Anno III, 1961, Numero 1, Pagina 19

 

 

LA LUNGA GUERRA DI ALGERIA
 
 
 
In questo momento la pace in Algeria sembra possibile. D’altra parte proprio questa possibilità, creata dal parzialmente recuperato controllo del potere militare da parte di quello civile, ha messo chiaramente in luce i problemi d’altro genere che ostacolavano e ostacolano tuttora la pace, e che bisognerebbe in ogni modo affrontare anche se, con l’eventuale fine della guerra, l’aspetto militare della questione fosse risolto. Alludiamo soprattutto ai problemi derivanti dalla situazione sociale degli «europei» di Algeria e dal petrolio sahariano. Naturalmente l’emergenza di questi problemi fa anche temere che le attuali speranze di pace siano precarie in quanto mostra le difficoltà che si frappongono ad una soluzione positiva dell’eventuale negoziato. Che cosa pensare allora?
Primo dato, spesso dimenticato: la questione ha avuto così gravi ripercussioni politiche, che hanno finito con l’alimentare le stesse possibilità di durata e di consistenza della guerra, più per le virtù (democratiche) che per i difetti (democratici) del protagonista più importante: quello francese. Infatti per queste virtù: a) una questione che in casi analoghi sarebbe rimasta ancora per molto tempo nel sottosuolo politico ha trovato un clima aperto che l’ha nutrita, sviluppata e portata sino al grado estremo della ribellione armata (controesempio: le colonie portoghesi), b) il governo francese non ha potuto usare i mezzi estremi di repressione che, in vicende simili, hanno risolto problemi dello stesso genere (esempio: la pace ungherese), c) nonostante ciò molti francesi hanno protestato sempre di più contro l’ingiustizia della politica francese, indebolendo le possibilità di «pacificazione» (repressione) e aumentando così la forza di ribellione e resistenza degli algerini, e dei francesi alla Jeanson, di osservanza F.L.N., d) la questione ha acquistato in tal modo un carattere ed una risonanza internazionale — sempre con effetto di indebolimento della «pacificazione» e di rafforzamento della ribellione — che banno indotto molte persone in ogni parte del mondo ad elevare il governo francese a simbolo del colonialismo ed il «popolo algerino» a simbolo di liberazione.[1] Quest’ultima opinione è manifestamente falsa. Se i termini del contrasto fossero soltanto il colonialismo e l’anticolonialismo, non si comprenderebbe il motivo per cui il governo francese, dopo aver ceduto facilmente tutte le colonie, avrebbe disperatamente cercato di tenere la sola Algeria, conseguendo lo scopo di procurarsi, per questa sola colonia fra le tante, la fama di campione del colonialismo mentre nel fatto liquidava, con relativa buona grazia, il suo vecchio impero. Però l’opinione, per quanto falsa, circola come buona e perciò conta politicamente.
Secondo dato, ancor meno considerato: se non possiamo imputare la lunga guerra d’Algeria esclusivamente al colonialismo a che fattore l’imputeremo ? Nel rispondere dovremo ritorcere su De Gaulle e i suoi amici una accusa che essi rivolsero, a lungo e con dura ostinazione, a coloro che mantenevano le istituzioni della Quarta Repubblica. Essi dicevano che la colpa di quegli uomini non stava nella scelta di cattivi fini ma nell’accettazione di un pessimo mezzo. Essi dicevano che la politica francese andava male non per colpa degli uomini ma per colpa del «sistema», il parlamentarismo, che impediva — a loro parere — di raggiungere fini desiderati sia dai dirigenti che dalla maggioranza della popolazione. In parte De Gaulle e i gaullisti avevano ragione, ma in parte soltanto perché ora siamo di fronte ad una situazione analoga: il fine della pace, desiderato tanto dai supremi dirigenti[2] quanto dalla grandissima maggioranza della popolazione, è purtuttavia molto difficile da raggiungere. E’ dunque in ballo ancora il «sistema », al quale va imputata la lunga guerra d’Algeria. E’ in ballo ancora perché anche il nuovo ordine costituzionale, come il vecchio, lascia inceppare il processo delle decisioni che, anche quando è chiaramente indirizzato verso l’interesse generale e sostenuto dal consenso quasi unanime della popolazione, non funziona ogni volta, che nel processo si interpongono i desideri di piccoli gruppi privilegiati (in Algeria i coloni ricchi che temono le riforme che si scatenerebbero appena sbloccata la situazione), o dei corpi costituiti dello Stato (sempre rispetto all’Algeria l’esercito, che vorrebbe lasciare l’Algeria da vincitore).
Si tratta perciò di vedere a quali difetti della Quarta Repubblica è stato posto rimedio ed a quali no. E’ stato posto rimedio — in qualche modo — al difetto di autorità politica tipico dei regimi parlamentari con più di due partiti mediante il rafforzamento dell’esecutivo, ed a ciò si devono in particolare il parzialmente recuperato controllo del potere militare e in generale il fatto che la Francia è finalmente governata con risultati che, tecnicamente se non politicamente, si possono definire buoni. Non è stato posto rimedio al difetto più grave del sistema, che non era eliminabile restando nel quadro tradizionale: quello di essere un sistema francese ed un sistema nazionale. L’autorità politica richiede certo anche istituzioni tecnicamente buone, ma dipende soprattutto dalla possibilità di signoreggiare il presente e di conquistare l’avvenire. Questa possibilità non potrà più essere recuperata dallo Stato francese, fondato in epoca preindustriale, evolutivo sinché il sistema europeo degli Stati controllò il mondo, palesemente soverchiato ora che il mondo, controllato da potenze continentali, domina l’Europa ancora suddivisa negli anacronistici Stati nazionali, che sono di dimensioni rigide, oltre che piccole, proprio perché nazionali.[3] E in effetti la Francia, riformata, ha ritrovato un po’ di potere ma non quanto basta per risolvere rapidamente e bene l’affare algerino, che si presenta male — va notato — anche perché la Francia, Stato mononazionale, finisce con l’imporre in Algeria lo scontro rigido di due nazionalismi esclusivi, il francese e l’algerino, e non permette che abbiano mano libera, ed influenza, i molti interessi francesi ed algerini, pure esistenti, di carattere complementare.
Terzo dato, conclusivo: le conseguenze della guerra. Sono certamente gravi ma, proprio per le considerazioni esposte al primo punto, sopravvalutate. E’ vero che la Francia ha avuto bisogno della buona volontà di un uomo di statura eccezionale per cavarsela; ed è vero che il prolungamento della guerra indebolisce l’Occidente, rafforza in Oriente le tendenze estremiste di carattere «cinese» e spinge le élites algerine su posizioni sempre meno occidentalizzanti. Ma è anche vero che la Francia, sia pure con gravi difficoltà, ha parato il colpo senza danni estremi; che il peggio è passato; che la guerra finirà sia perché nessuna cosa dura eternamente sia perché la politica di De Gaulle porta comunque verso la pace.
Cionondimeno il «sistema», sia pure nella mani di un uomo eccezionale, ha dimostrato di non funzionare bene, e problemi ben più gravi di quello della cessazione delle ostilità in Algeria attendono i francesi come tutti gli occidentali, mentre la forza degli U.S.A. non basta più per rispondere alla sfida della storia.
 
Mario Albertini


[1] Questa opinione sulla Francia dipende anche dal fatto che è facile criticare il nazionalismo altrui, atteggiamento che non dispiace nemmeno, ad esempio, a quei conservatori italiani che pigliano una posizione rigida sulla «sacra questione» delle frontiere del Brennero, cioè del Sud Tirolo (Alto Adige). Naturalmente il suo fondamento ultimo sta nella fede reazionaria nel dogma della nazione, per il quale l’unica soluzione progressiva dei problemi sociali starebbe nella prolificazione di Stati mononazionali. Questa fede reazionaria squalifica la famosa «Dichiarazione sul diritto all’insubordinazione nella guerra di Algeria» che, essendo un testo redatto da intellettuali, deve essere giudicato per la sua capacità, o incapacità, di smascherare gli idola politici.
[2] Val la pena di ricordare che al processo delle barricate Alain de Serigny dichiarò che alla fine del 1955 De Gaulle — rispondendogli a proposito della questione della Algeria francese — gli avrebbe detto: «Mon pauvre ami, l’avenir de l’Algérie, c’est au mieux de l’Houphouët-Boigny, au pire du Sekou Touré» (Cfr. «Le Monde», del 24 novembre 1960).
[3] Proprio occupandosi — tecnicamente con grande acutezza — della crisi della Quarta Repubblica e dell’avvento della Quinta Maurice Duverger scrisse: «E’ sorprendente come nel ventesima secolo non si sia tenuto conto del problema della grandezza delle nazioni quando si studiano le istituzioni politiche: era un punto che i vecchi autori del secolo decimottavo, e Rousseau per primo, tenevano giustamente nella maggiore considerazione». Possiamo dire la stessa cosa: è sorprendente che Duverger, proprio mentre mette in evidenza il problema delle dimensioni dello Stato, riduca il problema francese a quello dei suoi ordini interni (Cfr. M. Duverger, La Repubblica tradita, trad. ital., Milano, 1960, p. 92).

 

 

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