Anno II, 1960, Numero 6, Pagina 358

  

 

SERVI E PADRONI
 
 
Riportiamo, per il suo carattere di manifestazione tipica di un certo modo di pensare, un articolo apparso su «L’industria lombarda» dell’8 ottobre scorso sotto il titolo «Difendersi e contrattaccare».
L’articolo, che tratta del problema del Tirolo del Sud, ci sembra chiaro esempio di come stiano ritornando a galla il linguaggio, gli atteggiamenti e i comportamenti tipici delle manifestazioni estreme del nazionalismo, che, senza ombra di dubbio, oltrepassati certi limiti, per dire pane al pane e vino al vino, possiamo chiamare fasciste. Vi ritroviamo i concetti dei «secolari nemici», della loro perfida malvagità, della eternità della «nazione italiana» a pro della quale gli italiani avrebbero lottato da secoli, del revanscismo nei confronti di torti ingiustamente subiti, del primato dell’Italia nel concerto delle altre nazioni e così di seguito. Non vale neppure la pena di mettere in luce analiticamente quante volte in questo articolo la deformazione nazionale falsi il giudizio storico e politico e la stessa realtà passata e presente.
Lo Stato italiano data dal 1861, ma potrebbe aver avuto nemici fin dal 1713; l’impero asburgico sarebbe caduto per effetto e «sotto l’impeto del trionfo italiano di Vittorio Veneto» (non si tiene conto della complessità dei fattori politici e militari e della molteplicità di forze che ne determinò lo sfasciamento); nel Sud-Tirolo giocherebbero solo «il rimpianto asburgico, rigurgiti pangermanisti, ritorni scandalosi di nazismo hitleriano e demagogia elettorale»; la questione sud-tirolese sarebbe una questione interna italiana pur essendo regolata da un trattato di diritto internazionale; la Germania di Bonn sarebbe ormai «ostile» all’Italia; Cesare Battisti si sarebbe sacrificato per dare «alla Patria le frontiere del Brennero», e via dicendo. La realtà storica è ben differente: il ritorno di atteggiamenti e di individui ex-nazisti e pangermanisti nella Volksparteiè in rapporto con la mancata esecuzione effettiva dell’accordo De Gasperi-Gruber (e sia chiaro che noi condanniamo con altrettanto vigore questi atteggiamenti e questi individui); Cesare Battisti ritenne sempre che i confini italiani dovessero essere fissati alle Chiuse di Salorno (e la vedova lo ripeté sempre fino alla morte), e così via. Ma la realtà storica evidentemente dispiace, quando non serve i tabù dello Stato nazionale, e siccome è questo il tabù che bisogna servire, eccone i risultati:
 
DA QUANTI ANNI l’Austria ci è nemica? Da quando scomparve la dominazione spagnola dall’Alta Italia sostituita dal sacro romano impero, e cioè dalla pace di Utrecht (1713) che la rese arbitra di Milano, Mantova, ecc.
Caduta la Repubblica di Venezia, dissolto il relativamente breve Regno Italico, effimera creazione napoletana, l’Austria divenne la potenza predominante nella nostra penisola (i ducati erano suoi satelliti e lo stesso dominio del Papa, nonché il Regno di Napoli avevano da Vienna protezione e aiuti). Soltanto il Piemonte manteneva la propria indipendenza. Non è quindi esagerato affermare che il Risorgimento si è fatto contro l’Austria.
Stroncata la potenza militare austriaca sui campi di Magenta e Solferino (1859), i ducati vennero spazzati via dai plebisciti, cui seguì immediatamente la spedizione dei Mille e il crollo del Regno delle Due Sicilie (1860-61). Poi l’annessione di Venezia (1866).
Si comprende come una lunga abitudine di impero particolarmente sulle nostre province del Nord, abbia lasciato tracce profonde nei ceti dirigenti dell’Impero, dissolto sotto l’impeto del trionfo italiano di Vittorio Veneto; ed è naturale che sopravvivano i nostalgici degli splendori tramontati per sempre. L’attuale ostinata campagna austriaca per l’autonomia della provincia di Bolzano è un riflesso di questo stato d’animo che non vuole rassegnarsi alla realtà.
Però tale constatazione non basta ad assolvere dalla colpa di stoltezza gli uomini politici del Governo di Vienna. Perché supporre che l’Italia, la quale ha sofferto e lottato per secoli allo scopo di raggiungere la sua fisionomia storica, che ha combattuto e sacrificato seicentomila dei suoi figli migliori nella prima guerra mondiale, per stabilire le sue frontiere alpine, subalpine e marittime (riperdute in parte queste nella seconda guerra mondiale, nel modo che tutti, in Italia, deplorano e non dimenticano), supporre che voglia riaprire le sue porte settentrionali a profitto della «secolare nemica» giustamente e democraticamente, e cioè in omaggio a quel principio della libertà dei popoli che essa calpestò per mezzo millennio, sotto la guida illuminata degli Asburgo, è strano e indegno di una classe politica che ha dietro le spalle sì lunga e movimentata esperienza, e che dovrebbe aver, almeno, la virtù della rassegnazione.
L’Impero asburgico, per ciò che concerne l’Italia, è definitivamente morto. Le nostalgie dei devoti superstiti nel Tirolo e di Vienna sono malinconie irrealizzabili, quando non siano aspirazioni assurde e grottesche.
Il Governo italiano, prima con De Gasperi (e si capisce, dati i precedenti dell’uomo politico), poi coi Governi successivi, offrì a Vienna il pretesto per alimentare una agitazione irredentistica nella quale si confondono i più disparati elementi: rimpianti asburgici, rigurgiti pangermanistici, ritorni scandalosi di nazismo hitleriano, ignoranza della realtà storica e attuale, demagogia elettorale, ecc., il che per un meschino residuo di grande potenza com’è l’Austria è un po’ troppo.
Dobbiamo ricordare, per la verità, che c’è stato, anche nella politica italiana verso le pretese austriache, qualche fuggevole momento di lucidità e di dignità patriottica. Quando il Presidente della Repubblica si recò in Alto Adige accompagnato dall’on. Tambroni, questi ebbe a dire ben chiaro che la vertenza dell’Alto Adige, non rivestiva carattere internazionale, ma era cosa che riguardava esclusivamente la politica interna italiana. E fu precisamente quando l’on. Tambroni assunse la Presidenza del Consiglio dei Ministri che il Governo nostro propose prima un incontro dei due capi di Governo di Roma e di Vienna, poi di deferire la controversia alla Corte Internazionale dell’Aja. Proposte entrambe respinte dall’Austria, che voleva trasferire dal campo giuridico al campo politico la discussione sul problema. Accogliendo le proposte di Roma — le sole legittime —, la campagna demagogica scatenata dagli irredentisti tirolesi con la complicità del Governo di Vienna, perdeva ogni senso, era condannata. Così ci si avviò, caduto l’on. Tambroni, e malgrado le deboli resistenze dell’on. Segni, al dibattito in seno alle Nazioni Unite. L’on. Martino e l’on. Segni hanno illustrato le ragioni italiane. Vedremo se in un’assemblea così confusa e turbata com’è quella dell’O.N.U., specialmente dopo l’intervento perturbatore di Krusciov e degli staterelli nati ieri e ammessi a parità di diritti con le potenze antiche e responsabili di Europa e d’America, sarà fatta giustizia all’Italia.
Intanto, la campagna denigratrice e calunniosa diretta da Vienna, che ha mobilitato tutti i bassi fondi della sua politica, e sollecitato con risultato positivo la solidarietà del nazismo pangermanistico in Baviera (che fu base dell’azione hitleriana e che sta ridiventando un elemento di disordine europeo), e nella stessa Germania di Bonn; intanto, dico, questa campagna senza ritegno continua.
Ai giornali austriaci fanno eco giornali tedeschi. Un ministro di Bonn esalta i diritti dei sud-tirolesi, nati o residenti in Italia (l’Alto Adige è Italia), i campioni del nazismo più idiota imposto da Hitler riacquistano coraggio e voce, e lo stesso Adenauer si mostra perplesso e indeciso, cioè ostile all’Italia. Bisognerà ricordarsene, prima che sia troppo tardi. Pan per focaccia. Europa? Sì, ma innanzi tutto Italia. Sacrosanto, limpido dovere che richiede decisione ed energia.
I tedeschi tengono bordone al fantasma austriaco? Vogliono per mezzo suo riaffacciarsi sul giardino d’Europa? E allora rinuncino a chiedere la nostra solidarietà contro il bolscevismo che minaccia la guerra sterminatrice, se gli occidentali (Italia compresa) insistono per la riunificazione delle due Germanie in una potenza libera e indipendente.
L’Italia deve innanzi tutto difendere se stessa, entrando a fronte alta nella libera Europa di domani. Difendersi, dunque, e contrattaccare senza esitazione e senza viltà. E’ la politica — dimenticata troppe volte in questo dopoguerra — che conviene all’Italia, madre d’Europa. Si voglia o no.
Ricordare Cesare Battisti, trentino, sacrificatosi per dare alla Patria la frontiera del Brennero; Battisti oltraggiato dai sobillatori dei neonazisti e nostalgici degli Asburgo che minacciano, complice il Governo austriaco, la pace e la sicurezza d’Italia.
Ricordarsi, per difendersi e contrattaccare, come fanno i popoli che hanno coscienza di sé.
 
***
 
Dopo aver letto cose simili, non ci stupiamo più se nel 1958 venne inaugurato a Bolzano, sul frontone del palazzo delle imposte, un bassorilievo con un milite a cavallo con la faccia di Mussolini, e la scritta Credere, Obbedire, Combattere. Vogliamo invece mettere in evidenza una idea falsa. Dato che l’articolo in questione è apparso sul giornale degli industriali lombardi, un mezzo pensiero molto diffuso ribadirà l’equazione fascismo eguale capitalismo e ricorderà l’origine «capitalistica» del fascismo (fuori del marxismo ufficiale, vedi ad esempio I padroni del vapore di Ernesto Rossi).
L’idea è appunto falsa. Il precedente del fascismo non è il capitalismo ma la ragion di Stato dello Stato italiano, che diffuse il nazionalismo tanto a destra quanto a sinistra. Herbert Lüthy, proprio nel penultimo fascicolo de «Il Federalista», mise in guardia conto la distinzione artificiosa tra sentimenti nazionali e nazionalistici. Chi accetta come quadro di espressione della sua personalità lo Stato nazionale serve un idolo: la nazione. Non desta perciò stupore il ritrovare atteggiamenti quasi fascisti in tutti i partiti nazionali: quando sono in gioco le questioni che riguardano la sovranità dello Stato la tradizionale divisione di destra e sinistra non è significativa. In effetti circa il problema sudtirolese, abbiamo visto ancora una volta le estreme toccarsi, abbiamo sentito i comunisti parlare di sacri confini, come gli esponenti della destra reazionaria.[1] D’altra parte abbiamo visto invece un settimanale esso pure espressione di ambienti industriali, quale «Mondo Economico»,[2] assumere ripetutamente un atteggiamento onesto e chiaro in favore della concessione di una reale autonomia alla provincia di Bolzano, e una rivista socialista come «Critica Sociale» giungere alle stesse conclusioni.[3]
Questi fatti non verificano l’equazione fascismo = capitalismo. In realtà il fascismo ha preso corpo solo negli Stati nazionali del continente, mentre il capitalismo negli U.S.A. e nel Regno Unito ha mostrato la sua compatibilità con sviluppi democratici e sociali.
Il protezionismo è più una conseguenza economica di fattori politici che il sottoprodotto politico di fattori economici. In ogni modo, a guardare ciò che accade, si costata che molti industriali si incamminano con serietà nella difficile attuazione del mercato comune mentre i più tra i marxisti farneticano sulla via nazionale: i primi si dimostrano così internazionalisti (e quindi non nazionalisti, non fascisti) mentre i secondi combinano il fattore nazionale con quello sociale senza sentirsi nemmeno prudere la schiena.
Per queste ragioni è tanto più grave che, per inerzia più che per meditate convinzioni, certi industriali permettano prese di posizione come quelle dell’articolo riportato. In tal modo essi contribuiscono ad alimentare l’equivoco dell’equazione fascismo = capitalismo che non corrisponde a quanto essi fanno ora nel settore economico, e rinunziano a presentarsi con il loro vero aspetto indirizzando l’opinione pubblica verso il liberismo internazionale modernamente inteso, cioè verso il federalismo ed il ripudio assoluto del nazionalismo. Naturalmente certi equivoci sono inevitabili sinché non si mette in discussione il principio stesso dello Stato mononazionale e non ci si propone di superarlo, ma lo si accetta come un dato immodificabile della vita politica. In questo caso non si ha vera intelligenza di un fattore importantissimo delle diagnosi storico-politiche, la componente internazionale della vita interna degli Stati, si resta disarmati contro il pensiero semplicistico che intende il fascismo come un fenomeno riferibile alla divisione della società in classi e la lotta al fascismo come una lotta di classe, si distingue in modo arbitrario fascismo e nazionalismo (indignandosi quando qualche storico serio mette in vista nella trama stessa dei fatti la continuità tra «risorgimento» e fascismo[4]) e così via.
Eppure nulla di serio, al di fuori del mito nazionale che diventa giorno per giorno sempre più ridicolo, lega imprenditori, managers, tecnici, tutti i lavoratori, allo Stato nazionale, che non fornisce più né un serio quadro di vita scientifica, tecnica ed economica, né un principio positivo di coesione sociale.
 
Mario Albertini


[1] Quasi tutti i leaders politici, per il fatto stesso che devono giustificare il potere che posseggono o cui ambiscono, cascano spesso nel linguaggio nazionalistico senza avvedersene. Gli italiani avranno notato come avessero carattere rituale, e suonassero vecchi e fastidiosi, gli accenni nazionalistici all’«Italia non si tocca» e con i quali molti leaders politici esposero in «Tribuna elettorale», senza nemmeno saperla inserire nel loro discorso politico, la questione altoatesina allora dibattuta all’O.N.U.
[2] Cfr. L’ora critica dell’Alto-Adige, «Mondo Economico», n. 2, a. XV, 9 gennaio 1960. Si legga anche, sullo stesso periodico (n. 43, a. XV, 22 ottobre 1960) la sottile satira del nazionalismo nell’articolo Stultitiae N. I2.
[3] Cfr. Carlo Sarteschi, L’Alto-Adige ossia la confusione, «Critica Sociale», n. 20, a. 52, 20 ottobre 1960.
[4] Come nel caso della pregevole Storia d’Italia dal 1861 al 1958 di Denis Mack Smith.

 

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