Anno III, 1961, Numero 2, Pagina 72

 

 

CRONACHE MINIME DI STRASBURGO
 
 
L’organizzazione di cooperazione e di sviluppo economici. La discussione sulla istituenda «Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economici», avvenuta all’Assemblea Consultiva durante la sessione di marzo, offre lo spunto per qualche considerazione su questo organismo che dovrà succedere all’O.E.C.E. Ben poco in realtà si può ricavare dal testo dello statuto, che ricalca a un dipresso quello di quest’ultima organizzazione. In base ad esso l’O.C.S.E. appare come un vaso vuoto, che può essere riempito con qualsiasi contenuto, sì che non è infondato il timore, da taluni espresso, che essa possa essere anche solo una pallida ombra dell’O.E.C.E. Ad ogni modo, il fatto che in detto nuovo statuto sia stato del tutto tralasciato il titolo della convenzione dell’O.E.C.E. relativo alle obbligazioni generali dei membri, dimostra quale è il senso reale della nuova organizzazione. Mentre questo capitolo prevedeva un certo numero di obblighi precisi che, pur col limite dell’unanimità delle decisioni, consentivano una azione meno disorganica verso la cooperazione economica dei Paesi europei, i compiti del nuovo organismo appaiono molto più vaghi, data anche la presenza di due stati, come gli Stati Uniti e il Canada, che non sono disposti ad assumere obblighi così precisi. E’ vero che è previsto che decisioni che trovano il consenso solo di alcuni, e non di tutti, gli Stati membri, abbiano valore fra di essi: ma questo appare solo un modesto ripiego.
La partecipazione americana e canadese è senza dubbio auspicabile, ai fini di una generale definizione della politica economica dell’Occidente, e in particolare per un coordinamento e, se possibile, un incremento dell’aiuto ai paesi sottosviluppati. Ma quello che così si guadagna in estensione lo si perde in intensità, come è ulteriormente confermato dal fatto che l’accento, nella nuova organizzazione, sarà posto più sulla consultazione e sullo scambio di idee che non sulle decisioni prese dall’organismo come tale e aventi valore immediatamente vincolante per gli Stati membri (pur col limite, sopra ricordato, dell’unanimità). Sotto questo profilo, tanto la relazione preparatoria dei cosiddetti «Quattro Saggi» (Une Organisation économique rénovée), quando la successiva relazione del Comitato preparatorio (L’Organisation de coopération et de développement économiques), entrambi pubblicati dall’OECE, non lasciano in proposito il minimo dubbio.
All’Assemblea lo ha fatto rilevare il relatore, on. Vos (socialista olandese), il quale ha altresì notato, nello stesso senso, che le obbligazioni scritte nel codice di liberazione degli scambi OECE non saranno riprese nella nuova Organizzazione. Un’ultima osservazione del relatore merita una particolare attenzione, e cioè la constatazione che tanto dai citati documenti dell’OECE, quanto dalle dichiarazioni degli uomini responsabili non pare che la progettata O.C.S.E. debba occuparsi delle relazioni tra Mercato Comune e Zona di Libero Scambio: sì che finalmente non vi sarà alcun organismo «paneuropeo» competente a discutere il conflitto che divide i Sei ed i Sette e che possa costituire una superiore istanza di conciliazione: men che meno il Consiglio di Europa, il cui Comitato dei Ministri ha dichiarato recentemente (contro lo statuto di questa istituzione) di riconoscersi, almeno perora, solo competenze di natura… culturale.
In conclusione, quali che possano essere i lati positivi della nuova organizzazione, sia nei rapporti con gli Stati Uniti, sia in genere per il confronto e l’armonizzazione delle politiche economiche dei membri, per l’elaborazione di programmi di espansione economica e di liberalizzazione doganale, o per l’incremento degli aiuti ai Paesi sottosviluppati — resta il fatto che dal punto di vista europeo l’O.C.S.E. segnerà un’altra tappa nell’abbandono di ogni velleità integrativa. E’ ben vero che ad ogni integrazione reale si era rinunziato fin dal 1948, quando si creò un’organizzazione come l’O.E.C.E., basata sull’unanimità e sul rispetto assoluto delle sovranità nazionali. Fin da allora i federalisti previdero che in questo quadro il piano di aiuti americano sarebbe servito non già a creare una nuova economia europea unitaria, ma anzi a ricostituire le economie dei singoli paesi e quindi il rafforzare gli Stati nazionali.
Merita tuttavia di essere sottolineato il fatto che ora si traggano, per dir così, ufficialmente e istituzionalmente le conseguenze di tutto questo.
La nona relazione dell’Alta Autorità. — Se le discussioni che avvengono all’Assemblea Parlamentare Europea, confrontate con quelle di un Parlamento vero, somigliano molto — per il loro squallore politico e per la frequenza eccessiva dei dibattiti tecnici — alle sedute di un Consiglio economico e sociale, l’attività e le relazioni degli esecutivi comunitari, confrontate a quelle di un vero ministero, rassomigliano all’attività e alle relazioni di consigli di amministrazione, per l’assenza di ogni responsabilità politica, che rimane nelle mani dei Governi, e per la natura, quindi, meramente amministrativa di questi organi e dei loro atti.
Ciò è vero anche per quella che, a parole, è la più «sovrannazionale» delle istituzioni «a Sei»: la C.E.C.A. Lo conferma la «Nona Relazione», pubblicata il 28 febbraio dalla Alta Autorità. Abbondano, nelle diverse centinaia di pagine del documento, i dati particolari, le statistiche, i riferimenti alle situazioni singole — gli argomenti di chi è a corto di argomenti —; ma manca quasi completamente un’indicazione politica generale per quel che riguarda il carbone e l’acciaio. E, per quanto fin dal 1957 l’Alta Autorità sia stata invitata a preparare proposte per i governi relative al coordinamento delle politiche energetiche, anche in questo settore non si va molto oltre una ricca documentazione e una platonica enunciazione degli obiettivi da raggiungere. Nel conflitto fra paesi — o forze economiche — produttori di carbone (tipico il Belgio), interessati al mantenimento di questa fonte di energia, anche a costo di una politica protettiva (in genere col pretesto della «sicurezza» dell’approvvigionamento, di fronte all’«insicurezza» più o meno grande delle zone da cui proviene il petrolio), e paesi consumatori di energia (come l’Italia), interessati soprattutto al basso costo delle fonti energetiche come fattore dinamico di espansione dell’economia europea, noi riteniamo che la scelta debba pendere decisamente verso questa seconda soluzione. Ma quale autorità, a livello europeo, avrà da un lato la competenza e la forza di prendere queste decisioni, e dall’altro il potere di ripartire su tutti i paesi e le forze economiche che beneficeranno dell’«energia a prezzo di concorrenza» i gravi danni che subiranno le regioni o i paesi con bacini carboniferi destinati alla totale o parziale inattività, i minatori licenziati e così via?
Ecco alcune delle questioni che dovrebbe porsi chi studia sul serio il problema del coordinamento delle politiche energetiche al livello europeo. Ma sono questioni che l’Alta Autorità non si pone neppure. Essa non manca, nell’introduzione, di tessere un ennesimo, stanco elogio dello «spirito della sovrannazionalità». Ma se lo spirito della sovrannazionalità non significa questo, non significa reclamare le competenze politiche, senza le quali l’esercizio della «sovrannazionalità» puramente settoriale e tecnica è impossibile, allora quella parola non significa nulla.
L’integrazione politica discussa all’Assemblea Parlamentare. — Dicevamo che i dibattiti dell’APE sono quasi sempre tecnici. Unica eccezione, nelle ultime sessioni, è stata la discussione, sempre più fiacca, sulle proposte «confederali» di de Gaulle; sulle reticenze, divergenze e resistenze degli altri cinque; sul conseguente perdurante immobilismo che ne consegue, in base al principio che suono più suono produce silenzio. Discussione sempre più fiacca, dicevo, perché anche l’Assemblea non sa andar oltre l’equivoco della sovrannazionalità, a cui abilmente l’acculent, come si direbbe in francese, i gollisti. A che serve — sostiene ad esempio (e ha scritto più volte anche su «Le Monde») l’on. Peyrefitte — attaccarsi a un’idea che è quasi solo un feticcio (dato che anche al livello economico tutte le decisioni politiche sono prese dai Governi), quando, se si riconosce francamente questa realtà, e si accetta l’«Europa degli Stati», la collaborazione può essere fruttuosamente estesa al campo politico, e in particolare alla politica estera? A questa — dicono sempre i gollisti l’estensione del principio sovrannazionale non è neppur pensabile: chi oserebbe pretendere che questioni come l’Algeria e l’Oder-Neisse, o, in genere la difesa, siano di competenza di una Comunità politica, e non degli Stati ad esse direttamente interessati?
Argomento, che è senza dubbio valido contro i fautori delle attuali inconsistenti formule «sovrannazionali» (anche se non resiste all’obiezione che, se le cose stanno veramente così, allora non c’è più ragione di limitarsi a un «club a Sei» e di escludere la Gran Bretagna e i «Sette»). Ad esso infatti si potrebbe rispondere efficacemente, dal punto di vista «europeistico», solo rilanciando più arditamente l’idea comunitaria, e sostenendo che ciò che si vuole è appunto la generale ed esclusiva competenza federale europea su quei problemi essenziali. Ma nessuno, ovviamente, ha, nell’Assemblea, questo coraggio, e tutto si limita a una querula lamentazione sui ritardi nel predisporre elezioni per un parlamento imbelle, nel realizzare la fusione di tre esecutivi che anche fusi non potranno far mai una forza di tre debolezze, nello scegliere una sede unica per le istituzioni comunitarie che non saranno più consistenti per il fatto di star tutte in una stessa città. Insomma una discussione inutile su falsi problemi.
La denunzia dei rischi delle proposte de Gaulle, e dell’involuzione che può seguirne; o l’enunciazione dei grandi obiettivi dell’integrazione europea cui invece si dovrebbe tendere, è stata a volta a volta lucidamente fatta, dai Pleven e dai Maurce Faure, dai Blaisse e dai Déhousse, dai democristiani e dai socialisti: e così è avvenuto anche nella recente sessione di marzo. Ma non un solo concetto è stato mai espresso sul modo in cui sarebbe possibile superare realmente l’attuale punto morto e uscire dall’equivoco sovrannazionale. E, come è noto, i fini sono illusori, se non si indicano chiaramente — e non si vogliono con fermezza —; mezzi idonei a realizzarli.
 
Andrea Chiti Batelli

 

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