Anno LXI, 2019, Numero 3, Pagina 188

 

 

IL SENSO DELLA BATTAGLIA
PER LA RIVOLUZIONE FEDERALE IN EUROPA*

 


Stiamo vivendo un periodo di transizione turbolento, a tratti particolarmente pericoloso, caratterizzato da una molteplicità di sfide su fronti che segnano un passaggio epocale per l’umanità. L’Europa vive questo passaggio impreparata con i suoi attuali strumenti; eppure è la sola area del mondo ad avere una visione e un progetto positivi per il futuro. La sfida per l’Unione europea è allora quella di riuscire a darsi gli strumenti per portare il peso di questa visione e di questo progetto negli equilibri internazionali, per condizionare il corso degli eventi politici dei prossimi decenni e indirizzare il futuro — la storia — verso la progressiva realizzazione di un mondo più pacifico, più giusto, più libero.

Utopia? No, la sfida è reale, e le possibilità di vincere pure, se si riuscirà a portare avanti con determinazione la battaglia per l’Europa federale, da cui passa il crocevia della storia. Per noi federalisti è un’enorme responsabilità, e dobbiamo cercare di esserne all’altezza.
 

Dove va il mondo? Focus su alcune sfide esistenziali e sul costo dell’attuale assenza europea

Sic transit gloria mundi. Così Gideon Rose introduce il numero di luglio-agosto di Foreign Affairs dedicato al declino americano (What Happened to the American Century?). Oggi il mondo, Statunitensi inclusi, deve fare i conti con il declino (relativo) della super potenza che ha plasmato il sistema occidentale dopo la Seconda guerra mondiale e che ha creduto di poter dominare il XXI secolo, forte della propria supremazia militare, nel segno dell’affermazione sempre più condivisa del modello politico occidentale liberal-democratico e del continuo progredire su scala globale dell’apertura dei mercati e dei principali settori dell’economia. Il vecchio ordine e la leadership che lo governava oggi sono rimessi in discussione, e il mondo vive una transizione complessa, mentre un nuovo modello e un nuovo ordine ancora non riescono a delinearsi. Le sfide sono molteplici; ci limitiamo a richiamarne alcune, quelle che sembrano più determinanti, innanzitutto per mettere a fuoco il ruolo potenziale che potrebbe giocare un’Europa federale, e le responsabilità che si assumono gli Europei qualora non si impegnino a realizzarla.

1. La sfida di rilanciare la politica democratica.

Nessuno può mettere in discussione i risultati straordinari ottenuti in questi decenni trascorsi nel segno della globalizzazione americana. I dati sulla riduzione della povertà (nell’ordine dei miliardi di persone affrancate dal problema della sopravvivenza) e sulla crescita economica dei paesi una volta chiamati “in via di sviluppo” sono impressionanti. Il mondo è profondamente cambiato, e in meglio. Obama ricordava spesso che l’umanità sta attraversando il periodo migliore che abbia mai sperimentato, e che nel mondo non ci sono mai state, per un individuo, così tante possibilità di nascere in condizioni di relativa libertà e benessere come oggi. Tuttavia, la crisi che attraversa le nostre società conferma che, rispetto agli effetti prodotti da questi processi, in Occidente sono stati compiuti errori profondi e innegabili, ormai universalmente riconosciuti. Le politiche “iperglobaliste” imposte al mondo dagli USA hanno perseguito un sistema volto a far sì che qualunque Paese si ritrovasse a mettere al servizio dell’economia globale la propria, capovolgendo la logica stessa della politica, come ha più volte ricordato Dani Rodrik, anche nel suo recente Globalization’s Wrong Turn – And How It Hurt America; è così che “l’incremento degli scambi con la Cina e altri paesi a basso reddito hanno accelerato il declino del lavoro manifatturiero nel mondo sviluppato, depauperando molte comunità” e che “la finanziarizzazione dell’economia globale ha prodotto la peggior crisi finanziaria dopo la Grande Depressione”.

Come mai allora è mancata la risposta dei governi di fronte agli evidenti danni sociali che si stavano producendo e al crescere delle ineguaglianze e del disagio? Come mai la politica democratica è rimasta prigioniera di un’ideologia che la svuotava delle sue prerogative e la confinava a ruolo di comprimaria dei mercati, come se le forze del mercato fossero inarrestabili e dettassero le condizioni? Bastano questi interrogativi per capire che le radici più profonde della crisi che stiamo attraversando sono da ricercare prima di tutto nella debolezza in cui è precipitata la politica democratica. E’ una crisi che colpisce innanzitutto gli stessi Stati Uniti e che si propaga in Europa; una crisi che addirittura determina un arretramento dei regimi democratici, riportando in auge modelli autocratici che, laddove erano stati sconfitti dalla storia e dal sentimento civile delle popolazioni, si pensava non avrebbero più avuto spazio.

E’ facile capire come questa crisi possa colpire gli USA nel momento di difficoltà che attraversano, in cui si trovano a gestire, dopo l’illusione egemonica, il declino relativo della propria potenza, in particolare a fronte dell’emergere prepotente della Cina, e a dover ripensare in questi nuovi termini il proprio ruolo e un nuovo modello di governo del mondo. Nascono così la tentazione di rifugiarsi in un nazionalismo esasperato, che cerca di sfruttare il vantaggio relativo che l’America mantiene — in termini militari, scientifici e tecnologici, industriali, monetari — e di ricreare gli scenari di una nuova Guerra fredda sino-americana; l’abbandono di un multilateralismo in cui l’influenza statunitense è da tempo in crisi ed è diventata troppo difficile da esercitare; l’ideologia del suprematismo bianco, che offre ad una parte di americani un nuovo senso di appartenenza e una identità forte e che si afferma con sempre maggior influenza negli USA: essa ormai si pone come il nuovo paradigma culturale e ideologico da portare nel mondo, creando in questo un asse persino con i propri nemici geostrategici come la Russia, accomunati in questo specifico disegno di cercare di sostituire con un nuovo ordine autocratico il vecchio ordine fondato su un modello di tipo democratico. Per questo non sono da sottovalutare l’internazionale suprematista che Steve Bannon si prodiga a costruire, né la sua influenza sui movimenti nazionalisti e populisti in Europa, o le commistioni di questi ultimi con la Russia.

La colpa di tutto ciò è però solo in parte della politica americana. Come già scriveva Francesco Rossolillo in un editoriale del 1999 de Il Federalista (“Come l’Europa può aiutare gli Stati Uniti”), è stato il peso insostenibile dell’esercizio di una leadership troppo onerosa per le sue forze e troppo protratta nel tempo, a logorare inevitabilmente le risorse materiali e morali degli Stati Uniti. L’indebolimento della democrazia americana deriva in larga parte dal non aver avuto alternative rispetto alla necessità di far fronte al compito impossibile di guardiani dell’ordine mondiale; un ruolo che non hanno mai potuto svolgere in modo efficace, perché non avevano le risorse per perseguire un disegno generale capace di indurre i cittadini americani e i governi dei paesi alleati a sentirsi coinvolti in un grande compito storico comune.

Come federalisti, non possiamo allora non sottolineare che è innanzitutto il mancato completamento in senso federale del processo di unificazione europea che ha determinato questo destino americano e, con esso, la crisi della politica democratica. E’ mancata un’Europa forte e positiva, capace di propugnare un nuovo equilibrio mondiale; e non si è realizzato quel nuovo modello di democrazia sovranazionale che l’Europa federale avrebbe dovuto affermare, che sarebbe dovuto essere il riferimento politico indispensabile per un diverso governo della globalizzazione. Basti pensare a cosa rappresenterebbe oggi, come modello per i progetti di integrazione regionale, anche solo l’esempio della CECA e del tentativo che ha prodotto di costruire una sovranità sovranazionale comune, rispetto all’esempio rappresentato dal Mercato unico che, invece, nonostante alcuni successi innegabili, scommette sul mantenimento delle sovranità nazionali. Se ancora non fosse chiaro che cosa ha significato, con la caduta della CED, la fine dell’esperimento di unificazione tentato dai Padri fondatori, e se ancora ci fossero dubbi su cosa manca al modello comunitario che ne è seguito e al sistema che l’Europa ha costruito proprio a partire dalla fine della Guerra fredda, sarebbe sufficiente osservare i danni prodotti dall’assenza di un’Europa politica nei decenni, a causa della volontà degli Stati di preservare la propria sovranità — e i danni che sta producendo in questo momento — per capire il valore della rivoluzione europea mancata e il valore della battaglia federalista oggi. E’ un fatto che questa Europa non riesce ad esercitare un ruolo responsabile nel mondo, né a contribuire alla stabilità regionale, e non è in grado di sopravvivere senza un ordine internazionale garantito dalle potenze politiche extra-europee.

2. La sfida di un nuovo ordine mondiale.

Il bilancio della politica internazionale a trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino ci conferma che è stata in gran parte l’assenza di un centro europeo di diffusione della responsabilità, per riprendere nuovamente le parole dell’editoriale di Francesco Rossolillo, ad impedire la possibilità della diffusione del potere e la creazione di un ordine multipolare, più stabile e pacifico fondato sulla regionalizzazione dell’influenza. La storia ci consegna fatti innegabili sotto questo profilo, un elenco sterminato di crisi e mancate soluzioni a causa dell’assenza europea nel ridisegnare gli equilibri mondiali all’indomani della Guerra fredda: dall’evoluzione in senso autocratico e anti-occidentale della Russia (per nulla scontata inizialmente), alla mancata stabilizzazione dei paesi del Mediterraneo, al via libera agli errori drammatici degli USA in Medio Oriente, al destino dell’Africa, al modo stesso in cui sono stati gestiti la globalizzazione e l’emergere della Cina, alla crisi delle istituzioni multilaterali, ai modi in cui si sono sviluppati i tentativi di affermare un nuovo multipolarismo in chiave anti-occidentale e i modi i cui questi tentativi sono falliti, per non citarne che alcuni, insieme ai tanti casi specifici, come la fine della ex-Jugoslavia o il destino dell’Ucraina e quello della Turchia.

Tutto ciò ha preparato il difficilissimo contesto mondiale in cui ci troviamo oggi: le tensioni, le guerre e l’instabilità crescenti, con il relativo esodo di decine e decine di milioni di profughi e migranti in fuga da violenze e miseria; i problemi della sicurezza, tra cyberguerre e ripresa della corsa agli armamenti, che rischiano di coinvolgere direttamente anche l’Europa; la guerra dei dazi, quella valutaria che si profila all’orizzonte, le schermaglie e i piani strategici per allargare la propria orbita di influenza e il controllo sulle materie prime da parte innanzitutto di Cina e Stati Uniti, ma anche della Russia o dell’India; piuttosto che il caos che torna in America Latina, dal Venezuela, all’Argentina, alla vittoria di un Bolsonaro in Brasile.

Non è questo documento che può offrire un’analisi dettagliata dei problemi della politica internazionale, né fornire un elenco completo dei problemi sul tappeto: qui ci interessa sottolineare come questa situazione si rifletta sull’Europa, e come la minacci. La sua debolezza politica e il suo tasso di ricchezza e sviluppo la rendono appetibile per la Cina, nel quadro del suo progetto egemonico eurasiatico: così, attraverso la sua Belt and Road Initiative, la Cina coglie le opportunità del divide et impera, per penetrare nel nostro continente e ottenere il massimo dei vantaggi oggi, preparandosi in vista di quelli futuri. Lo stesso vale per la battaglia ingaggiata da Putin contro il sistema liberal-democratico (ormai “obsoleto” nel XXI secolo, che sarà il secolo del nazionalismo e del ritorno ai valori “tradizionali”, come ha dichiarato al Financial Times) attraverso il sostegno in denaro e l’appoggio propagandistico dati alle forze della disgregazione in Europa; le quali forze godono al tempo stesso anche dell’appoggio di Trump, che proclama di voler “disarticolare” l’Unione europea, che ai suoi occhi è un mercato da piegare ai propri voleri e un insieme di Paesi che deve pagare i dovuti tributi per vedersi (forse) garantita la propria sicurezza. Ricordiamo ancora l’Iran, la folle politica di Trump nella regione del Medio Oriente, così vitale per l’Europa, che assiste impotente.

In questo nuovo contesto è tempo che l’Europa dia seguito alla volontà di “prendere in mano il proprio destino” più volte espressa e si avvii verso una politica estera e di sicurezza europee, che prenda il posto di quelle nazionali. Non sarà un processo rapido: in queste materie si tratterà per gli Stati, nel costruire una sovranità europea, di rinunciare a gran parte della propria; e, anche se le prove di cooperazione in atto aiutano a costruire alcune basi materiali e alcune convergenze importanti, che rappresentano sicuramente passaggi necessari, è chiaro che esse sono ancora lontane dal porsi l’obiettivo di rendere l’Europa una presenza mondiale autonoma e responsabile.

3. La sfida del governo della globalizzazione.

Se l’iperglobalismo americano ha rivelato il suo volto negativo, il mondo sperimenta oggi il suo drammatico — e ben più devastante — opposto, il nazionalismo esacerbato e confuso della potenza in crisi, ma ancora forte abbastanza da avere in mano le leve del mondo. Il non-disegno di Trump è folle, e, oltre l’euforia dei mercati che approfittano delle deroghe temporanee, spinge gli stessi USA in un cul de sac, politico prima ancora che economico. Oggi ci troviamo alla vigilia di una nuova recessione mondiale, che potrebbe portare con sé una devastante guerra monetaria, e non sappiamo cosa ne potrà scaturire. Assistiamo impotenti alla guerra dei dazi iniziata dall’Amministrazione americana — con il doppio focus sulla bilancia commerciale e sulla competizione tecnologica —, che rischia di dividere il mondo in due emisferi non-comunicanti, mette in crisi l’economia dell’Eurozona, minaccia la stabilità dell’Occidente, ma che non fermerà la Cina. Sinora, il risultato ottenuto è un peggioramento ulteriore della bilancia commerciale americana, con un incremento delle esportazioni cinesi negli USA, a fronte di un calo di quelle statunitensi verso la Cina. Le catene globali del valore sono talmente intrecciate, che non si può colpire “l’avversario” senza colpire parte della propria industria; e tutto sembra far credere che soffre di più l’Occidente del rallentamento cinese, di quanto non ne soffra la Cina stessa.

In questo quadro, riesumare, come fa Trump, i toni e la mentalità da nuova guerra fredda contro un avversario che (tutti i dati confermano) è destinato ad occupare il posto di prima potenza mondiale nel giro di due-tre decenni, e quindi senza nessuna chance di vincere, per di più in assenza di un progetto di lungo respiro da coltivare e con cui crescere, è un boomerang per gli USA, come lo è per ogni potenza globale in declino non capire come ritagliarsi un nuovo e diverso ruolo di prestigio nel mondo che va delineandosi: la gestione del passaggio di potere dalla Repubblica delle Province Unite dei Paesi Bassi all’Inghilterra e da quest’ultima agli Stati Uniti dovrebbero insegnare. L’unica scusante, anche in questo caso, è la solitudine americana, per l’assenza di un partner europeo con cui fare fronte comune in nome dei valori democratici, sociali e liberali condivisi. Questo è stato il tentativo di Obama nel perseguire gli accordi commerciali (in particolare con il TTIP con l’Unione europea) con cui cercava di costruire un blocco coeso e dotato del peso necessario per imporre alla Cina standard che non penalizzassero le industrie occidentali, ma piuttosto impedissero il suo dumping. La Commissione europea – come ci ha testimoniato anche il caponegoziatore per l’UE, Ignacio Garcia Bercero, quando è intervenuto nei lavori della Commissione politica del Comitato federale dell’UEF che stava affrontando il tema – era consapevole della posta in gioco, ma era anche fortemente frenata dal fatto che l’accordo avrebbe avuto bisogno dell’approvazione unanime di tutti gli Stati membri dell’UE; la competenza esclusiva della Commissione in materia di politica commerciale, e quindi la possibilità della ratifica a maggioranza, terminano infatti quando gli accordi toccano gli interessi nazionali degli Stati, cosa che ormai succede sempre con i nuovi trattati che includono i servizi e altri settori chiave delle economie dei singoli paesi. Questo scoglio non determina solo rallentamenti e rischi di fallimento al termine dei lunghi e complessissimi negoziati (chi non ricorda la vicenda della mancata firma del Parlamento vallone per poter avviare l’iter di ratifica del CETA, o non ha presente le recenti minacce del governo Lega-Movimento 5 Stelle a proposito della ratifica di questo trattato?); esso distorce innanzitutto l’ottica con cui si prendono in considerazione gli stessi negoziati e i trattati che ne derivano. Al di là della chiusura dei negoziati sul TTIP imposti da Trump, quanti nei parlamenti nazionali erano consapevoli della partita che si stava cercando di giocare e si ponevano l’obiettivo di contribuire al suo successo, anche solo creando un clima positivo e lavorando per migliorarne le criticità, ovviamente presenti?

L’Unione europea oggi è la prima potenza commerciale nel mondo; il suo Mercato interno rappresenta un’innovazione politica di enorme successo, che è anche è la maggiore garanzia che in questo momento gli Europei hanno di poter mitigare gli effetti di un possibile ritorno al protezionismo. Eppure, il suo modello che preserva il tabù delle sovranità nazionali è carente persino in una materia di competenza comunitaria da decenni. Anche in questo campo l’Unione europea non ha strumenti sufficienti per mettersi al servizio di un progetto politico tout-court, dotato dell’ambizione di condizionare gli equilibri mondiali e incidere sul governo della globalizzazione. Come ricorda spesso Martin Sandbu nelle sue analisi sul Financial Times, l’UE continua a fondarsi sulla mentalità mercantilistica in base alla quale i suoi Stati membri danno un mandato alla Commissione limitato a perseguire vantaggi immediati — in termini di occupazione, o di possibile crescita di determinati settori grazie all’apertura di spazi commerciali — senza progetti di lungo respiro, e senza volontà di giocare un ruolo politico.

Anche per sfruttare quindi in modo diverso (ed effettivo) il suo soft power, che già avrebbe nel campo del commercio, l’Unione europea ha dunque bisogno di compiere una duplice rivoluzione: porsi l’obiettivo di diventare una potenza economica globale (nel solco della già menzionata consapevolezza di “dover prendere in mano il proprio destino”), e riformare in senso federale il proprio sistema istituzionale per poter andare oltre la difesa di 28, o 27, interessi nazionali, e definire — e difendere — un interesse europeo, togliendo agli Stati il monopolio politico.

Nessuno si illuda che gli Stati Uniti possano tornare stabilmente alla ragione, ossia ad avere un ruolo costruttivo, senza il contributo di un’Europa capace di indicare la via. Sarà la storia, oltre la cronaca, a dire quanto hanno contribuito all’elezione di Trump gli Europei free riders dell’ordine mondiale; ma saremo noi i primi a pagare il prezzo del nostro immobilismo che da decenni ci mantiene impotenti.

4. La sfida ambientale: UNIRE L’EUROPA PER SALVARE IL PIANETA.

In questo periodo è relativamente facile in Europa sottolineare l’urgenza della questione ambientale e porre il tema del ruolo che l’UE potrebbe giocare in tal senso. I rapporti sempre più drammatici che si susseguono, l’attenzione al problema riservata dai mezzi di informazione, la sensibilità sempre più diffusa stanno costruendo il consenso per lanciare un grande Green New Deal europeo e porre l’Unione europea alla testa della battaglia per combattere i cambiamenti climatici. Questa è infatti una delle proposte indicate nelle priorità dell’agenda della nuova Commissione che inizia a circolare. Attorno alla difficile, ma necessaria, conversione verde dell’economia, si può giocare una partita importante per coniugare l’utilizzo consapevole e responsabile delle nuove tecnologie legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e della rivoluzione in campo medico e biologico. Sotto questo aspetto l’Europa è leader a livello mondiale per la sua sensibilità al tema e per il suo impegno, anche grazie al fatto che in questo ambito gli strumenti comunitari — che si traducono nella definizione di indirizzi generali attraverso quadri normativi vincolanti per gli Stati membri e rendono possibili piani di sviluppo sulla scorta del piano Juncker, in grado di mobilitare capitali privati e incentivare investimenti con una garanzia pubblica europea minima — possono già fare molto per spingere nella giusta direzione l’economia europea.

Questa ambizione europea è importantissima, sia in sé, sia ai fini di creare la consapevolezza dell’urgenza che gli Europei assumano una leadership globale sul tema. Ma proprio perché si tratta di una sfida cruciale e complessa, gli strumenti della governance dell’UE non bastano ancora. I costi della trasformazione dell’economia sono molto elevati nel breve periodo; e man mano che si procederà nella realizzazione del piano ci sarà la necessità di ingenti politiche di compensazione per i settori e i territori che verranno penalizzati; compensazioni che richiedono una forte capacità politica e fondi da poter utilizzare, che l’UE non può avere, perché è dominata dalla difesa degli interessi nazionali da parte dei “signori dei Trattati”, e dunque la cabina di regia europea non ha né il potere, né gli strumenti per perseguire autonomamente e senza i veti dei governi l’interesse comune sovranazionale. Questa realtà dei rapporti di potere tra Stati membri e istituzioni europee è alla base anche dell’approccio bottom-up che guida i piani di investimenti europei. Oggi la Commissione fissa delle linee quadro per indicare i settori e i tipi di progetti verso cui si vogliono stimolare gli investimenti, raccogliendo capitali privati in cambio di una piccola garanzia rappresentata dal contributo europeo; poi, però, i progetti vengono disegnati e avanzati dalle singole realtà sul territorio, che devono trovare gli investitori privati disposti a supportarli. Il criterio indispensabile è dunque quello della reddittività “certa” a breve, per attirare capitali che sono (per definizione) alla ricerca di un ritorno sicuro. Non che questo approccio debba scomparire, ma è chiaro che penalizza le aree più depresse e i settori che garantiscono una resa minore dell’investimento in termini di profitto, al di là dell’utilità pubblica che potrebbero rivestire; inoltre, anche pensando alla necessità di andare oltre la scarsa crescita complessiva che stiamo sperimentando — una crescita che non basta all’Europa né per risolvere i suoi problemi interni né per mantenere un ruolo preminente sulla scena internazionale —, questo approccio dovrebbe affiancarsi ad un vasto piano pubblico, un piano di governo (in questo senso top-down) concepito per creare e rafforzare i beni pubblici europei che interessano meno agli investimenti privati ma che sono determinanti ai fini della produttività e della competitività del sistema europeo e servono a porre le basi e i paletti di uno sviluppo armonico, a partire dalle grandi infrastrutture materiali e immateriali. Per far questo occorrono risorse pubbliche, e un indirizzo chiaro di governo non solo economico, ma politico tout-court.

Infine, il punto ancora più importante, riguarda il fatto che il problema è mondiale, e per questo così complesso. Oggi la divergenza degli interessi dei singoli Paesi, alimentata dalla competizione economica, porta ciascuno Stato a perseguire i propri piani parziali — o a negare il problema come fa Trump, o come sta facendo il Brasile.

Il MFE ha iniziato a porre al centro delle ragioni della sua battaglia, insieme alla pace, la questione ambientale sin dalla seconda metà degli anni Settanta, dopo il primo Rapporto del Club di Roma che denunciava il problema. La svolta del Congresso di Bari, Unire l’Europa per unire il mondo, è stata fatta anche per questo, oltre che per la necessità di perseguire obiettivi di eguaglianza, libertà e giustizia sociale a livello globale, insieme alla pace. Come la pace, l’emergenza climatica richiede la presa di coscienza di un destino comune dell’umanità, e ha bisogno di istituzioni politiche che sappiano perseguire l’interesse di tutto il pianeta e agire in questo senso. La rivoluzione federale europea porta con sé la prima affermazione storica di questo tipo di istituzioni sovranazionali; la mancata rivoluzione federale europea condanna il mondo a non riuscire a concepire questo modo di governare insieme, e a limitarsi alla cooperazione per cercare di allineare i contrastanti interessi a breve dei singoli Stati.

Pertanto, come serve un’Europa che dia l’esempio e che sia leader globale nelle politiche verdi, e che inizi a usare il suo peso commerciale ed economico per negoziare standard stringenti in materia di inquinamento, inclusa l’imposizione di una carbon tax su scala mondiale; così, altrettanto o forse più, serve, un’Europa che allo stesso tempo mostri al mondo la realtà di un processo che supera le singole sovranità nazionali per crearne una condivisa nei settori di interesse comune. Torna qui ancora l’esempio e il modello della CECA, che abbiamo già richiamato; è questo il modello per pensare un’Agenzia mondiale per il clima, che un’Europa federale potrebbe convincere il mondo a mettere in campo, con una parziale, ma reale, cessione di sovranità sufficiente per costruire un quadro solido in cui sviluppare la lotta globale ai cambiamenti climatici. Se Unire l’Europa per unire il mondo continua ad essere il riferimento in termini di valore per definire il senso politico ultimo della nostra battaglia federalista in Europa, oggi dobbiamo sottolineare un passaggio che possiamo individuare in un mondo ancora troppo diviso e in cui le sovranità delle grandi potenze sono ancora troppo forti per pensare che possano volersi unire, anche di fronte all’esempio di un’Europa che fosse riuscita a compiere il passaggio federale. La rivoluzione federalista è la sola che potrà salvare il pianeta, e in tempi prevedibili l’Europa è la sola area al mondo dove può realizzarsi: per questo diventa vero e urgente evidenziare che una delle ragioni per unire l’Europa è l’esigenza di salvare il pianeta.

5. La sfida della competizione tecnologica.

Il fattore tecnologico e il peso che si ha nella competizione in questo settore sono già oggi, e ancor più lo saranno nel futuro, determinanti ai fini dello sviluppo economico e sociale e della sicurezza. L’Europa, notoriamente, è in affanno su questo terreno, perché paga la sua divisione, la mancanza di campioni europei, impiega risorse insufficienti nella ricerca, le disperde nei bilanci nazionali e in progetti non sempre adeguatamente coordinati. La guerra tecnologica iniziata tra gli USA e la Cina e la prospettiva di una possibile (per quanto dannosissima) chiusura protezionistica in questo settore rendono indispensabile per l’Europa rafforzarsi in questo settore a accrescere il proprio peso a livello mondiale, per poter avere la forza di impedire una simile evoluzione e garantirsi dagli inevitabili ricatti cui sarebbe sottoposta se rimanesse dipendente (come di fatto è oggi) dalle tecnologie americane e ormai anche cinesi. Per questo è importante che tra le priorità della nuova Commissione compaiano oggi le proposte per creare un Fondo sovrano europeo per sostenere lo sviluppo di un settore tecnologico europeo e per rivedere i criteri della concorrenza nel Mercato interno per permettere la nascita di campioni europei. Sono proposte giuste e ambiziose, che vanno nella direzione corretta, ma che, come si è già detto per altri settori, saranno tanto più efficaci quanto più saranno frutto di una regia animata dalla visione politica sovranazionale e non saranno vittime degli attuali meccanismi di governance.

6. La sfida culturale.

Quanto si è cercato di richiamare sinora — con tutti i limiti di un documento di questa natura e sicuramente con molte lacune — ci porta a prendere in considerazione un’ulteriore straordinaria sfida che la politica del nostro tempo deve affrontare, e che forse è la più profonda rispetto ai cambiamenti in atto. E’ la sfida culturale, la capacità di costruire paradigmi per rispondere alla nuova domanda di riconoscimento che sale dalle comunità di tutto il pianeta, trovando il modo di governare l’interdipendenza senza ignorare la profonda esigenza di definire una propria identità riconosciuta e rispettata che i gruppi umani, a diversi livelli e in diversi contesti, stanno esprimendo in tutto il mondo. Insieme, vi è la necessità di una cultura politica capace di ripensare il ruolo dello Stato nell’era tecnologica e globale, per rimettere “il capitalismo” al servizio della società, senza negare profitto e libero mercato, ma riportando al centro il bene pubblico e ponendo fine alle storture che stanno minando in tanti cittadini la fiducia nel progresso e nel ruolo della politica nelle nostre società; e vi è l’urgenza di fissare i parametri lungo i quali incanalare lo sviluppo tecnologico, per impedire che prenda indirizzi contrari ai valori della nostra civiltà, magari diventando strumento di nuove sopraffazioni. Il dibattito sul problema dell’identità individuale e collettiva, e sul ruolo che esso gioca nei processi politici, sta avendo recentemente uno sviluppo molto ampio, sia nel mondo anglosassone che in Europa. Esso offre elementi di riflessione e spunti che già permettono di individuare alcuni dei nodi che dobbiamo sciogliere, e forse anche di intravedere i tratti del nuovo pensiero, del nuovo umanesimo, che dobbiamo saper sviluppare per costruire un indispensabile orizzonte morale stabile e condiviso. Le società di oggi devono infatti riuscire a sostituire la comunanza sviluppata e garantita fino al recente passato dalla religione con una nuova visione culturale che permetta di coniugare l’autonomia degli individui con quella condivisione di valori e cultura che il buon funzionamento di una società richiede e di cui gli stessi individui hanno bisogno per definire la propria identità. Senza questa base comune si crea quella cacofonia di sistemi di valori in competizione cui oggi assistiamo e che, nelle parole di Francis Fukuyama, spinge molti individui disorientati a ricercare “un’identità comune che torni a legare l’individuo ad un gruppo sociale e ristabilisca un chiaro orizzonte morale. Questo dato psicologico pone le basi del nazionalismo” perché per molti individui “il proprio autentico io interiore è in realtà costituito dalle relazioni che hanno con gli altri, e dalle norme e aspettative che dagli altri provengono”; si tratta quindi di un’identità che resta legata alla dimensione collettiva, e le due identità collettive più forti oggi sono ancora quelle basate sul nazionalismo e sulla religione, spesso due facce della stessa medaglia.

Il federalismo europeo, soprattutto nelle riflessioni di Mario Albertini e di Francesco Rossolillo si è posto sin dagli anni Settanta questo tipo di problematiche, legando il progetto di un’Europa federale anche alla necessità di rispondere alle esigenze di una nuova società che doveva imparare a coniugare il rispetto per la libertà degli individui, diventato un principio inderogabile, con il mantenimento di una identità collettiva positiva. Il federalismo individua nel comunitarismo, che si accompagna strutturalmente nel progetto del federalismo europeo alla dimensione sovranazionale, la possibilità di creare una nuova forma di identità forte, perché affonda le radici nella vita quotidiana e nella storia della propria comunità, ma al tempo stesso è libera e scevra da quelle chiusure che portano con sé inevitabili degenerazioni. Non è solo la partecipazione diretta alla vita anche dei livelli istituzionali superiori a connotare con il segno dell’apertura questo tipo di identità, che nella dimensione politica si caratterizza come multilivello; lo è anche, e forse persino in misura maggiore, la garanzia della possibilità dell’autogoverno che ogni comunità vede riconosciuta istituzionalmente in un sistema fondato su una molteplicità di livelli di governo indipendenti e coordinati. Il sistema federale garantisce così istituzionalmente la dignità e il riconoscimento di tutte le realtà comunitarie, e le cementa, abolendo una delle principali cause della ossessione identitaria che oggi dilaga a causa della difficoltà di coniugare condivisione e pluralismo, e che arriva a rimettere in discussione persino il principio della libertà e della possibilità di autodeterminazione di ciascun individuo. Questa garanzia si realizza rendendo centrale la vita comunitaria, ma facendola evolvere al tempo stesso come parte integrante di una realtà universale. Ciò si realizza anche separando il concetto di autodeterminazione applicato alle comunità — o alle nazionalità spontanee — dalla pretesa della sovranità esclusiva e dall’apparato ideologico che ancora oggi vi si accompagna, e trasformandolo in diritto all’autogoverno. La differenza radicale è che la pretesa della sovranità esclusiva non corrisponde mai alla possibilità dell’esercizio effettivo di una volontà politica autonoma incondizionata in tutte le materie; l’autogoverno in un sistema multilivello invece sì. Infatti, laddove si è in presenza di materie che hanno una dimensione che supera i confini e che toccano gli interessi di più comunità, in un sistema di sovranità esclusive il governo di tali materie si risolve con l’imposizione del proprio volere da parte del più forte; in un sistema federale multilivello, invece, la questione si gestisce attraverso il libero esercizio democratico. Libertà, democrazia, quadro comune di valori incarnato nella Costituzione, riconoscimento collettivo pertanto si armonizzano, senza più dare adito a contraddizioni laceranti.

Tutto questo si accompagna al fatto che in un’Europa federale potrebbero trovare pieno sviluppo la cultura e la tradizione politica europee in cui è centrale il concetto dello Stato sociale, e con esso il ruolo delle istituzioni statali per regolamentare ai fini del bene pubblico il sistema economico e gli sviluppi della scienza e della tecnologia, e il loro sfruttamento in termini economici e commerciali. Un’Europa federale creerebbe pertanto un sistema capace di rispondere con le buone istituzioni e la buona politica alle sfide che globalizzazione e rivoluzione tecnologica stanno ponendo, e rispetto alle quali sinora la politica democratica è stata così inadeguata; questo permetterebbe anche di rinsaldare il patto sociale tra lo Stato (un nuovo Stato, sovranazionale) e i suoi cittadini, oggi così fragile. La forza del suo modello e il suo peso politico potrebbero poi anche imporre standard per condizionare in questo senso lo sviluppo globale, indirizzando in senso virtuoso la politica mondiale.
 

A che punto è il processo di unificazione europea?

Se queste sono le principali sfide che l’umanità deve affrontare in questo momento storico e il contributo che un’Europa federale potrebbe dare alla loro soluzione, ora per noi è il momento di riflettere sullo stato della battaglia politica per costruire l’Europa federale.

Nell’Unione europea di oggi, queste sfide che abbiamo cercato di richiamare stanno avendo un impatto profondamente negativo perché alimentano le forze populiste e nazionaliste e fanno crescere il pericolo della disgregazione dell’Unione europea. Il rischio è reale, per la prima volta: la concentrazione di attacchi esterni (tra cui il più grave è l’atteggiamento per la prima volta apertamente ostile verso l’UE da parte degli USA) e interni, possono portare l’Europa lungo una china in cui la situazione sfugge di mano contro ogni razionalità, come dimostra il caos in cui è precipitato il Regno Unito. L’Europa deve inoltre gestire problemi complessi, come il proprio declino demografico e il suo peso decrescente nel mondo, in termini di popolazione e di PIL, e deve recuperare terreno in molti settori cruciali; ed è così fragile nella sua identità, in questo momento, da farsi mettere in crisi dal problema migratorio, che pure ha dimensioni che non giustificano in alcun modo le reazioni cui si assiste. Infine, deve urgentemente porre fine alle divisioni interne, e in particolare alla conflittualità all’interno del Consiglio europeo tra governi “sovranisti” che chiedono un indebolimento delle istituzioni europee comunitarie e governi pro-europei, a loro volta divisi — spesso lungo l’asse Nord-Sud — tra sostenitori dello status quo e fautori di un rinnovamento dell’Europa. Si tratta di una conflittualità che, in molti casi, paralizza la capacità di azione dell’Unione europea persino nelle materie di sua competenza, e blocca praticamente ogni proposta di rafforzamento della gestione comune nelle materie più sensibili in cui gli Stati mantengono intatta la sovranità.

Per questo il momento di fare un salto di qualità e di rifondarsi è ora, ed è pericolosissimo pensare di rimandarlo o dilazionarlo. E’ venuto il momento di superare lo stato attuale di debolezza. Le condizioni sono maturate in questi anni, ed è arrivato il momento di compiere il salto federale.

1. Il quadro.

Le elezioni europee hanno aperto un nuovo scenario in Europa. L’avvio della nuova legislatura ha visto, da un lato, gli elettori rispondere alla sfida lanciata dai nazionalisti sul futuro dell’Europa dimostrando con la loro partecipazione al voto e con la scelta di forze europeiste (spesso nuove, nell’area liberale e verde) di credere nell’Europa e di volerla cambiare rendendola più forte; dall’altro, il compattamento del fronte delle forze politiche pro-europee nel Parlamento europeo e l’avvio di una strategia che le vede (dialetticamente) convergere con i leader più impegnati sul fronte europeo, compresa la Presidente della nuova Commissione europea. Al di là delle vicende specifiche (del voto europeo, dell’elezione di Ursula von der Leyen, dell’elezione di David Sassoli alla presidenza del Parlamento europeo, ecc.), per cui rimandiamo agli interventi specifici fatti nelle diverse occasioni, la novità più significativa è sicuramente la proposta di avviare una Conferenza sul futuro dell’Europa per affrontare la questione di come superare le debolezze dell’Unione, sia quelle di natura esterna (per rafforzare la capacità di agire in modo coeso di fronte ai problemi e alle sfide del nostro tempo, laddove oggi come europei siamo impotenti), sia quelle di natura interna (per superare la paralisi che le divisioni tra Stati membri provocano, e che bloccano anche la possibilità di accordi per trovare una soluzione all’impasse). La proposta della Conferenza è stata avanzata dal Presidente francese Macron nel Manifesto Per un Rinascimento europeo pubblicato il 4 marzo 2019 e indirizzato ai cittadini europei,al fine di proporre tutti i cambiamenti necessari al nostro progetto politico, senza tabù, neanche quello della revisione dei trattati”. E’ stata poi ripresa dai gruppi politici pro-europei nel nuovo Parlamento europeo, che hanno investito la nuova Presidente della Commissione europea della necessità di indire questa Conferenza; ed è stata ribadita da Ursula von der Leyen nella sua risposta scritta al gruppo degli S&D e a quello di Renew Europe, nonché nel suo discorso di investitura al Parlamento europeo in occasione della sua elezione: “I want European citizens to play a leading and active part in building the future of our Union. I want them to have their say at a Conference on the Future of Europe, to start in 2020 and run for two years”.

Al di là del confronto ancora aperto sulle caratteristiche che dovrà avere e la durata dei suoi lavori, la Conferenza è pertanto ormai data per certa, e dovrebbe essere avviata per l’inizio del 2020.

Si tratta di un’opportunità straordinaria per l’Europa, ed è con questa consapevolezza che dobbiamo pensare a come contribuire a questo processo; a maggior ragione vista l’opportunità costituita dal fatto che il governo francese ha chiamato proprio Sandro Gozi, il nostro Presidente europeo (che si è fatto conoscere in Francia come federalista, sfidando il notorio fastidio francese per il termine) ad occuparsene. Nelle note che seguono cercheremo di evidenziare i punti principali. Per una posizione più dettagliata si rimanda alla Nota inviata con la circolare di fine luglio, che trovate anche sul sito (http://www.mfe.it/site/index.php/2019-choose-europe-post-elezioni/337-azioni/2019-i-choose-europe/4323-nota-del-mfe-sulla-conferenza-sul-futuro-dell-europa).

2. Le nostre proposte per la Conferenza.

Per poter svolgere un compito all’altezza del suo mandato, la Conferenza dovrà avere una struttura che permetta un confronto ampio e indicativo delle posizioni che sono presenti nelle istituzioni europee, nazionali e subnazionali, per farle maturare ed evolvere in sinergia con l’opinione pubblica e la società, che a loro volta devono essere coinvolte con modalità efficaci e innovative per andare a definire l’Europa del XXI secolo.

La Conferenza potrà essere convocata dalla Commissione europea insieme al Parlamento europeo e al Consiglio europeo, o anche ai soli governi nazionali favorevoli, che ne stabiliranno anche il mandato. Nella nostra ottica, i lavori della Conferenza dovranno servire a preparare, sia sul piano della costruzione del consenso, sia sul piano dell’esplicitazione dei contenuti politici, il terreno per avviare il processo costituente. Ciò potrà avvenire o convocando i lavori di una Convenzione che il Parlamento potrà richiedere immediatamente a seguito delle conclusioni della Conferenza, ex art. 48 TUE; oppure, nel caso emergano divisioni che rendono impossibile innescare l'art. 48 TUE, per individuare la diversa procedura ad hoc che la riforma dell’Unione dovrebbe seguire.

I tempi della Conferenza non dovranno essere più lunghi di alcuni mesi: è indispensabile infatti che l’intero processo di riforma dei Trattati possa essere concluso a metà legislatura del Parlamento e della Commissione, nella primavera del 2022, per fare in modo che la seconda metà della legislatura possa già svolgersi nel nuovo quadro. La questione dei tempi e del calendario dei lavori è essenziale: la storia del processo europeo ci insegna che fissare in modo vincolante una road map precisa è una condizione sine qua non per il successo di un’iniziativa; viceversa molte riforme sono deragliate o finite nel nulla proprio perché non c’era stata la possibilità o la volontà di fissare scadenze vincolanti.

A. Obiettivi e contenuti della Conferenza.

La Conferenza sarà l’assise in cui poter affrontare le due questioni fondamentali per il futuro dell’Europa: quali politiche si ritiene debbano essere governate a livello europeo, e quale ruolo gli Europei vogliono assumere a livello globale, e quindi che tipo di attore internazionale ritengono l’Europa debba diventare.

Il consenso condiviso sul primo punto sarà più facile da trovare, perché riguarda temi più abituali per la politica. Il secondo punto, invece, sappiamo che è un nodo più complesso da sciogliere perché va al cuore del problema del modello politico-istituzionale verso cui si ritiene che l’Unione europea debba orientarsi.

Oggi, come abbiamo già analizzato, l’Unione europea è costruita attorno al progetto del Mercato unico ed è strutturata per perseguire nelle altre materie il coordinamento e la cooperazione tra Stati membri sovrani. Questo modello istituzionale non prevede la costruzione di una sovranità europea (l’unica eccezione è costituita dalla moneta) e si accompagna necessariamente ad un’interpretazione del ruolo dell’Europa nel mondo subordinato agli Stati Uniti. Nel mondo di oggi la sua insostenibilità è diventata palese, non solo per i federalisti. Esso infatti impedisce agli europei “di prendere in mano il proprio destino” e rimane ancorato alla visione formatasi nel XX secolo, sulla base di condizioni ormai scomparse. Per questo oggi si parla della necessità di dar vita ad un nuovo “europeismo del XXI secolo” che pensi e costruisca l’Europa come il quadro in cui diventa possibile rispondere alle esigenze di sicurezza e protezione, di benessere e garanzia del futuro, di identità collettiva e di giustizia sociale che i cittadini esprimono. E’ l’idea di dar vita ad un’Europa sovrana, per riprendere il controllo dei processi economici e politici. Noi federalisti sappiamo che questo implica la necessità che l’Europa diventi (finalmente) un’unione politica federale superando la struttura comunitaria definitasi a partire dall’Atto Unico e dal Trattato di Maastricht e a seguito delle ulteriori revisioni di Amsterdam e Lisbona.

La Conferenza deve riuscire a far emergere le diverse visioni, tra chi vuole solo rafforzare il modello esistente (o mantenerlo così come è ora) e chi invece ritiene necessario cambiarlo in modo radicale; si tratta di un passaggio cruciale per poter far avanzare il progetto europeo. L’obiettivo deve essere quello o di costruire una visione comune, oppure di capire come le due diverse posizioni possono convivere in modo sinergico all’interno del quadro dell’UE. A ciò si somma la necessità di chiarire il problema dei rapporti con i paesi che in questo momento non credono più nell’utilità dell’integrazione europea e quindi non solo rifiutano ogni logica di cambiamento nel senso di una maggiore integrazione, ma vogliono addirittura smantellare molte delle istituzioni e delle regole su cui si basa l’Unione europea.

B. Le riforme necessarie per un’Europa federale sovrana e democratica.

Per creare un’Europa sovrana è necessario che l’UE recuperi l’ambizione politica del suo progetto originario, adattandolo alle sfide del XXI secolo e dotandosi degli strumenti e dei poteri politici necessari per governare in modo autonomo rispetto agli Stati membri nelle materie che si sceglie di far diventare competenza europea. Anche se la Conferenza non sarà deputata a proporre nei dettagli le riforme istituzionali e politiche necessarie all’Unione europea, dovrà comunque preparare il terreno per l’apertura del processo costituente che dovrà portare alla nuova Unione europea, e per questo non potrà non affrontare anche la questione del tipo di sistema politico e istituzionale che l’Unione europea deve diventare.

Come organizzazioni federaliste abbiamo in più occasioni avanzato le proposte per una riforma istituzionale in senso federale dell’UE; in particolare, in occasione delle elezioni europee di maggio, abbiamo preparato una serie di documenti a livello europeo e italiano anche molto dettagliati. Rimando in particolare al manifesto dei federalisti redatto insieme al Movimento europeo — Italia, che trovate sul sito: http://www.mfe.it/site/fileMfe/phocadownload/campagne/2019-i-choose-europe/190423_manifesto_mfe_gfe_me.pdf.

I punti fondamentali per costruire un’Europa federale sovrana si possono pertanto sintetizzare sulla base di queste tre macro-questioni:

  1. rafforzare la democrazia europea stabilendo la piena codecisione nella procedura legislativa in tutte le materie di competenza del livello sovranazionale tra il Parlamento europeo e il Consiglio (nel caso che solo una parte degli Stati accetti questa riforma, Parlamento e Consiglio dovranno agire nella composizione ristretta che saranno gli organi stessi a definire); attribuendo il potere di iniziativa legislativa al PE; dando alla Commissione europea pieni poteri esecutivi. A questo proposito sarà importante anche un rafforzamento della politicizzazione della procedura di nomina della Commissione europea, anche con l’istituzione di liste transnazionali e il rafforzamento del sistema degli Spitzenkandidaten, e dando più potere al Presidente della Commissione nella scelta dei suoi membri, il cui numero dovrà essere ridotto per non corrispondere più al criterio della rappresentanza nazionale;
  2. creare nuovi strumenti europei, in primis un bilancio federale, necessario per finanziare le politiche e gli investimenti, e per svolgere funzioni di stabilizzazione e redistribuzione. Tale bilancio dovrà essere finanziato da autentiche risorse fiscali europee, deciso e controllato a livello europeo dal Parlamento (cui deve essere attribuito il potere di imposizione fiscale) e dal Consiglio, sempre nella composizione ad hoc che si dovrà definire sulla base dei membri del nucleo. La creazione di un bilancio federale così concepito, espressione di una nuova (in quanto non ancora esistente) capacità fiscale, rappresenta il punto di svolta per la battaglia per un’unione politica federale in Europa. Il passaggio da un soggetto confederale a un soggetto federale dipende infatti dallo sviluppo della capacità di autodeterminarsi; e proprio la capacità fiscale è, fra le competenze, quella più prossima alla Kompetenz-Kompetenz, ovvero alla capacità di autodeterminazione propria degli Stati sovrani. Oggi l’Unione (che attribuisce solo agli Stati membri la capacità fiscale) si basa notoriamente sul principio di attribuzione (come avviene nelle Confederazioni): essa può fare solo ciò che gli Stati membri (all’unanimità) le dicono di fare; ciò è in gran parte dovuto al fatto che chi decide delle risorse, indirettamente decide anche di tutte le politiche che riesce a finanziare con quelle risorse. Da notare che parlare di capacità fiscale europea significa parlare:
  3. della capacità di raccogliere risorse e di spenderle nell’interesse generale a livello europeo; tale potere si esercita pertanto su due versanti: quello delle entrate (che possono consistere in tasse o debito) e quello della spesa pubblica (che viene utilizzata per esercitare alcune funzioni, quali il finanziamento di beni pubblici, la redistribuzione della ricchezza, la stabilizzazione dell’economica in caso di shock economici);
  4. di una capacità fiscale europea indipendente dalla volontà dei singoli Stati, in quanto in grado di autodeterminarsi sia sul lato delle entrate che della spesa;
  5. di una capacità fiscale europea in grado di mobilitare risorse rilevanti. A seconda delle funzioni che esso sarà chiamato a svolgere, il bilancio dovrà (a regime) mobilitare tra il 5 e il 10 % del PIL europeo.
  6. sviluppare un’Unione europea di difesa e definire una tabella di marcia per la trasformazione dell’Alto Rappresentante per gli Affari esteri e di sicurezza in un Ministro europeo degli affari esteri, abolendo i ministri nazionali;
  7. prendere atto dell’impossibilità per l’Unione europea di basarsi su una visione monolitica dei suoi scopi, vista la divisione che esiste oggi tra gli Stati membri a questo proposito. Le diverse concezioni che caratterizzano gli Stati membri circa la natura della costruzione europea sono il più grave dei problemi tra quelli che hanno frenato il processo di unificazione europea, ed ha iniziato a porsi sin dal suo primo allargamento (con l’ingresso del Regno Unito e della Danimarca). Gli attuali Trattati, prendendo atto del fatto che nell’UE convivono queste visioni diverse sulla natura del progetto europeo, prevedono alcuni strumenti per disciplinare la possibilità delle integrazioni differenziate ed evitare — correttamente — la possibilità che si crei una Europe à la carte. Questi strumenti, tuttavia, si sono dimostrati nei fatti praticamente inutilizzabili, perché, nel tentativo di mantenere un quadro uniforme, escludono la possibilità di lasciare spazio ad ambizioni politiche diversificate. Per questo, arrivati in questa fase del processo, è diventato indispensabile superare questo nodo che paralizza l’Unione europea e fare in modo che nell’Unione europea possano convivere l’integrazione comunitaria attuale — per quella parte degli Stati membri che non vogliono maggiore integrazione politica — e il nucleo dei paesi che approfondiscono la reciproca unificazione sotto il profilo politico. Sarà un passaggio indispensabile che dovrà emergere nella Conferenza, per non restare prigionieri delle paure e delle ambiguità che paralizzano al momento il confronto e per poter definire le riforme istituzionali e politiche necessarie nel quadro a 28/27 e quelle destinate al nucleo più integrato, in modo che in quell’ambito il livello europeo sia in grado di agire in modo efficace e democratico. Si tratterà di stabilire che la riforma dell’Unione non dovrà seguire la regola dell’unanimità e che finché un paese non è disposto ad aderire all’Unione 2.0, esso rimarrà legato alle regole dell’Unione 1.0. Dovrà essere evitato ogni rischio di indebolire il quadro o la coesione dell’Unione europea, ma al tempo stesso dovrà essere garantita la possibilità ai paesi più ambiziosi di procedere, e di ancorare l’UE, attraverso la loro unione più stretta, ad un centro di gravità politico di natura federale che la rafforzi e la stabilizzi. Sarà un nucleo aperto a tutti i paesi che intendono parteciparvi, oggi o in futuro, e che lascia al tempo stesso invariato l’acquis per gli Stati che vogliono fermarsi all’attuale quadro comunitario.

La Conferenza sarà chiamata anche ad affrontare alcuni temi relativi alla riforma del Mercato interno. Tra questi saranno importanti la riforma del bilancio dell’Unione, anche attraverso lo sviluppo delle attuali risorse proprie, e la questione dell’armonizzazione fiscale. Rispetto a queste riforme, la maggiore responsabilità nostra, come federalisti, sarà quella, nel momento in cui parteciperemo al dibattito e cercheremo di contribuire alle soluzioni, di evidenziare la vera natura di tali riforme. Si tratta infatti di intervenire a migliorare il sistema in vigore, in modo sicuramente opportuno, ma che non va ad incidere sulla natura del sistema comunitario e non fa parte della battaglia politica che vediamo come indispensabile per un’Europa sovrana. E’ importante sottolineare questo aspetto, perché chi vuole limitarsi a migliorare lo status quo senza cambiamenti radicali cercherà di usare queste riforme per convogliare su di esse l’attenzione, contro le vere riforme. Nessuna di queste possibili riforme, infatti, risolve il problema dell’indipendenza e della rilevanza (in termini di dimensione del bilancio). Basti pensare che le risorse proprie non sono un embrione di tasse europee, ma delle tasse nazionali legate a settori dell’economia regolati dal diritto UE, che le autorità nazionali decidono di assegnare in modo stabile all’Unione europea. Le risorse europee sono raccolte dalle autorità nazionali e sono nella maggior parte dei casi registrate nei bilanci nazionali. L’Unione europea non ha dunque alcun potere di dar vita a nuove risorse, né di decidere il loro ammontare e il loro utilizzo, indipendentemente dall’accordo di tutti gli Stati membri.

La necessità dell’accordo all’unanimità di tutti gli Stati membri non è del resto la causa del problema, ma l’effetto del sistema attuale. Per questo le recenti proposte avanzate anche dalla Commissione europea di introdurre il voto a maggioranza in materia fiscale rimangono profondamente contraddittorie. Tali proposte sono probabilmente motivate dallo stallo in cui si trova attualmente il Consiglio a causa delle divisioni interne tra i governi, e dal fatto che il tentativo di aggirare il principio dell’unanimità attraverso il sistema delle cooperazioni rafforzate in materia fiscale si è arenato per via delle clausole che regolano queste ultime e che le rendono inadatte allo scopo. Tuttavia, al di là del fatto che per approvare una riforma di questo tipo rimane necessaria l’unanimità (che si scontra con la volontà di una parte dei paesi membri di mantenere il pieno controllo della sovranità fiscale), se anche fosse stabilito il voto a maggioranza qualificata nel Consiglio per decidere nuove risorse proprie è impensabile che gli Stati contrari accettino di limitare la propria sovranità in questo campo applicando tasse cui si sono opposti. Proprio per il fatto che il sistema delle risorse proprie, anche nell’ipotesi di un passaggio al voto a maggioranza qualificata, si fonderebbe su decisioni rivolte agli Stati membri — dalla cui volontà dipenderebbe dunque ancora la raccolta di dette imposte e il loro versamento al bilancio dell’Unione — il risultato non potrebbe essere altro che una impasse (e la questione della ripartizione di quote dei migranti insegna), oppure un mantenimento del funzionamento del Consiglio sulla base del raggiungimento del consenso (unanime) in materia fiscale (come del resto avviene già in molti settori in cui l’interesse nazionale dei singoli Paesi è più toccato, al di là delle regole previste dai trattati).

Del resto, come si legge anche nel Rapporto Monti sulle risorse proprie, per creare vere e proprie imposte europee (e dunque per dar vita ad una capacità fiscale dell’Unione) è necessario che queste ultime: i) siano decise dall’Unione sulla base delle proprie scelte di politica economica; ii) confluiscano direttamente nel bilancio dell’Unione (il cui ammontare non sarebbe più deciso all’unanimità dagli Stati membri); iii) che il livello sovranazionale venga dotato di un’amministrazione in grado di esigere il pagamento di tali imposte da parte dei privati.

La realtà, pertanto, è che non esistono scorciatoie per una riforma dell’Unione europea che veda la nascita di un potere europeo. Questo potere passa attraverso la creazione di una capacità fiscale indipendente, e pertanto di un nuovo quadro giuridico che istituisca innanzitutto nuove norme in materia di sovranità fiscale.
 

L’Italia e il processo europeo

In questo momento in cui stanno per essere licenziate le Tesi, l’Italia è a metà del guado di una crisi politica che non si sa ancora se porterà alle elezioni in autunno — con il rischio drammatico di una vittoria schiacciante della Lega anti-europea — o se riuscirà a dar vita ad un governo a guida PD con il Movimento 5 Stelle, ancorato ad un programma solido condiviso che ha l’Europa come primo punto; oppure se si verificherà un terzo, pessimo scenario, ossia l’avvio di un governo gracile, in cui il Movimento 5 Stelle, anche grazie alle divisioni in casa PD, riuscirà a far valere la sua forza parlamentare con risultati nuovamente molto deludenti e negativi per il paese, portando a breve a nuove elezioni in cui le forze democratiche si ritroverebbero ulteriormente indebolite. E’ chiaro ciò che noi possiamo auspicare in questa fase, anche perché il primo scenario rischia di vedere sommate la Brexit e un’Italia in mano alle destre nazionaliste, rendendo concreto persino un rischio di un tentativo di Italexit e di implosione del sistema europeo. Viceversa, la possibilità di un governo italiano che torni a giocare un ruolo positivo in Europa in una fase cruciale di ridefinizione degli assetti istituzionali e politici darebbe un contributo importantissimo al processo che noi sosteniamo. Alla prossima Direzione nazionale, e ancor di più in Congresso, avremo modo di confrontarci con una situazione ormai definita e potremo valutare e decidere la nostra posizione e il nostro eventuale intervento.
 

Il Movimento: un bilancio di questi due anni

Le ultime considerazioni delle Tesi sono doverosamente dedicate al Movimento, al bilancio del lavoro portato avanti in questi due anni e mezzo, e al nostro ruolo nella nuova fase della battaglia che si apre.

Dal Congresso di Latina ad oggi sembra passato molto più tempo di quanto non ne sia in realtà trascorso. Sono stati due anni e mezzo intensi, come possono confermare le notizie dell’attività del Movimento che si trovano scorrendo la sezione in cui sono archiviate sul nostro sito. La situazione attuale del Movimento è molto più solida rispetto allo scorso Congresso e siamo riusciti a costruire una forte unità che ha rafforzato la realtà emersa già con l’organizzazione della March for Europe del marzo del 2017. Le campagne portate avanti dal Movimento in questi due anni sono state efficaci e hanno dimostrato una capacità di mobilitazione, di egemonizzazione del dibattito sull’Europa, nonché di influenza sui partiti pro-europei e sul nuovo europeismo davvero notevoli. Le formule che abbiamo man mano elaborato e condiviso negli organi, promuovendo campagne quadro, con momenti stabiliti in cui concentrare le iniziative e al tempo stesso valorizzando la massima flessibilità nelle modalità di lavorare sul territorio per propagandare la nostra piattaforma politica, hanno potenziato la nostra capacità di azione. Lo stimolo che ci è venuto da un clima europeo in cui il dibattito sul futuro dell’Europa ha ripreso vigore e urgenza, e la situazione particolarmente difficile attraversata dal nostro Paese, hanno contribuito fortemente a spronarci per rilanciare la nostra presenza e la nostra attività, moltiplicando i contatti politici e allargando le nostre reti. Anche la nostra strategia comunicativa è migliorata e ha supportato in modo efficace la nostra visibilità politica. Tutto questo ci ha resi più forti, e anche le riflessioni sulla natura della nostra organizzazione, che hanno occupato molto spazio allo scorso congresso, hanno visto il Movimento superare alcune tensioni del passato e confermare in modo convinto la natura militante della nostra organizzazione fondata sull’impegno volontario. Un ringraziamento particolare va poi all’Ufficio del Dibattito che ha offerto al Movimento l’opportunità di sviluppare un dibattito culturale e politico approfondito, mettendo il Movimento in contatto con nuove realtà culturali universitarie che non solo hanno arricchito i nostri contenuti e la nostra formazione di militanti, ma hanno anche costituito un passaggio importante della nostra strategia di cercare di creare legami più stretti con la parte più valida della classe intellettuale italiana.

Tra gli elementi che è importante ricordare nel bilancio di questi due anni vi sono inoltre le collaborazioni importanti che abbiamo sviluppato con il Movimento europeo italiano, in particolare recentemente per l’Intergruppo al Parlamento italiano e nella campagna elettorale europea; e il contributo che abbiamo dato alla sopravvivenza dell’UEF, molto più fragile dopo la crisi dei finanziamenti e la situazione di difficoltà in cui continua a versare sul piano finanziario e che incide molto sul funzionamento della segreteria a Bruxelles: è soprattutto grazie ai contributi dei militanti e delle sezioni del MFE che l’UEF ha potuto superare l’emergenza di cassa che rischiava di portarla alla bancarotta, ed è sempre soprattutto grazie al nostro lavoro che ha sviluppato in questi anni posizioni politiche importanti e che è riuscita ad avere alla presidenza una figura prestigiosa come Sandro Gozi che in questi mesi di difficoltà ha contribuito moltissimo a dare visibilità all’UEF e a tutti i federalisti europei. La nostra organizzazione europea resta tuttavia debole, non possiamo nascondercelo, e oggi è forse anche più fragile.

Tutto questo non significa che non ci sia sempre molto da migliorare o che non ci siano ostacoli davanti a noi. La sfida per la sopravvivenza del federalismo organizzato autonomista è sempre difficilissima e non è mai vinta in modo definitivo. Soprattutto, continuiamo a scontare la nostra eccentricità (voluta perché necessaria) rispetto al sistema di potere e la difficoltà di un lavoro politico fondato esclusivamente sulla motivazione morale e sull’impegno politico, culturale e organizzativo volontario dei militanti. Questo ci carica, tutti, di un’enorme responsabilità collettiva, per garantire la continuità di questa esperienza che ancora oggi, come in tante occasioni nel passato, può fare la differenza nel momento in cui l’Europa deve affrontare la sfida esistenziale forse più radicale della sua storia dopo la caduta della CED.

Nel contesto di questa sfida che si profila dobbiamo sapere utilizzare al meglio il patrimonio del nostro bagaglio politico e culturale. Un po’ di federalismo europeo si è radicato anche nelle forze politiche pro-europee, ma il fuoco che il MFE riesce a tenere sui problemi e sulla necessità, da un lato, e sulla natura, dall’altro, di un’Europa federale non è paragonabile a quello di nessun altro, necessariamente: noi soli esistiamo per questo e noi soli viviamo di questo e sviluppiamo gli anticorpi ad ogni nazionalismo, anche a quello che si maschera di comunitarismo e ritiene che l’Europa che abbiamo “vada già quasi bene”. Noi sappiamo cosa manca: il potere europeo, quello che gli Stati europei non vogliono lasciare andare anche se ne conservano solo un pallido simulacro — il potere di veto — avendo perso il potere di fare.

Oggi, le ragioni del federalismo europeo non sono mai state così vere: la pace, la questione ecologica, un nuovo comunitarismo e la democrazia multilivello organizzata su base federale, che porta al superamento della dimensione nazionale dell’esercizio democratico della politica e alla possibilità di unire i popoli, aprendo al mondo nuove, straordinarie opportunità. E’ con queste ambizioni che noi ci misuriamo e misuriamo il senso della nostra battaglia per l’Europa federale; ed è questa consapevolezza che ci deve motivare e a cui dobbiamo fare riferimento nel prepararci all’impegno, forse decisivo, dei prossimi due anni.

Giorgio Anselmi
Luisa Trumellini

 


* Si tratta delle tesi pre-congressuali diffuse dal Presidente e dal Segretario nazionale del Movimento federalista europeo in vista del XXIX Congresso nazionale, svoltosi a Bologna dal 18 al 20 ottobre 2019.

 

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