Anno XVIII, 1976, Numero 4, Pagina 247

 

 

LA POLITICA ECONOMICA PER SUPERARE LA CRISI*
 
 
1. — Oggi vengono sostenute due tesi, entrambe erronee, sulla politica economica da adottare per superare la crisi.
La prima tesi sostiene la necessità di mantenere l’Italia in Europa realizzando gli indispensabili interventi di risanamento dell’economia prima, per procedere poi, una volta ripreso il passo delle restanti economie europee, alla politica delle riforme. In questo modo si propongono misure, in ipotesi di breve periodo, per contenere la domanda ed orientarla sui consumi a basso contenuto di importazioni, per arginare la fuga di riserve valutarie (anche con metodi, come il deposito obbligatorio sulle importazioni, che contrastano apertamente con le norme del Trattato di Roma) e per difendersi dalla concorrenza industriale ed agricola degli altri paesi del Mercato comune. Ma queste misure protezionistiche, che non sono affatto progettate in modo tale da poterle sospendere a tempo, comportano in realtà un ritorno al protezionismo, che potrebbe rapidamente diventare irreversibile. Il fatto è che non si può pretendere di controllare a livello italiano gli scambi con l’estero — il cui volume ammonta ormai a circa la metà del prodotto nazionale — senza attuare, consapevolmente o non, una politica di autarchia strisciante.
La seconda tesi respinge la filosofia dei «due tempi» e sostiene la necessità di attuare contemporaneamente il risanamento del paese e le riforme di struttura indispensabili per garantire un adeguato tasso di sviluppo economico all’Italia. Ma non spiega come si possano conciliare davvero, e non solo a parole, il proposito di mantenere una economia aperta e il tentativo di ridurre, con decisioni economiche e monetarie italiane, il deficit della bilancia dei pagamenti. E non può spiegare, naturalmente, come l’Italia potrebbe, da sola, eliminare i meccanismi distorsivi derivanti dall’appartenenza della nostra economia al Mercato comune (meccanismi che emarginano l’Italia dall’Europa); né come l’Italia potrebbe, da sola, non subire i pesanti condizionamenti internazionali in materia monetaria, finanziaria e delle fonti di energia. Proporre una politica di riforme in Italia, senza proporre una nuova politica europea di cui la politica italiana sia un aspetto importante, significa solo nascondere dietro un paravento progressista il ritorno dell’autarchia.
 
2. — Bisogna abbandonare l’illusione che esista una via italiana alla ripresa economica. L’Italia può risolvere i suoi problemi solo risolvendo contemporaneamente i problemi europei. Il risanamento e la ripresa produttiva dell’economia italiana coincidono con il risanamento e lo sviluppo dell’economia europea. I nuovi rapporti che l’Europa dovrebbe instaurare con il resto del mondo, in ispecie con i paesi del Terzo mondo, i paesi africani ed i paesi del bacino del Mediterraneo, richiedono una riconversione industriale di vaste dimensioni. Solamente inserendo la ristrutturazione dell’economia italiana in un coerente piano a medio termine europeo è possibile che l’Italia porti — attraverso l’Europa — un contributo decisivo alla instaurazione di un nuovo ordine economico mondiale. La via europea dello sviluppo economico italiano può essere più lunga e difficile della via nazionale, ma promette risultati ben più consistenti e duraturi.
 
3. — Un esecutivo europeo, responsabile di fronte al Parlamento europeo eletto direttamente, potrebbe emettere una moneta europea che avrebbe la stessa importanza del dollaro per il commercio internazionale. È questa la premessa indispensabile per avviare una seria riforma del sistema monetario internazionale. La moneta europea potrebbe diventare, a fianco del dollaro, una moneta di riserva per il finanziamento del commercio internazionale. Una eguale ripartizione di responsabilità fra Europa e America consentirebbe anche di porre fine alla guerra monetaria attuale e di ripristinare il regime delle parità fisse, presupposto di una ordinata ripresa degli scambi internazionali.
Un esecutivo europeo potrebbe, d’altra parte, con una politica di massicce commesse pubbliche, sviluppare le industrie trainanti dell’aeronautica, dell’energia nucleare, dei calcolatori elettronici, ecc. Solo in questo modo si potrebbe avviare una efficace ristrutturazione industriale a livello europeo. Solo nel quadro europeo, e sulla base dello schieramento europeo dei partiti e dei sindacati, sarebbe possibile sottoporre a un controllo efficace le imprese multinazionali e varare un piano a medio termine europeo che determini i grandi obiettivi della produzione industriale ed agricola.
Una ulteriore apertura delle frontiere europee al commercio internazionale è concepibile solo nel contesto di un piano a medio termine europeo perché richiede il trasferimento di risorse umane e materiali da alcuni settori produttivi ad altri. Solo in questo modo si potrebbe invertire la generale tendenza al protezionismo ed avviare una fase più avanzata della divisione internazionale del lavoro. L’esecutivo europeo potrebbe dare un contributo decisivo alla fondazione di un nuovo ordine economico internazionale perché l’Europa prospera solo in condizioni di mercato aperto ed ha interesse ad aprire le proprie frontiere alla produzione di manufatti dei paesi sottosviluppati e potrebbe fornire assistenza economica e tecnica ai paesi del Terzo mondo in cambio dell’importazione delle materie prime indispensabili alla sua industria di trasformazione.
 
4. — I presupposti di una politica economica di un governo di transizione all’Europa dovrebbero pertanto essere:
1) il riconoscimento che la crisi economica italiana è anche una conseguenza della crisi economica mondiale, che non può essere superata senza riformare il sistema monetario internazionale e senza instaurare un nuovo ordine economico mondiale che concilii le esigenze di stabilità e sviluppo dei paesi più industrializzati con quelle della promozione economica e sociale del Terzo mondo;
2) il riconoscimento del fatto che oggi l’Italia paga alcuni costi derivanti dalla sua scelta di mercato aperto e dalla sua appartenenza al Mercato comune, perché a livello europeo non esistono i normali meccanismi correttivi degli squilibri di mercato che operano all’interno di uno Stato. Questi squilibri, che emarginano l’Italia dall’Europa, riguardano: a) la fuga di capitale finanziario verso le regioni più ricche (è noto che i risparmi depositati nel Sud vengono utilizzati dal sistema bancario italiano per finanziare le imprese del Nord, ma all’interno dello Stato la politica fiscale e degli investimenti pubblici trasferisce risorse finanziarie e reali nella direzione opposta); b) la bilancia dei pagamenti (che non esiste fra le regioni di uno Stato) diventa un vincolo insuperabile per ogni politica di sviluppo: la lira di fatto è ingovernabile data l’inadeguatezza delle riserve italiane rispetto all’elevato volume degli scambi con l’estero (si è calcolato che ritardi o anticipi di soli 15 giorni nei pagamenti e nelle riscossioni verso l’estero provocano una emorragia di riserve valutarie di 1.850 miliardi di lire, pari a 2,3 miliardi di dollari); c) la mancanza di una politica industriale europea, che lascia mano libera alle imprese multinazionali e consente la localizzazione degli investimenti sulla base del solo criterio della profittabilità, accentua gli squilibri fra zone ricche e povere e aggrava il problema dell’occupazione. In Italia, il divario fra Nord e Sud viene ampliato perché, per sostenere la competitività internazionale, vengono incoraggiate le industrie esportatrici con più elevata produttività (localizzate al Nord) senza che vengano dedicate risorse a piani alternativi di sviluppo;
3) il riconoscimento che con l’elezione europea del 1978 e la formazione di schieramenti europei dei partiti e dei sindacati saranno realizzabili misure di politica economica largamente fuori dalla portata di qualsiasi governo italiano e che pertanto la politica dell’emergenza è limitata nel tempo e nei contenuti. Il governo dovrebbe pertanto anche riconoscere che la crisi italiana potrà essere portata a soluzione definitiva solo con la collaborazione di tutte le forze democratiche europee e solo dal momento in cui si cominceranno a creare degli strumenti europei di politica economica.
 
5. — Degli strumenti europei di politica economica potrebbero operare compiutamente solo su emanazione di un esecutivo europeo, che verosimilmente non potrebbe essere costituito prima della elezione del Parlamento europeo a suffragio universale. Tuttavia, tenendo conto del fatto che l’elezione europea renderebbe certo lo sbocco europeo della crisi italiana, si potrebbero varare subito delle misure di transizione al fine di arginare la crisi italiana e di rafforzare le istituzioni comunitarie in vista della loro democratizzazione. Queste misure potrebbero consistere:
a) nella istituzione di una «stanza europea di compensazione» che, sull’esempio dell’Unione europea dei pagamenti, faccia risparmiare riserve valutarie a tutti i paesi partecipanti;
b) nell’istituzione di un fondo europeo di riserva, che, raccogliendo anche una piccola percentuale delle riserve monetarie nazionali, consenta ad una Autorità monetaria europea di praticare una politica monetaria comunitaria verso il resto del mondo;
c) nel fatto che questa Autorità monetaria potrebbe anche lanciare prestiti sui mercati finanziari europei più ricchi (limitando tuttavia la loro circolazione a mercati nazionali prestabiliti) al fine di poter trasferire risorse per investimenti pubblici ed aiuti alle regioni più svantaggiate;
d) nel fatto che si potrebbe affidare alle organizzazioni sindacali europee, dei lavoratori e degli imprenditori, il compito di partecipare alla definizione di una politica europea dell’occupazione e della ristrutturazione industriale, eventualmente affidando ad una Autorità europea per l’occupazione il compito di predisporre una «cassa europea di integrazione»;
e) nel fatto che ad una politica degli investimenti pubblici si potrebbe anche provvedere con la costituzione di un apposito fondo, affidato ad una Autorità europea per gli investimenti pubblici, alimentato da una percentuale del gettito fiscale proveniente dalla imposizione sui redditi delle persone, nei vari Stati della Comunità.
Tutti questi organismi europei sarebbero provvisoriamente responsabili di fronte agli attuali organismi comunitari in attesa di render conto del loro operato al Parlamento europeo eletto a suffragio universale.
Al governo italiano spetterebbe il compito di qualificare la spesa pubblica, di moralizzare la pubblica amministrazione e di realizzare una maggior giustizia tributaria attuando l’anagrafe tributaria ed eliminando l’evasione fiscale. Queste riforme costituirebbero la premessa di una seria politica di riforme di struttura e richiederebbero per la loro realizzazione il ristabilimento del circuito di fiducia fra governo e cittadini. La crisi della pubblica amministrazione è una conseguenza della crisi morale in cui versa il paese: un governo di transizione all’Europa potrebbe riconquistare la fiducia dei cittadini indispensabile per procedere a queste riforme limitate ma indilazionabili, perché renderebbe di nuovo pensabile un futuro di progresso.


* Si tratta di un documento, elaborato da G. Montani, presentato nel corso del dibattito della Commissione italiana tenutasi a Roma il 26 giugno 1976.

 

 

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