasciando parlare, in sostanza, il suo sentimento. Non avendola definita, egli non potrebbe, sennatamente, parlare di storia comune, di tradizioni comuni. Comuni a chi? Ai tedeschi? Non è facile dirlo. La parola non individua, nel corso del tempo, né le stesse persone, la loro generazione, né lo stesso modo di essere. Ma se la si usa, come si fa nel contesto della «storiografia nazionale», con in mente l’idea che qualche cosa di comune, di esclusivo e di continuo riguardi per secoli gli abitanti di un territorio mal definito (i tedeschi), si perde di vista «ciò che è realmente accaduto», cioè gli uomini in carne e ossa, e si è costretti ad imputare una storia immaginaria ad un soggetto immaginario, «la Germania», dotata, poiché ad essa si attribuiscono caratteri umani, di un’«anima». L’idea che ciò che è capitato in Germania riguardi l’«anima tedesca», idea che vale tanto quanto l’attribuire il fulmine a Giove, può parere strana. Eppure è il modo comune di pensare e costituisce, in forma esplicita, il concetto-chiave dell’esame della colpa della Germania fatto da Meinecke. Le sue idee sono interessanti perché mostrano come si ponga la questione del riscatto, della guarigione, se l’imputato è l’«anima tedesca». Ecco come egli concepisce «le vie del rinnovamento tedesco»:
Il nostro compito come nazione non può essere oggi che quello di lavorare sotto l’insegna umanistica per purificare e rendere più intima la nostra vita spirituale. Le nostre case ci sono state distrutte, i nostri mezzi di sostentamento ci sono stati ridotti; ma nel terzo Reich anche per l’anima tedesca mancavano abitazioni e nutrimento. Riconquistarglieli, dovrebbe essere impresa per lo meno altrettanto pressante quanto la costruzione delle case e la produzione degli alimenti. I luoghi dove dobbiamo di nuovo stabilirci spiritualmente ci sono chiaramente assegnati. Essi si denominano religione e cultura dello spirito tedesco.[5]
Esaminati i fattori religiosi, e ridotta la questione a quella dello stabilimento del rispetto reciproco tra le diverse parti cristiane: la cattolica, e le varie tendenze protestanti, Meinecke continua:
Oggi il problema di massima importanza è quello di rendere intima la nostra esistenza. Abbiamo indicato la cultura dello spirito germanico come la seconda fonte, da cui quell’interiorità dovrebbe formarsi. L’opera che fu di Bismarck è rovinata per colpa di noi stessi, e al di là delle sue rovine dobbiamo andare a cercare i sentieri che ci riporteranno al tempo di Goethe. La sublimità morale di quell’età e delle privilegiate generazioni di allora ci si rivela attraverso la constatazione che molti individui singoli, riuniti tra loro in ristretti circoli per via di amicizie, perseguirono l’ideale di una propria cultura personale del tutto individuale, che però doveva avere un senso e un valore altamente umano, e in alto grado lo realizzarono. Sarebbe tanto più bello se lo spirito germanico potesse di nuovo affermarsi ed ascendere così libero, personale, spontaneo e senza coercizioni come allora, senza aver bisogno di essere coltivato nelle serre. Occorre invece sostenerlo in qualche modo con l’organizzazione, per poter offrire il primo nutrimento a coloro che hanno fame e sete di spirito e di bellezza… Facciamo dunque voti perché sorga in ogni città della Germania e in ogni località di qualche importanza una comunità omogenea di amici della cultura, cui vorrei dare il nome di «Comunità di Goethe». Si potrebbe però obbiettare: non si considererà tale istituzione in illecita concorrenza con la «Goethegesellschaft» (Società goethiana) da gran tempo esistente, col suo centro a Weimar e numerosi gruppi dipendenti? Spero di no, dato che i compiti sono ben diversi e dato che non dovrebbe esistere un monopolio di Goethe. Del resto posso benissimo raffigurarmi e augurarmi un rapporto di collaborazione non già nel campo organizzativo, ma nella comunanza del promovimento, tra i soci della Società Goethiana e le Comunità Goethiane.
Queste dovrebbero avere la funzione di trasfondere il grande spirito tedesco, offrendo agli ascoltatori insieme la più nobile musica e la più nobile poesia tedesca. La necessità, cioè la mancanza di libri cui ci siamo ridotti, causa l’incendio di tante biblioteche, librerie e case editrici, rafforza tale proposta. Chi oggi è ancora in possesso anche solamente dei suoi libri preferiti, della sua collezione completa di Goethe, Schiller, ecc.? A molti giovani l’accesso ai versi immortali di Hoelderlin, Moerike, C.F. Meyer, Rilke, potrà forse essere dischiuso in avvenire da uno di quei trattenimenti regolari poetico-musicali delle «Comunità goethiane», che ora ci auguriamo sorgano dappertutto quali salde istituzioni. Per esempio, ogni settimana, in una tarda ora del pomeriggio, e dove è possibile, perfino in chiesa! Poiché le basi religiose della nostra grande poesia giustificano, anzi esigono di essere rese evidenti anche con tale simbolo. L’inizio e la fine di tali trattenimenti siano poi sempre contrassegnati dalla grande musica tedesca: Bach, Mozart, Beethoven, Schubert, Brahms, ecc.
La lirica e la poesia concettuale possono poi formare l’intimo centro di tali trattenimenti. Lirica di quella meravigliosa specie che attinge il suo vertice in Goethe e in Moerike, dove l’anima diventa natura e la natura diventa anima; e profonda poesia concettuale, come quella di Goethe e Schiller, sono forse quello che v’è di più tedesco in tutta la produzione letteraria tedesca. Chi vi si immerge con tutto il suo essere sentirà un «character indelebilis» tedesco, qualche cosa di indistruttibile, in mezzo alla rovina della nostra patria e alla distruzione.
Oltre ai versi si dovrebbero far sentire in quelle riunioni anche scelti brani di prosa. Si potrebbe per esempio provvedere ad un piccolo «Manuale per le comunità goethiane» contenente cenni e programmi-tipo per i singoli trattenimenti, e in genere ogni specie di utili indicazioni pratiche. Non voglio scendere a particolari, per non interferire nella libera attività creatrice dei singoli. Tutta l’iniziativa dovrebbe in genere partire dai singoli, dalle personalità, da gruppi ristretti di persone che formerebbero da principio tra loro queste «Comunità goethiane», sviluppandosi il tutto liberamente qua in una, là in un’altra forma.[6]
Non c’è null’altro. Il problema della Germania si ridusse, per Meinecke, a quello della fondazione di circoli culturali. Egli si preoccupava persino del fatto che tali circoli potessero fare concorrenza ad altri circoli, preesistenti. Per quanto, ripetiamo, idee simili possano apparire strane, bisogna osservare che esse sono anche naturali. Se l’immagine imprecisa «i Tedeschi» si traduce in una «sostanza», se si pensa alla Germania come ad una sorta di individuo dotato di anima, il problema diventa a buona ragione pedagogico. Si tratta di insegnare a questa persona a comportarsi bene. Qualcuno dirà che noi pigliamo troppo sul serio delle metafore. Ma la questione resta. Che cosa significa «colpa della Germania»? l fatti in causa sono gravissimi, e noi abbiamo bisogno di una risposta, non di parole nobili, ma inconcludenti, sull’anima della Germania.
A questo proposito noi dobbiamo osservare che questa risposta è impossibile sinché non si spezza il mito nazionale. Jaspers dice bene che si tratta di colpa politica, ma perché la imputa ai tedeschi? La ragione prescrive che bisogna stabilire a quali persone possano essere imputate delle responsabilità circa l’avvento del nazismo e i suoi delitti. Soltanto dopo aver fatto questo esame noi potremo stabilire di chi è la colpa. Noi possiamo ricordare subito, ovviamente, responsabilità del governo francese, inglese, americano, italiano e via dicendo, responsabilità che comportano, per determinati individui francesi, inglesi, americani, italiani, responsabilità infinitamente maggiori di quelle che riguardano un tedesco qualunque, cioè la loro stragrande maggioranza. Ma, nonostante ciò, spinta dal mito nazionale, la nostra mente, pur ammettendo questi dati, pensa che qualche cos’altro conti di più, che ci sia fra i tedeschi un legame speciale che li ha sempre accomunati, li accomuna e li accomunerà, un legame per il quale il regime di Hitler riguarderebbe più davvicino qualunque tedesco che, poniamo, uno statista italiano, inglese e così via che l’abbia esplicitamente appoggiato nella politica internazionale.
In tal modo il mito nazionale, che fa di un semplice «status» ideologico — la «nazione» — un fattore permanente della storia, e quindi un centro di imputazione di tutti gli avvenimenti umani, dopo aver generato, con la sistemazione nazionale dell’Europa, l’anarchia internazionale dalla quale scaturirono i fenomeni totalitari e la spaventosa seconda guerra mondiale, induce ora gli uomini a pensare all’«anima della Germania» invece che ai fatti realmente accaduti, fatti che si spiegano se si tiene conto di quali fossero i modi di acquisto e di mantenimento del potere politico in Germania nell’ultima fase della vita del sistema europeo degli Stati, modi che spingevano al potere i folli e cacciavano nell’ombra i saggi.
 
Mario Albertini


[1] Karl Jaspers, Die Schuldfrage, trad. ital. (La colpa della Germania), Napoli, 1947, p. 49.
[2] Jaspers, op. cit., pp. 31-3.
[3] Jaspers, Op. cit., pp. 41-4.
[4] Jaspers, op. cit., pp. 86, 90-1.
[5] Friedrich Meinecke, Die deutsche Katastrophe, trad. ital., Firenze, 1948, p. 172.
[6] Meinecke, op. cit., pp. 176, 182-4.

 

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