Anno XXIII, 1981, Numero 1, Pagina 57

 

 

L’IRLANDA DEL NORD IN UN’EUROPA CHE SI UNIFICA*
 
 
«Irlanda del Nord», «Ulster», «le sei Contee», «la questione irlandese», «l’Irlanda divisa», «violenza settaria», «dominio britannico» — il linguaggio tipico con il quale si discute il «problema» è esplosivo, pieno di emozione e pregiudizio. Scegliere una terminologia particolare significa prendere posizione nel conflitto. Perciò in questo articolo il linguaggio sarà usato artificiosamente e arbitrariamente, come gli scienziati usano, anche malamente, le parole comuni con significati speciali e ristretti.
Così «Irlanda» sarà usato per indicare l’isola di Irlanda. «La Repubblica» sarà usato per indicare la «Repubblica d’Irlanda», nota a molti inglesi come «Eire» e chiamata «Irlanda nella Repubblica». «Irlanda del Nord» indicherà le «sei Contee». «Inghilterra» indicherà Inghilterra, Galles e Scozia: la dizione «Regno Unito» sarà deliberatamente evitata, così come lo sarà «Ulster». Qualche lettore troverà fastidioso uno o l’altro di questi termini: ma è meglio essere chiari fin dall’inizio.
La maggior parte delle discussioni su questo argomento tende ad essere o settaria o ipocrita quando non è e settaria e ipocrita. Sostenitori della Repubblica, uomini di sinistra e anche qualche accademico irlandese, proclamano di credere che la difficoltà fondamentale è il «dominio coloniale britannico». «Lealisti», uomini di destra e molti commentatori inglesi controbattono che gli «uomini della violenza» sono la difficoltà fondamentale. I politici nella Repubblica e in Inghilterra sono più cauti. Richiesto di una «soluzione», il primo gruppo risponderà senza dubbio «una Irlanda unita»; il secondo «legge e ordine»; il terzo «una soluzione politica». Pochi di essi saranno più precisi su ciò che hanno in mente. Tuttavia, in Inghilterra, l’opinione pubblica reagisce con un misto di irritazione e fastidio: preferirebbe che il «problema» semplicemente sparisse. A molti inglesi piacerebbe che le loro truppe lasciassero l’Irlanda del Nord, succeda quel che vuole: essi condividono gli obiettivi dei repubblicani nord-irlandesi fino a questo punto. Essi sono certamente intolleranti nei confronti dei «lealisti» più estremi, ma, avvertiti dal loro governo che il ritiro delle truppe potrebbe condurre ad un anche maggiore spargimento di sangue, si adattano alla situazione attuale e continueranno senza dubbio a comportarsi così. Una maggior violenza nell’Irlanda del Nord tende a confermare piuttosto che a indebolire questo adattamento: ma i repubblicani non sono convinti di ciò. Anche i «lealisti» moderati, che si sentono assediati e isolati, temono che l’Inghilterra possa tradirli. Intanto, nella Repubblica, governi di diverse tendenze continuano a sostenere l’impegno costituzionale per una Irlanda unita, ma sono molto diffidenti nei confronti dei repubblicani estremisti dell’Irlanda del Nord e sono molto preoccupati che le relazioni con l’Inghilterra si deteriorino troppo. Recentemente, infatti, i contatti tra Dublino e Londra sono stati più frequenti e franchi. Tuttavia entrambi hanno ancora inclinazioni e propositi differenti.
Per tutte queste ragioni il «problema» appare come un conflitto inestricabile. Forse potremmo essere condannati al proseguimento di quello che da ogni parte, tranne che dai più incalliti avventurieri, è considerato tragico, costoso e intollerabile. Non tutti i «problemi», in effetti, hanno una «soluzione».
Qualche «progresso» si potrebbe fare «cambiando il contesto del problema», come avrebbe detto J. Monnet. Cooperazione tra l’Inghilterra e la Repubblica nell’ambito della Comunità europea — contatti personali, nel Parlamento europeo e altrove, tra i contendenti dell’Irlanda del Nord — collaborazione di confine nella politica regionale — robuste iniezioni di fondi comunitari per l’edilizia ed altri progetti — il lento miglioramento delle possibilità di impiego — difficoltà e pericoli esterni comuni che nascondano le preoccupazioni locali — la graduale diminuzione della discriminazione e delle leggi e pratiche illiberali sia nella Repubblica che nell’Irlanda del Nord: tutte queste cose potrebbero gradualmente produrre un clima nel quale «soluzioni» impensabili oggi potrebbero essere considerate con minore allarme. Tuttavia nessuno dovrebbe pensare che «cambiare il contesto» sia di per sé sufficiente o che il processo non sia penosamente lento e irregolare.
Perciò lo scopo di questo articolo non è quello di offrire una «soluzione» miracolosa al problema, ma di ragionare sull’impensabile. Se il contesto può essere cambiato abbastanza perché discussioni e negoziati fruttuosi abbiano luogo; se la Comunità europea, il contesto veramente fondamentale, sviluppa gradualmente relazioni ancora più strette tra i suoi popoli e i suoi Stati membri; se fosse possibile, anche ora, parlare di questo argomento in modo né partigiano né ipocrita — su quale obiettivo politico possibile Inghilterra e Irlanda del Nord potrebbero verosimilmente accordarsi?
«Inghilterra», «Repubblica» e «Irlanda del Nord» sono naturalmente astrazioni artificiali. Chi è implicato è il popolo; e il popolo, in questo contesto, significa chiunque non sia tanto irrimediabilmente compromesso con l’estremismo da essere incapace di dialogo. Certamente ce ne sono abbastanza in tutti i campi e in tutti i partiti da rendere tutto sommato conveniente la ricerca di un obiettivo comune.
Strade sbarrate.
Questo paragrafo è quello che più irriterà anche i più moderati di tutti i campi. Tuttavia abbiate pazienza, anche se i vostri obiettivi politici saranno attaccati. Vedrete che anche gli obiettivi di tutti gli altri saranno attaccati.
Ciò che deve essere chiaro anche a un marziano è che nessuno, in questo conflitto, otterrà tutto ciò che vuole a meno che non voglia la continuazione della violenza. Con questa eccezione tutti gli «scopi» normalmente perseguiti sono, di fatto, strade sbarrate.
Una «Irlanda unita» è una strada sbarrata se significa il semplice inglobamento dell’Irlanda del Nord nella Repubblica. Dublino accetterebbe senz’altro il fardello economico connesso a questa operazione, ma il problema politico sarebbe semplicemente rovesciato. I «lealisti» dell’Irlanda del Nord cadrebbero in tre categorie: quelli che se ne andrebbero a cercare un incerto lavoro in Inghilterra, quelli che rimarrebbero sperando in tempi migliori e quelli che ricorrerebbero ad azioni di varia natura nella speranza di capovolgere la situazione. Verosimilmente l’ultima categoria sarebbe grande e alcune delle sue azioni violente. Il pericolo di un altro conflitto sarebbe accresciuto se non ci fosse nessuna forza di pace nell’Irlanda del Nord — e il numero dei «lealisti» che ricorrerebbero alla violenza dipenderebbe in parte dalle leggi di Dublino. Consapevoli di queste possibilità, non solo gli attuali «lealisti», ma anche il governo britannico, si opporrebbero alla semplice formula della «Irlanda unita» come soluzione e una larga parte dell’opinione pubblica inglese non accetterebbe questa apparente capitolazione ai repubblicani estremisti.
«L’unione con l’Inghilterra» è ugualmente insostenibile, sia come «dominio diretto» sia come incorporazione nello Stato britannico. Naturalmente non porrebbe fine all’azione dei repubblicani, accrescerebbe le proteste nella Repubblica, non corrisponderebbe ai sentimenti della maggior parte dell’opinione pubblica inglese e, paradossalmente, non soddisferebbe in alcun modo gli stessi «lealisti». Si potrebbe sostenere che «l’unione con l’Inghilterra» è già in atto e che ciò ha già l’approvazione della maggioranza nell’Irlanda del Nord. Ma molte discrepanze rimangono, basti il fatto che per molti repubblicani questo è proprio ciò che non va nella situazione attuale dell’Irlanda del Nord. In Inghilterra, nonostante la situazione legale dell’unione, l’opinione pubblica si sente del tutto estranea all’Irlanda del Nord: questa è, in effetti, la ragione per la quale i problemi dell’Irlanda del Nord sono stati per tanto tempo trascurati. Perciò l’unione completa presupporrebbe una intera serie di cambiamenti dell’attuale situazione: pacificazione nell’Irlanda del Nord, confini con la Repubblica difesi molto più solidamente, mutamenti nel sistema elettorale e rappresentativo, cambiamenti nelle leggi locali dell’Irlanda del Nord e, probabilmente, una revisione delle attuali convenzioni che reggono le relazioni tra l’Inghilterra e la Repubblica per quanto concerne la cittadinanza, il voto, ecc. Questi cambiamenti sembrano quanto meno improbabili, e la pacificazione dell’Irlanda del Nord, che l’opinione pubblica inglese vorrebbe indubbiamente come parte del pacchetto, è più lontana che mai.
La «vittoria militare sull’IRA» è un’altra pseudo-soluzione. L’esperienza suggerisce che potrebbe essere possibile solo a un prezzo che nessun governo sarebbe disposto a pagare. Questo prezzo comprenderebbe un notevole aumento delle forze militari, l’imposizione della legge marziale, un «muro di Berlino» al confine, arresti e incarcerazioni su vasta scala di sospetti e fiancheggiatori, l’estensione delle prigioni di massima sicurezza e forse l’introduzione della pena capitale. La protesta che tali misure farebbero montare in Inghilterra e nella Repubblica è facile da immaginare: altrettanto si può dire dei costi umani e finanziari. Se neppure l’assassinio di un membro della famiglia reale inglese ha potuto dar luogo a tali misure, niente altro sembra in grado di farlo. Inoltre, non c’è nessuna garanzia che anche le leggi più draconiane avrebbero successo. L’esperienza dell’Europa orientale suggerisce proprio il contrario.
Una «Irlanda del Nord indipendente» è ugualmente una illusione. Qualche «lealista» potrebbe essere contento così come la maggior parte dell’opinione pubblica inglese desiderosa di lavarsene le mani, essendo una disputa che non capisce. Tuttavia, per ora, non troverebbe molti sostenitori nell’Irlanda del Nord e sicuramente non sarebbe tale da moderare i repubblicani estremisti o coloro che a Dublino condividono i loro obiettivi pur deplorando vivacemente i loro metodi. Così la violenza continuerebbe con l’ulteriore stimolo di fronteggiare un ostacolo apparentemente meno insormontabile. Questa è in effetti una delle ragioni che potrebbero dissuadere il governo britannico dal percorrere questa strada. Infine non ci sarebbe molto interesse per una situazione nella quale i sostegni e gli investimenti da parte dell’Inghilterra sarebbero molto minori così come l’aiuto a mantenere la pace.
Strade sbarrate di compromesso.
Quasi a riconoscere che una «Irlanda unita» e «unione con l’Inghilterra» sono pure illusioni, alcuni commentatori hanno suggerito versioni federali o confederali di entrambe le proposte. Così il Fine Gael nel suo pamphlet del 1979 «Irlanda. Il nostro futuro insieme» ha proposto una federazione irlandese nella quale la Repubblica e l’Irlanda del Nord manterrebbero entrambe la loro «sovranità» (nel caso dell’Irlanda del Nord, separata da quella dell’Inghilterra), ma delegherebbero di comune accordo alcuni poteri — o addirittura alcuni aspetti della «sovranità» — a istituzioni confederali. L’ampiezza dei poteri delegati potrebbe naturalmente variare. Nella proposta del Fine Gael, i due Stati confederati avrebbero una rappresentanza comune nella Comunità europea. In Inghilterra, analogamente, certi «decentratori» hanno suggerito una federazione composta da Scozia, Galles, Irlanda del Nord e Inghilterra, oppure varie regioni inglesi.
In entrambi i casi, naturalmente, nascerebbero i problemi di delimitazione che tutte le federazioni o confederazioni devono fronteggiare. La federazione irlandese entrerebbe nella NATO? Una federazione Inghilterra-Scozia-Galles-Irlanda del Nord avrebbe potere sui diritti civili? Senza dubbio delle risposte a queste domande si troverebbero, ma la storia mostra che sarebbe difficile. Molto più cruciale è, tuttavia, un’altra lezione della storia: che né confederazioni né federazioni possono stare in piedi. Le confederazioni ben riuscite tendono a svilupparsi in direzione federale; le federazioni riuscite hanno in sé elementi di centralismo che sono però bilanciati dal decentramento. Per queste ragioni le obiezioni a «una Irlanda unita» e alla «unione con l’Inghilterra» si applicano nello stesso modo, nel lungo periodo, a una «unione federale o confederale dell’Irlanda» e a una «unione federale o confederale di Irlanda del Nord e Inghilterra». Detto in termini più semplici, molti «lealisti» temerebbero la prima soluzione e la maggior parte dei Repubblicani respingerebbe la seconda. Nonostante le buone intenzioni dei loro sostenitori, entrambe le parti le vedrebbero come lupi politici in un gregge di pecore vestite con la lana delle costituzioni.
Varianti più generali.
Teoricamente vi sono parecchie altre varianti sul tema federale o confederale.
Una «Irlanda unita» federale o confederale potrebbe legarsi in modo federale o confederale con l’Inghilterra; una unione federale o confederale tra Irlanda del Nord e Inghilterra potrebbe formare una federazione o una confederazione con la Repubblica. Entrambe queste varianti sarebbero suscettibili delle stesse obiezioni delle due proposte federali o confederali delineate prima; in tutti i casi la presenza «dell’altro potere» (l’Inghilterra o la Repubblica rispettivamente) riuscirebbe solo a mitigare, ma non a rimuovere le difficoltà.
Altre possibilità teoriche potrebbero comprendere: una federazione o confederazione tra la Repubblica, l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna; un raggruppamento come questo, ma con la Gran Bretagna divisa in Scozia, Galles e Inghilterra (o le regioni inglesi); infine i componenti di ognuno di questi gruppi potrebbero aderire insieme alla Comunità europea piuttosto che rimanere nel più limitato contesto anglo-irlandese. Il guaio di queste costruzioni non è che sono prive di senso. Nel lungo periodo ciascuna di esse potrebbe essere molto sensata. La reale difficoltà è che, almeno per ora, appaiono irrimediabilmente impraticabili: sono congegni complicati e macchinosi che toccano molti aspetti della vita dei paesi implicati e sarebbero attuati solo per risolvere problemi relativamente locali di una regione tragicamente sconvolta.
Un nuovo obiettivo.
Perciò tutte queste sono pseudo-soluzioni del problema. Non funzionano ed è improbabile che si possano realizzare. Rimaniamo con la sola alternativa della continuazione della situazione attuale con la violenza che essa comporta?
Nel breve periodo, sì: non c’è nessun rimedio semplice. È sensato cercare di eliminare la discriminazione nell’Irlanda del Nord; liberalizzare le leggi della Repubblica; tentare di contenere la violenza; migliorare le condizioni economiche e sociali; eliminare il malcontento dei cattolici del Nord e la paura dei protestanti del Nord. Sarà ancora più sensato «cambiare il contesto del problema» attraverso un’azione comune all’interno della Comunità europea.
Per ora l’impatto comunitario sui problemi sul tappeto è equivoco. Lo SME ha diviso la lira irlandese dalla sterlina inglese; la politica agricola comune è vista in modo diverso a Londra e a Dublino; c’è una forte competizione per gli aiuti economici e sociali. Tuttavia le cose dovrebbero cambiare — e qualche cosa dovrebbe essere cambiata deliberatamente. Se l’Inghilterra entrasse nello SME e contribuisse al suo avanzamento verso l’unione monetaria, la frontiera finanziaria comincerebbe a svanire. Se la politica agricola comune e il bilancio comunitario fossero riformati in modo soddisfacente, un’altra fonte di attriti verrebbe in parte eliminata. Se i problemi economici dell’Irlanda fossero visti nel loro contesto più ampio, l’aiuto economico e sociale potrebbe sempre di più scavalcare il confine. E, proprio come il trattato franco-tedesco, nel suo contesto comunitario, ha contribuito ad ammorbidire le relazioni fra i due paesi senza distorcere le procedure comunitarie, così legami più stretti tra Londra e Dublino — possibilmente con un organismo parlamentare comune, con programmi di scambi giovanili, e un lavoro congiunto sull’educazione, la riforma sociale e i diritti civili — potrebbero ripulire, cauterizzare e alla fine rimarginare le ferite della storia. Sarebbe anche utile — e rassicurante per i lealisti — istituire una Commissione tripartita di studio dei problemi comuni, autorizzata a prestare attenzione alle ragioni di tutte le parti. Dopo tutto, una delle difficoltà della situazione attuale è quella di conoscere quali segrete apprensioni, ripensamenti e cautele inespresse avvelenano discussioni che, nelle intenzioni, vorrebbero essere franche.
Questi modesti passi pratici sarebbero almeno un inizio. Ma una «soluzione» reale è possibile solo a lungo termine. L’Irlanda del Nord non è né l’Algeria né lo Zimbabwe, in tutti i sensi.
Supponiamo comunque che l’attuale Comunità europea si sviluppi non solo in estensione, ma in profondità. Supponiamo che i suoi governi lavorino insieme di più e più strettamente; che le barriere nazionali nei confronti dei movimenti delle persone, delle merci, del denaro, alla lunga scompaiano del tutto; che diventi sempre  meno importante a quale comunità nazionale un individuo appartiene — non solo perché può vivere e lavorare dovunque scelga di farlo nell’ambito della Comunità, non solo perché è sempre più cosciente della sua cittadinanza europea, ma anche perché i fondamenti legali, economici e sociali che governano la sua vita ora raggiungono livelli paragonabili. Se fosse così molto fuoco verrebbe tolto dall’Irlanda del Nord e dalle discussioni che la riguardano.
Per esempio, attualmente è molto importante per una persona il vivere nell’Europa occidentale piuttosto che all’Est. Al contrario, all’interno della Comunità europea, sta diventando poco importante vivere in Lussemburgo piuttosto che in Francia, poiché nei due paesi si parla la stessa lingua. Con un po’ di aiuto e di inclinazione per le lingue, la scelta se vivere in Italia o in Germania non è così drammatica. Tuttavia, per un cattolico o un protestante in Irlanda, ha una grande importanza il vivere al Nord o al Sud del confine. La scelta influenza la sua educazione, le sue possibilità di lavoro, la sua libertà personale, la sua sicurezza fisica e tranquillità mentale in un modo che non vale per la maggior parte dei confini interni della Comunità. Si rendano uguali le condizioni e la scelta sarà meno drammatica. Come lo sarà, nel lungo periodo, il «problema» dell’Irlanda del Nord.
Infine facciamo un’altra supposizione. Se la Comunità europea si sviluppa al di là del suo stadio attuale e comincia a mettere in campo un’esplicita integrazione politica e un’unione economica, che cosa accade in sostanza? Il potere sarà decentrato: verso «l’alto» dai singoli governi nazionali verso istituzioni comunitarie o verso poteri decisionali collettivi dei governi stessi; verso il «basso» con l’aumento dell’autonomia e dell’azione comune di entità più piccole. Ciò non implica necessariamente mutamenti costituzionali formali — una confederazione o una federazione. Significa semplicemente che il vecchio semplice quadro mondiale di Stati-nazione che agiscono come «atomi» indipendenti lascerà il posto a un quadro più complesso nel quale gli «atomi» sono visti sia come componenti di un insieme più grande, sia come un insieme di elettroni. E in un complesso meno semplice di modelli cui attingere, un nuovo obiettivo per l’Irlanda del Nord diventa possibile.
Questo obiettivo non è uguale a nessuna delle «soluzioni» normalmente esaminate, ma contiene elementi di ciascuna di esse. Non ne accoglie completamente nessuna, ma non ne respinge nessuna. In breve, l’obiettivo sarebbe quello di dare all’Irlanda del Nord una maggiore autonomia, mentre nello stesso tempo la si lega maggiormente sia alla Repubblica sia all’Inghilterra, minando, in questo modo, i fondamenti ideologici della violenza settaria e se ne eliminano i taciti appoggi.
Invece di alzare barriere ai confini, l’obiettivo dovrebbe essere quello di eliminarle. Si lasci che i cittadini si muovano liberamente tra la Repubblica, l’Irlanda del Nord e l’Inghilterra; si diano loro gli stessi diritti civili nei tre territori e si garantiscano questi diritti attraverso una Corte europea; si estendano, reciprocamente, gli attuali diritti di voto dei cittadini della Repubblica che vivono in Inghilterra, cosicché gli inglesi della Repubblica possano votare nelle sue elezioni e ci si batta per un sistema di doppia cittadinanza. Si istituiscano assemblee regionali nella Repubblica, nell’Irlanda del Nord e in Inghilterra per dare ad ogni regione più poteri sui propri destini. Si adottino leggi elettorali armonizzate e basate sull’eventuale sistema elettorale adottato per il Parlamento europeo. Si dia alle regioni una rappresentanza sotto forma di una «Camera alta» che inglobi anche il Comitato economico e sociale e i rappresentanti dei governi nazionali. Si prevedano consultazioni periodiche per ratificare (o respingere) queste disposizioni e i confini precisi — una versione democratica della procedura della Commissione dei confini come opera in Inghilterra. Soprattutto si consideri il sistema politico della Comunità — e il nostro — flessibile e capace di evolversi. Né noi né i nostri leaders politici possiamo fare leggi per i nostri pronipoti. Quello che possiamo fare è affidare loro degli esempi, buoni e cattivi, un modo di agire e uno scopo finale. Abbiamo già prodotto il cattivo esempio. Ora è tempo di fare meglio.


* Si tratta di uno scritto di Brython Goidel, pubblicato su Facts di marzo-aprile 1981.

 

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