Anno XX, 1978, Numero 4, Pagina 207

 

 

TESI DEL M.F.E. SUL SISTEMA MONETARIO EUROPEO*
 
 
Il S.M.E., cioè il tentativo di rilanciare l’unione economico-monetaria e il processo di integrazione, giunto ormai ad un punto critico, nel quale è ricomparsa la divergenza delle politiche economiche nazionali, e perciò il rischio del fallimento, pone gli Stati e la Comunità di fronte all’eventualità di un processo politico nuovo ed a problemi nuovi, che esigono ovviamente diagnosi nuove, e che non possono essere analizzati e valutati con schemi concettuali che riguardano processi già conclusi ed esauriti, sia per quanto riguarda la Comunità, sia per quanto riguarda il sistema monetario internazionale e i vecchi equilibri economici. Il M.F.E. ritiene pertanto che la prima cosa da fare, sul piano dell’analisi, sia l’elaborazione e la discussione di schemi o tesi capaci di riferire il dibattito ai dati reali della questione.
La prima tesi, secondo il M.F.E., è che in ogni caso la soluzione che si avrà — se si avrà — al Consiglio europeo il 3 e 4 dicembre, cioè l’eventuale messa in atto di un dispositivo il 1° gennaio 1979, costituisce un punto di partenza e non un punto di arrivo. Questo dispositivo, qualunque esso sia, costituirà un punto di riferimento per l’azione di certe forze economiche europee ed extra-europee, e sarà la condotta di queste forze, quando avrà raggiunto un certo equilibrio e un certo assetto, a determinare il punto di arrivo, cioè la soluzione vera e propria. Ciò mette in rilievo l’importanza, e il significato politico concreto, del voto europeo del 10 giugno 1979. Senza il voto europeo, sarebbero state certe forze di vertice dell’economia e dei governi a determinare questo equilibrio. Con il voto europeo saranno in vece le masse e l’opinione pubblica a determinarlo, a meno che i partiti non restino — cosa improbabile — completamente passivi. Le conclusioni di questa prima tesi sono due: oggi è in gioco la partenza del S.M.E., cioè l’avvio di un processo. Il controllo si colloca più in là nel tempo, e dipende appunto da un processo, da una lotta, cioè dai partiti, ma anche dai sindacati, che avrebbero a disposizione, con la situazione creata dai due fatti nuovi del voto europeo e della partenza del S.M.E., un contesto politico europeo per le lotte sociali che hanno già una dimensione operativa europea, a cominciare da quella, cruciale sotto molti aspetti, della riduzione dell’orario di lavoro.
La seconda tesi è che, fatto salvo il compito per l’Italia di battersi per ottenere un punto di partenza per il S.M.E. che realizzi la massima compatibilità possibile del dispositivo iniziale con una politica italiana di riduzione del tasso di inflazione orientata al rilancio — nella prima fase si avrà in ogni caso a che fare con una riedizione di un sistema europeo di parità fisse, e quindi — usando la terminologia di Corden — con una pseudo-unione monetaria ed economica europea. Parlando in termini di «serpente», o di una x che dovrebbe essere qualcosa di più e di diverso rispetto al serpente, si nasconde il fatto essenziale che sarà comunque un sistema di parità fisse, una coesistenza di monete nazionali in un dispositivo internazionale. Il fatto è essenziale perché un sistema di questo genere ha il suo punto di appoggio non in una politica europea e in uno schieramento europeo di forze politiche e sociali, ma nelle politiche nazionali e negli equilibri politici e sociali nazionali. Anche Giolitti, e non solo il M.F.E. ha usato per questa situazione il termine «confederale». Ciò mostra che il dispositivo iniziale darà effettivamente luogo ad un sistema instabile, che non può durare più di un certo tempo perché la convergenza europea, a medio e lungo termine, delle politiche nazionali è impossibile con nove sistemi monetari nazionali. La conclusione che si può trarre dalla seconda tesi è la seguente: se si mette in azione il dispositivo del S.M.E., i nove Stati della Comunità salgono su una trave di equilibrio. Ciò comporta, dopo un certo tempo, la caduta o dalla parte della moneta europea o dalla parte delle monete nazionali e nel sistema rovinoso, ormai sperimentato, dei cambi fluttuanti, cioè, a lunga scadenza, la ricaduta nel protezionismo. Ciò che va rilevato è che solo se si sale su questa trave di equilibrio si può cadere dalla parte della moneta europea, e che ciò dipende, ovviamente, dalla capacità e dall’impegno delle forze politiche e sociali. Va anche rilevato che l’aspetto economico della fase iniziale della vera unione monetaria è determinato, non indeterminato. Si tratta, secondo il rapporto McDougall, di spendere a livello europeo il 2,5% del prodotto interno lordo europeo. Con questo ordine di grandezza della spesa pubblica europea si può attuare la politica europea indispensabile per la convergenza delle politiche nazionali senza far gravare il peso della transizione sulle economie deboli e con sufficienti effetti redistributivi. Il potere europeo in questione nella prima fase è dunque quello di disporre del 2,5% del prodotto interno lordo europeo e di controllare queste spese.
La terza tesi è che il rilancio dell’Unione economica e monetaria riguarda in modo globale la crisi italiana e mette in evidenza il fatto che ci sono obiettivi europei di unità nazionale, obiettivi che costituiscono il risvolto europeo di una sola politica effettiva che non è né solo italiana né solo europea, ma insieme italiana ed europea, come francese ed europea ecc. In sé il fatto è universalmente ammesso. Non si può ridurre l’inflazione e rilanciare la produzione senza controllare le grandezze macro-economiche, ma questo controllo è precario, e in gran parte inefficace, a livello nazionale, a causa del livello raggiunto dagli scambi all’interno della Comunità. In pratica ciò significa che il piano triennale non può essere realizzato senza far entrare contemporaneamente in azione i fattori europei del controllo delle grandezze macro-economiche.
Ma questo fatto, questa connessione di fattori italiani ed europei (nel contesto mondiale), normalmente ammesso in sede di astratte analisi economiche, non è riconosciuto politicamente. Ciò risulta chiaramente se si constata che politicamente è riconosciuto solo l’aspetto italiano e non anche l’aspetto europeo, della crisi, che in Italia ha le caratteristiche dell’emergenza, cioè del rischio grave per le istituzioni democratiche. L’aspetto italiano della crisi è riconosciuto politicamente con la maggioranza parlamentare di unità nazionale, l’aspetto europeo può essere politicamente riconosciuto solo se gli obiettivi europei di unità nazionale diventeranno elementi comuni a tutti i partiti costituzionali nei loro programmi elettorali europei. Per questa ragione il M.F.E. ha proposto ai partiti costituzionali di confrontare collegialmente i loro programmi elettorali europei per stabilire questi punti comuni ed annunciarli al paese; proposta che è già stata considerata degna di accoglimento da parte del P.C.I., da parte del P.S.D.I. con una risposta del presidente Saragat, e che attualmente è allo studio degli altri partiti.
Le conclusioni della terza tesi sono le seguenti. Senza il riconoscimento politico dell’aspetto europeo della crisi italiana la mobilitazione delle forze di resistenza e rinnovamento della democrazia risulta distorta e incompleta. Con il riconoscimento politico dell’aspetto europeo della crisi si potrebbero invece mobilitare tutte le forze sul terreno risolutivo, e mettere chiaramente in evidenza lo sbocco dell’emergenza in un quadro europeo definito dal voto europeo, dalla moneta europea, e da una politica europea sufficiente per impedire il ritorno delle divergenze nazionali cioè un quadro europeo con un primo carattere autenticamente democratico e federale.
La quarta tesi è che non si può attuare l’unione economico-monetaria senza realizzare un blocco storico europeo per il governo democratico dell’economia mista. Questo è, nei suoi tratti generali, il carattere specifico del processo che può ora avere inizio in Europa, e che corrisponderebbe alla fase finale, politica, della integrazione europea. Questa formula stabilisce quali sono le forze in campo, quale il compromesso evolutivo, quale la forma da dare al governo del processo. Con il primo Parlamento eletto, e per un periodo di tempo che includerà certamente anche il secondo Parlamento eletto, l’integrazione europea passa dal gradualismo funzionale a quello costituzionale. È pertanto evidente che questo processo può avere uno sbocco positivo solo se sarà controllato non da una ristretta maggioranza, ma da una vasta alleanza di forze democratiche e popolari. È solo in questo quadro, d’altra parte, che si può esaminare la questione della cosiddetta egemonia tedesca o franco-tedesca. Il fatto obiettivo in questione è che l’iniziativa, in materia europea, è franco-tedesca (senza l’iniziativa francese, e l’accordo tedesco, non ci sarebbe l’elezione europea). Questo fatto si traduce da solo in una specie di egemonia franco-tedesca, ma nel contesto ben più determinante dell’egemonia americana se si resta nel quadro confederale attuale della Comunità, o di un’Europa in via di disgregazione. Ma questo fatto mantiene il suo carattere effettivo di iniziativa, e si traduce da solo in una realtà concreta di democrazia e di solidarietà europea, se tutte le forze europee, invece di abbandonarsi irresponsabilmente alle polemiche nazionalistiche di un passato funesto, gestiscono e controllano insieme l’iniziativa franco-tedesca.
Questa tesi è quella che richiede un maggiore sviluppo. Ma basta enunciarla per rendersi conto che bisogna inserire il tema dell’unità europea nel processo storico, cioè nel contesto dove si constata che la marcia verso l’unità europea è la base della libertà nella pace, per la prima volta acquisita nel corso della storia europea, ma che può ancora essere perduta se non si giungerà per tempo all’unità indistruttibile dell’Europa. Con questo punto di vista si dovrebbe constatare che l’iniziativa del Cancelliere Schmidt per l’unione economico-monetaria potrebbe costituire il secondo passo della rinascita democratica della Germania, dopo il primo passo compiuto con la Ostpolitik. Con la Ostpolitik la Germania ha superato l’ossessione anticomunista. Con l’unione economico-monetaria può superare, come tutti gli altri paesi europei, l’ossessione nazionalistica.


* Si tratta di una dichiarazione del Presidente del M.F.E. presentata da Dario Velo della Direzione nazionale al Convegno «Quale Europa?», organizzato dal P.C.I. a Roma l’8-9 novembre 1978.

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