Anno XVII, 1975, Numero 4, Pagina 266

 

 

Il 1° dicembre 1975 si è svolta a Roma, in occasione della riunione del Consiglio europeo, una grande manifestazione federalista. Essa è iniziata con una serie di discorsi in Campidoglio, introdotta dal Presidente del Movimento europeo, Petrilli, ed è stata conclusa da un corteo di circa tremila persone che ha raggiunto palazzo Barberini, sede della riunione del Consiglio europeo. Nel corso della riunione in Campidoglio è stato approvato un appello che è stato successivamente presentato a Moro, nella sua qualità di presidente di turno, da una delegazione composta da Petrilli, presidente del Movimento europeo, da A. Majocchi, segretario del Movimento federalista europeo e da Serafini, segretario generale dell’A.I.C.C.E.

Un altro appello del presidente dell’U.E.F., Albertini, è stato fatto pervenire a tutti i capi di Stato e di governo che hanno preso parte alla riunione. Pubblichiamo entrambi questi appelli, e con essi il testo della lettera ai militanti del presidente Albertini, a commento della manifestazione. La dichiarazione cui Albertini fa riferimento verso la fine della lettera è quella che noi riportiamo come editoriale all’inizio di questo fascicolo.
 
 
LETTERA AI MILITANTI
 
 
Cari amici,
 
mi è molto spiaciuto di non essere stato con voi a Roma il primo dicembre. Il successo della nostra manifestazione, nella quale ha cominciato a prendere forma visibile il successo della nostra politica, ha premiato la tenacia e la lucidità del federalismo militante, che ha sempre saputo vedere quale sia il corso della storia contemporanea, e quali siano le posizioni sulle quali bisogna battersi per portare il liberalismo, la democrazia e il socialismo, comunismo compreso, al di là del limite nazionale di fronte al quale si sono arrestati, fermando la marcia dell’emancipazione umana.
L’elezione europea è a portata di mano. Il popolo europeo sta per diventare il protagonista della storia europea e un protagonista della storia mondiale. Senza disporre di alcuna risorsa di potere la ragione ha vinto. E siamo stati noi a far vivere la ragione in questi anni oscuri, mentre la quasi totalità delle forze culturali, politiche e sociali continuava a pensare in termini nazionali, come se fossimo ancora nell’era, ormai tramontata, del nazionalismo.
Queste forze cominciano ormai a parlare il nostro linguaggio, sia pure balbettando. Ma ormai la parola è ai fatti. E saranno i fatti, con l’elezione europea e le sue conseguenze, ad obbligare tutti a fare la politica del nostro tempo con le idee del nostro tempo, e non con quelle del secolo scorso. Noi dovremo, con la umiltà di sempre, restare al servizio dei fatti, cioè degli uomini in carne ed ossa. C’è molto da fare. Sin da ora i partiti devono pensare, e prepararsi, all’elezione europea. Sin da ora i sindacati, gli imprenditori, i giornalisti, e via dicendo, devono pensare al quadro europeo. Uno spazio crescente si apre ormai per la nostra lotta, per il nostro lavoro politico, e anche per il nostro lavoro culturale. Come sempre, noi dovremo occuparci di politica, ma nello stesso tempo parlare apertamente a chi sa già ascoltarci, e soprattutto ai giovani. L’elezione europea è ormai una prospettiva di fatto. A noi basterà ormai spiegare il significato storico dell’elezione europea per mostrare quale sia il corso della storia, e quali siano le posizioni sulle quali le forze storiche dell’emancipazione umana stanno riprendendo la marcia.
Con una dichiarazione che vi allego[1] ho ricordato, insieme ai significati europeo e nazionale, questo significato storico dell’elezione europea. Tutto ciò andava detto, ma noi sappiamo bene che ciò che diciamo viene compreso solo quando diventa il franco discorso di uomini che si incontrano. Sono dunque le basi del Movimento che devono rimettersi al lavoro, per nuovi successi politici, per nuovi incontri umani. Io comincio ad invecchiare, e solo per questo posso dirvi come sia contento, fino alla commozione, per il vostro magnifico lavoro, per il vostro impegno, per la vostra lucidità, per la vostra tenacia.
Mario Albertini


[1] Vedi p. 193, dove è riportata come editoriale.

 

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