Anno III, 1961, Numero 3-4, Pagina 164

 

 

SULLA FRANCIA, A PROPOSITO DI CHALLE E DUVERGER
 
 
Maurice Duverger, in un articolo intitolato La sud-américanisation, ha scritto recentemente:[1] «Dopo il 24 gennaio 1960 si è proceduto a vaste epurazioni nell’esercito, si sono giudicati i responsabili, è stato operato un rimpasto ministeriale. Eppure tutto questo non ha impedito a un solo anno di distanza un nuovo colpo di mano. Oggi la ribellione sembra domata, gli artefici del complotto ridotti all’impotenza, la repubblica salva. Domani altri cospiratori prepareranno altre ribellioni. Avranno appresa la lezione dei precedenti fallimenti: questa volta sarà Parigi a cadere nelle mani dei pretoriani; e allora la nazione non potrà più evitare la guerra civile. Vi sono sempre stati ufficiali dell’esercito che avevano in mente di rovesciare il regime repubblicano, e assieme a loro dei fanatici che cercavano l’alleanza di questi pretoriani: ma erano pochi. Il processo di decolonizzazione li ha moltiplicati e portati alla superficie, così microbi endemici ordinariamente inoffensivi son diventati virulenti. La fine della guerra d’Algeria non porrà termine all’infezione. Piuttosto gli sconvolgimenti, che necessariamente seguiranno, tenderanno ad aggravarla. Quella parte dell’opinione pubblica che oggi reclama la pace rimarrà colpita dalle inevitabili conseguenze. Questo trauma creerà condizioni ancor più favorevoli a un pronunciamento che quelle del maggio 1958, del gennaio 1960, dell’aprile 1961. Il processo di sud-americanizzazione solo molto più tardi tenderà a rallentare e poi a finire per suo proprio esaurimento; nei mesi e anni immediatamente a venire esso tenderà piuttosto ad accentuarsi».
Se si stima tale la situazione della Francia, si pensa anche che nel quadro francese il potere politico sia estremamente debole. Il potere di fatto, distribuito fra il generale de Gaulle, che controlla gran parte dell’opinione pubblica metropolitana, i francesi d’Algeria, sempre disponibili per qualsiasi battaglia revanchista, le truppe lealiste e le truppe ultras, non sembra in realtà assicurare la stabilità al regime, e lo espone ancora al rischio di colpi di mano. L’attribuire il carattere di un processo di sud-americanizzazione a tale situazione è molto interessante proprio in quanto proviene da Duverger, cioè da un autore che giudicava la IV repubblica un regime inefficiente perché non consentiva l’energia dell’esecutivo e paralizzava spesso qualsiasi azione politica vera e propria. Duverger intende forse rivolgere al «regime de Gaulle» le stesse critiche che rivolse tempo fa al vecchio regime?
. Merita conto di ricordarle.[2] Secondo Duverger il segno più visibile della malattia della IV repubblica, l’instabilità governativa, era piuttosto un sintomo che una causa della debolezza del regime. E’ vero che la durata di un governo non gli assicura per ciò solo la forza: i governi possono durare anche perché non danno fastidio a nessuno. Per quanto riguarda il caso francese è un fatto che i governi più stabili della IV repubblica, quelli di Laniel e di Mollet, furono anche i più inefficienti; ed è un fatto che il breve governo di Mendès-France fu abbastanza energico. La spiegazione starebbe nel dato seguente: nel sistema parlamentare francese i governi disponevano di una certa forza solo per la difficoltà di fare una crisi subito dopo una crisi, quindi solo appena dopo la loro investitura. Trascorso un breve tempo, essi tornavano alle mercé dell’assemblea, assemblea che rifuggiva dall’accordare la sua fiducia alle grandi personalità per il timore di esserne oscurata, e lo faceva comunque solo quando aveva la sicurezza di potersene sbarazzare al momento opportuno.
La debolezza della IV repubblica stata dunque nel primato dell’assemblea, vero arbitro del gioco politico, e nella assenza del popolo: «La teoria della sovranità nazionale, che attribuiva il potere supremo alla nazione, essere mistico, entità misteriosa, distinta dagli individui che la compongono, aveva per scopo di togliere al popolo, con un piccolo gioco di prestigio, le prerogative che si fingeva di dargli. Poiché il Parlamento era il solo autorizzato a parlare a nome della nazione, il popolo doveva tacere. Poiché la scelta dei governanti apparteneva alla nazione, tutti i mezzi per eludere l’intervento del popolo erano buoni».
Questa esclusione dipendeva dal fatto che il parlamentarismo tradizionale spezza il circuito di fiducia che dovrebbe intercorrere tra governanti e governati. In tale regime il popolo, nelle elezioni, non sceglie il governo, sceglie dei candidati che potranno formare diversi governi, cioè nulla. «La molteplicità dei partiti fa sì che nessuno di loro ha la possibilità di ottenere la maggioranza assoluta e di governare con la propria équipe. La mancanza di alleanze stabili impedisce che una équipe di coalizione, direttamente indicata in anticipo, possa arrivare al potere. La debole coesione interna dei partiti che, salvo eccezioni, mancano di un leader riconosciuto fa sì che se anche uno di loro riuscisse ad ottenere la maggioranza assoluta ciò non implicherebbe affatto la composizione dell’équipe ministeriale: supponete che per esempio i radicali ottenessero il 51% dei seggi all’Assemblea… Come risultato si ha che gli elettori hanno l’impressione di essere stati giocati».
Secondo Duverger il regime parlamentare classico — senza bipartitismo, o altro meccanismo che assicuri di fatto l’elezione diretta del governo da parte della popolazione — può funzionare ancora solo nei piccoli Stati, che devono affrontare problemi di carattere più amministrativo che politico, non in quelli grandi.
Si tratterebbe dunque di restaurare, con l’elezione diretta, un circuito di fiducia tra popolo e governo. Solo appoggiando il governo su correnti di opinione pubblica stabilizzate, e sottraendolo alle fragili combinazioni parlamentari, sarebbe possibile fornirgli la quantità di potere sufficiente per affrontare i problemi che oggi si impongono agli Stati. L’osservazione è giusta. Per questo è tanto più sconcertante costatare che in Francia qualche cosa di questo genere è accaduto con de Gaulle, con risultati del tutto contrari a quelli che ci si poteva attendere.
Un circuito diretto tra popolo e governo è stato stabilito. E’ vero che non ha carattere formale, che dipende da una situazione di fatto piuttosto che dalla architettura della costituzione. De Gaulle è il Cincinnato venuto al potere sulla spinta di un pronunciamento militare, non è «istituzionalizzabile». Ciò riguarda tuttavia il futuro, la successione, ciò che potrà accadere senza il Generale e con una costituzione a metà orleanista e a metà presidenziale. Per quanto riguarda il presente e la situazione di fatto è vero che lo schermo del parlamentarismo tra paese e governo è stato abbattuto dal rapporto personale instaurato fra de Gaulle e la popolazione, al quale si deve, del resto, il fatto che la Francia è attualmente più governata che nel passato. Se in Francia c’è forza politica de Gaulle se l’è presa tutta. Eppure si è giunti addirittura alla sud-americanizzazione. Il problema dunque è questo: in Francia c’è ancora forza politica?
l federalisti dicono di no. Un vero e proprio Stato francese, nel pieno senso della parola, non esiste più. C’è uno Stato francese nella confederazione europea, nell’unità europea di fatto provocata dall’eclisse delle sovranità nazionali.
Che cosa ciò significhi nel settore militare lo ha detto proprio il protagonista del putsch di Algeri, il generale Challe, durante il recente processo: «Servire, obbedire, sì, sino alla morte, ma non sino allo spergiuro». Questa affermazione è vera. Il gesto di Challe è giuridicamente sbagliato, ma lo Stato francese aveva messo i suoi ufficiali in una situazione nella quale essi non potevano, in alcun modo, fare cose giuste. Essi potevano soltanto fare  cose sbagliate: o ubbidire e mentire, o essere sinceri e ribellarsi. Una situazione assurda, per certi aspetti inconfessabile persino a se stessi.[3] Qui sta la causa del gesto di Challe, assurdo come assurde erano le cose. Quando ci si chiede come mai un generale «repubblicano e progressista» abbia potuto disubbidire al potere civile, e si tira fuori semplicemente il nazionalismo (dimenticando, del resto, che senza la fedeltà suprema alla «nazione» un generale non è che un mercenario), non si tiene per nulla conto di ciò che è realmente accaduto. Non si esamina che cosa abbia comportato per l’esercito francese l’ultima fase della guerra di Algeria, una guerra retta sulla menzogna: combattere per l’Algeria francese mentre il potere civile si preparava ad abbandonarla. Che il proposito fosse buono non ha alcuna rilevanza per l’esercito, non muta i termini della tremenda situazione nella quale si trovò. Challe l’ha mostrato. Ha detto: «Questa teoria del l’autodeterminazione a me, personalmente, pareva buona»; ma ha detto anche che non si può pretendere che un esercito funzioni bene se lo si manda in guerra allo scopo di perderla, e dicendogli nondimeno che deve vincerla (dopo che de Gaulle si pronunziò pubblicamente per l’autodeterminazione Challe, comandante militare in Algeria, chiese chiarimenti a Parigi e Debré gli rispose: «Voi potete dire che l’esercito continuerà a battersi perché l’Algeria resti terra francese»). Questa contraddizione fu enormemente aggravata dal carattere «politico» della guerra d’Algeria, che trasformava i militari in propagandisti politici. Basta tener conto del fatto che un esercito non può cambiare politica, o fingere di farne una mentre ne fa un’altra, come un partito.
E la menzogna della guerra d’Algeria non è che un caso particolare, anche se molto drammatico, della menzogna stessa sulla quale regge lo Stato francese, come gli altri Stati del Continente. Questi Stati hanno ufficialmente stabilito con i trattati europeistici che lo sviluppo economico e la difesa dei francesi, degli italiani e così via richiedono un quadro europeo, ma conservano tutte le strutture della sovranità nazionale, a cominciare dall’esercito, cui non possono più attribuire alcun compito sostanziale. Challe si è avvicinato molto alla comprensione di questa situazione. Anche questo fatto, che torna a suo onore e garantisce della sua sincerità, spiega la sua disperazione, lo stato d’animo nel quale ha maturato il suo gesto. Durante la deposizione, egli affermò di essersi recato, dopo il referendum, dal primo ministro per intrattenerlo sulla situazione dell’esercito, e continuò: «Siamo sul punto di vuotare l’autodeterminazione del suo senso. Le garanzie che cosa valgono? L’esercito francese non è più una delle garanzie. Non bisogna adescare la gente con ciò. Non c’è che da vedere ciò che è accaduto in Tunisia e Marocco. Perché l’esercito, tagliato dalla popolazione, non avrà più informazioni, non saprà niente, non vedrà niente e potrà rientrare avendo visto che esso era inutile. Questo nel caso che tutto vada bene. Perché il F.L.N. non vuole una Algeria concessa, ma conquistata. Tenere una striscia di terra sul mare lo possiamo, ma è la guerra dei Cento Anni con un intervento straniero. Se al posto di ciò potessimo fare la pace. Voi direte: ciò non durerà. Certamente. Allora facciamo l’Europa, invece di far finta di farla. Diamo questo alla nostra gioventù invece di darle delle vecchie storie da rimasticare».[4]
Che gli Stati nazionali hanno perso l’indipendenza, che una politica sincera è possibile solo con gli Stati Uniti d’Europa, è cosa vera e semplice. Ma le cose semplici possono essere terribili, e di fatto è terribile, soprattutto per un generale, che le vicende nazionali europee si siano ridotte allo stadio di «vecchie storie da rimasticare». Tuttavia Challe si è avvicinato alla verità, per terribile che fosse, e a noi pare che, sia pure attraverso la cupa notte della disperazione, vengano per l’avvenire più indicazioni da lui che da coloro che l’hanno condannato — che ubbidiscono alla menzogna — o da una scienza come quella di Duverger, che si ferma prima di giungere alla verità.
 
Luigi Vittorio Majocchi


[1] Cfr. «Le Monde» del 2 maggio 1961.
[2] Cfr. Maurice Duverger, La repubblica tradita, trad. ital., Milano, 1960.
[3] Elie Denoix de Saint-Marc (che elencò così le sue esperienze militari: Resistenza, Gestapo, Buchenwald, tre periodi in Indocina, Algeria, Suez, ancora Algeria) al suo processo, ricordando lo stupore e il disprezzo dei camarades vietnamiens quando appresero che i francesi partivano, e le migliaia tra loro che si gettavano in mare per raggiungere le navi francesi, disse, giustificando così l’assenso dato a Challe: «Noi pensavamo [contesto algerino], a tutti questi uomini, tutte queste donne, tutti questi giovani che per causa nostra rischiavano una morte orribile. Noi pensavamo alle iscrizioni che lasciavamo L’esercito vi proteggerà, l’esercito resterà. Noi pensavamo al nostro onore perduto. Si può domandare molto a un soldato. Non si può domandargli di disdirsi, di contraddirsi, di mentire, di barare, di spergiurare. Lo so, c’è la disciplina. Il dramma della disciplina fu conosciuto dai nostri maggiori. L’abbiamo conosciuto anche noi, giovani allievi ufficiali. Credetelo, esso ha pesato di nuovo e dolorosamente sulle nostre spalle davanti al destino dell’Algeria, di cui i nostri capi hanno ripetuto più e più volte che essa faceva parte del territorio nazionale» («Le Monde», 7 giugno 1961).
[4] Di questo passo, il giornale dal quale l’abbiamo tratto («Le Monde», 31 maggio 1961) dice che fu letto. Circa la questione europea, non si tratta di una opinione improvvisata. I lettori della nostra rivista ricorderanno che Challe, uso alle verità difficili contro le menzogne ufficiali, quando si discuteva della force de frappe atlantica disse: «Les problèmes de l’intégration seront résolus lorsque seront créés les Etats-Unis d’Europe». Nel commentare questa opinione di Challe, la nostra rivista scriveva: «In definitiva il disagio dei militari non è del tutto campato in aria, e, a quanto sembra, basterebbe che la politica diventasse una cosa seria per farli tornare quieti» («Il Federalista», II, 6, p. 336).

 

Condividi con