IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno XXI, 1979, Numero 2, Pagina 144

 

 

LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE NELLA C.E.E.:
PROBLEMI E SOLUZIONI NELLA PROSPETTIVA DEL RILANCIO DELL’UNIONE MONETARIA EUROPEA*
 
 
Le radici internazionali del fenomeno della disoccupazione giovanile.
Scopo di questo documento introduttivo del Convegno giovanile di Torino, è quello di fissare alcuni punti di riferimento, internazionali ed europei, del problema, e di indicare i mezzi per risolverlo. Perciò cercheremo di inquadrare il problema della disoccupazione giovanile in uno schema interpretativo della crisi, il cui obiettivo è quello di mostrare come, se è vero che la dimensione del problema è mondiale (vedere Tabella 1), è altrettanto vero che la sua soluzione può essere avviata in Europa. E, inoltre, come il ritardare l’avvio della soluzione europea contribuisce ad aggravare la crisi mondiale.
 
Tabella 1.
LA DISOCCUPAZIONE NEL MONDO
(come percentuale della forza lavoro complessiva)
 
Anno
Italia
Regno
Unito
Germania
Francia
U.S.A.
Giappone
1970
3,4
3,1
0,6
2,5
4,8
1,1
1971
3,4
3,8
0,8
2,9
5,7
1,2
1972
3,9
4,1
0,8
2,9
5,4
1,4
1973
3,7
2,8
0,9
2,6
4,7
1,3
1974
3,1
2,9
1,5
2,7
5,4
1,4
1975
6,4
5,1
3,6
4,1
8,3
2,0
1976
6,1
6,4
3,6
4,6
7,5
2,1
1977
7,2
6,9
3,6
5,2
6,9
2,1
 
A nostro avviso i fenomeni di portata mondiale, che stanno alla base della disoccupazione giovanile nei paesi occidentali, sono fondamentalmente due: l’aumento della popolazione attiva e la crisi economica mondiale. Per quanto riguarda l’aumento della popolazione attiva, occorre osservare che alla fine degli anni ‘60, per effetto dell’evoluzione demografica avutasi nel secondo dopoguerra, si è assistito all’ingresso nel mercato del lavoro di un maggior numero di persone, il che ha comportato un aumento della quota di giovani lavoratori nella popolazione attiva totale. A tale aumento ha contribuito anche il maggiore tasso di ingresso delle donne nel mondo del lavoro. Infine, se si considera che il movimento sindacale ha ormai acquisito un potere contrattuale tale da riuscire a limitare i licenziamenti, si comprende come la disoccupazione, anziché essere alimentata dalla perdita del posto di lavoro nei momenti di crisi, si manifesti principalmente sul versante delle mancate assunzioni (e quindi soprattutto di mancate assunzioni di giovani). A titolo d’esempio, secondo i dati forniti nelle note introduttive al rapporto annuale del G.A.T.T. (1977), nel 1976 in Italia il tasso di disoccupazione per i giovani tra i 15 e i 24 anni era di circa nove volte più elevato di quello dei giovani con più di 24 anni (negli altri paesi industrializzati la proporzione era di due o tre a uno).
Una spiegazione della crisi dell’economia mondiale è data invece dalla riduzione del commercio internazionale. Tra il 1973 e il 1976, le esportazioni mondiali sono cresciute in media di circa il 4% l’anno contro l’8,5% del decennio precedente. Ciò ha avuto un riscontro anche sul commercio fra le più importanti aree economiche mondiali.
A commento di questi due dati generali, possiamo fare due osservazioni. La prima è che gli effetti del fenomeno della crescita demografica possono essere considerati limitati nel tempo, poiché, per quanto riguarda i paesi industrializzati, nel lungo periodo, è ormai accertato (rapporto G.A.T.T.) che il ritmo di crescita della popolazione totale e della popolazione attiva totale tende a diminuire anziché ad aumentare. La seconda osservazione riguarda l’evoluzione del commercio internazionale, e consiste nel riconoscere che non si può comprendere la crisi del commercio internazionale senza prendere in considerazione l’assetto politico internazionale e l’evoluzione dei rapporti di forza fra Stati.
 
La crisi del mondo bipolare e della distensione.
L’espansione del commercio internazionale nel secondo dopoguerra è stata il frutto della convergenza fra la politica di libero scambio adottata dagli U.S.A. nella propria sfera di influenza, e l’egemonia del dollaro sulle altre monete. È in questo quadro che gli U.S.A. aiutano l’Europa a rimettere in sesto le economie nazionali devastate dalla guerra, con il piano Marshall, ed è questo il clima che favorisce la nascita del Mercato comune europeo il quale, ponendo le premesse per una progressiva liberalizzazione degli scambi in Europa sotto la protezione del dollaro e della potenza statunitense, oltre a dare un impulso decisivo allo sviluppo e al benessere dei paesi europei, si rivelerà il centro di propulsione del commercio internazionale.
Basti osservare che, in volume, per il periodo 1958-71, le importazioni ed esportazioni intracomunitarie sono aumentate del 505% e che per lo stesso periodo le esportazioni extracomunitarie sono aumentate del 174%.[1]
Nella sfera di influenza sovietica il Comecon non riuscirà ad assumere lo stesso ruolo guida del Mercato comune nel commercio internazionale, a causa della diversa scelta fatta dall’U.R.S.S. nell’ambito della propria sfera di influenza. L’U.R.S.S., a differenza degli U.S.A., entra a far parte dell’organizzazione economica dei paesi dell’Europa orientale, ostacolando l’integrazione di questi ultimi fra loro, e accentuando i vincoli bilaterali, economici e politici, fra i singoli paesi e la grande potenza.
Tuttavia, negli anni ‘60, mentre sul fronte occidentale la crescente potenza commerciale europea indeboliva la leadership, monetaria e politica, degli U.S.A., sul fronte orientale l’ascesa della Cina rappresentava ormai una alternativa alla leadership sovietica sul mondo socialista e un baluardo alla sua espansione in Asia. Contestate dall’interno, U.S.A. e U.R.S.S. cercarono di riaffermare il proprio ruolo egemonico sulle rispettive sfere di influenza, puntando sull’attenuazione del confronto ideologico e politico-militare fra i due blocchi e quindi sul reciproco riconoscimento della legittimità dei confini acquisiti dopo la seconda guerra mondiale, avviando la politica di distensione, la quale, in quanto risultante dell’incapacità da parte delle superpotenze di garantire l’ordine mondiale, va interpretata come il manifestarsi della crisi del bipolarismo.
Va notato che, in questa fase, mentre nel campo socialista la Cina prosegue nel suo cammino verso il rafforzamento della propria autonomia e indipendenza dall’U.R.S.S., ponendo le premesse per un nuovo ordine in Asia, nel campo occidentale l’Europa non solo alimenta con la propria divisione il disordine monetario ed economico internazionale, ma costringe gli U.S.A. ad accentuare il loro impegno nella difesa dell’Europa, e a sostenere gli oneri di una politica estera che sempre più dovrebbe coinvolgere gli europei, soprattutto verso quei paesi produttori di materie prime, da cui dipende lo sviluppo dell’economia europea.
Sul piano politico l’Europa è responsabile della mancata nascita di un nuovo ordine mondiale pluripolare e del vuoto di potere venutosi a creare in aree, come il Medio Oriente e l’Africa, il cui avvenire è legato ormai, nel bene o nel male, all’avvenire dell’Europa. Sul piano monetario, il tentativo di porre ordine nell’area economica e monetaria europea, avviato con il piano Werner (1970), che aveva come obiettivo la realizzazione di una unione economica e monetaria europea, fallisce a causa del definitivo abbandono del sistema delle parità fisse, instaurato con gli accordi di Bretton Woods (luglio 1944), dopo la dichiarazione del governo americano il 15 agosto 1971 di rendere inconvertibile il dollaro.
Vale la pena soffermarsi brevemente su questi avvenimenti perché rappresentano al tempo stesso l’apertura di una nuova fase dei rapporti U.S.A.-Europa e l’accelerazione della crisi.
Gli accordi di Bretton Woods stabilivano che, accanto all’oro, potevano essere usate come mezzo di pagamento internazionale, delle valute internazionali (dollaro e sterlina). Questo significava che, per quanto riguarda il dollaro, solo dopo che il governo americano aveva deciso il tasso di cambio tra il dollaro e l’oro gli altri paesi potevano fissare il tasso di cambio tra le loro monete e il dollaro. Ma, nel momento in cui la crisi della leadership americana si rifletté anche su una minore fiducia verso il dollaro come mezzo di pagamento internazionale — crescita dell’Europa come potenza commerciale ma non come polo dell’equilibrio mondiale; guerra in Vietnam; aumento della massa di dollari in circolazione per finanziare il commercio internazionale e gli impegni militari americani — diventò tangibile il pericolo che si preferisse convertire le riserve di dollari in oro; in pratica il pericolo di una corsa alla vendita di dollari in cambio di oro, soprattutto da parte di una grande area economica e commerciale quale l’Europa.
Di fronte a questo pericolo il governo americano decise l’inconvertibilità del dollaro in oro. Con ciò si diede via libera alla fluttuazione del dollaro e, di conseguenza, alla fluttuazione delle monete che avevano come riferimento il dollaro. Pertanto i presupposti dell’espansione del commercio internazionale — moneta unica (il dollaro), leadership americana, convergenza delle economie dei paesi europei — si trasformarono in altrettanti fattori di riduzione del commercio mondiale: disordine monetario (fluttuazione del dollaro, fluttuazione delle monete europee rispetto al dollaro, fluttuazione delle monete europee tra loro), crisi della leadership americana, divergenza delle economie europee.
 
Terzo mondo e rivoluzione scientifica e tecnologica.
Sulla crisi dell’ordine internazionale si sono innestati altri due fenomeni che hanno reso più evidente e drammatico il problema dell’occupazione e dell’inversione di tendenza nell’evoluzione del commercio internazionale. Questi due fenomeni sono rappresentati dall’emergere di nuove aspettative nei paesi del Terzo mondo, il cui problema all’ordine del giorno è rappresentato dall’avvio dell’industrializzazione, e dall’esigenza, ormai sentita nei paesi sviluppati, di far fronte alla rivoluzione scientifica e tecnologica e quindi all’avvio di un nuovo modello di sviluppo.
Il Terzo mondo, che ha tra le sue fila un grande paese che è riuscito a conquistarsi l’indipendenza nazionale e ad inserirsi nell’equilibrio mondiale, la Cina, e comprende la maggior parte dei paesi produttori di petrolio e di materie prime, ha preso coscienza della possibilità di compiere un salto qualitativo nello sviluppo economico — da qui la richiesta di una crescente collaborazione con i paesi sviluppati — e della limitatezza delle risorse naturali a disposizione da offrire ai paesi industrializzati, in cambio di tecnologia e di investimenti. Questo ha comportato innanzitutto un rincaro delle materie prime vendute ai paesi occidentali, e parallelamente l’affermarsi di produzioni a tecnologia matura in concorrenza con i prodotti dei paesi industrializzati. L’aumento dei costi delle materie prime e la competitività dei prodotti dei paesi in via di sviluppo, hanno inferto un altro duro colpo alle economie europea e giapponese, fortemente dipendenti da questi paesi. Ma in definitiva la prova di forza fra i paesi industrializzati, che cercano di erigere barriere doganali per proteggere le produzioni nazionali dalla concorrenza dei paesi in via di sviluppo, e questi ultimi, che cercano di trarre il maggior vantaggio possibile dall’avere il monopolio sul mercato delle materie prime, non reca vantaggi a nessuna delle due parti. Tutto ciò, finora, ha contribuito solo a rallentare il ritmo di crescita dei paesi sviluppati, a ridurre gli spazi del commercio internazionale e ad emarginare ancora di più quei paesi che, oltre a non aver compiuto la prima industrializzazione, non sono neppure produttori di materie prime. La Tabella 2 mostra questo fatto, riportando i saldi in miliardi di dollari delle partite correnti per gruppi di paesi.
 
Tabella 2.
PARTITE CORRENTI (saldi in miliardi di dollari)
 
 
Media
annua
‘71-‘73
1974
1975
1976
1977
Paesi in via di sviluppo esportatori di petrolio
3.4
67.2
33.8
44.0
(43)
Paesi industriali
16.4
– 5.7
22.4
3.1
(1)
Paesi dell’Europa meridionale (Spagna, Grecia, Portogallo, Turchia e Jugoslavia)
0.7
– 7.1
–7.8
– 8.5
(– 9)
Altre regioni in via di sviluppo
– 9.9
– 28.9
– 37.0
– 34.0
(– 34)
Paesi dell’Est (saldi commerciali: esportazioni f.o.b. meno importazioni f.o.b.)
– 0.5
– 3.9
– 10.4
– 6.9
(– 5)
 
I paesi sviluppati, dal canto loro, non hanno risolto le contraddizioni che impediscono ancora alla rivoluzione scientifica e tecnologica di manifestarsi nel campo della produzione industriale e nell’ambito della vita degli individui. Quando si parla dell’esigenza di un nuovo modello di sviluppo, si chiede implicitamente, anche se a volte inconsapevolmente, una rivoluzione nel modo di produrre e di vivere. Quindi si chiede l’introduzione dell’automazione nella produzione e la liberazione dalla fatica umana. Questo implica un incremento nell’uso di energia — che deve sostituire il lavoro fisico — e quindi significa fare scelte energetiche a basso costo e realizzabili subito. È chiaro allora che le scelte per l’energia nucleare e per l’automazione sono legate fra loro. Al contrario coloro i quali si oppongono a queste scelte, e difendono ad ogni costo politiche di investimenti che conservino gli attuali livelli di occupazione nel solo settore industriale, o che congelino lo sviluppo, si pongono in un quadro di riferimento che non tiene conto della realtà: lo sviluppo zero va contro le aspirazioni di emancipazione dei paesi in via di sviluppo.
Un nuovo modello di sviluppo implica trasformazioni globali. In particolare comporta trasferire individui da certe attività ad altre, creare condizioni che consentano loro di vivere in un ambiente diverso dall’attuale, tenere conto della possibilità di fruire di maggior tempo libero. Perciò il terreno sul quale si misureranno i progressi verso una maggiore compenetrazione tra l’era della  rivoluzione scientifica e l’epoca di transizione che stiamo vivendo, sarà quello della rivoluzione urbanistica e territoriale. Ma è evidente che in Europa non si potrà avviare una rivoluzione di questo tipo, che richiede una programmazione europea, finché la struttura dominante è quella burocratico-accentrata su scala nazionale e regionale. Ed è altrettanto evidente che il non risolvere questo nodo costituisce ormai un collo di bottiglia per l’introduzione di nuove tecnologie produttive nei paesi europei e contribuisce all’avanzamento della degradazione ambientale. Il non aver risolto ancora il nodo del nuovo modello di sviluppo spiega la difficoltà che diplomati e laureati incontrano nel trovare lavoro: ormai la struttura produttiva non prevede una gamma di impieghi paragonabile alla gamma di studi cui ciascun individuo può accedere, mentre la struttura educativa è indirizzata ancora verso una preparazione «una tantum», settoriale e definitiva, piuttosto che verso una educazione permanente.
 
Alcune considerazioni generali sul problema della disoccupazione giovanile.
Da quanto abbiamo detto finora possiamo trarre una prima serie di considerazioni. La prima di queste considerazioni riguarda la constatazione che, se una delle cause della disoccupazione giovanile va ricercata nella crisi economica e nelle sue radici internazionali, allora la Comunità europea, in quanto prima potenza commerciale mondiale e in quanto area di forte instabilità politica e monetaria è il fulcro di questa crisi mondiale e qui sta il nodo da sciogliere per poter avviare la soluzione del problema della disoccupazione. La crisi del commercio internazionale, collegata alla crisi dell’equilibrio mondiale, si affronta ponendo le premesse per l’unità politica dell’Europa.
La seconda considerazione ci porta a dire che non è pensabile una concorrenzialità tra Europa e paesi del Terzo mondo. L’Europa deve lasciare le produzioni mature ai paesi in via di sviluppo e deve favorirne l’industrializzazione. I paesi del Terzo mondo, dal canto loro, possono rappresentare un immenso serbatoio di domanda di beni e investimenti, tale da rimettere in moto l’economia occidentale senza pregiudicare il decollo dei paesi del Terzo mondo. La concorrenzialità con le produzioni avviate anche nei paesi in via di sviluppo porta ad un solo risultato: il protezionismo da parte dei paesi sviluppati nei confronti di produzioni obsolete (con la conseguente dilatazione dell’assistenzialismo verso i settori improduttivi), cui seguirebbe una contrazione del commercio internazionale e la crescita di frizioni e conflitti fra Stati. Spesso non si ammettono queste verità nascondendosi dietro il timore che si possa reintrodurre su scala europea una politica neo-colonialista e neo-liberale nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Ma il fatto è che la dipendenza dell’Europa dai paesi Terzi rende impensabile una politica coloniale, e il commercio internazionale può riprendersi solo a patto che si attuino politiche di libero scambio e non protezionistiche. Al di fuori di questi fatti vi è la rassegnazione verso l’egemonia del dollaro sull’Europa.
La terza, ed ultima considerazione, si riferisce al problema del nuovo modello di sviluppo, che deve implicare l’automatizzazione dei processi produttivi e la salvaguardia della qualità della vita. È evidente che in questa prospettiva la disoccupazione non può essere riassorbita dal solo settore industriale. Anzi, tendenzialmente l’occupazione nel settore industriale è destinata a diminuire, come mostrano i dati relativi alla produzione e occupazione nel settore manifatturiero (variazioni percentuali annue), nella Tabella 3. Anche se i dati sono riferiti a un ciclo di pochi anni, il trend è storico.
Nel 1975 il contributo dell’industria all’occupazione totale differiva sensibilmente da una regione all’altra. Esso costituiva il 42% dell’occupazione totale nella C.E.E., il 29% negli U.S.A. e il 36% in Giappone (note introduttive al rapporto G.A.T.T. 1977).
 
Tabella 3.
PRODUZIONE E OCCUPAZIONE NEL SETTORE MANIFATTURIERO
(variazioni % annue)
 
 
1960-69
1969-73
1960-73
1973-76
Produzione
Mondo
Regioni industriali
Regioni in via di sviluppo
Paesi dell’Est
7.0
6.5
6.2
9.1
6.2
4.7
8.2
8.6
6.8
6.0
6.9
9.0
2.6
0
6.1
8.4
Occupazione
Mondo
Regioni industriali
Regioni in via di sviluppo
Paesi dell’Est
2.7
1.8
3.6
3.8
2.5
0.2
5.5
2.2
2.6
1.3
4.2
3.3
 
(– 1.7)
 
 
 
 
La soluzione del problema della disoccupazione giovanile e il rilancio dell’unione economica e monetaria.
Se tutto quanto abbiamo detto è vero, occorre vedere qual è il punto strategico su cui far leva per contribuire a risolvere la crisi dell’ordine internazionale e quindi la crisi del commercio internazionale, avviando una nuova politica nei confronti del Terzo mondo e mettendo in atto uno sviluppo compatibile con le esigenze della rivoluzione scientifica e tecnologica. Per i federalisti questo punto strategico è rappresentato dalla battaglia per la realizzazione della moneta europea. L’Europa è a un bivio: può disgregarsi politicamente ed economicamente, nonostante l’elezione europea e lo S.M.E., o può unirsi definitivamente nella prospettiva di una costituente, di una moneta e di un governo europei.
A questo proposito sono indicative le tabelle riportate di seguito. Nella Tabella 4, dove è rappresentato il reddito pro-capite italiano rispetto a quello tedesco (posto uguale a cento) si vede che nel periodo in cui il Mercato comune funzionava, anche il divario fra la ricchezza di un italiano nei confronti di un tedesco diminuiva. Siamo passati dal 52% nel 1961 a più del 63% nel 1968. Ma da allora il divario fra paesi forti e deboli si è progressivamente accentuato. Nel 1976 il reddito medio italiano era solo il 42% di quello tedesco.
 
Tabella 4.
PRODOTTO INTERNO LORDO PER ABITANTE

 
1960
1961
1962
1963
1964
1965
1966
1967
1968
Italia/
Germania
52.9
52.1
53.7
58.2
58.1
57.3
58.5
63.4
63.1
 
 
1969
1970
1971
1972
1973
1974
1975
1976
Italia/
Germania
61.4
56.4
55.4
52.5
46.2
45.3
45.8
42.2
 
Un altro utile indice è costituito dallo stipendio e dal salario, cioè dal cosiddetto reddito da lavoro dipendente. La Tabella 5 esamina l’andamento del salario medio di un lavoratore italiano rispetto a quello di un lavoratore tedesco. Si è passati da un salario italiano pari al 65,4% di quello tedesco nel 1961 a ben l’82,7% nel 1968. Ma da allora, con una progressione continua i salari italiani sono scivolati a solo il 57,9% di quelli tedeschi.
 
Tabella 5.
REDDITO DA LAVORO DIPENDENTE PER DIPENDENTE
 
 
1960
1961
1962
1963
1964
1965
1966
1967
1968
Italia/
Germania
69.3
65.4
67.6
76.3
79.0
78.0
78.3
82.2
82.7
 
 
1969
1970
1971
1972
1973
1974
1975
1976
Italia/
Germania
80.0
74.8
75.4
72.1
63.9
59.6
63.0
57.9
 
Infine nelle Tabelle 6 e 7 sono rappresentati l’andamento del reddito pro-capite e del reddito da lavoro dipendente rispetto alla media comunitaria (fatta uguale a cento) e si può constatare che comunque l’Italia si sta progressivamente allontanando dall’Europa.
 
Tabella 6.
P.I.L. PER ABITANTE AI PREZZI DI MERCATO RISPETTO ALLA MEDIA COUNITARIA (I.S.C.E.)
 
 
1960
1961
1962
1963
1964
1965
1966
1967
1968
Europa
a 9
Germania
Francia
Italia
Regno Unito
 
100
112.5
113.7
59.6
 
117.4
 
100
116.0
112.5
60.5
 
114.1
 
100
116.6
114.4
62.7
 
109.7
 
100
113.6
116.9
66.1
 
107.7
 
100
112.9
117.3
65.5
 
106.7
 
100
113.6
116.5
65.2
 
106.1
 
100
112.4
117.4
65.8
 
105.6
 
100
108.5
120.1
68.7
 
103.7
 
100
111.8
124.1
70.5
 
93.4
 
 
1969
1970
1971
1972
1973
1974
1975
1976
Europa
a 9
Germania
Francia
Italia
Regno Unito
 
100
114.6
122.2
70.5
 
90.8
 
100
124.4
112.8
70.2
 
89.2
 
100
124.3
113.0
68.9
 
90.2
 
100
127.6
113.9
67.0
 
85.8
 
100
135.5
117.1
62.7
 
76.5
 
100
137.5
112.2
62.3
 
76.1
 
100
130.9
121.4
60.0
 
78.0
 
100
134.8
122.4
56.9
 
73.1
 
Tabella 7.
REDDITO DA LOVRO DIPENDENTE – DATI PER DIPEDNENTE
 
 
1960
1961
1962
1963
1964
1965
1966
1967
1968
Europa
a 9
Germania
Francia
Italia
Regno Unito
 
100
99.4
110.8
68.9
 
110.3
 
100
103.7
111.5
67.9
 
107.1
 
100
104.9
114.3
71.0
 
102.9
 
100
105.5
117.3
78.4
 
99.4
 
100
101.6
117.4
80.3
 
97.5
 
100
102.8
115.5
80.2
 
96.2
 
100
103.1
114.2
80.7
 
95.4
 
100
101.1
115.7
83.1
 
94.1
 
100
103.4
123.2
85.5
 
85.0
 
 
1969
1970
1971
1972
1973
1974
1975
1976
Europa
a 9
Germania
Francia
Italia
Regno Unito
 
100
105.8
120.1
84.7
 
83.8
 
100
115.1
108.3
86.2
 
82.7
 
100
115.0
107.4
86.8
 
87.7
 
100
118.4
106.1
85.4
 
79.7
 
100
127.9
108.9
80.5
 
69.7
 
100
130.6
104.0
77.9
 
70.8
 
100
123.0
113.0
77.5
 
72.3
 
100
126.2
115.6
73.1
 
67.2
 
Le Tabelle 8 e 9 mostrano l’andamento del fenomeno della disoccupazione in Europa negli anni in cui si è accentuata la crisi. Se questa tendenza continua, come ha fatto notare il Cancelliere Schmidt, entro pochi anni il Mercato comune non esisterà più. Per questo era necessario un rilancio del progetto di unione economico-monetaria. Rilancio che è stato effettuato grazie all’iniziativa franco-tedesca di instaurare una zona di stabilità monetaria in Europa, con l’avvio del Sistema monetario europeo. Lo S.M.E. rappresenta un tentativo di invertire la tendenza alla disgregazione della Comunità, stabilendo dei limiti alla fluttuazione delle monete, istituendo un fondo europeo di riserve e facendo dell’E.C.U. (European Currency Unit) la moneta di riferimento delle monete europee e il mezzo di pagamento fra Banche centrali, al posto del dollaro. Ma, proprio perché la crisi è così acuta e occorre rimettere al più presto in moto il motore dell’economia europea, lo S.M.E. diventa un passo importante per la soluzione dei problemi europei se, e solo se, viene considerato un punto di partenza e non un punto d’arrivo per realizzare la moneta europea e per accrescere il bilancio comunitario al 2,5% del prodotto comunitario (come indicato dal rapporto MacDougall) per avviare delle efficaci politiche comunitarie.
 
Tabella 8.
NUMERO DI ISCRITTI NELLE LISTE DI DISOCCUPAZIONE NEGLI STATI MEMBRI
DELLA COMUNITÀ (medie annuali, in migliaia)
 
Anno
Belgio
Dani
marca
R.F.T.
Francia
Irlanda
Italia
Lussem
burgo
Paesi Bassi
Regno Unito
1970
1971
1972
1973
1974
1975
1976
1977
81.0
84.5
105.2
111.2
124.1
207.8
266.6
307.6
23.9
28.7
28.8
17.8
47.9
113.5
118.2
147.0
148.8
185.1
246.4
273.5
582.5
1074.2
1060.3
1030.0
262.1
338.2
383.5
393.9
497.7
839.7
933.5
1071.8
64.9
62.5
72.0
66.6
70.3
98.3
110.5
109.0
887.6
1038.1
1047.8
1004.8
997.2
1106.9
1182.6
1377.9
0.0
0.0
0.0
0.0
0.1
0.3
0.5
0.8
46.4
62.0
107.9
109.9
134.9
195.3
210.9
203.5
612.0
792.1
875.6
618.8
614.9
977.6
1360.0
1483.6
 
Tabella 9.
LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE NELLA COMUNITÀ
 
Anno
 
Totale dei giovani disoccupati
di età inferiore ai 25 anni
(in migliaia)
Percentuale di giovani disoccupati
Rispetto al totale dei disoccupati
1969-1973
(media)
1974
1975
1976
1977
561
 
824
1.512
1.778
1.996
26.5%
 
30.7%
35.3%
37.0%
37.4%
 
Solo così si può pensare di raggiungere l’obiettivo di rendere irreversibile il processo di unificazione europea, consentendo agli europei di acquisire la sovranità e indipendenza economica e monetaria, rispetto agli U.S.A., e di imbrigliare su scala europea un processo produttivo che, se lasciato in balia dello sviluppo anarchico e delle tentazioni autarchiche, può provocare danni incalcolabili non solo per gli europei, ma anche per il resto del mondo.
A tutto ciò va aggiunto un fattore determinante: il ruolo che possono giuocare le elezioni europee. Finalmente il cittadino, con il voto europeo, diventa partecipe delle scelte comunitarie. Questo significa che voto, moneta, governo, fanno davvero l’Europa, perché con il voto si crea lo stimolo politico e l’impegno etico per esigere che le politiche comunitarie siano da un lato adeguate (a livello europeo) e dall’altro siano applicate (a livello nazionale e regionale); mentre con la moneta si ottiene la certezza di avere uno strumento per effettuare certe politiche (a livello europeo) e di avere un mezzo di pagamento solido fra cittadini della Comunità.


*Documento presentato da Franco Spoltore in occasione del Convegno giovanile di Torino del 16-17 marzo 1979.
[1]G. Montani, «L’Europa e il mondo tra libero scambio e protezionismo», Il Federalista, 20, p. 82 (1978).

 

 

 

 

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