Anno XXV, 1983, Numero 3, Pagina 95

 

 

PACE E GIUSTIZIA INTERNAZIONALE
COME OBIETTIVI POLITICI*
 
 
1. — Il Movimento per la Pace ha posto all’ordine del giorno il problema del rapporto tra lotta per la pace e lotta per la giustizia internazionale. «Pace e sviluppo del Terzo mondo» è una parola d’ordine ormai frequente nelle manifestazioni pacifiste.
Eppure la congiunzione di questi due grandi obiettivi politici, se per un verso appare ovvia per tutti coloro che si schierano sul fronte del progresso e dell’emancipazione umana, per un altro pone seri problemi di strategia ad ogni militante pacifista. Chi vuole la pace non può fare a meno di schierarsi contro qualsiasi guerra, sia essa rappresentata dal potenziale olocausto di una guerra atomica oppure da una delle infinite guerre convenzionali che quasi senza interruzione stanno affliggendo, paradossalmente, proprio i popoli più poveri e diseredati. Si può essere coerentemente pacifisti solo perseguendo un progetto politico che faccia progressivamente e congiuntamente avanzare la causa della pace e quella della emancipazione di tutti i popoli della Terra.
2. — Nessun progetto politico di rinnovamento può oggi prescindere dalla constatazione che il mondo è dominato dalle superpotenze che impongono tendenzialmente ad ogni soggetto attivo nella politica internazionale l’adesione al blocco occidentale o a quello orientale. Anche il Movimento per la pace corre il rischio mortale di allinearsi con uno di questi due poli egemonici. Ogni sua presa di posizione a favore di questa o quella lotta di indipendenza, contro questo o quel regime oppressore non potrà mai, in un contesto internazionale bipolare, sottrarsi alla domanda: quale superpotenza se ne avvantaggia? L’imparzialità è una illusione quando è in gioco una modificazione della bilancia del potere. E nella misura in cui il pacifismo non saprà sottrarsi a questa logica imperiale sarà destinato ad indebolirsi ed a scomparire, perché nessun militante sarà più disposto a lottare con chi dice di volere la pace, ma si schiera poi a fianco di una potenza, dunque, in ultima istanza, della violenza e della guerra.
3. — L’epoca del colonialismo è definitivamente finita con il declino del sistema europeo degli Stati e la formazione del sistema bipolare di governo del mondo. Gli stessi Stati europei — un tempo le Grandi potenze — sono caduti nell’orbita russo-americana.
Ma la conquista della sovranità nazionale da parte dei popoli del Terzo mondo non si è accompagnata alla conquista di una effettiva emancipazione economica e politica. Non solo i flagelli della fame e del sottosviluppo vengono accettati come fenomeni naturali, al di fuori della portata di una efficace politica di solidarietà internazionale, ma le pretese egemoniche delle superpotenze stanno sempre più restringendo il campo d’azione dei nuovi popoli. La sopravvivenza è impossibile per chi non si arma o per chi non accetta la protezione armata dei più forti. Così si assiste ad un lento scivolamento del Terzo mondo verso l’uno o l’altro blocco. La spartizione dell’Europa a Yalta non è stato che il primo atto di una più vasta spartizione del mondo ancora in corso.
4. — Questo disegno egemonico comincia ad essere contrastato da alcuni poli di resistenza. La Comunità europea, la Cina e l’insieme dei non-allineati sono riusciti, in alcuni casi, ad arginare le pretese imperiali russo-americane.
È in questo contesto internazionale che devono essere giudicate le lotte ed i conflitti militari ancora in corso nel Terzo mondo, dall’Africa all’America latina, dal Medio Oriente all’Asia. Esse vanno sostenute nella misura in cui corrispondono ad effettive esigenze di emancipazione ed allargano il fronte del non-allineamento. Ma occorre anche essere consapevoli dei loro limiti. Nessuna vittoria dei non-allineati, per quanto importante sia, costituisce una vera alternativa al governo bipolare del mondo da parte di USA e URSS. Il vero problema è quello del superamento della politica dei blocchi e della costruzione di un nuovo ordine internazionale che garantisca la libertà, l’indipendenza e l’eguaglianza di tutti gli Stati e di tutti i popoli.
5. — L’obiettivo strategico di tutte le forze pacifiste e progressiste deve essere quello della costruzione della democrazia internazionale, cioè di un ordine internazionale fondato sulla garanzia per ciascun popolo del rispetto della propria libertà ed eguaglianza. Cade dunque in flagrante contraddizione chi contesta l’imperialismo senza mettere in discussione contemporaneamente il principio della sovranità assoluta degli Stati sul quale è fondata la politica della «balance of power», cioè quella concezione che giustifica il dominio dei forti sui deboli. La sola alternativa alla politica di potenza è un nuovo assetto giuridico mondiale in cui ogni Stato accetti liberamente un diritto comune e si impegni a non ricorrere all’uso delle armi per la soluzione delle controversie internazionali.
La vecchia strategia della «rivoluzione in un solo paese» non ha condotto e non condurrà a nessun nuovo ordine democratico fra gli Stati. Per questo si è definitivamente rivelata illusoria. Chi vuole cambiare la vita, chi vuole una nuova società, chi vuole costruire il futuro non può più ignorare che l’umanità intera è divenuta una comunità di destino e che si può essere liberi e indipendenti solo se si partecipa al governo del mondo.
Ecco perché il primo passo verso la democrazia internazionale consiste nello smantellamento del monopolio internazionale del potere, privilegio di pochi, come ai tempi dell’assolutismo e, come allora, subito passivamente dalla stragrande maggioranza degli uomini. Si deve rendere democratico il governo del mondo per far partecipare tutti i cittadini e tutti i popoli alle decisioni che li concernono.
6. — La democrazia internazionale è in marcia. L’internazionalizzazione del processo produttivo, l’integrazione mondiale della società, l’interdipendenza del problema della sicurezza hanno ormai costretto gli Stati nazionali a cercare forme sempre più efficaci di cooperazione internazionale. Per questo sono sorti in ogni continente aggregazioni o confederazioni di Stati: in Europa la Comunità economica, in America latina il Patto andino, nella zona del Sud-Est asiatico l’ASEAN e in Africa l’Organizzazione per l’unità africana (OUA), alcune comunità sub-regionali come la CEDEAO, per l’Africa dell’Ovest, ed altre numerose associazioni interstatali per la gestione in comune di attività monetarie, finanziarie e di sviluppo.
La formazione di questi primi nuclei di unità regionali non rappresenta, tuttavia, che un passo intermedio ed in sé insufficiente verso la democrazia internazionale. Gli Stati nazionali sono spinti alla cooperazione ed all’unità dall’urgenza di trovare qualche soluzione comune ai problemi della gestione dell’economia e, sempre più spesso, della sicurezza. Ma non essendo disposti a cedere alcun potere effettivo (in particolare nei settori della moneta e della difesa) ai nuovi organismi intergovernativi, li condannano in pratica alla paralisi. I governi riescono a concepire le politiche comuni solo come somma aritmetica delle singole politiche nazionali. Questo punto di vista rifiuta come assurda ed impraticabile qualsiasi proposta di affidare ad un governo democratico comune la responsabilità della gestione degli affari comuni, come se nella storia non esistessero già rilevanti precedenti a testimoniare che il contrario è perfettamente possibile e necessario (come è avvenuto per la federazione americana, per quella svizzera, per quella australiana, ecc.).
Chi concepisce il potere nazionale come potere esclusivo si rivela il vero alleato delle superpotenze. L’impossibilità per questi nuovi poli internazionali di mettere in atto una politica estera comune, che contrasti efficacemente la volontà egemonica di USA e URSS, impedisce la formazione di un nuovo equilibrio multipolare che renda obsoleta la nozione stessa di blocco.
7. — Sul Movimento per la pace in Europa grava una particolare responsabilità. All’interno della Comunità europea la democrazia internazionale è ormai giunta ad una fase avanzata, perché dopo l’elezione diretta del Parlamento europeo è possibile la partecipazione dei cittadini, dei partiti e di tutte le forze del rinnovamento alla definizione della politica europea.
Ma l’Europa non ha ancora un governo democratico e si presenta sulla scena internazionale debole e divisa. Il Parlamento europeo, cosciente della sua missione di interprete della volontà popolare, nel corso della prima legislatura, ha già avviato una riforma dei Trattati al fine di dare alla Comunità un vero governo europeo.
La mobilitazione di tutte le forze popolari e democratiche è indispensabile per portare a compimento questo progetto, che è ostacolato dalle resistenze conservatrici di tutti coloro che hanno rinunciato all’indipendenza dell’Europa in cambio del protettorato economico e militare degli USA. Senza un governo l’Europa non sarà mai in grado di agire in piena autonomia sulla scena internazionale e di partecipare efficacemente alla lotta per la pace e la emancipazione del Terzo mondo.
8. — La Comunità europea, sebbene sia ancora una debole confederazione, è già stata capace di dare un importante contributo al dialogo Nord-Sud. La cooperazione euro-africana poggia sulle solide fondamenta della Convenzione di Lomé, che recepisce tutte le principali rivendicazioni avanzate dai paesi del Terzo mondo nel corso delle conferenze periodiche organizzate dall’ONU per la definizione di un nuovo ordine economico internazionale. Nessun altro paese industrializzato ha fatto di meglio.
Tuttavia, le misure previste e messe in atto sulla base della Convenzione di Lomé sono ancora largamente insufficienti rispetto alle necessità di sviluppo dell’Africa. Questi accordi sono il frutto di una concezione della solidarietà internazionale in cui la sola responsabilità dei paesi ricchi verso quelli poveri consiste in un aiuto più o meno generoso. Bisogna trasformare la Convenzione di Lomé in un vero e proprio Patto di co-sviluppo euro-africano. In altre parole, si tratta di concepire un piano di sviluppo congiunto per l’Europa e per l’Africa nel quale le ricchezze, le risorse e le potenzialità di ciascun continente siano ipso facto considerate anche ricchezze, risorse e potenzialità per l’altro continente.
9. — A tal fine è indispensabile: a) che venga portata a termine la costruzione del Sistema monetario europeo (SME) con la trasformazione dello Scudo in una vera moneta europea. Solo in questo modo sarà possibile mettere al riparo l’economia europea dalle pretese egemoniche del dollaro, dotare la cooperazione euro-africana (eventualmente estesa al Medio Oriente) di una solida infrastruttura monetaria e trovare le risorse (con grandi prestiti pubblici europei) indispensabili per finanziare il piano euro-africano di sviluppo. Solo con una unione monetaria l’Europa può ritrovare la forza necessaria per riorganizzare la propria economia, sostenere il confronto tecnologico con USA e Giappone e ristrutturare l’industria europea in vista delle nuove necessità di esportazione delle nascenti industrie africane; b) che l’Africa si ponga in condizione di gestire in modo unitario il flusso di risorse finanziarie, tecnologiche ed umane provenienti dall’Europa. Senza una dimensione continentale lo sviluppo è impossibile. Per questo è indispensabile che gli Africani non pongano ulteriori ostacoli alla realizzazione della «Comunità economica africana» che la OUA ha proposto nel Piano d’azione di Lagos del 1980. In Africa, come in Europa, meschini interessi settoriali e nazionali si oppongono ad un serio progetto di unificazione. «L’Africa agli Africani» rischia di rimanere il sogno irrealizzabile dei padri fondatori dell’Africa post-coloniale. L’Europa può contribuire al compimento di questo progetto proponendo una equal partnersbip per lo sviluppo ad un’Africa unita e cosciente delle sue potenzialità.
10. — Questo modello euro-africano di cooperazione può estendersi al mondo intero. L’impegno europeo per il Terzo mondo è il perno sul quale è possibile innestare una lotta vincente per il progressivo smantellamento della politica dei blocchi.
Sarà la ricerca dell’indipendenza europea sui fronti decisivi dell’economia e della sicurezza a togliere agli Stati Uniti ogni ragione nel perseverare ottusamente sulla via del confronto con l’URSS. Se l’Europa saprà emanciparsi dalla tutela americana e porsi, nel contempo, alla guida del dialogo Nord-Sud, mostrando coi fatti che la cooperazione e la distensione sono possibili, anche USA e URSS saranno obbligati ad assumersi la loro parte di responsabilità e solidarietà verso il Terzo mondo. Gli Stati Uniti non potranno più, nei confronti dei paesi latino-americani, rifiutarsi di discutere del rilancio, su nuove basi, della Alliance for progress, proposta da Kennedy, ma poi abbandonata a causa dell’inasprimento della guerra fredda. Anche per il Nord e per il Sud del continente americano la via della cooperazione per lo sviluppo potrebbe, con reciproci vantaggi, rimpiazzare un secolare rapporto di dominazione.
Nel contesto di un rinnovato clima internazionale, diventerà allora naturale per i paesi del Pacifico, come la Cina, il Giappone e l’Australia, che già oggi stanno discutendo sulla riorganizzazione economica di quest’area, prendersi carico dello sviluppo dei paesi più poveri dell’Asia.
11. — È facile prevedere che il rilancio mondiale della cooperazione per lo sviluppo ridurrà le cause di tensione fra Stati e il ricorso alle armi per la soluzione delle controversie. Ma sarà possibile consolidare la nuova fase di amicizia fra i popoli solo introducendo anche una nuova nozione di distensione internazionale.
L’assurdità a cui conduce il principio della sicurezza nazionale è evidente. Nella nostra epoca la sicurezza dipende sempre meno dai fattori militari, perché l’interdipendenza mondiale delle economie e delle conoscenze scientifiche elimina praticamente dal campo delle scelte di politica estera quella dell’autarchia (e ciò è particolarmente vero proprio nel settore delle forniture militari, dove solo le superpotenze riescono ad essere autosufficienti). La cooperazione anche nel settore della sicurezza è una necessità. Ma nel mondo della tecnologia nucleare, l’idea della cooperazione per la sicurezza viene utilizzata dalle superpotenze per consolidare la loro supremazia sugli alleati e dai governi di questi ultimi — come dimostrano i paesi europei — per giustificare, data la palese impossibilità di una difesa nazionale autonoma, la servitù verso la potenza imperiale. La pretesa di fondare la sicurezza su basi nazionali finisce così per rafforzare le alleanze militari e costringere le superpotenze a perseguire fanaticamente la politica del confronto sino alla conquista dell’assurda certezza (nel mondo dei vivi) dell’equilibrio delle forze.
L’inversione di tendenza è possibile. Con la nascita del mondo multipolare, fondato sulla esistenza di ampi spazi continentali aperti al dialogo con tutti gli altri continenti della Terra, è necessario stabilire un nuovo codice della distensione: occorre bandire dalla politica internazionale l’idea stessa di alleanza militare. Nessuna alleanza militare è compatibile con la cooperazione fra i popoli. La NATO ed il Patto di Varsavia costituiscono, con la sola loro presenza, una minaccia permanente alla pace mondiale. Responsabilità primaria dell’Europa è quella di garantire la sua sicurezza in piena indipendenza dagli USA al fine di operare attivamente per lo scioglimento di qualsiasi patto di alleanza militare. Se questo codice della distensione si affermerà, sarà sempre più difficile mettere i paesi del Terzo mondo l’uno contro l’altro, al fine di attrarli nella propria orbita.
12. — La transizione dal mondo della politica di potenza al mondo della cooperazione fra i popoli è possibile solamente con la rifondazione della nozione stessa di difesa. Qualsiasi forma di difesa che possa contemporaneamente servire per una guerra di aggressione verso altri popoli deve essere rifiutata.
Per l’Europa, l’applicazione di questo criterio comporta la rinuncia ad ogni forma di difesa convenzionale (carri armati, portaerei, task-force, ecc.) perché la prossimità dei confini europei con quelli dell’URSS rappresenta già una naturale minaccia reciproca di invasione. L’Europa deve avere il coraggio di una proposta rivoluzionaria, che rappresenti per sé stessa un deterrente sufficiente ad ogni tentazione imperiale, ma che mostri con tutta evidenza al mondo intero la volontà di pace dell’Europa. La sola difesa non aggressiva è la difesa territoriale, sul modello delle formazioni partigiane di guerriglia della Resistenza. I paesi europei — con la loro alta densità di popolazione, con le loro splendide città e l’immenso patrimonio culturale accumulato nel corso dei secoli — non si difendono con i missili tattici, né con le bombe al neutrone, né con i carri armati. Il vero deterrente difensivo degli Europei consiste in una loro esplicita e ferma politica di resistenza popolare organizzata contro qualsiasi forma di invasione.
Questa scelta non comporta la rinuncia automatica al deterrente atomico, perché in questo caso l’Europa si ,esporrebbe al ricatto delle superpotenze. La forza di dissuasione europea (vale a dire, l’attuale deterrente franco-inglese) dovrebbe essere affidata al controllo dell’ONU a condizione che USA e URSS accettino di fare altrettanto. Se l’Europa saprà fondare la sua politica estera su questa strategia di pace, la sua proposta di rinunciare per prima alle armi atomiche costituirà una spina permanente nel fianco di tutti i gruppi militaristici, oggi dominanti all’Est come all’Ovest a causa della mancanza di una reale alternativa alla politica del confronto.
13. — La formazione di grandi aree intercontinentali di cooperazione non rappresenta che una tappa necessaria verso l’unità politica di tutto il genere umano. È utopista chi pensa di poter trovare soluzioni definitive ed efficaci ai problemi della pace e della giustizia internazionale senza battersi per un governo mondiale. Non esistono alternative. Chi non vuole il governo mondiale è già rassegnato all’inevitabilità della morte atomica, della catastrofe ecologica e del caos economico.
Questa esigenza di unità si è ormai concretizzata nella istituzione di numerosi organismi mondiali di cooperazione intergovernativa, di cui il più importante è l’ONU. Ma l’ONU non rappresenta, per il momento, niente di più che un punto di incontro per la discussione dei grandi problemi mondiali. Le decisioni restano saldamente nelle mani delle grandi potenze, che ascoltano o ignorano le risoluzioni dell’ONU a seconda dei loro interessi.
Ciò nonostante, proprio perché senza qualche forma di unità politica la sopravvivenza stessa dell’umanità è impossibile, cominciano a manifestarsi in seno all’ONU alcuni mutamenti significativi. Recentemente, i paesi del Terzo mondo sono riusciti a far approvare una «Convenzione sul diritto del mare», secondo la quale gli oceani e tutte le loro ricchezze minerarie (ormai sfruttabili grazie alle moderne tecnologie) vengono dichiarati «patrimonio comune del genere umano» e sono affidati per la loro gestione ad una Autorità internazionale, controllata da tutti i paesi sottoscrittori. Compito dell’Autorità internazionale, che può riscuotere tributi e controllare le multinazionali e il mercato delle materie prime, è quello di destinare le proprie risorse allo sviluppo dei paesi più poveri.
Vi sono analogie tra questo progetto di un governo mondiale delle risorse marine e quello delle prime istituzioni comunitarie europee, come la CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio). In entrambi i casi si sono creati degli organismi potenzialmente sovrannazionali per la gestione comune di alcune risorse naturali ed economiche.
La lotta per il governo mondiale è dunque iniziata. Per il momento, alla realizzazione di questo progetto si oppongono alcune grandi potenze. L’Europa non può più restare passiva. Essa deve prendere posizione per favorire la giusta causa del Terzo mondo.
14. — Un grande compito culturale spetta al Movimento per la pace, non solo in Europa, ma nel mondo intero. Bisogna aprire un dibattito sulle riforme necessarie per trasformare l’ONU in una vera e propria unione democratica di tutti i popoli della Terra. Vi sono almeno tre questioni importanti che dovrebbero rappresentare la base per ogni seria discussione in proposito.
a) La pace non sarà garantita sino a che gli Stati avranno il potere di fare la guerra. Occorre una riforma internazionale che affidi al governo mondiale i poteri necessari (in primo luogo, pertanto, il monopolio delle armi nucleari) per far rispettare agli Stati la soluzione giuridica delle controversie internazionali. In pratica gli Stati devono rinunciare alla costruzione e detenzione delle armi atomiche e di tutti quegli armamenti che possono rappresentare una minaccia alla pace mondiale. L’unico disarmo permanente è quello universale e controllato da un potere mondiale.
b) La pianificazione democratica delle risorse terrestri sarà impossibile sino a che il governo mondiale non controllerà una moneta mondiale e le risorse finanziarie necessarie alle più urgenti politiche di salvaguardia ecologica e di sviluppo economico. Alla attuale egemonia mondiale del dollaro occorre cominciare a sostituire un multipolarismo monetario, di cui lo Scudo europeo un elemento essenziale. Ma lo sviluppo del Terzo mondo resterà precario e dipendente senza una partecipazione diretta dei popoli più poveri al controllo della moneta mondiale e della finanza internazionale.
c) Infine, è necessario prendere atto che un governo democratico non può fondarsi sulle procedure decisionali attualmente adottate dall’ONU, cioè sulla regola: «un voto per ogni Stato». O si difende il principio della sovranità nazionale esclusiva, o si difende quello della eguale partecipazione di tutti i popoli alle decisioni che li riguardano. Nel primo caso è inevitabile che gli Stati più forti blocchino con il veto le decisioni contrarie ai loro interessi ed è altresì inevitabile che i paesi deboli vedano continuamente ignorate le loro rivendicazioni.
Si potranno introdurre a livello mondiale forme di effettiva democrazia internazionale solo quando parteciperanno alla definizione delle politiche mondiali le federazioni continentali, oggi in formazione. Infatti, il governo mondiale dovrà occuparsi dei problemi concernenti i rapporti fra le grandi aree continentali ed il suo funzionamento sarebbe continuamente intralciato se i piccoli Stati non risolvessero prima le loro questioni nel quadro delle federazioni continentali. Si può diventare cittadini del mondo solo a patto di aver prima conquistato la cittadinanza europea, africana, latino americana, ecc.


* Relazione presentata da Guido Montani al Convegno «I problemi della pace nel rapporto Nord-Sud», organizzato dal Comitato per la pace di Pavia il 14 aprile 1983.

 

 

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