Anno XIX, 1977, Numero 4, Pagina 257

 

 

LA CERTEZZA DELL’ELEZIONE EUROPEA E
LE SUE CONSEGUENZE*
 
 
È vero che la recente decisione della Camera dei Comuni comporta il rinvio dell’elezione europea ad una data che potrebbe essere quella dell’autunno del 1978 o della primavera del 1979. Ma è anche vero che con questa decisione l’elezione europea è diventata finalmente certa; ed è questo il fatto che conta. Fino al 1975, nonostante le disposizioni dei Trattati di Roma, l’elezione europea era considerata da tutti come un miraggio (con l’eccezione dei federalisti, che invece di chiedersi se era possibile o no fecero quanto stava in loro per renderla possibile). Dal 1975, e precisamente dal 15 ottobre del 1974, con la proposta del governo francese agli altri governi di stabilire la data, l’elezione europea divenne una possibilità; anche se va detto che questa idea della possibilità pigliò qualche consistenza solo dopo il superamento dei primi ostacoli sulla via della lunga e complessa procedura, tant’è che anche durante questa fase molti continuarono a pensare che si trattasse di un miraggio, e non di una vera possibilità: che mai e poi mai questo o quel paese (la Francia, il Regno Unito e via dicendo), o tutti i paesi, avrebbero davvero accettato una elezione che, per la sua stessa natura, si colloca al di sopra delle elezioni nazionali.
Con la decisione della Camera dei Comuni siamo passati dalla possibilità alla certezza; e ciò significa, politicamente, che da ora in poi si manifesteranno compiutamente tutte le conseguenze implicite nella competizione elettorale europea, perché è da ora che i partiti sono davvero messi con certezza di fronte a questo traguardo, a questo impegno, a questo confronto, a questa prova. E vale la pena di ricordare che la sola possibilità dell’elezione europea, senza la certezza, aveva già provocato trasformazioni altrimenti impensabili, e di grande rilievo, come quella della formazione dei partiti europei. Del resto la stessa decisione della Camera dei Comuni, che ha visto comunque il voto di 222 deputati a favore del sistema proporzionale — cioè un fatto assolutamente eccezionale e del tutto impensabile nel quadro delle prospettive nazionali — mostra quale sia il potenziale di cambiamento e di innovazione insito nella costruzione democratica dell’Europa.
Il nuovo è difficile da pensare; e c’è sempre il rischio di pensare il nuovo con il vecchio, il che, nel caso dell’Europa, comporta proprio il pensare l’Europa solo come la somma delle nazioni, così come sono ora. Si tratta, ovviamente, di un errore. È evidente che l’Italia non è stata, e non è, la semplice somma del Regno di Sardegna, del Regno delle due Sicilie e così via. Ma forse è proprio per questo errore che non si è fatta ancora luce una chiara valutazione del significato dell’elezione europea. Io vorrei, a questo riguardo, ricordare tre punti.
Primo punto. L’elezione europea è la prima elezione soprannazionale della storia umana. Come tale essa rimuove l’ostacolo nazionale che ha fermato, sulla via del superamento della ragion di Stato, prima il liberalismo, poi la democrazia e poi il socialismo. Con l’elezione europea, e il modello di una democrazia multinazionale, cioè con la prima affermazione della democrazia a livello internazionale, è l’Europa che ritorna, come fu in passato, all’avanguardia della lotta politica e sociale.
Secondo punto. L’elezione europea non potrà non sviluppare la Comunità europea sino al livello di un vero e proprio Stato federale. È evidente che non si potrà non fare, dopo la prima elezione europea, la seconda elezione e via di seguito. E si può pensare tutto, ma non si può pensare uno stato di fatto nel quale gli Europei vanno regolarmente alle urne ogni cinque anni, e non si forma un governo europeo. In realtà, è possibile prevedere sin da ora le tappe di questa evoluzione costituzionale, che passeranno attraverso due episodi fondamentali: prima la creazione della moneta europea, poi la creazione dell’esercito europeo. E va aggiunto che è proprio battendosi per questi obiettivi che si potrà accelerare, con grandi e sicuri vantaggi immediati, la costruzione dell’Europa. Oggi tutti pensano che la moneta europea sia un miraggio; ma si tratta delle stesse persone che ritenevano che anche l’elezione europea fosse un miraggio. In effetti l’azione del presidente Jenkins per la moneta europea mostra che la lotta per renderne possibile la creazione è già in corso; e non si possono aver dubbi sul fatto che quando avremo una moneta europea anche l’esercito europeo apparirà come un traguardo possibile.
Terzo punto. Queste prospettive a medio e a lungo termine non devono far dimenticare le conseguenze a breve termine dell’elezione europea. È un fatto che, invitando i cittadini europei a votare per la propria lista, ogni partito dovrà dire in qual modo si propone di dare risposte europee ai problemi più pressanti: in primo luogo quelli della disoccupazione, dell’inflazione e della crisi. La Comunità ha già le competenze indispensabili per affrontare questi problemi. Ciò che le manca, è la forza politica. Quanto ho detto mostra che l’elezione europea non potrà non dare al sistema di governo della Comunità (in prima istanza la Commissione) la forza e il prestigio necessari per imporre vere scelte europee.


* Si tratta di una dichiarazione rilasciata dal presidente del M.F.E. il 15 dicembre 1977.

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