Anno LX, 2018, Numero 2-3

 

 

UNA NUOVA EUROPA PER DIFENDERE
GLI INTERESSI DEI CITTADINI EUROPEI*

 

 

Obiettivi

Diversi studi e documenti evidenziano i vantaggi attuali dell’appartenenza all’Unione europea (UE) per i cittadini degli Stati membri (es. pace, concorrenza, moneta, ecc.) e questi vantaggi prima della recente crisi economica risultavano condivisi dagli stessi Stati membri e dalla maggior parte della opinione pubblica (risultati elezioni e sondaggi).

Non solo, ma altri studi, documenti (in particolare del MFE — Movimento federalista europeo) ritengono che questi vantaggi possono aumentare attribuendo all’UE ulteriori competenze attualmente gestite dagli Stati membri (es. economia, politica estera, sicurezza e pace, sostenibilità ambientale). Per contro, specialmente dopo la recente crisi economica e l’aumento delle immigrazioni dai paesi extra-UE, ciò non risulta più condiviso da diversi Stati membri e da una parte crescente dell’opinione pubblica, come dimostrano le recenti elezioni politiche in diversi Stati europei, in quanto non si crede che l’UE sia in grado di soddisfare i loro bisogni in queste materie.

Per cercare di fare un poco di chiarezza su queste problematiche credo sia necessario, utilizzando un linguaggio semplice, diretto agli euroscettici e non solo agli europeisti:

— dimostrare che l’UE attuale, limitatamente alle competenze e risorse ad essa assegnate dagli Stati, è comunque conveniente per i suoi cittadini, sia per l’affermazione dei valori che l’hanno ispirata, sia per la difesa dei loro interessi specifici;

— evidenziare l’ulteriore convenienza pratica per i cittadini della assegnazione all’UE delle competenze su alcune altre materie, che sino ad ora gli Stati membri hanno mantenuto per sé, allo scopo di difendere meglio degli stessi Stati i valori e gli interessi che stanno loro a cuore.

In questo modo si vuole per quanto possibile aiutare i cittadini a farsi un’idea oggettiva sulla utilità dell’UE per loro, cercando di evitare che siano influenzati da informazioni incomplete o anche funzionali a interessi di parte che vanno contro i loro veri interessi.
 

Gli interessi dei cittadini

In generale, credo occorra:

— chiarire che l’UE attuale è frutto delle scelte degli Stati membri (in particolare tramite il Consiglio europeo), che hanno lasciato gestire alle istituzioni europee solo alcune materie con un bilancio ridotto, mantenendo a livello nazionale le altre competenze. Di conseguenza gli Stati membri non dovrebbero chiedere all’UE di risolvere problemi che, secondo i Trattati, questa non ha il potere e le risorse per affrontare. Infatti occorre prendere atto che l’UE non è una vera unione politica democratica e che le decisioni delle sue istituzioni sono condizionate in gran parte dal volere degli Stati membri.

— dimostrare che l’UE non è un vincolo ma una opportunità per i cittadini, in quanto è per loro conveniente il trasferimento a livello europeo di poteri e risorse, anche se limitatamente a materie che possono essere meglio affrontate a questo livello invece che a quello dei singoli Stati (che conservano gli altri poteri, secondo il principio di sussidiarietà attuato tramite il federalismo). Questo principio consente infatti allo stesso tempo l’ottimizzazione della gestione ed il controllo democratico di questi poteri ai diversi livelli istituzionali (compresi quelli regionali), lasciando quindi agli Stati la gestione di tutti quelli che non è conveniente attribuire all’Unione Europea.

A tale scopo, in particolare, partendo dal motto che “per vincere occorre convincere”, con la dovuta modestia di fronte a queste problematiche così rilevanti e complesse, proverò di seguito a individuare schematicamente gli interessi principali, sia passati che nuovi, che, sulla base degli studi prima citati e dei temi più dibattuti negli Stati membri ed in particolare in Italia, i cittadini europei chiedono siano difesi da parte della politica, evidenziando:

1) l’attuale percezione di come la difesa di questi interessi viene realizzata a livello nazionale o a livello europeo;

2) la natura degli interessi e la capacità o incapacità attuale dell’Europa o degli Stati nazionali di difenderli;

3) i risultati già raggiunti o meno dall’UE nella difesa di questi interessi;

4) i vantaggi possibili dell’affidamento all’UE della difesa di questi interessi nel futuro;

5) le modalità per rendere capace l’Unione Europea di difendere questi interessi nel futuro, seguendo il principio della sussidiarietà (cioè del federalismo).

Vengono quindi predisposte di seguito delle schede relative agli interessi che si ritengono più rappresentativi dei bisogni pratici che i cittadini chiedono siano soddisfatti dalla politica, cercando di chiarire perché e come siano o possano essere meglio gestiti democraticamente in un’unione federale europea, oppure lasciati ai singoli Stati membri, non in concorrenza ma anzi in sinergia con gli stessi Stati. A tale scopo si cercherà da un lato di fornire chiarimenti oggettivi relativi al dibattito in corso su tali temi e da un altro lato di delineare una configurazione istituzionale di una nuova Unione europea in grado di soddisfare meglio gli interessi dei cittadini, senza perdere i vantaggi già acquisiti e rendendo compatibile l’accentramento di alcuni poteri con la conservazione di quelli che possono essere meglio realizzati a livello degli Stati: una Europa più forte con Stati più forti.

Tali interessi si crede riguardino: a) l’immigrazione; b) la sicurezza e la pace; c) il mercato unico e la concorrenza; d) l’euro; e) il patto di stabilità e crescita; f) l’occupazione; g) la tutela ambientale; h) la burocrazia e il bilancio; i) la solidarietà e il welfare; l) la democrazia e la capacità decisionale.

Ovviamente questa analisi è suscettibile di ulteriori approfondimenti da parte di specialisti delle diverse materie per darle maggiore completezza e oggettività possibile, per cui è da considerare un lavoro preliminare, un semilavorato che auspico possa costituire una base di riferimento iniziale per ulteriori riflessioni ed arricchimenti.

La difesa degli interessi dei cittadini da parte di una nuova UE

a) Interesse nel campo dell’immigrazione.

1 — attuale percezione della difesa di questo interesse a livello nazionale od europeo:

da parte dei paesi europei di primo accesso dell’immigrazione (es. Italia) difficoltà a gestire flussi elevati di arrivi e quindi richiesta che questo interesse sia difeso a livello europeo. Da parte di alcuni paesi europei di secondo accesso (es. Germania) disponibilità ad accettare le quote di immigrati proposte dalle istituzioni europee (la Commissione), mentre da parte di altri paesi (es. gruppo di Visegrad) indisponibilità ad accettare tali quote, anche per la loro collocazione geografica.

Non è percepita alcuna utilità dell’UE e ancora meno dei singoli Stati membri per risolvere i problemi strutturali dell’immigrazione agendo sulle cause di tale fenomeno anziché solo sugli effetti.

2 — natura dell’interesse e capacità o incapacità attuale dell’Europa o degli Stati di difenderlo:

accanto all’immigrazione da paesi extra-UE dovuta ad emergenze per guerre locali, es. in Medio Oriente, sta sempre più aumentando quella dovuta alla crescita demografica dei paesi di provenienza, che questi non possono sostenere per la carenza di risorse a causa di sottosviluppo e di peggioramenti climatici (carestie, siccità, specie in Africa). Ciò, in presenza della contestuale decrescita demografica dei paesi europei, fa prevedere che questo fenomeno continui nel futuro (secondo l’ufficio statistico dell’UE Eurostat nei prossimi 60 anni i 28 Stati membri dovrebbero accogliere circa 65 milioni di migranti — un milione all’anno — per compensare il calo demografico al loro interno — la Stampa, 4 guigno 2018). Difficoltà degli Stati europei di primo accesso degli immigrati (es. Italia) nel gestire l’emergenza individualmente a breve e medio/lungo termine, a fronte di una maggiore facilità di contrastarla da parte dei paesi di secondo accesso per collocazione geografica (es. gruppo Visegrad).

Sino ad ora, impossibilità dell’Unione europea, per mancanza di poteri di coercizione e di sanzione nei confronti degli Stati membri, di imporre quote di immigrati agli Stati stessi. Di conseguenza, occorre sottolineare che sono i paesi membri a dovere assegnare all’Europa i poteri per affrontare e risolvere questa emergenza, anche rivedendo il trattato di Dublino. Nel breve e medio termine si evidenzia comunque la convenienza per i cittadini dei paesi di primo accesso (minori prezzi e maggiori servizi e apporti fiscali/contributivi), ad avere nuova di forza lavoro per coprire fabbisogni di occupazione in lavori non accettati da lavoratori nazionali o utilizzata in nero da parte di sfruttatori (es. secondo le valutazioni dell’INPS, in Italia i migranti regolari versano ogni anno 8 miliardi di euro di contributi e ricevono 3 miliardi in pensioni).

3 — risultati già raggiunti o meno dall’UE nella difesa di questo interesse:

assegnate dall’UE quote di accoglienza degli immigrati ai paesi membri, accettate però solo da alcuni di essi (es. Germania) ma non da altri (es. gruppo paesi di Visegrad) in mancanza di un potere europeo di imposizione. Forniti aiuti economici e organizzativi a paesi di primo accesso dell’immigrazione (es. Italia) tramite Frontex e stipulati accordi con la Turchia per trattenere i profughi, su richiesta di alcuni Stati (es. Germania). Assenza di azioni rilevanti sulle cause che originano questo fenomeno, salvo l’intenzione della UE di aiutare i paesi extra-UE di provenienza dell’immigrazione come estensione del Piano Junker (v. scheda f), mentre vengono forniti aiuti da parte dei singoli Stati membri ai paesi di provenienza limitatamente a loro specifici interessi.

4 — vantaggi possibili dall’affidamento all’UE della difesa di questo interesse nel futuro:

a breve/medio termine: capacità dell’UE di aiutare gli Stati membri nell’assorbire e integrare livelli di immigrazione quantitativamente e qualitativamente necessari all’Europa.

A medio/lungo termine: capacità dell’UE di contrastare a monte le cause dell’immigrazione in eccesso rispetto a quella necessaria (guerre, carestie, disastri ambientali, ecc.). A tale fine occorre accompagnare o sostituire gli interventi militari attuali, normalmente non risolutivi, con accordi con gli Stati di origine dell’immigrazione mirati a fornire aiuti adeguati per il loro sviluppo economico ed occupazionale (es. Piano Marshall che, in base alla esperienza USA, potrà essere senza oneri per l’Europa, ma anzi con ricadute positive anche sull’occupazione europea — v. scheda f), nonché sulla tutela ambientale (v. scheda g).

Le risorse necessarie per queste azioni possono essere reperite anche ricorrendo a debiti garantiti dalla Banca europea degli investimenti e remunerati con il ritorno economico ottenuto dagli investimenti effettuati nei paesi di provenienza dell’immigrazione.

Da ricordare che i recenti tentativi di accordi tra singoli Stati europei per la distribuzione della quote di immigrati hanno avuto esito negativo, a dimostrazione che tale problema può essere risolto solo a livello UE con una adeguata attribuzione di poteri di imposizione.

5 — modalità per rendere l’Unione europea capace di difendere questo interesse nel futuro:

secondo il principio di sussidiarietà, le competenze vanno distribuite tra i diversi livelli istituzionali (regioni, Stati e UE) in relazione alla loro capacità di risolvere i problemi. Di conseguenza la garanzia che nel breve termine l’onere della accoglienza e dell’integrazione dei profughi sia distribuito tra più paesi europei può essere assicurata solo tramite attribuzione di maggiori poteri e risorse ad un governo federale dell’UE che si occupi della sicurezza e della difesa. Parimenti il contrasto alle cause che generano l’immigrazione può essere assicurato tramite l’attribuzione all’Ue di poteri nella politica economica e nella politica estera.
 

b) Interesse nel campo della sicurezza e la pace.

1 — attuale percezione della difesa di questo interesse a livello nazionale od europeo:

si dà per scontato che la pace all’interno dell’Unione europea sia un risultato acquisito per sempre, ma senza la certezza che tutti i governanti e cittadini abbiano la consapevolezza che solo le istituzioni comuni europee (a partire dalla CECA — Comunità europea del carbone e dell’acciaio) hanno consentito tale risultato, secondo quanto voluto dai padri fondatori. Da tenere presente comunque, come dimostrano casi recenti di ripresa dei nazionalismi (a partire dalla guerra in Jugoslavia), che questa conquista è sempre reversibile.

Mentre si ritiene adeguata la difesa dalla criminalità comune da parte dei paesi europei, non si ritiene invece che l’UE sia in grado di affrontare la lotta al terrorismo di origine internazionale e la risoluzione delle guerre esterne che lo originano. Tuttavia gli Stati membri non ritengono opportuno affidare all’UE le competenze e le risorse per gestire direttamente questi interessi a livello internazionale. Pesa su questa scelta la possibilità di delegare ad altri organismi (NATO e USA) la gestione delle guerre extra-UE ed anche il desiderio di conservare la potenza militare e la rappresentanza qualificata all’ONU (membri del Consiglio di sicurezza) di alcuni Stati europei (Inghilterra e Francia) che preferiscono curare autonomamente i propri interessi in politica estera.

2 — natura dell’interesse e capacità o incapacità attuale dell’Europa o degli Stati nazionali di difenderlo:

le conseguenze nefaste della guerra, in termini di perdita di vite umane e di beni, sono note a tutti, come dimostrato purtroppo di recente anche dalle ricadute di guerre e terrorismo vicini ma esterni all’Europa. Per queste ultime problematiche però l’UE non ha avuto dagli Stati membri l’assegnazione delle competenze e delle risorse (difesa e politica estera comune) che le consentano di affrontarle adeguatamente. Per cercare di far terminare queste guerre, come si è visto in precedenza, gli Stati membri preferiscono infatti ricorrere a missioni militari internazionali. Ma queste, se possono anche contribuire a breve termine al superamento delle emergenze, a medio-lungo termine non rimuovono però le cause delle guerre (es. povertà e cause che la provocano: sfruttamento di risorse da parte di altri paesi, peggioramento delle situazioni ambientali, ecc.), come dimostra il protrarsi di diverse missioni (es. Afghanistan) e l’aumento dell’immigrazione, che fugge da queste guerre, verso i paesi europei.

La sicurezza interna all’Europa dipende dalla capacità di gestire la delinquenza e il terrorismo nei confronti di soggetti che risiedono nei paesi europei. Mentre la delinquenza è stata da tempo contenuta tramite la collaborazione instaurata tra gli Stati europei ed il terrorismo locale di alcuni Stati è stato debellato anche in seguito alla integrazione di questi Stati nell’Unione europea (v. punto seguente), il terrorismo internazionale ha trovato impreparata l’Europa. Ciò è dovuto alla mancata attribuzione di poteri di sicurezza alle istituzioni europee, anche se nel caso dei recenti attentati del terrorismo di fonte ISIS gli apparati di sicurezza nazionale si sono dovuti coordinare per scambiarsi informazioni e gestire congiuntamente le azioni in grado di contrastarli, il che dimostra che questa emergenza può solo e meglio essere gestita a livello europeo.

3 — risultati già raggiunti o meno dall’UE nella difesa di questo interesse:

il principale risultato consiste in oltre 70 anni di assenza di guerre tra Stati europei per la messa in comune sotto un’autorità supernazionale delle risorse economiche, in particolare del carbone e dell’acciaio (CECA), il cui possesso era da sempre all’origine delle guerre europee.

Alcuni risultati, ma parziali e insufficienti, sono stati raggiunti tramite il coordinamento tecnico tra Stati europei per combattere il terrorismo, anche se c’è stata la vittoria militare sull’ISIS da parte di paesi extra-UE. Infatti, per il perdurare di altre guerre (es. Libia) o anche dopo la loro conclusione, come quella contro lo stesso ISIS, se non vengono eliminate le cause che le hanno originate o gli effetti che hanno provocato, persistono gli effetti negativi, come l’immigrazione per sfuggire alla povertà (v. scheda a).

Si ricorda anche che alcune sacche di terrorismo in paesi membri dell’UE sono state eliminate nel passato all’interno degli Stati europei proprio con il concorso dell’Europa, che ha favorito lo sviluppo di regioni povere ed il rispetto dei diritti (es. Irlanda).

4 — vantaggi possibili dall’affidamento nel futuro all’UE di questo interesse:

sono evidenti i vantaggi di continuare a beneficiare del mantenimento della pace tra gli Stati europei, per cui non sembra in discussione l’affidamento all’UE di questo compito. Diversamente, per i conflitti esterni all’UE, come già visto, alcuni Stati membri, in particolare quelli che dispongono di forze armate rilevanti, seggi nel Consiglio di sicurezza dell’ONU e hanno interessi in paesi extra-UE, ritengono più conveniente continuare a ricorrere agli aiuti internazionali per mantenere per sé queste competenze e non delegarle all’UE. Ma ultimamente il venir meno di questo ruolo supplente da parte degli USA nei confronti dell’UE richiede che venga ripensata tale scelta, tenendo conto che una difesa ed una politica estera comune dell’UE consentirebbero:

— una maggiore autonomia nel decidere quali conflitti affrontare ed una maggiore capacità di ottenere risultati per la vicinanza ai problemi locali;

minori costi e maggiore qualità della difesa comune rispetto all’insieme degli Stati membri per le economie di scala possibili che possono compensare i maggiori costi per i maggiori contributi al finanziamento degli organismi sovranazionali di difesa (secondo le valutazioni 2013 dell’Istituto affari internazionali e del Centro studi sul federalismo, il costo della non Europa in materia di difesa, corrispondente alla differenza tra il livello di efficienza della spesa europea rispetto a quello USA, è stimato come minimo pari a 115,7 miliardi di euro e come massimo a 173 miliardi di euro/anno);

maggiore potere dell’insieme dei paesi membri dell’UE negli organismi internazionali per una politica estera comune. Ciò comporta anche un risparmio di costi per la razionalizzazione della struttura di rappresentanza internazionale dell’UE e dei paesi membri (es. ambasciate).

Infatti è da tenere presente al riguardo che gli USA sono nati affidando questi poteri al livello federale in quanto da un lato non si voleva lasciarli ai singoli Stati, sia per avere maggiore forza esterna, sia per impedire la nascita di altre guerre (come avveniva in Europa), e da un altro lato si voleva affidarli ad una istituzione (il Presidente federale) con poteri superiori agli Stati, in quanto eletto direttamente dai cittadini e non dagli Stati membri. Accanto alle forze armate federali negli USA è stata però mantenuta la Guardia nazionale gestita dai singoli Stati, a controprova della validità e flessibilità del principio di sussidiarietà.

5 — modalità per rendere l’Unione Europea capace di difendere questo interesse nel futuro:

secondo il principio di sussidiarietà occorre affidare ad un governo federale dell’UE la politica estera e la difesa (v. anche scheda a) per assicurare la pace anche a livello extra-UE, salvaguardando i livelli di competenza più appropriati (es. tramite la creazione della Guardia nazionale).
 

c) Interesse nel campo del mercato unico e della concorrenza.

1 — attuale percezione della difesa di questo interesse a livello nazionale od europeo:

secondo un’indagine del 2006 della Commissione europea fatta su 25000 cittadini e 7500 imprese dei 27 Stati, nei primi 15 anni di funzionamento dal 1993 al 2008, si ritiene che il mercato unico delle merci, capitali e persone sia in prevalenza vantaggioso per tutti (in particolare per minori costi e prezzi di prodotti/servizi — v. punti seguenti). Per contro sono presenti anche alcuni aspetti critici: privilegi per le imprese di maggiori dimensioni, insufficiente difesa dalla mondializzazione, insufficiente capacità di garantire benefici a tutti ed in particolare alle piccole e medie imprese, lacune di regolamentazione e insufficienti benefici per i cittadini.

2 — natura dell’interesse e capacità o incapacità attuale dell’Europa o degli Stati nazionali di difenderlo:

come testimoniano le esperienze di paesi con rilevante popolazione analoga all’Europa (es. USA), l’elevata libertà di circolazione e di valorizzazione dei fattori produttivi genera minori costi dei prodotti e dei servizi per effetto della concorrenza. In questo modo si favoriscono anche maggiori dimensioni aziendali in grado di essere competitive a livello internazionale (es. multinazionali in USA). Per l’Europa esistono potenzialità analoghe a quelle USA per l’elevato numero di cittadini (500 milioni circa), in seguito alla creazione nel 1993 del mercato unico. Questo mercato unico infatti ha portato nei successivi 15 anni significativi vantaggi per tutti, a seguito alla libera circolazione di persone, merci e servizi (v. punto 3 seguente), alla fine di un processo iniziato nel 1951 con la CECA (che ha anche contribuito al mantenimento della pace).

3 — risultati già raggiunti o meno dall’UE in questo campo:

nell’indagine della Commissione europea di cui al punto 1 vengono evidenziati i seguenti vantaggi del mercato unico:

Per i cittadini:

— aumento del benessere per incremento del PIL del 2,15% nel periodo 1992-2006, pari a 518 euro a persona;

— possibilità di studiare all’estero per circa un milione e mezzo di giovani del programma Erasmus;

— possibilità di viaggiare in un altro Stato membro (area Schengen) apprezzata dal 72% dei cittadini;

— diritto di lavorare e vivere all’estero, utilizzato da oltre 15 milioni di cittadini UE;

— utilizzo della tessera assicurativa sanitaria europea per i cittadini UE e riconoscimento dei titoli studio.

Per i consumatori:

— elevati livelli di sicurezza per i prodotti e di trasparenza dei contratti secondo il 53% dei cittadini;

— più ampia scelta di merci e servizi di alta qualità secondo il 75% dei cittadini UE;

calo dei prezzi di merci e servizi secondo il 67% dei cittadini UE (es. oltre il 40% per le tariffe telefoniche).

Per le imprese con sede in uno o più dei 27 Stati UE:

— enormi economie di scala specialmente per le imprese di maggiore dimensione;

scambi commerciali transfrontalieri più facili (eliminazione di 60 milioni di documenti per pratiche di sdoganamento);

costituzioni ed acquisizioni di imprese più facili (riduzione del costo medio per la di creazione nuova impresa tra il 2002 ed il 2007 da 813 euro a 554 euro; tempo per le pratiche di registrazione delle società ridotto da 24 a 12 gg);

— diffusione delle norme e delle etichette UE con relativi aumenti della sicurezza e diminuzione dei costi;

— finanziamenti meno costosi per le imprese di tutte le dimensioni e facilitazione della quotazione in borsa;

— migliore collaborazione transnazionale e maggiore trasferimento di tecnologia.

Per l’economia in generale:

— tra 2002 e 2006 i profitti derivati dal mercato unico sono stati pari al 2,15% del PIL UE con un aumento di 2,75 milioni di posti di lavoro;

— tra 1995 e 2005 gli scambi intracomunitari sono aumentati del 30%;

— gli investimenti transfrontalieri sono aumentati dal 53% del 1995 al 78% del 2005;

— i risparmi per i governi sono stimabili tra 0% e 30% per la maggiore concorrenza sugli appalti pubblici.

Per contro si rilevano alcuni svantaggi per l’aumento della proliferazione legislativa (crescita dei contenziosi presso l’Alta corte di giustizia europea), incompleta liberalizzazione dei servizi (es. finanziari), scarsa attenzione alle esigenze delle piccole/medie imprese, ostacoli ad aggregazioni di imprese.

4 — vantaggi possibili dall’affidamento all’UE di questo interesse nel futuro:

ulteriori riduzioni di costi dei prodotti e servizi, non possibili a livello dei singoli Stati, per il completamento di liberalizzazioni attualmente non realizzate e per l’aumento delle aggregazioni e delle dimensioni di imprese, specialmente se realizzate all’interno di una politica economica europea (v. scheda d).

Infatti anche le imprese europee possono avere la possibilità di raggiungere dimensioni e capacità adeguate a competere a livello mondiale, con ricadute positive sull’occupazione, sfruttando un mercato unico che per numero di abitanti e livello di benessere è il primo al mondo.

5 — modalità per rendere l’Unione europea capace di difendere questo interesse nel futuro:

secondo il principio di sussidiarietà, occorre affidare ad un governo federale dell’UE la politica economica e le risorse relative, in modo da realizzare i vantaggi evidenziati al punto precedente.
 

d) interesse nel campo dell’euro.

1 — attuale percezione della difesa di questo interesse a livello nazionale od europeo:

viene riconosciuta la funzione positiva dell’euro per tutti i paesi della zona euro, sia per la garanzia di stabilità del suo valore (bassa inflazione) che per il contenimento degli interessi sui debiti (per gli Stati ed i cittadini: es. per i mutui). Relativamente alla stabilità può esserci una nostalgia per le svalutazioni competitive da parte delle industrie esportatrici poco innovative e ad alta intensità di lavoro, anche se occorre tenere presente che le svalutazioni possono essere passeggere e ostacolare la ricerca della competitività, oltre a penalizzare le altre imprese e soprattutto i cittadini (l’inflazione è definita dagli economisti “tassa sui poveri”).

Consapevolezza che da parte dei paesi con poco indebitamento (es. Germania) c’è l’interesse a mantenere l’attribuzione alla BCE degli attuali poteri, focalizzati sulla stabilità del valore della moneta, mentre da parte dei paesi con alto indebitamento (es. Italia) c’è l’interesse a essere aiutati nei momenti di crisi (es. tramite il sostegno allo sviluppo nei periodi di crisi, anche con ricorso alla leva del debito).

2 — natura dell’interesse e capacità attuale o meno dell’Europa o degli Stati nazionali di difenderlo:

l’adozione della moneta unica da parte di alcuni Stati dell’UE è funzionale al completamento del processo di costruzione di un mercato unico delle merci, delle persone e dei capitali, che è il secondo obiettivo (il primo è la pace, v. scheda b) voluto dagli Stati europei per la costruzione dell’Unione europea, mantenendo però le altre competenze a livello nazionale. Ciò in quanto gli Stati hanno la consapevolezza che si ha la migliore allocazione delle risorse e minori costi (v. scheda c) in un mercato più ampio di quello nazionale, ma attualmente non vogliono che la moneta sia gestita da un governo europeo dell’economia.

3 — risultati già raggiunti o meno dall’UE nella difesa di questo interesse:

da uno studio del CERIS/CNR del 2010 risultano i seguenti vantaggi della moneta unica:

— maggiore efficienza per la scomparsa dei costi di transazione per la conversione delle valute, soprattutto per paesi piccoli e le imprese minori (stima Commissione CEE pari a 15 miliardi di euro all’anno); scomparsa della variabilità del cambio con conseguente riduzione del tasso di interesse; maggiore trasparenza dei prezzi, favorendo la concorrenza;

maggiore stabilità macroeconomica che è determinata da bassa inflazione e da bassi tassi di interesse, fattori che facilitano una crescita costante e duratura nel tempo;

convergenza regionale, in quanto la moneta unica favorisce le delocalizzazioni produttive nelle regioni in ritardo di sviluppo, che possono in questo modo ridurre i differenziali rispetto alle regioni più sviluppate; favorisce anche i paesi meno sviluppati per i minori costi di transazione ed i benefici conseguenti alla stabilità economica prima evidenziati, se accompagnati da efficaci meccanismi di redistribuzione del reddito basati sui fondi comunitari (v. anche schede f ed h);

benefici esterni per l’utilizzo dell’euro come moneta di scambio nei rapporti extra-UE, oltre che come valuta di riserva; maggiore potere nei tavoli negoziali internazionali e attenuazione degli effetti delle crisi economiche mondiali;

ed i seguenti costi della moneta unica:

— perdita della sovranità nazionale, con conseguenti costi alti per i paesi molto indebitati e sensibili alla crescita economica, se ottenuta tramite la manovra sui tassi di interesse e/o tramite svalutazioni (es. Italia anni 80), a fronte però del beneficio di una maggiore “reputazione” e di minori tassi di interesse; costi bassi per i paesi che seguono tradizionalmente politiche monetarie restrittive (es. Germania anni Ottanta), che vedono consolidato questo beneficio con l’introduzione della moneta unica;

vincoli sulla politica di bilancio per penalità e sanzioni in seguito al mancato rispetto dei parametri stabiliti nel patto di stabilità e crescita (v. anche scheda e), calmierato dalle deroghe concesse dall’ECOFIN — Consiglio europeo dei ministri finanziari — per la recente crisi economica mondiale.

Inoltre da parte della BCE (Banca centrale europea), con una decisione a maggioranza al limite dei suoi poteri, attivazione del Quantitative Easing. Si tratta di uno strumento non convenzionale di politica monetaria espansiva utilizzato dalle banche centrali. Viene messo in atto per stimolare la crescita economica, quella della produzione, dell’occupazione e dell’inflazione. E’ un supporto agli Stati che hanno difficoltà a sostenere e a rinnovare il proprio debito pubblico (come l’Italia). E’ detto non convenzionale perché non rientra tra le misure tipiche della politica monetaria. Come funziona: “I passi fondamentali che definiscono questo tipo di intervento consistono nella creazione di moneta e nell’utilizzo di questa moneta per acquistare i titoli finanziari delle banche” (fonte Soldi on line).

4 — vantaggi possibili dall’affidamento all’UE di questo interesse nel futuro:

mantenimento dei risultati già realizzati (v. punto 3) e aumento della capacità della BCE di fare fronte alle crisi non solo tramite la politica del cambio ma anche utilizzando una politica espansiva della massa monetaria a favore della crescita e dell’occupazione, sotto il controllo di un governo europeo dell’economia (es. USA).

5 — modalità per rendere l’Unione europea capace di difendere questo interesse nel futuro:

secondo il principio di sussidiarietà: affidare ad un governo federale dell’UE la politica economica e quindi anche la politica monetaria.
 

e) interesse nel campo del Patto di stabilità e crescita.

1 — attuale percezione della difesa dell’interesse a livello nazionale od europeo:

in generale sono ritenuti necessari i sacrifici dei singoli Stati per rientrare nei parametri di Maastricht che sono alla base del Patto di stabilità e crescita (PSC, v. punto 2), come condizione per beneficiare dei relativi vantaggi (in particolare bassa inflazione e ridotti interessi) e per evitare le sanzioni.

Ma da più parti si è sottolineata la eccessiva rigidità del Patto e la necessità di applicarlo considerando l’intero ciclo economico e non un singolo bilancio di esercizio. Molti critici affermano, poi, che il PSC non promuoverebbe né la crescita né la stabilità.

2 — natura dell’interesse e capacità o incapacità attuale dell’Europa o degli Stati nazionali di difenderlo:

il Patto di stabilità e crescita è un accordo, stipulato e sottoscritto nel 1997 dai Paesi dell’UE, relativo al controllo delle rispettive politiche di bilancio pubbliche, al fine di mantenere fermi i requisiti di adesione all’Unione economica e monetaria dell’UE (eurozona), cioè di rafforzare il percorso d’integrazione monetaria intrapreso nel 1992 con la sottoscrizione del trattato di Maastricht. Esso richiama gli articoli 99 e 104 del trattato di Roma istitutivo della Comunità europea (così come modificato con il trattato di Maastricht e con il trattato di Lisbona) e si attua attraverso il rafforzamento delle politiche di vigilanza sui deficit ed i debiti pubblici, nonché un particolare tipo di procedura di infrazione, “la procedura per deficit eccessivo” (PDE).

In base al PSC, gli Sati membri che, soddisfacendo tutti i cosiddetti “parametri di Maastricht”, hanno deciso di adottare l’euro, devono continuare a rispettare nel tempo quelli relativi al bilancio dello Stato, ossia:

— un deficit pubblico non superiore al 3% del PIL (rapporto deficit/PIL < 3%);

— un debito pubblico al di sotto del 60% del PIL o, comunque, un debito pubblico tendente al rientro (rapporto debito/PIL inferiore al 60%).

A rinforzo del Trattato di Maastricht e del Patto di stabilità e crescita, nel 2012 è stato firmato dai paesi della eurozona e da altri 7 paesi extra zona euro il Fiscal Compact, che stabilisce norme e vincoli in particolare sulla politica fiscale dei firmatari, richiedendo in particolare:

1) l’inserimento del pareggio di bilancio nella costituzione degli Stati,

2) il vincolo dello 0,5% di deficit strutturale non legato a emergenze,

3) l’obbligo di mantenere al massimo al 3% il rapporto tra deficit e PIL,

4) per i paesi con un rapporto tra debito e PIL superiore al 60%, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno un ventesimo all’anno.

A fronte delle critiche di eccessivo rigore delle condizioni, in particolare per la riduzione del debito (che teoricamente richiederebbe all’Italia un intervento pari a 40/50 miliardi di euro all’anno), si fa notare (Rivista di Economia, aprile 2014) che il denominatore del rapporto del 60% è il PIL nominale (PIL reale + inflazione). Dato che il PIL aumenta di circa il 2% annuo per l’inflazione, le azioni ulteriori rivolte alla crescita per incrementare il denominatore del rapporto (appunto il PIL) sarebbero contenute e otterrebbero lo stesso effetto, senza dovere agire sul valore assoluto del debito a numeratore.

In parole semplici la stabilità di bilancio significa che le spese devono corrispondere alle entrate, per cui non si aumentano i debiti delle generazioni attuali per migliorare egoisticamente il loro livello di vita, ma anzi si contengono quelli pregressi, in modo che non gravino sulle generazioni future. Attualmente l’Italia ha un debito di circa 2300 miliardi di euro, pari a circa il 130% del PIL, che genera interessi passivi per circa 60 miliardi di euro annui. Si pensi quante tasse si potrebbero ridurre o quanti bisogni aggiuntivi potrebbero essere soddisfatti senza tale onere. Infatti è molto facile e popolare concedere benefici che diano l’illusione di poter soddisfare i bisogni indipendentemente dalle risorse disponibili, ma non è giusto né conveniente farlo per le ragioni precedenti.

Viene detto da alcuni economisti (come Keynes) che nei momenti di crisi è opportuno che lo Stato si indebiti per sostenere la domanda (e quindi i bisogni), come fatto anche nel passato con successo (es. crisi del ‘29 negli USA), ma le condizioni per non avere conseguenze negative sono due: la destinazione dei maggiori debiti deve essere per investimenti, in grado di avere un ritorno economico futuro, e la connessa capacità di restituire tali debiti una volta superata la crisi. Più che aumentare i debiti nazionali per la scarsa credibilità della loro restituzione o le ricadute negative sullo spread e quindi sugli interessi (v. il caso della Grecia e anche il rischio Italia), da parte di economisti anche italiani (es. Quadro Curzio) ma anche politici, si è proposto di emettere dei titoli di debito a livello europeo (eurobonds). L’opposizione di alcuni paesi europei (in particolare la Germania), dato il diritto di veto in tali materie e la assenza di un governo della economia nella UE, non ha consentito di perseguire tale opportunità, per il timore che i paesi maggiormente indebitati potessero utilizzare le maggiori disponibilità finanziarie per aumentare le spese correnti e non per ridurre i loro deficit e quindi i loro debiti pubblici.

In alternativa altri economisti e uomini politici credono che la soluzione sia di uscire dagli accordi che regolano il patto di stabilità, in modo da avere mano libera sulla soddisfazione dei bisogni dei cittadini tramite un maggiore indebitamento. A tale riguardo occorre ricordare che a fronte di benefici immediati per alcune categorie di cittadini, per la maggior parte di essi si aggraverebbero gli effetti negativi prima evidenziati (es. maggiori interessi sul debito e inflazione, v. scheda d).

3 — risultati già raggiunti o meno dall’UE nella difesa di questo interesse:

sforzo da parte dei singoli paesi membri dell’UE di rispettare i parametri di Maastricht (3% al massimo del rapporto deficit/PIL e 60% al massimo del rapporto debito/PIL), che, anche se con una certa flessibilità (v. di seguito), ha portato ad una gestione più oculata del bilancio pubblico in questi paesi. Per altro anche il Consiglio europeo non è riuscito ad applicare le sanzioni previste contro Francia e Germania, malgrado ne sussistessero i presupposti. Inoltre nel marzo 2005, quindi, in risposta alle crescenti perplessità, l’Ecofin decise di ammorbidire le norme del Patto per renderlo più flessibile. Decisione ribadita dall’asse franco-tedesco nel 2008 per fare fronte alla gravissima crisi finanziaria.

Infine nel 2012 è stato attivato il Meccanismo europeo di stabilità (MES), detto anche Fondo salva Stati, che ha lo scopo di venire incontro alla crisi dei debiti pubblici, in particolare della zona euro, acquistando i titoli di questi debiti pubblici diversamente non collocabili, a condizioni però che i paesi beneficiari accettino piani di rientro molto severi. A tale scopo il MES è stato dotato di un capitale autorizzato pari a 700 miliardi di euro, di cui 80 versati dagli Stati membri e 620 raccolti attraverso apposite emissioni di obbligazioni sul mercato. E’ nato per salvare dall’insolvenza prima il Portogallo e l’Irlanda, poi la Grecia, con i risultati positivi che sappiamo, anche se al prezzo di molti sacrifici, per cui altri Stati a rischio (es. Spagna e Italia) hanno cercato di non cadere nella necessità di utilizzo del MES con sacrifici preventivi comunque meno onerosi.

4 — vantaggi possibili dall’affidamento all’UE di questo interesse nel futuro:

mantenimento degli impegni sul rapporto deficit/PIL con le flessibilità concesse dall’UE (v. punto 3), ma possibilità di ridurre anche il rapporto debito/PIL al 60% assegnando i poteri e le risorse necessarie all’UE per attuare politiche di crescita economica degli Stati che attivino maggiori investimenti sia interni che esteri. In questo modo si può incrementare il denominatore PIL degli Stati per la crescita ed anche sostituire investimenti nazionali che inciderebbero sul deficit con quelli dell’UE, in modo da far rientrare gradualmente il rapporto debito/PIL nei limiti richiesti con meno sacrifici (v. punto 3).

5 — modalità per rendere l’Unione Europea capace della difesa di questo interesse nel futuro:

secondo il principio di sussidiarietà, affidare ad un governo federale dell’UE le competenze e le risorse prima individuate, in modo che sia capace di politiche economiche di flessibilità e crescita che rendano allo stesso tempo meno rigido e oneroso il rispetto del Patto di stabilità e del Fiscal compact.

f) interesse nel campo dell’occupazione.

1— attuale percezione della difesa dell’interesse a livello nazionale od europeo:

l’UE attuale è considerata incapace di creare nuova occupazione, specialmente giovanile, in misura tale da recuperare quella diminuita per la crisi, anche se si è a conoscenza che una parte del bilancio europeo, di dimensioni molto ridotte rispetto a quelli dei paesi membri (v. scheda h), è destinata a finanziare progetti di sostegno occupazionale alle regioni europee meno sviluppate. Dubbi però anche sulla capacità di alcuni Stati membri (come l’Italia) di contrastare la disoccupazione autonomamente, di fronte alle sfide della mondializzazione, specialmente se non hanno effettuato le riforme e gli investimenti necessari a contrastare la crisi (come invece ha fatto la Germania).

2 — natura dell’interesse e capacità o meno attuale dell’Europa o degli Stati nazionali di difenderlo:

l’occupazione dipende principalmente dal livello di produzione di beni e servizi (il PIL) e questo a sua volta dipende dal livello della domanda (consumi) sia nazionali/europei che esteri (esportazioni). Il livello della domanda di beni e servizi prodotti nei paesi europei dipende dalla loro competitività (costo, qualità) rispetto a beni analoghi prodotti da paesi extra-europei. Dagli inizi della mondializzazione dell’economia (voluta, ricordiamolo, dai paesi occidentali principalmente per ridurre i costi dei prodotti, producendoli nei paesi sottosviluppati, anche al costo di un maggiore sfruttamento dei lavoratori e dell’ambiente), si è cercato di migliorare la produttività e la qualità (tramite innovazione) dei prodotti/servizi realizzati nei paesi europei, in modo da essere competitivi nei confronti di quelli prodotti nei paesi extra-europei.

Purtroppo il prolungarsi della crisi economica a livello mondiale, con relativa caduta dei redditi, ha ridotto i consumi. Inoltre gli stessi paesi poveri hanno cominciato a realizzare prodotti e servizi competitivi nei confronti di quelli realizzati nei paesi occidentali ed in particolare europei. Ciò facendo leva anche sulle economie di scala possibili in grandi paesi che assicurano notevoli mercati interni (es. Cina, Russia, India) e sullo sfruttamento di lavoratori e ambiente, anche estendendolo ad altri paesi poveri (es. Cina nei confronti dell’Africa). Ultimamente parte dei paesi occidentali, USA in testa, stanno seguendo politiche di difesa delle loro produzioni interne tramite dazi ed altre barriere commerciali che, se giustificati in alcuni casi per esigenze qualitative e di sicurezza (si pensi al campo alimentare), rischiano di far fare passi indietro alla libera concorrenza che è alla base del progresso tecnologico e della riduzione di prezzi.

Le risorse maggiori e le competenze sulle politiche economiche/occupazionali restano a livello nazionale, ma solo alcuni paesi (es. Germania) riescono a destinare una parte rilevante delle risorse per gli investimenti pubblici che, come si sa, con quelli privati sono la vera leva per creare occupazione. Ciò è più difficile per i paesi con alto debito pubblico (come l’Italia), in quanto occorre che questo venga contenuto per creare le risorse da destinare agli investimenti. Diversamente potrebbero essere generati a livello europeo investimenti più rilevanti se venissero destinate all’UE maggiori risorse e competenze nel campo economico (v. schede precedenti).

3 — risultati già raggiunti dall’UE nella difesa di questi interessi:

anche se nei limiti del bilancio dell’UE attuale, minimale rispetto a quelli nazionali (circa 1% del PIL europeo, a fronte 40-50% dei singoli PIL nazionali), destinazione di circa il 62% di questo bilancio alla “crescita intelligente e inclusiva” ed alla “competitività per la crescita e occupazione” (99,5 miliardi di euro sul totale di 160,1 miliardi di euro — v. bilancio UE 2018). Inoltre l’UE nel 2015 ha attivato di un “piano per gli investimenti per l’Europa” (Piano Junker — Presidente della Commissione europea — da La Stampa economia del 5 settembre 2018).

Tale piano partiva da un fondo di dotazione di 21 miliardi di euro (15 miliardi di euro dal bilancio comunitario, attingendo dai programmi per la ricerca Horizon 2020 e dal fondo Cef per le grandi reti, oltre a 6 miliardi di euro resi disponibili dalla BEI — Banca europea per gli investimenti), e prevedeva di generare fino al 2017 un effetto leva tale da attrarre capitale privato per 315 miliardi di euro, da usare per potenziare il mercato unico, garantire prestiti a piccole-medie imprese e generare occupazione. Accanto al FEIS (Fondo europeo per gli investimenti strategici) ci sono poi i contributi degli Stati membri, che partecipano su base volontaria. I contributi nazionali aumentano la capacità di attrazione del capitale privato, innalzando l’obiettivo dei 315 miliardi di euro, e sono posti fuori del patto di stabilità e non sono quindi conteggiati nel calcolo del deficit.

Il Piano Junker ad oggi sta superando l’obiettivo previsto: far aumentare il PIL dell’UE dell’1,3% e creare 1,4 milioni di posti di lavoro entro il 2020, generando investimenti per 335 miliardi di euro tra i 28 Stati dell’UE. In Italia il totale dei finanziamenti nell’ambito del Fondo europeo per gli investimenti (FEIS) è pari a 8,8 miliardi di euro, che dovrebbero mobilitarne altri 48,7 di investimenti aggiuntivi. In particolare sono stati approvati 73 progetti per “infrastrutture e innovazione” (6,1 miliardi di euro di finanziamento e investimenti totali previsti per 24,5 miliardi di euro) e 68 accordi con banche intermedie o fondi a favore di piccole e medie imprese (2,4 miliardi di euro di finanziamento complessivo e investimenti totali previsti per circa 24 miliardi di euro).

In seguito a questo successo si è deciso di sviluppare una fase due di questo piano, aumentando il fondo da 21 a 33,5 miliardi di euro (26 miliardi di euro di garanzia dal bilancio UE e 7,5 miliardi di euro dalla BEI). In questo modo si conta di generare un effetto leva per almeno 500 miliardi di euro entro il 2020. Dopo questa data andrà negoziato un nuovo bilancio pluriennale, ma la Commissione intende continuare con il piano per gli investimenti sino al 2022, per mobilitare risorse fino a 630 miliardi di euro.

Sul modello del Piano Junker per gli investimenti interni ai paesi europei, la Commissione ha deciso di creare un apposito progetto per migliorare le condizioni economiche e di vita dei paesi extra-UE, in particolare quelli africani. Si tratta del Piano europeo per gli investimenti esterni (Eip), concepito all’interno dell’agenda per l’immigrazione. Attraverso un fondo di 3,35 miliardi di euro di fondi europei (parte dal bilancio comunitario e parte dal fondo per lo sviluppo) si intendono mobilitare, attraverso l’effetto leva, fino a 44 miliardi di euro. Anche in questo caso gli Stati membri possono mettere in campo contributi, in aggiunta alla strategia UE; in tal modo la Commissione stima di poter arrivare a stanziare per l’Africa fino a 88 miliardi di euro grazie ai governi.

Da tenere presente a questo riguardo che la Cina a inizio settembre 2018, tramite il suo Presidente Xi Jinping, ha fatto una promessa: 60 miliardi di dollari tra aiuti finanziari e investimenti per i paesi africani, oltre alla cancellazione del debito con la Cina dei Paesi più poveri… . Un annuncio del genere significa che Pechino vuole prendersi l’Africa. E questo, per Parigi, è un problema strategico di assoluta priorità. L’Agenzia francese per lo sviluppo ha ricevuto un ampliamento del budget per l’Africa fino a 14 miliardi di euro per il 2019, che appare però limitato rispetto a quello messo sul campo da Pechino (Occhi della terra del 4 settembre 2018).

Con il Piano Junker si supera in qualche modo il divieto di alcuni paesi (es. Germania) sulla possibilità di effettuare investimenti a debito a livello UE (eurobonds), specialmente per creare occupazione ma anche per contrastare le cause della immigrazione (Piano Marshall, v. scheda a). Da tenere presente poi che gli investimenti attivabili con debiti garantiti a livello europeo possono essere di importo molto superiore a quelli mobilitabili con le disponibilità del bilancio UE attuale o da singoli Stati (v. es. Francia), per cui anche in questo caso risulta evidente l’opportunità di affidare all’UE le competenze e le risorse adeguate alla entità dei problemi da risolvere.

4 — vantaggi possibili dall’affidamento all’UE di questo interesse nel futuro:

possibilità di attivare investimenti pubblici elevati a livello europeo, sfruttando la possibilità dell’effetto leva (es. incremento del Piano Junker) o di finanziamenti a debito, per favorire l’innovazione ed anche per aiuti ai paesi extra-UE, ben superiori a quelli attivabili a livello nazionale o tramite il limitato bilancio UE attuale, tali da ridurre notevolmente la disoccupazione dell’UE, specialmente giovanile (v. scheda a).

5 — modalità per rendere l’Unione Europea capace di difendere questo interesse nel futuro:

secondo il principio di sussidiarietà, affidare, per le ragioni precedenti, il compito di promuovere occupazione aggiuntiva rispetto a quella promossa dagli Stati membri ad un governo federale dell’UE, dotandolo di risorse adeguate e di capacità di decisione nella politica economica, oltre alla possibilità di ricorso al debito per la attivazione degli investimenti necessari.
 

g) interesse nel campo della tutela ambientale.

1 — attuale percezione della difesa dell’interesse a livello nazionale od europeo:

incapacità dei singoli Stati ad affrontare da soli le cause del peggioramento climatico e lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, credendo che basti contenerne gli effetti. Incertezza o scetticismo sulla capacità dell’Europa di incidere a livello interno e mondiale per affrontare e risolvere questi problemi (es. tramite accordi internazionali come quello di Kyoto e quello più recente di Parigi).

2 — natura dell’interesse e capacità attuale dell’Europa o degli Stati nazionali di difenderlo:

da molto tempo diversi studi hanno segnalato il progressivo peggioramento delle condizioni ambientali, per quanto riguarda sia il clima, sia l’esaurimento delle risorse naturali, purtroppo confermato dalla realtà. Si ritiene che questo sia dovuto principalmente all’incremento della produzione di beni che utilizzano, oltre la possibilità di rigenerazione, le risorse naturali della terra per soddisfare i maggiori consumi, in seguito all’aumento della popolazione mondiale, ma soprattutto per il miglioramento del benessere di grandi masse di popolazione, che in precedenza vivevano a livelli di quasi sussistenza.

Data l’entità e la natura del fenomeno, i rimedi possono essere trovati solo a livello internazionale, ma per ora anche su questa materia solo alcuni Stati si sono mossi, specie se più consapevoli al riguardo (es. paesi europei) o interessati da emergenze nazionali (es. inquinamento ambientale in Cina), aderendo ad appositi accordi internazionali. Altri Stati (es. USA) preferiscono attualmente ignorare il fenomeno e non aderire a questi accordi, dando priorità agli interessi economici interni ed al benessere immediato, nonostante i fenomeni negativi sempre più frequenti e gravi (es. siccità, inondazioni), in quanto credono di poterne controllare gli effetti anziché agire sulle loro cause.

Per contro, sotto la spinta dell’opinione pubblica più consapevole, le aziende, specie multinazionali che producono beni e servizi per un numero elevato di clienti, stanno cercando di privilegiare una gestione sostenibile ambientalmente per venire incontro alle richieste dei consumatori.

3 — risultati già raggiunti o meno dall’UE nella difesa di questo interesse:

da ricordare che i trattati costitutivi della Comunità europea del 1957 non prevedevano alcuna normativa per la tutela ambientale. Nel 1972, di fronte alle nuove esigenze ambientali, fu riconosciuta l’urgenza di istituire regole comuni in materia ambientale: da allora sono entrate in vigore più di 200 disposizioni legislative comunitarie sull’argomento. Questi primi atti erano finalizzati per lo più al controllo e all’etichettatura di sostanze chimiche e pericolose, alla protezione delle acque di superficie, nonché al monitoraggio degli agenti inquinanti.

Dopo diverse integrazioni in occasione dei trattati, l’UE predispose nel 2000 il Libro bianco sulla responsabilità ambientale, punto di arrivo di un processo di discussione e consultazione che aveva visto già nel 1993 la pubblicazione di un primo Libro verde sul risarcimento dei danni all’ambiente.

La politica ambientale (v. sito ufficiale UE) si prefigge i seguenti obiettivi:

— salvaguardia, tutela e miglioramento della qualità dell’ambiente;

— protezione della salute umana;

— utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali;

— promozione sul piano internazionale di misure destinate a risolvere i problemi dell’ambiente.

In materia ambientale l’Unione detiene una competenza concorrente con quella degli Stati membri. Le azioni vengono quindi suddivise tra Stati e Unione a seconda del livello a cui l’azione risulta più efficace (principio di sussidiarietà). In particolare, quando si stipulano accordi internazionali (ad es. il Protocollo di Kyoto) deve esserci l’accordo sia dell’Unione che dei singoli Stati.

Le modalità con cui agisce l’UE sono una rete di informazioni, la consulenza scientifica, l’assegnazione del riconoscimento EMAS (Eco-Management and Audit Scheme) ai prodotti e servizi che si caratterizzano per un basso impatto ambientale rispetto a beni e servizi simili.

L’Unione ha legiferato in una prospettiva settoriale, coprendo i seguenti ambiti: inquinamento atmosferico, protezione civile, cooperazione con gli Stati, protezione della natura e della biodiversità, inquinamento acustico, protezione del suolo, sviluppo sostenibile, lotta contro il cambiamento climatico, gestione dei rifiuti, gestione delle acque.

Gli strumenti della politica ambientale europea sono: la valutazione dell’impatto ambientale (VIA); gli accordi ambientali (solitamente si tratta di impegni unilaterali sottoscritti da industrie e imprese), spesso attraverso le associazioni di categoria, riconosciuti da Commissione, Parlamento e Consiglio europeo; aiuti di Stato in favore dell’ambiente, con comunicazione alla Commissione; piano di azione per le tecnologie compatibili; Direttiva Habitat; Direttiva Uccelli; Sistema comunitario di ecogestione; LIFE (strumento finanziario per l’ambiente); marchio di qualità ecologica; promozione delle ONG attive sulla protezione ambientale; politica di integrità dei prodotti.

Nel bilancio UE del 2018 per la Crescita sostenibile: risorse naturali esiste un impegno di spesa di 59,3 miliardi di euro (37% del bilancio totale di 160 miliardi di euro), in linea con gli ultimi anni.

4 — vantaggi possibili dall’affidamento all’UE di questo interesse nel futuro:

le normative nazionali si sono in generale adeguate a quelle europee in quanto più stringenti, per cui si dimostra che viene riconosciuta la maggiore capacità dell’Europa di difendere questo interesse, dato che le conseguenze del deterioramento dell’ambiente possono essere contrastate o prevenute meglio a livello internazionale. Si ha così il doppio vantaggio di ridurre l’inquinamento in modo più efficace negli Stati dell’UE (es. riduzione emissione gas dannosi nelle città) e di spingere anche altri Stati verso comportamenti analoghi (es. accordi internazionali), contrastando le lobby nazionali/internazionali e avendo maggiore peso nei trattati internazionali sull’ambiente.

Inoltre con maggiori risorse nel bilancio UE si possono aumentare gli aiuti ai paesi membri a tale scopo.

5 — modalità per rendere capace l’Unione europea di difendere questo interesse nel futuro:

sulla base del principio di sussidiarietà, dare maggiori competenze alle istituzioni europee democratiche (es. Parlamento UE) di legiferare e agire tramite un governo federale per venire incontro alle necessità dei cittadini dei paesi membri in campo ambientale.
 

h) interesse nel campo della burocrazia e del bilancio.

1 — attuale percezione della difesa di questo interesse a livello nazionale od europeo:

i costi delle istituzioni pubbliche a livello nazionale sono considerati eccessivi da parte dei cittadini e di alcuni governi, se non correlati ad un livello adeguato di servizi. Anche i costi delle istituzioni europee vengono ritenuti eccessivi in quanto si pensa che producano solo normative che regolano materie secondarie o non rispondenti agli interessi dei cittadini, per cui sono assimilate solo a strutture burocratiche fini a se stesse. Inoltre si sottolinea la lentezza delle decisioni dell’UE.

2 — natura dell’interesse e capacità attuale dell’Europa o degli Stati nazionali di difenderlo:

la decisione sull’entità delle competenze da affidare allo Stato invece di lasciarle ai privati è un problema annoso, con valutazioni molto difformi al riguardo. E’ convinzione generalmente condivisa dagli studiosi in materia (Musgrave) che le funzioni da affidare allo Stato siano quella allocativa (dei servizi pubblici), distributiva (del reddito) e di stabilizzazione (mantenimento della domanda e del pieno impiego). Storicamente si è assistito all’incapacità dello Stato nazionale di svolgerle adeguatamente (il “fallimento” dello Stato) o della non convenienza di farne svolgere alcune dal settore privato (il “fallimento” del mercato). Come evidenziato in precedenza, alcune funzioni dello Stato difficilmente possono essere svolte a livello nazionale ed in particolare quella allocativa per i servizi della politica economica, della politica estera e della difesa, quella distributiva per gli aiuti agli Stati più deboli e quella di stabilizzazione, stante la natura mondiale delle crisi economiche, con conseguente impatto sulla disoccupazione.

Da tenere però presente che:

— il bilancio dell’UE è solo pari a circa l’1% del PIL europeo, a fronte del 40-50% dei bilanci nazionali. In valore assoluto per l’Italia il bilancio pubblico è pari a circa 600 miliardi di euro, esclusi 250 miliardi di euro di rinnovo del debito pubblico, contro i 160 miliardi di euro della UE;

— il costo di “amministrazione” dell’UE (cioè il costo complessivo di funzionamento dell’UE) è pari a circa 3,5 miliardi di euro, corrispondente, come ordine di grandezza, ai costi di funzionamento del comune di Milano o di Roma;

— la limitazione delle funzioni assegnate all’UE può avere dirottato le attività delle istituzioni UE (in particolare della Commissione) in parte su materie secondarie, ma occorre anche considerare i risultati prevalenti comunque raggiunti in materie più importanti esaminati nelle altre schede, così come risulta anche dalla composizione del bilancio UE (v. punto seguente).

3 — risultati già raggiunti o meno dall’UE nel difendere questo interesse:

destinazione del bilancio preventivo 2018 dell’UE alle diverse attività (impegno costi):

  miliardi
di euro
%
1— Crescita intelligente e inclusiva, di cui: 77,5 48,4
1.1— Competitività per la crescita e l’occupazione 22,0 13,7
1.2 — Coesione economica, sociale e territoriale 55,5 34,7
2 — Crescita sostenibile: risorse naturali 59,3 37,0
3 — Sicurezza e cittadinanza 3,5 2,2
4 — Europa globale (coordinamento politiche estere 9,5 5,9
5 — Amministrazione 9,7 6,1
6 — Strumenti speciali 0,6 0,4
TOTALE 160,1 100

Come si può notare, i costi della amministrazione, che riguardano i costi delle istituzioni europee, incidono solo per il 6,1% del totale. Le altre voci, pari al 93,9% del totale, corrispondono ad attività svolte per i paesi membri e vengono richiamate nelle schede che riguardano queste attività.

In termini di entrate a fronte di questi costi si evidenziano i primi recuperi di tasse evase da multinazionali del web da parte della UE (es. Apple 13 miliardi, Google 4,3 miliardi).

4 — vantaggi possibili dall’affidamento all’UE di questo interesse nel futuro:

se l’UE estende le sue competenze su materie che possono essere meglio svolte al suo livello rispetto a quello nazionale si ottengono economie di scala e se in parallelo si aumentano la dotazione di bilancio ed in particolare le strutture burocratiche solo per quanto necessario allo svolgimento di queste competenze aggiuntive, si ha una maggiore saturazione delle stesse strutture. Queste economie, come si è visto anche ai punti precedenti, possono assorbire i costi aggiuntivi di funzionamento dell’UE e quindi tradursi in un vantaggio netto per gli Stati che non devono più sostenerli. La prova è costituita già dalle competenze attuali di gestione del mercato unico, in quanto la libertà di circolazione delle merci, persone e capitali ha consentito risparmi notevoli per i cittadini e le aziende con costi amministrativi contenuti (v. considerazioni precedenti e scheda c). Analoga prova per la moneta unica, che ha consentito risparmi notevoli sui costi di cambio e di interessi, ben superiori ai maggiori costi della BCE (v. scheda d). Esempio per il futuro: le economie possibili sui costi di difesa e sicurezza (v. scheda b).

Possibilità di ulteriori recuperi di tasse evase da multinazionali a favore degli Stati membri.

5 — modalità per rendere capace l’Unione europea di difendere questo interesse nel futuro:

secondo il principio di sussidiarietà, affidare al governo federale dell’UE le competenze che può svolgere meglio degli Stati (v. schede precedenti), dotandolo delle risorse strettamente necessarie per svolgerle, in modo da saturare e ridurre al minimo i costi di funzionamento complessivi (Stati + UE), oltre che reperire anche risorse autonome dalla lotta all’evasione fiscale.
 

i) Interesse nel campo della solidarietà e del welfare.

1— attuale percezione difesa interesse a livello nazionale od europeo:

la solidarietà tra gli Stati europei è apprezzata dagli Stati/regioni, che beneficiano maggiormente della distribuzione dei fondi europei, ma non per aderire alla richiesta di farsi carico di alcune emergenze (es. quote immigrazione). La solidarietà interna agli Stati in teoria è favorita dalla possibilità di destinare risorse più elevate dai bilanci nazionali alle aree più povere, anche se non sempre sono adeguate per colmare il divario con le aree più ricche in quanto assorbite dalle spese correnti (v. Italia).

2 — natura dell’interesse e capacità o incapacità attuale dell’Europa o degli Stati nazionali di difenderlo:

quello della solidarietà è il fine per cui è nata l’Unione europea voluta dai padri fondatori, come antidoto alla guerra ed all’odio od anche solo all’indifferenza tra i popoli europei (v. scheda b).

Occorre ricordare che la maggior parte degli Stati europei sono accomunati dal “modello sociale europeo”, caratterizzato da un welfare state che garantisce a tutti un’elevata protezione sociale e diritti di cittadinanza: tutto ciò per coniugare crescita economica e buone condizioni di lavoro con la garanzia di un adeguato tenore di vita ad ogni singolo cittadino, al fine di evitare eccessive differenze sociali. Gli Stati europei non adottano tutti un modello sociale identico ma il welfare state in Europa condivide alcune caratteristiche generali, tra le quali, generalmente: la protezione sociale per tutti i cittadini, l’inclusione sociale e la democrazia. I Trattati dell’UE propongono diversi obiettivi sociali, come riduzione degli orari di lavoro anche per migliori condizioni di vita, promozione dei lavori part time, protezione sociale elevata, il dialogo sociale e sviluppo delle risorse umane: tutto ciò al fine di ottenere un livello occupazionale elevato e duraturo e di combattere l’emarginazione sociale.

Il sistema di welfare dei paesi europei è una delle principali, se non la principale, caratteristiche del modello così detto renano (in cui gli Stati si fanno in particolare carico della sanità e previdenza dei cittadini, oltre che degli ammortizzatori sociali in caso di crisi aziendali) che lo contraddistinguono da quello anglosassone (dove le stesse prestazioni sono prevalentemente a carico dei cittadini tramite assicurazioni private). Attualmente molti Stati europei (dato che queste competenze non sono state delegate all’Unione europea) incontrano sempre maggiori difficoltà a mantenere i livelli di welfare prestati nel passato, sia per le motivazioni già indicate al punto precedente (crisi economica e disoccupazione), sia per gli eccessi e gli abusi delle elargizioni avvenute nel passato (si pensi in Italia alle pensioni baby o di invalidità non dovute). Alcuni Stati hanno però attuato delle riforme (es. previdenziale) e contenuto la spesa pubblica improduttiva, oltre che promosso il concorso del sistema di welfare privato, in modo da ridurre il ricorso eccessivo al welfare pubblico.

3 — risultati già raggiunti o meno dall’UE nella difesa di questo interesse:

la capacità attuale dell’Europa di difendere questo interesse si è vista nel mantenimento della pace interna (v. scheda b), nell’allargamento a nuovi paesi (dai 6 iniziali del 1957 ai 27 attuali senza la Gran Bretagna) e nel fornire aiuti agli Stati/aree povere nei limiti delle disponibilità di bilancio.

Per questi aiuti si può fare riferimento a quanto previsto nel bilancio 2018, dove per la coesione economica, sociale e territoriale si prevede di spendere 55,5 miliardi di euro, pari al 34,7 % del bilancio totale. (v. scheda h precedente).

Per quanto riguarda il welfare, come precisato sopra, l’UE non ha competenze dirette nel campo del welfare ma si è più volte pronunciata a favore del rispetto dei diritti sociali dei cittadini. Il documento più recente emanato il 17 novembre 2017 dal Consiglio europeo e dal Consiglio dell’Unione europea, insieme al Parlamento ed alla Commissione europea, è intitolato Pilastro europeo dei diritti sociali. Esso intende promuovere un’Europa sociale per tutti i cittadini europei e mira a rafforzare l’acquis sociale e a garantire diritti più efficaci ai cittadini. Si concentra sugli aspetti occupazionali e sociali e assicura che il modello sociale europeo sia messo in condizione di far fronte alle sfide del XXI secolo. L’obiettivo del Pilastro è contribuire al progresso sociale promuovendo mercati del lavoro e sistemi previdenziali equi e ben funzionanti. Stabilisce 20 principi e diritti, suddivisi in tre categorie: pari opportunità e accesso al mercato del lavoro; mercati del lavoro dinamici e condizioni di lavoro eque; sostegno pubblico/protezione sociale e inclusione.

Occorre però che le indicazioni che possono scaturire da questi documenti si traducano in direttive europee che siano recepite negli ordinamenti legislativi degli Stati membri e che ci siano le risorse e le adesioni da parte degli Stati e delle parti sociali per attuarle.

4 — vantaggi possibili dall’affidamento all’UE di questo interesse nel futuro:

solo tramite l’UE sono possibili aiuti agli Stati con interventi di solidarietà che i singoli Stati non possono affrontare da soli (es. pace interna, allargamento dell’Unione ad altri paesi, aumento degli aiuti ad aree povere anche extra-UE, promozione del welfare, v. punti precedenti)

Per far fronte alle cause originarie della riduzione delle prestazioni di welfare già evidenziate in precedenza (es. crisi economica, disoccupazione), è importante però che siano attuate a livello UE sia le politiche economiche per lo sviluppo prima evidenziate, sia le sollecitazioni e i controlli nei confronti degli Stati, per difendere sempre più i diritti sociali dei cittadini europei attraverso la applicazione del modello sociale europeo, con particolare riguardo alle prestazioni di welfare.

5 — modalità per rendere l’Unione Europea capace di difendere questo interesse nel futuro:

secondo il principio di sussidiarietà è necessario l’affidamento al governo federale dell’UE delle competenze nelle materie che: creano sviluppo (v. schede c, d, e, f); mantengono gli attuali risultati di pace; rendono possibili maggiori interventi di solidarietà all’interno della stessa UE (es. immigrazione e incremento degli aiuti agli Stati e alle aree più povere, v. schede a, b, f) o nei confronti dei paesi extra-UE (aiuti ai paesi poveri per contrasto a guerre, immigrazione e disastri ambientali, v. scheda a). Secondo lo stesso principio di sussidiarietà, però, non c’è la necessità che la competenza sull’attuazione del welfare sia attribuita all’UE, ma può essere lasciata agli Stati membri, a fronte di una tutela UE dei diritti dei cittadini.
 

l) interesse nel campo della democrazia e della capacità decisionale.

1 — attuale percezione difesa interesse a livello nazionale od europeo:

già nei singoli Stati membri si ritiene che i parlamenti nazionali eletti dai cittadini siano sempre meno in grado di interpretare e legiferare tempestivamente per venire incontro ai bisogni e interessi dei loro cittadini, specialmente di fronte alle crisi economiche ed alle emergenze (es. immigrazione). Analogamente si ritiene che le istituzioni ed in particolare il Parlamento UE non siano in grado di capire e difendere gli interessi dei cittadini, nonostante i risultati raggiunti (innanzitutto la pace), in quanto da un lato si crede che l’UE sia principalmente al servizio degli interessi economici e finanziari, da cui derivano solo vincoli per i cittadini degli Stati, e da un altro lato non si crede che il Parlamento europeo sia in grado di venire incontro ai bisogni dei cittadini.

C’è scarsa consapevolezza della insufficiente democraticità del Parlamento e Commissione UE. Di conseguenza si diffonde sempre più la credenza che forme di democrazia diretta (referendum, consultazioni via web) e/o forme di governo autoritarie a livello nazionale siano maggiormente in grado di rispondere agli interessi dei cittadini, con conseguente anche maggiore ruolo degli Stati nel difendere gli interessi nazionali in sede UE.

2 — natura dell’interesse e capacità o incapacità attuale dell’Europa o degli Stati nazionali di difenderlo:

non sempre sono chiare le ragioni di questa scarsa capacità delle istituzioni democratiche a livello nazionale e dell’UE di rispondere agli interessi dei cittadini, con conseguente ricerca di soluzioni radicali e di risposte nazionalistiche.

È vero infatti che gli Stati nazionali sono sempre meno capaci di rispondere alle conseguenze delle crisi, ma questa situazione consegue principalmente alla mondializzazione dell’economia, che, ricordiamo, è stata voluta per convenienza dai paesi industrializzati (v. scheda f). Ciò ha consentito ad alcuni dei paesi in via di sviluppo, in particolare se grandi come popolazione, con molte risorse naturali e con poteri politici molto accentrati (es. BRIC = Brasile, Russia, India e Cina), di avviare un progressivo sviluppo economico e tecnologico che li ha portati ad essere concorrenti degli stessi paesi industrializzati, anche a prezzo di trascurare i diritti civili e la sostenibilità ambientale delle loro scelte.

Di conseguenza solo i grandi paesi sviluppati, come gli USA, sembrano essere in grado di fare fronte a questa concorrenza. Ma se anche questi paesi erigono barriere commerciali nei confronti degli altri Stati, a parte il discutibile vantaggio di tali scelte, solo l’Europa unita può fare fronte a tali sfide, mentre i singoli Stati per le loro dimensioni ridotte non sono in grado di farlo. Però, come visto anche in precedenza, ciò non comporta automaticamente la fusione di tutti i singoli Stati in uno solo, ma, sempre tenendo conto della esperienza di altri grandi paesi (in primis gli USA), si può raggiungere lo stesso scopo accentrando a livello di UE solo le competenze che non possono essere adeguatamente soddisfatte a livello dei singoli Stati, secondo il principio di sussidiarietà, che in termini istituzionali si traduce nel federalismo.

Parallelamente occorre però che queste competenze siano gestite sotto il controllo democratico dei cittadini attraverso il Parlamento europeo, analogamente a quanto avviene per le democrazie parlamentari. Oggi non è così perché i principali poteri sono gestiti dagli Stati nazionali che decidono all’unanimità su fisco, cittadinanza e politica estera.

L’esclusione del Parlamento europeo da queste decisioni non solo è un vulnus alla democrazia (si parla infatti di “deficit democratico”) ma le decisioni prese all’unanimità dagli Stati sono lente e frutto di compromessi al ribasso: cosa che fa dire agli euroscettici che l’Europa non sa decidere. In realtà non è l’Europa che non sa decidere, ma sono gli Stati che non sanno decidere perché non delegano ad istituzioni europee democratiche i poteri necessari per permettere all’Europa di essere efficace e “parlare con una sola voce”.

3 — risultati già raggiunti o meno dall’UE nella difesa di questo interesse:

come si è già visto in precedenza, all’UE sono state attribuite le sole competenze ritenute necessarie per assicurare la circolazione di persone, beni e capitali, mentre le altre competenze sono state conservate a livello dei singoli Stati membri. Ma la gestione di tali competenze avviene solo apparentemente in modo democratico. Infatti, secondo i trattati in vigore, come si è già visto in precedenza, nell’UE sono state attivate tutte le istituzioni tipiche di uno Stato democratico, che ricalcano la tradizionale divisione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario (Parlamento e Consiglio europeo degli Stati membri, Commissione e Banca centrale, Corte di giustizia).

Però ad alcune di queste istituzioni (in particolare il Parlamento UE) non sono stati attribuiti i poteri di loro competenza, in quanto, in estrema sintesi, gli Stati (Consiglio europeo dei capi di governo e Consiglio dei ministri) accentrano la maggior parte del potere legislativo che spetterebbe al Parlamento.

4 — vantaggi possibili dall’affidamento all’UE di questo interesse nel futuro:

la necessità ed i risultati positivi dell’affidamento di nuove competenze all’UE, con l’assegnazione di adeguate risorse, sono già stati evidenziati nelle schede precedenti, ma occorre anche assicurare che siano gestite sotto il controllo democratico dei cittadini europei e non dei governi dei singoli Stati, come visto al punto precedente. Infatti la loro gestione è stata affidata a dei trattati e non ad una costituzione federale. La differenza sembra minima ma così non è, in quanto è importante avere un’UE capace di agire, cioè sovrana, sulle nuove competenze che le saranno affidate, lasciando agli Stati e da questi alle regioni i compiti che possono meglio svolgere al loro livello.

L’importante è che ad ogni livello, secondo il sistema democratico, i cittadini possano guidare e controllare l’operato dei loro rappresentanti. A tale fine questo operato deve essere controllato da parte dei cittadini innanzitutto attraverso la elezione di diversi “parlamenti” a tutti i livelli, in modo da poter confermare o meno il mandato alle diverse elezioni, cosicché i rappresentanti a loro volta sappiano di dover rispondere ai cittadini per i poteri che sono stati loro conferiti, ma anche possano esercitare i poteri che a loro spettano.

Ciò deve avvenire, come è avvenuto per tutti gli Stati occidentali democratici, tramite la adozione di una costituzione (federale per gli USA, per la Germania e altri), predisposta da parte dei rappresentanti del popolo, che garantisca la necessaria sovranità all’UE in modo complementare e sinergico con quella degli Stati membri, secondo il principio di sussidiarietà, caratterizzata da:

— funzionamento democratico, tramite un Parlamento eletto dai cittadini che in questo modo possono indirizzarlo e controllarlo, e dotato di un vero potere legislativo; un Consiglio degli Stati, con poteri analoghi a quelli del Parlamento col quale legiferare in un sistema bicamerale (Camera dei Cittadini e Camera degli Stati); un esecutivo eletto dalle due Camere;

capacità di agire tempestivamente, tramite voto a maggioranza e non all’unanimità su tutte le materie, analogamente a quanto avviene nei singoli Stati membri, e dotazione di risorse adeguate per gestire tutte le competenze delegate all’UE.

5 — modalità per rendere l’Unione europea capace di difendere questo interesse nel futuro:

per rendere la nuova UE in grado di gestire adeguatamente le nuove competenze che sono state individuate in precedenza, occorre assicurare che gli Stati membri rimuovano i limiti che condizionano il funzionamento dell’UE attuale, secondo quanto indicato al punto precedente, ricalcando quanto già in vigore con successo in Stati federali europei (es. Germania, Svizzera) ed extra-UE (es. USA, Australia, Canada). Ciò attraverso una costituzione federale che attribuisca alle istituzioni europee i poteri democratici di loro competenza.
 

Conclusioni

Per una maggiore immediatezza di comprensione dei risultati dell’analisi precedente a parte è stata anche predisposta una sintesi degli stessi, dove, per ogni interesse, si evidenziano, per semplificare, gli elementi principali delle seguenti alternative di scelta da parte dei cittadini e dei loro governi:

— come prima alternativa il mantenimento della situazione attuale della difesa degli interessi da parte della Unione europea o dei singoli Stati;

— come seconda alternativa la possibilità di difesa degli interessi da parte di una nuova Unione europea e le condizioni necessarie per tale scelta.

È chiaro che esiste una terza alternativa con il ritorno della difesa di questi interessi solo da parte dei singoli Stati, con la dissoluzione dell’Unione europea, che comporta però la ovvia eliminazione della difesa degli interessi già realizzata ed evidenziata per la prima alternativa.

I risultati di questa analisi possono essere a prima vista interpretati, specialmente da parte degli euroscettici, come troppo a favore dell’UE ma, se visti in modo più riflessivo, spero siano utili, come nelle finalità iniziali, per dimostrare, il più semplicemente e oggettivamente possibile, che:

— la difesa degli interessi dei cittadini da parte della attuale UE avviene già ora in modo significativo per alcune materie ad essa delegate, anche rilevanti (la pace e la libertà di mercato), ma per responsabilità prevalente degli Stati non avviene in modo efficace, in quanto è condizionata dal diritto di veto dei singoli Stati e limitata dalle ridotte risorse di bilancio a disposizione, e in modo non democratico, in quanto i poteri più importanti sono ancora di competenza degli Stati

— la difesa di ulteriori interessi dei cittadini (es. sicurezza, sviluppo, sostenibilità ambientale) da parte di una nuova UE può essere realizzata con maggiore efficacia (risultati) e maggiore efficienza (costi/tempi) rispetto a quanto possibile da parte dei singoli Stati solo se si introduce una costituzione federale che garantisca una sovranità complementare a quella degli Stati membri secondo il principio di sussidiarietà (che lascia ai singoli Stati e regioni le competenze sulle materie che loro possono svolgere meglio e attribuisce le altre all’UE), e se vengono assicurati alla stessa UE adeguati poteri e risorse, gestiti dalle istituzioni democraticamente e con decisioni a maggioranza.

In altre parole si cerca di dimostrare che, opportunamente adattato alla realtà europea e senza prevaricare sui singoli Stati dell’UE, è sempre valido il vecchio principio che l’ “unione fa la forza” mentre il principio “ognuno per sé” non può che essere perdente, specialmente dopo la mondializzazione che fa contare sempre di più le grandi aggregazioni politiche ed economiche e non i singoli Stati.

Per altro la critica all’UE attuale di non essere in grado di difendere i nuovi interessi dei cittadini, a fonte del riconoscimento di averlo fatto per gli interessi iniziali (es. pace), che i singoli Stati nazionali non erano in grado di difendere, implica che occorre agire analogamente per la difesa di questi nuovi interessi che non possono essere difesi dagli Stati nazionali, tramite una nuova UE.

Di conseguenza la nuova UE si presenterebbe come la istituzione capace di difendere gli interessi dei cittadini che non conviene restino di competenza degli Stati membri, avendo una capacità di agire adeguata a questa sfida, come schematicamente rappresentato di seguito (riferimenti alle schede degli interessi tra parentesi):

* attribuzione al governo federale europeo di competenze su politica economica, politica estera, sicurezza/difesa, ambiente, lasciando agli Stati nazionali gli altri poteri.

 

Però occorre anche che ci siano dirigenti politici degli Stati membri in grado di interpretare e fare le scelte giuste tra queste alternative, ma specialmente di realizzare la nuova Unione europea nell’interesse dei cittadini. In altre parole occorre che emergano alla guida degli Stati europei più importanti degli statisti come quelli che nel passato sono stati chiamati i padri fondatori dell’Europa (De Gasperi, Spinelli, Schuman, Monnet, Adenauer, ecc.). Sono necessari cioè nuovi padri rifondatori dell’Europa e attualmente purtroppo non se ne vedono molti. Il destino di un’Europa capace di difendere gli interessi dei cittadini è quindi nelle mani degli stessi cittadini, attraverso le scelte di voto sui programmi e sulle persone da eleggere nei parlamenti nazionali ed europeo, che consentano loro di riappropriarsi del loro futuro.

Specialmente in vista delle elezioni europee del 2019 è quindi importante che i cittadini europei abbiano le idee chiare sulle conseguenze delle loro scelte e spero che il presente documento possa dare un contributo, anche se modesto, in tale senso.

Genova, 26 settembre 2018

Piergiorgio Marino


* Si tratta di un documento redatto nel quadro dell’iniziativa “Soprattutto Europa” lanciata dalla Sezione di Genova del Movimento federalista europeo con un appello, sottoscritto da oltre 500 personalità genovesi di diverso orientamento politico, rivolto agli elettori in vista delle elezioni per il Parlamento europeo del 2019.

 

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