Anno XX, 1978, Numero 2-3, Pagina 124

 

 

LETTERA DEL PRESIDENTE
AI MEMBRI DEL COMITATO CENTRALE DEL M.F.E.
SULLA SITUAZIONE DELLA CRISI ITALIANA DOPO L’ASSASSINIO DI ALDO MORO
 
 
Cari Amici,
vorrei sottoporvi in forma, schematica alcune osservazioni sulla situazione della crisi italiana: dopo la strage di via Fani, il rapimento, e l’assassinio di Aldo Moro. Lo scopo è quello di promuovere un dibattito per aggiornare la posizione del M.F.E. Procedo per punti separati.
1. — In Italia si è manifestato nel popolo un sentimento di unità abbastanza forte e nei partiti una certa capacità d’azione unitaria; ma è venuta in luce anche un’area di dissenso, di indifferenza, o addirittura di complicità nei-confronti dell’azione eversiva. Non è facile valutare esattamente questa situazione. Un criterio, tuttavia, può essere il seguente. L’Italia non è, nel senso pieno della parola, uno Stato. Non è un caso che un editoriale di Le Monde, dedicato alla situazione italiana dopo la strage di via Fani, fosse intitolato «Naissance d’un Etat?». In effetti dal 1860 in poi l’Italia è più il progetto di completare la costruzione di uno Stato moderno, o addirittura quello di costruirlo su una base nuova, che uno Stato vero e proprio, cioè riconosciuto da tutto il popolo. E c’è di più. Il fascismo ha interrotto questo processo, e nel dopoguerra la situazione è diventata ancora più complessa perché ormai si può attribuire all’Italia un vero carattere statuale solo costruendo l’Europa, e facendo dell’Italia un solido Stato membro della federazione europea. La complessità sta nel fatto che al vecchio problema di portare a compimento la costruzione dello Stato si è aggiunto quello della transizione all’Europa.
Questo giudizio sullo Stato italiano appartiene al patrimonio di pensiero del M.F.E. sin dalla sua costituzione, cioè sin dal Manifesto di Ventotene. Si tratta però di non dimenticarlo quando si giudica la situazione dell’Italia nei confronti della minaccia terrorista.
In uno Stato incompiuto manca il fattore che lega il cittadino alla patria e gli dà la piena capacità di vivere gli avvenimenti della sua comunità come fatti personali. Questa affermazione può forse spiegare ciò che è accaduto in Italia sia per quanto riguarda l’area di indifferenza, dissenso o complicità, sia per quanto riguarda il modo col quale si è manifestata l’unità nazionale — che dipende più dai partiti e dai loro dirigenti che dallo Stato proprio perché lo Stato è insufficientemente presente negli affetti dei cittadini, dei quadri intermedi, ecc. Questa affermazione, d’altra parte, può forse spiegare la necessità della convergenza dei partiti democratici. Mancando una vera e propria forza dello Stato in quanto tale — tradizione, costume, amministrazione, ecc. — solo con l’unità dei partiti si può far fronte ad una situazione di emergenza e presidiare la stessa unità nazionale. Il primo obiettivo della eversione, del resto, è proprio quello di dividere i partiti per privare l’unità nazionale della sua guida e lo Stato repubblicano della sua forza.
2. — Circa la lotta contro il terrorismo, io penso che la posizione presa dai cinque partiti della maggioranza, cioè la linea che consiste nell’uso di mezzi normali anche di fronte a fatti eccezionali, possa essere per il momento considerata giusta. In uno Stato più solido dell’Italia dal punto di vista democratico, legale e costituzionale, un’azione più dura non provocherebbe conseguenze negative; ma in Italia, proprio a causa della debolezza dello Stato, e del legame insufficiente tra Stato e cittadini, una condotta di questo genere rischierebbe di allargare l’area del dissenso. Va detto tuttavia con chiarezza che ha un prezzo anche la politica seguita sino ad ora. L’area del dissenso si allarga anche lasciando impuniti i violatori della legge, sia perché ciò incoraggia i violenti, sia perché ciò scoraggia i cittadini onesti e democratici. In sostanza tutto dipende dalla possibilità di ottenere risultati efficaci in tempi ragionevoli. Bisogna dunque esser pronti a cambiare politica se questi risultati mancassero. In questo caso la politica moderata diventerebbe una politica suicida. In questo caso il paragone con l’avvento del fascismo, cioè con il fatto che il fascismo è andato al potere perché il re non ha firmato lo stato d’assedio, diventerebbe calzante. Ed è a ciò che alludono antifascisti valorosi come La Malfa e Valiani. Se il terrorismo avesse la possibilità di alterare in modo non solo grave, ma anche duraturo, l’ordine pubblico, è evidente che si porrebbe per la democrazia la seguente alternativa: o la democrazia italiana elimina il terrorismo con mezzi adeguati allo scopo, o il terrorismo elimina la democrazia. La coesistenza pacifica nell’ambito di uno Stato è una stretta necessità. O la democrazia ottiene la pace con il diritto, o passa la mano ad un regime autoritario che fa con la forza ciò che la democrazia dovrebbe fare con il diritto. Va dunque detto, a conclusione, che per difendere la democrazia bisogna essere pronti ad usare, in caso di necessità, tutti i mezzi offerti dalla Costituzione sino a quello, in caso estremo, di dichiarare lo stato di guerra.
3. — In ogni caso, e ancor più se si dovesse ricorrere a mezzi estremi, si impone la necessità dell’unità dei partiti. Tutto ciò che rende debole questa unità costituisce il vero pericolo per la democrazia italiana. Diciamo ormai da molto tempo che l’unità deve essere tanto stretta quanto è richiesto dalle circostanze, e quindi deve poter giungere sino all’inclusione dei comunisti nel governo. Ed è questa ipotesi che costituisce la pietra di paragone necessaria per identificare i fattori di debolezza dell’attuale situazione politica italiana. La presenza dei comunisti al governo ha preso il nome di «compromesso storico». Orbene è un fatto che salvo i comunisti e in qualche misura i repubblicani, tutti i partiti sono contrari al compromesso storico. Ne risulta che la unità è sostenuta più da uno stato di necessità che da una vera convinzione e da un vero disegno.
È tuttavia chiaro che il compromesso viene rifiutato perché i partiti pensano all’avvenire dell’Italia in termini esclusivamente italiani senza rendersi conto che con il diritto di voto europeo l’avvenire dell’Italia diventa quello di una parte della democrazia europea. E va da sé che il compromesso storico sarebbe una cosa nell’Italia come Stato sovrano esclusivo, e una cosa completamente diversa nell’Italia come Stato membro di una Comunità democratica europea effettiva. Non si tratta solo delle garanzie offerte dal quadro europeo. Si tratta anche di due prospettive completamente diverse. Nel contesto della costruzione della democrazia europea, e della conseguente trasformazione dell’Italia in una parte di questa democrazia, il compromesso storico assumerebbe certamente il carattere della politica di unità nazionale necessaria per assicurare la transizione all’Europa soprattutto nel contesto economico e monetario. Il compromesso storico avrebbe perciò un carattere definito e uno sbocco precostituito sin dall’inizio. Non si può invece dire niente di simile se il compromesso storico viene pensato in una prospettiva esclusivamente italiana. In questo caso il compromesso storico non presenta solo l’aspetto negativo di bloccare le alternative politiche, ma anche e proprio quello di non avere un carattere definito e uno sbocco definito.
Milano, 12 maggio 1978
Mario Albertini

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