Anno XXII, 1980, Numero 1-2, Pagina 117

 

 

LA CRISI MONETARIA INTERNAZIONALE E IL RUOLO DELL’EUROPA*
 
 
Nell’analisi di un fenomeno così complesso come la crisi monetaria internazionale, credo che si possa individuare almeno un punto fermo, ormai riconosciuto da tutti gli osservatori economici: il dollaro non è più l’asse portante del sistema monetario internazionale; esso non è più, cioè, la moneta che riscuote le fiducia e che viene accettata ovunque. Questo fatto, in verità, non rappresenta nient’altro che l’aspetto monetario del declino della leadership statunitense sul mondo occidentale, ma ha implicazioni gravissime per l’insieme dell’economia internazionale. Il mondo sta avviandosi ciecamente verso una situazione di crescente disordine monetario, perché sino ad ora non è ancora emersa la volontà di cercare altre alternative al dollaro e alla sua essenziale funzione di moneta internazionale. Così continua l’assurda rincorsa al rialzo dei prezzi internazionali delle materie prime, dei prodotti agricoli e dei manufatti industriali.
All’ordine egemonico americano si è oggi sostituita la legge della giungla. Occorre denunciare questa situazione e occorre perciò anche smascherare qualsiasi copertura pseudoscientifica all’anarchia monetaria internazionale, come il cosiddetto sistema dei cambi flessibili, che ha trovato numerosi sostenitori fino a poco tempo fa. Questo non è affatto un «sistema», perché non corrisponde ad alcun ordine monetario, ma è soltanto la pretesa di privilegiare la politica nazionale rispetto alla disciplina internazionale. Le fluttuazioni, proprio per questo, non sono mai pulite, ma manovrate astutamente dalle banche centrali. Di fatto, si assiste alla utilizzazione, da parte dei paesi più forti, di manovre monetarie e protezionistiche per scaricare sui paesi più deboli gli acuti problemi della disoccupazione e dell’inflazione. Le fluttuazioni hanno significato solo instabilità monetaria e costituiscono semplicemente il riflesso della incapacità crescente degli USA di rispettare e di far rispettare le «regole del gioco» di Bretton Woods o di qualsiasi altro sistema in grado di funzionare.
È inoltre ovvio, e anche questo fatto credo che sia largamente riconosciuto dalle forze progressiste, che con un sistema mondiale che scivola sempre più velocemente verso il disordine monetario e il neo-protezionismo i grandi problemi del nostro secolo non possono trovare soluzione. La cooperazione su nuove basi con il Terzo mondo, l’avvio di una divisione internazionale del lavoro più favorevole allo sviluppo e la costruzione di un nuovo ordine economico mondiale sono obiettivi impossibili senza la stabilità monetaria. Programmi di aiuti a lungo periodo sono impensabili in una situazione di guerra economica fra paesi esportatori di manufatti e paesi esportatori di materie prime. Ma, nei paesi avanzati, non sarà nemmeno possibile procedere unilateralmente verso le grandi trasformazioni industriali e sociali che ormai sono a portata di mano grazie allo sviluppo delle moderne tecnologie (come l’informatica, la biologia, l’automazione, ecc.). Il mondo è interdipendente. Nessun problema può più essere affrontato, come nel secolo scorso, all’interno di una regione privilegiata. E ciò è particolarmente vero per l’Europa che è l’area più aperta e più indifesa agli urti della crisi mondiale. In breve, la stabilità monetaria internazionale, cioè il ritorno ad un sistema di cambi fissi, è uno dei presupposti della ripresa economica mondiale e deve costituire l’obiettivo di tutte quelle forze che vogliono veramente battersi per il progresso.
La base di partenza di questa lotta è costituita dall’individuazione del punto di bloccaggio o di inversione dell’attuale tendenza all’anarchia monetaria ed economica. A questo proposito le responsabilità degli europei sono enormi. L’unità europea può rappresentare questa leva, questo punto di appoggio, grazie al quale avviare la ricostruzione di un nuovo ordine mondiale più pacifico, più giusto e più aperto ai bisogni dei popoli diseredati del Terzo mondo.
L’Europa attuale, per quanto sia solo debolmente unita, ha già suscitato aspettative di cambiamento e di capacità di resistenza al disordine internazionale. Il Terzo mondo, Cina inclusa, guarda con speranza al processo di unità europea. La creazione del Sistema monetario europeo ha avviato un processo di stabilizzazione dei cambi, certo ancora estremamente precario, ma che va nella direzione opposta alla fluttuazione selvaggia. Inoltre, la decisione di creare lo scudo ha fatto balenare sull’orizzonte internazionale la possibilità di giungere ad una vera moneta europea. Forse anche per questo, nel corso della recente crisi medio-orientale, mentre si sono manifestati segni di insofferenza e di sfiducia da parte dei paesi esportatori di petrolio nei confronti del dollaro, si è anche prospettata l’eventualità di utilizzare per i contratti petroliferi una base monetaria più salda, includente le valute europee.
Una Europa unita sul fronte monetario non rappresenterebbe solo un fattore di primaria importanza per l’ordine internazionale. In effetti, l’unione monetaria è decisiva anche per arrestare la disgregazione del Mercato comune e avviare la ripresa europea. La creazione del Sistema monetario europeo ha già determinato alcuni primi effetti positivi sul mercato comune agricolo, rimarginando parzialmente la piaga cancrenosa dei montanti compensativi. Ma una unione monetaria sarebbe indispensabile soprattutto per consentire un efficace potere di intervento anticongiunturale agli organi comunitari che oggi, per loro stessa ammissione, non hanno altri mezzi di intervento che «consigli» ai governi nazionali di coordinare le loro politiche economiche. Fino a che non si affronterà seriamente il problema degli strumenti comunitari di intervento non si potrà certo impedire il processo di divergenza, in atto, fra le politiche economiche degli Stati membri. Senza strumenti di intervento non vi può essere una politica economica comunitaria e senza una politica comunitaria non vi può essere la convergenza delle economie europee.
Infine, va detto che il completamento dell’unione monetaria comporta implicazioni che andrebbero molto al di là del semplice fattore economico. È oggi all’ordine del giorno il problema della sicurezza europea. Ma la sicurezza dell’Europa, data la sua vulnerabilità economica, dipende molto di più dalla sua capacità di governarsi e di sviluppare una vera politica estera unitaria, piuttosto che dalla quantità di armamenti che le due superpotenze stanno ammassando nei nostri paesi.
Bisogna dunque battersi per l’unità europea se vogliamo raddrizzare le sorti della nostra economia e di quella internazionale. Ma l’unità europea non deve essere concepita come un fatto statico, come un obiettivo che si debba raggiungere ad un certo istante e una volta per tutte. Certo non ci si sbaglia se si afferma che già oggi, con il voto europeo, l’unità politica dell’Europa è iniziata, perché il popolo europeo ha conquistato il fondamentale diritto delle costituzioni democratiche cioè il voto. Ma è anche vero che l’Europa è ancora divisa nei settori fondamentali della moneta e della difesa. È certo auspicabile che un giorno si possa finalmente affermare che l’unità è acquisita e che i pericoli della divisione sono definitivamente scomparsi. Ma per ora l’unità europea è una lotta politica, che come qualsiasi altra lotta politica può riuscire a patto che venga sostenuta dagli schieramenti e dalle forze che possono portarla a compimento.
A questo proposito è necessario dire che con l’elezione del Parlamento europeo è ormai stato fatto il primo fondamentale passo sul terreno dello schieramento europeo dei cittadini e dei partiti. Fino ad ora l’Europa è avanzata solo sul terreno antidemocratico, con accordi di vertice fra i capi di governo e le burocrazie nazionali. Ma con il Parlamento eletto le cose sono destinate necessariamente a cambiare. Come ha scritto Albertini: «Dopo il voto europeo bisogna cominciare a distinguere l’Europa del compromesso dall’Europa dell’unità (non c’è unità senza governo)». E oggi «si può lavorare per l’Europa dell’unità. Essendo abituati alla prima Europa, noi giudichiamo ancora i fatti europei con il suo metro, ma ciò non basta più. Con il metodo dell’Europa del compromesso, che è in sostanza il metodo autocratico (i governi nazionali fanno quello che vogliono senza il controllo del Parlamento europeo), le decisioni si prendono o non si prendono; e se non si prendono è il fallimento. Di qui la sopravvalutazione dei vertici, l’attesa miracolistica per sapere se l’Europa funziona o no ecc. Con il metodo democratico, invece, le cose vanno più lentamente ma meglio. Il momento nel quale si pone un problema non è quello nel quale lo si risolve. Si tratta infatti sempre di giungere ad un consenso maggioritario attraverso una serie di episodi che coinvolgano gradualmente le forze politiche, sociali, culturali e l’opinione pubblica. In ogni caso ciò che conta è seguire il processo e vedere come si sviluppa».
Queste osservazioni di Albertini mi sembrano molto importanti per comprendere l’attuale situazione europea e i compiti del Parlamento e dei partiti europei. La coraggiosa e vittoriosa battaglia che il Parlamento europeo ha intrapreso sul problema del bilancio comunitario mostra che oggi è in gioco il potere del controllo — popolare od autocratico — del processo economico su scala europea. I governi si sono comportati ottusamente, manipolando in senso conservatore il bilancio proposto dal Parlamento europeo e dichiarando di non essere disposti ad aumentare le risorse proprie della Comunità. In questo modo impediscono l’attivazione delle politiche comuni indispensabile per realizzare la convergenza fra le economie europee. Questo atteggiamento irresponsabile e folle dei governi risulta ormai evidente per tutti, perché di fronte agli urti della crisi economica e politica internazionale l’Europa o si unisce o si sgretola. Più poteri e risorse in materia di bilancio al Parlamento europeo sono indispensabili per realizzare efficaci politiche per la convergenza e lo sviluppo delle economie europee. I poteri di bilancio sono inoltre indispensabili se si vuole avviare un embrione di programmazione democratica europea, perché il bilancio è lo strumento fondamentale della programmazione economica.
Ma la convergenza economica, da realizzarsi con politiche comuni, è solo un aspetto del più generale processo di convergenza. Ad essa si deve necessariamente accompagnare la convergenza monetaria. Ben difficilmente un rafforzamento delle politiche regionali, strutturali e dell’occupazione potrà avere successo se continuano ad ampliarsi i differenziali nazionali dei tassi di inflazione. Attualmente, il Sistema monetario europeo sta scricchiolando a causa delle tensioni fra le valute europee e fra queste e il dollaro. D’altro canto, tutte le forze politiche hanno accettato il SME solo come un punto di partenza verso l’obiettivo dell’unione monetaria e nessuno si è fatto, e si fa, l’illusione sulla capacità di sopravvivenza del SME inteso come un semplice accordo sulle parità monetarie. L’infelice conclusione del Piano Werner dovrebbe essere un insegnamento sufficientemente istruttivo.
Che il SME debba essere rafforzato lo ha del resto riconosciuto anche l’ultimo Consiglio europeo, che ha auspicato la realizzazione a breve scadenza del Fondo europeo di riserva. Ma vi sono segni di possibili ulteriori iniziative. Il Presidente francese Giscard d’Estaing ha annunciato per la prossima primavera una sua iniziativa per la riforma del sistema monetario internazionale, che secondo alcune indiscrezioni dovrebbe fondarsi su quattro grandi aree monetarie, quella del dollaro, quella dello scudo, quella dello yen e quella del rublo. E anche negli ambienti della burocrazia comunitaria circolano progetti miranti a rafforzare il ruolo dello scudo e consolidare il SME.
Tutti questi progetti, tuttavia, risulteranno molto probabilmente inadeguati, perché dipendendo ancora esclusivamente dai governi, non possono mantenere come quadro di riferimento che la vecchia Europa del compromesso, in cui i poteri finali di controllo sul processo economico restano nelle mani dei governi nazionali. È evidente che in questo caso nessuna vera convergenza sarà possibile. Se si mantengono più centri di decisione della politica monetaria, non è solo probabile, ma certo che continueranno a sopravvivere più tassi di inflazione nella Comunità. Cooperazione intergovernativa e divergenza monetaria sono due aspetti del medesimo fenomeno: la divisione monetaria dell’Europa.
Per questo i partiti europei, e le forze sociali e progressiste in particolare, se non vogliono ancora una volta subire passivamente la volontà dei vertici europei, devono assumersi tempestivamente la responsabilità di elaborare progetti di unificazione monetaria alternativi a quelli dei governi e dei funzionari. Bisogna assolutamente evitare che si ripeta una situazione simile a quella del varo del SME, in cui un progetto debolmente europeo è stato da più parti avversato senza che si proponesse alcuna alternativa ai problemi della convergenza monetaria e dell’indipendenza dell’Europa nei confronti del dollaro. È oggi chiaro che il SME non assicura né una completa convergenza, né una vera indipendenza verso il dollaro. Ma il problema di fondo resta intatto ed è quello di giungere ad una unione monetaria che sappia rispondere a queste esigenze. E l’opinione dei federalisti è che solo nei partiti democratici e nel Parlamento europeo si può sviluppare sia la volontà di indipendenza, sia il necessario spirito di solidarietà comunitaria. L’Europa dell’unità è l’Europa della democrazia e del popolo.
Per concludere, vorrei sottolineare l’esigenza di un fondamentale requisito di democraticità che dovrebbero possedere gli eventuali progetti di unione monetaria, di cui i partiti si dovrebbero far carico. Se posti di fronte al problema, i cittadini europei non capiscono perché la politica monetaria, che pure ha implicazioni così importanti per tutti, in primo luogo per le forze produttive, i lavoratori e i risparmiatori, debba restare avvolta nel mistero e venir affidata ai governatori delle banche centrali, agli Gnomi di Zurigo o persino a qualche grande multinazionale del capitale. I principi della democrazia esigono che la politica monetaria della Comunità sia sottoposta al costante controllo del Parlamento europeo. Non si tratta di un dettaglio tecnico. Bisogna che la democrazia europea che ha cominciato ad aprire una breccia nel campo trincerato dei vertici intergovernativi in cui veniva decisa la politica europea, penetri anche nella cittadella del potere finanziario ed economico multinazionale per eliminare gli ultimi assurdi privilegi dell’aristocrazia finanziaria e per mettere davvero in condizione il popolo e i lavoratori di partecipare alla gestione dell’economia.


* Intervento di Guido Montani al convegno «La crisi monetaria internazionale», organizzato a Roma il 17-18 dicembre 1979 dai centri studi di politica economica del PCI, del PSI e degli indipendenti di sinistra.

 

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