Anno III, 1961, Numero 5, Pagina 214

 

 

SULLA LEVA MILITARE,
A PROPOSITO DI UN ARTICOLO DI LUPINACCI
 
 
Forse capiterà anche al lettore di imbattersi ogni tanto in notizie relegate ai margini di qualche pagina secondaria dei giornali, e di notare la sproporzione tra l’importanza del fatto e la mancanza di evidenza con la quale viene presentato all’opinione pubblica. La ragione di questo è che le convinzioni diffuse non determinano nell’opinione pubblica (e di conseguenza nella stampa che la serve) schemi di riferimento adatte a riceverle. Circa un anno fa l’Inghilterra decise di abolire il servizio militare obbligatorio, ma la notizia passò quasi inosservata. Manlio Lupinacci notò il fatto in un articolo del «Corriere della Sera» della fine di novembre.[1] Riportare i passi cruciali di quell’articolo e annotare le considerazioni che ci ha suggerito ci sembra utile non solo per mettere in piena luce il fatto che ogni anno le giovani generazioni devono sacrificare lunghi mesi della loro vita in un inutile esercizio di un’epoca sorpassata, ma anche nella speranza che qualcuno cominci a mettere il problenta militare su nuove basi nell’ambito della cultura politica:
«La notizia che l’Inghilterra abolisce il servizio militare obbligatorio per ristabilire l’esercito di mestiere è passata inosservata. Forse anche ai pochi che vi si sono soffermati, essa è sembrata piuttosto indicare una restaurazione del passato, proprio dell’Inghilterra, che non l’inaugurazione di un avvenire che sarà di tutti i popoli. In Inghilterra infatti, la coscrizione è stata introdotta solo dal marzo del 1916, in piena guerra mondiale; e ci erano voluti i disastri del ‘15, perché quel popolo, entrato in guerra contando di offrire agli alleati soprattutto la sua potenza marittima e le sue ricchezze, e lanciando il motto Business as usual, accettasse, del resto con virile coscienza, il peso della coscrizione. Abolita dopo la pace, ristabilita quando cominciò a profilarsi la minaccia hitleriana, la coscrizione è rimasta sempre qualche cosa di estraneo allo spirito britannico, una misura per i tempi di estremo pericolo, da toglier di mezzo appena superata la minaccia».
Dopo quasi 10 mesi, l’articolo di Lupinacci è rimasto in Italia l’unico intervento in un dibattito, da queste parti non facile, sulla ferma militare obbligatoria e sull’apparato militare di uno Stato moderno nell’epoca che si è aperta con la fine della seconda guerra mondiale. Le osservazioni di Lupinacci sono interessanti in quanto minano il mito dell’efficienza dell’esercito basato sulla leva universale nei confronti dell’esercito di professione: «Credo, però, che si avrebbe torto di attribuire la recente decisione del Governo inglese a una volontà di ritorno al passato. Senza dubbio il peso di una tradizione nazionale facilita sempre l’adozione di riforme che sembrano riportarsi a quella, e il ristabilimento dell’esercito di mestiere, il ritorno a Tommy Atkings, ai soldati di Kipling, può aver suscitato la stessa intima soddisfazione che sul Continente susciterebbe nei vecchi ufficiali l’annuncio del ristabilimento della ferma di quattro anni, la minima indispensabile — diceva il generale Primerano, capo di Stato Maggiore di re Umberto — per formare i soldati, enon guardie nazionali; ma, in realtà, i motivi veri della coraggiosa riforma nascono da una visione chiara del futuro, da una accettazione totale delle nuove condizioni che la scienza, la tecnica, le dimensioni mondiali impongono alla guerra. Con questa riforma l’Inghilterra, spesso paese di arcaiche routines, si mette risolutamente alla testa del progresso militare.
E’ un progresso che da molto tempo viene indicato così dalle intuizioni degli intellettuali come dalle deduzioni dei tecnici militari più acuti. In questo campo, Paul Valéry incontra il Generale de Gaulle: Vedremo svolgersi le imprese di pochi individui scelti, raggruppati in squadre, e capaci di produrre in pochi istanti, in un’ora e in un luogo impreveduti, avvenimenti schiaccianti, aveva scritto Paul Valéry nell’intervallo fra le due guerre, e De Gaulle nei suoi libri tanto poco apprezzati dai suoi superiori, preconizzava nello stesso tempo l’abolizione delle immense armate della mobilitazione generale, la loro sostituzione con corpi scelti di professionisti addestrati alla perfezione, pronti all’immediata azione come le unità della flotta, chiamati a un subitaneo duello con le simili formazioni nemiche. Se queste erano le ipotesi fra le due guerre, si può immaginare quanto le abbiano avvalorate l’esperienza dell’ultima guerra e poi le invenzioni delle nuove armi scientifiche. La grandiosa visione della mobilitazione generale, quale si spiegò, agli occhi attoniti dell’Europa, nel luglio ‘14, in Francia, in Germania, in Austria-Ungheria, in Russia, con la pubblicazione dei manifesti, con il rullar dei tamburi della gendarmeria dei villaggi; con le lunghe file di richiamati davanti alle caserme e ai distretti; con i convogli avviati lentamente verso la frontiera, stipati di pensosi borghesi vestiti da soldato che rigiravano fra le mani i fucili, stupiti che quell’arnese da esercizi fosse diventato davvero un’arma; questa sconfinata migrazione verso la frontiera appare oggi assurda come la convocazione del ban e dell’arrière-ban feudali al tempo dei disastri di Luigi XIV. Missili e reattori distruggerebbero le caserme quando ancora, in fureria, si studia la sistemazione dei richiami e soltanto le divisioni corazzate già in efficienza avrebbero modo di entrare in azione. Non è perciò lontano il giorno in cui tutti gli Stati imiteranno l’Inghilterra abolendo la coscrizione».
Sebbene queste considerazioni siano così ovvie da sembrare dettate dall’evidenza, esse assumono una portata rivoluzionaria se messe a confronto con quanto generalmente si pensa e si scrive sul problema, e vanno molto più in là di quanto le forze «marxiste» di sinistra, che si autoproclamano rivoluzionarie, osano richiedere. Da qualche mese è stato ad es. presentato al Parlamento italiano un progetto di riforma del servizio militare, con la riduzione della ferma a dodici mesi. Questo progetto forse passerà senza che ci si accorga che i fatti del nostro mondo sono di gran lunga più rivoluzionari e più audaci delle idee delle opposizioni «rivoluzionarie», opposizioni che credono di trovarsi ancora di fronte al mondo descritto dai nostri antenati. Così siamo davanti allo spettacolo di un’opposizione più realista del re, che propone la riduzione della ferma militare quando la ferma militare obbligatoria è diventata un’eredità del passato, una cosa da liquidare. Mentre governo e opposizione si cibano degli stessi miti, doveva proprio essere un «reazionario» come Lupinacci a fare le considerazioni più rivoluzionarie, e nello stesso tempo più realistiche perché nel senso della dinamica del processo storico e politico. Questo processo sfugge ormai alle forze cosiddette progressive dei nostri Stati, ai conoscitori «delle leggi obiettive del movimento della realtà sociale», non solo per l’inadeguatezza dei loro strumenti conoscitivi ma anche perché lottano per un potere, quello nazionale, che consente solo operazioni e visioni tattiche, che sta sotto il livello dell’esecuzione, e quindi della comprensione, dei problemi moderni.
Ma la critica dell’atteggiamento delle forze di sinistra non si ferma qui. Lupinacci si chiede che cosa comporta sul piano economico la ferma obbligatoria: «Lord Randolph Churchill, il padre di Winston, aveva conteggiato in ore di libero lavoro il vantaggio che ogni inglese traeva dalla mancata coscrizione a paragone con gli abitanti del Continente: A otto ore al giorno per sei giorni alla settimana, ogni cittadino del Continente perde in tre anni di servizio militare obbligatorio, settemilacinquecento ore di lavoro, che potrebbero invece essere dedicate al benessere della collettività; ma, nel nostro libero e felice paese, dove solo una minuscola parte della popolazione abbraccia la professione delle armi, ogni cittadino gode, di fronte agli stranieri, di un capitale extra di altrettante ore di produzione di ricchezza. La riduzione progressiva della ferma in tutti gli Stati ha ridotto di due terzi il capitale di ore sottratto al servizio militare, riducendo in proporzione il valore del ragionamento di Lord Randolph, tuttavia per gli inglesi il servizio militare in pace rimaneva ugualmente qualche cosa di simile a una sciocca perdita di tempo». Considerazioni di questo genere meriterebbero degli studi di carattere descrittivo particolare. Esse bastano tuttavia per porre un’altra grave domanda alle forze delle sinistre nazionali, che non hanno alcun dubbio sulla loro funzione popolare, sulla loro idoneità a promuovere lo sviluppo economico. Perché esse non pensano al lavoro improduttivo e all’interruzione della preparazione professionale cui la leva militare costringe i giovani?
Ma con questo non si è toccato che un lato del problema e forse neppure il più interessante. Lupinacci si chiede ancora se il servizio militare prestato dai cittadini sia un bene o un male sul piano della «filosofia pubblica», cioè si chiede come si devono giudicare i suoi effetti sul piano della formazione della mentalità sociale degli individui:[2]
«Probabilmente coloro che ancora debbono andare sotto le armi diranno che è un bene [stare a casa] e coloro che sotto le armi non devono andarci più diranno che è un male, giacché è difficile che gli anziani rinuncino alla soddisfazione di vedere i giovani tribolare come hanno tribolato loro. Il passato diventa sempre poetico, e molti che si inteneriscono, oggi, partecipando alle adunate di antichi commilitoni con il vecchio berretto dell’Arma sul capo e cantando le canzoni di marcia, e parlando con nostalgia di quei giorni lontani, non si riconoscerebbero se, per magia, si rivedessero come erano allora, e con i sentimenti di allora verso la caserma, la sveglia, le ronde, le marce, i superiori, i sergenti e il rancio. C’è poi tutta una celebrazione del servizio militare come palestra, come esperienza educativa. Al calcolo di Lord Randolph Churchill sul tempo sottratto ad un lavoro produttivo, i sostenitori di questa teoria oppongono il beneficio del tempo proficuamente impiegato dal contadino a conoscere orizzonti più vasti di quelli del proprio campo, dal borghese a indurirsi nella severità della disciplina e della uguaglianza delle condizioni. Ma anche questa è forse più leggenda che verità o, se mai, è stata verità in altre epoche, quando i contadini erano quelli di Renato Fucini e i borghesi non praticavano altro sport che quello di portare il binocolo a tracolla sui campi di corse. Finalmente c’è, ed è il tema più alto, l’argomento del dovere verso la patria, che deve accomunare tutti. E se con questo si intende che, una volta posto il principio della coscrizione, non si possano stabilire distinzioni tra i cittadini a vantaggio del benestante, del laureato, come fu, per tutto il secolo scorso, con l’istituzione del rimpiazzo o del volontariato di un anno, nessun dubbio che l’argomento è giustissimo. Ma dove sarà maggiore poesia, maggiore nobilità, più severa bellezza: in colui che va a soldato perché non può farne a meno, perché così impone la legge sotto minaccia di pene gravi e infamanti, o in colui che sceglie la professione delle armi liberamente, per vocazione di servizio, per elezione dell’animo, o anche soltanto per irrequietudine del cuore e tedio degli impieghi urbani, delle scrivanie, delle ambigue gerarchie civili? Il Timothee Nangis di Psichari non è più impregnato di altera e chiusa poesia di quanto non lo sia del canto della Marsigliese il coscritto del ‘93, nella sua realtà storica lodata da Epinal?».
Gli argomenti sono seri. La relazione di causa e effetti tra la leva militare obbligatoria e il reducismo e il combattentismo mette in evidenza l’origine di atteggiamenti che giungono sino al fascismo e producono comunque manifestazioni retoriche sempre più disgustose non soltanto per alcuni intellettuali ma per le stesse persone di buon senso, sintomo palese dell’usura cui sono sottoposti certi sentimenti collettivi e certi valori pubblici, nonostante quell’alone di sacro (o di sacrilego) che li circonda. Ancora una volta ci vien fatto di chiedere che cosa ne pensino le sinistre in Europa, così attente a denunciare lo sciovinismo, il reducismo e il combattentismo ma incapaci da tempo di combatterne le cause, o come è successo in Francia e succede in Germania con la revisione nazionale del socialismo, addirittura attive nel promuoverle, anche se poi, quando è troppo tardi e il male è vistoso, lo combattono e sbandierano i miti del pacifismo, dell’antimilitarismo e del disarmo senza poter tuttavia cambiare il corso degli eventi. Ma gli argomenti di Lupinacci possono essere portati più in là sino ad identificare nella leva militare obbligatoria uno strumento tra i più importanti per l’imposizione dell’ideologia nazionale. I lettori della nostra rivista sanno che secondo noi la «nazione» moderna non è che l’ideologia dello Stato burocratico e accentrato, vale a dire del tipo di potere politico che si è imposto sul continente dopo la rivoluzione francese nei territori dove i comportamenti etnico-linguistici, ed ancor più la loro rappresentazione nella mente degli uomini, erano unificabili. In questo contesto la critica degli strumenti di cui il potere politico dispone per imporre l’ideologia di cui si fa portatore assume importanza decisiva. Essenziali sono, a questo rispetto, il servizio militare obbligatorio e la scuola di Stato. L’affermazione della leva universale è un capitolo della storia della concentrazione del potere e dello sviluppo del nazionalismo, che ha travolto non solo il socialismo antipatriottico, ma persino i ceti cattolici (una volta supernazionali) come mostrano ad es. le Preghiere dei Soldati da noi pubblicate l’anno scorso.[3]
Alla critica della leva militare obbligatoria come fenomeno indissolubilmente legato al militarismo e al nazionalismo non sfuggono neppure le teorie «democratiche» circa la funzione dell’esercito in un paese libero. Su questo punto Lupinacci conclude: «Chi ama i valori militari, chi ne sente la grandezza spirituale, non può che vedere senza rimpianto l’abolizione del servizio obbligatorio. Le rovine che esso ha cagionato nella società sono incalcolabili, e non sono nemmeno lontanamente compensate dal po’ di bene che avrà pur fatto. L’antimilitarismo è nato dalla coscrizione: Le dégout de cette servitude, scrive Bainville, fece germogliare dal cervello degli intellettuali tutti quei libri dai quali la condizione militare e il prestigio che essa aveva sono stati corrosi, dall’Abel Hermant del «Miserey» fino a Barbusse e oltre, fino agli opuscoli di spicciola propaganda antimilitarista. Ed è nata dalla coscrizione la turpe necessità di fare odiare il nemico, di predicare le guerre di sterminio e di vendetta per sostituire con istinti primitivi le leggi antiche del dovere e dell’onore, sufficienti al soldato di vocazione per combattere il nemico con tutte le forze dell’animo, compresa quella del rispetto generoso, e della cavalleria. Forse qualcuno dirà che l’esercito di mestiere fa risorgere il mercenario, parola aborrita in democrazia; ma, a parte l’esempio dell’Inghilterra, dove la democrazia si è svolta rigogliosa, ornandosi di un esercito di mestiere, chi può davvero sostenere che la coscrizione sia istituzione democratica? Essa suscita l’obiettore di coscienza e il suo dramma angoscioso o ipocrita, mentre l’esercito di mestiere chiama il volontario e la sua libera scelta: e quale dei due esemplari umani sarà più al suo posto in una democrazia?».
I problemi di natura diversa qui velocemente toccati meriterebbero una ben maggiore attenzione da parte di chi ha la responsabilità di illuminare il cammino, in sede teorica per capire, in sede pratica per agire. Un esempio del dilettantismo irresponsabile col quale gli uomini «responsabili» si pongono questi problemi lo ha offerto alcuni mesi or sono in Italia il dibattito televisivo sul tema «I giovani e la patria» dove si è visto chiaramente come la cultura politica dominante dorma e i partiti ripetano gli schemi logorati da cento anni di storia nazionale. Quando, entro che limiti, in quale contesto, il patriottismo diventa un valore o cessa di esserlo? Quando un soldato è un eroe, quando un pazzo e quando uno schiavo condannato al suicidio? Tutti questi interrogativi che si pongono sul piano della filosofia pubblica rimangono senza risposta, anche se l’appartenenza a un esercito ha significato negli ultimi decenni per milioni di uomini l’elemento che rendeva legittimo l’omicidio e sacra la morte.
E ancora, per passare a considerazioni più strettamente di scienza politica, noi abbisogniamo di una risposta ai problemi posti dai rapporti tra democrazia e diversi tipi di esercito, tra potere civile e militare. Esaminare la storia d’Europa dal punto di vista di questi problemi ci aprirebbe nuovi orizzonti per spiegare i fenomeni vistosi dell’autorità e della tirannide che caratterizzano la nostra storia. La spiegazione della strapotenza del potere militare su quello civile, che si è a volta a volta presentata in tutti i nostri Stati e che ha prodotto in Francia e in Germania le manifestazioni più vistose e pericolose, oscilla ancora nel vago di concezioni semplicistiche e dilettantesche. Non ci soddisfa nessuna delle teorie economiche della guerra e, esemplificando, non ci soddisfa la spiegazione che alcuni nostri ambienti di sinistra hanno dato del putsch di Algeri. Sarebbero i grandi interessi petroliferi ad aver pagato Salan e gli altri generali. Con un po’ di marxismo da quattro soldi si risolvono i problemi e ci si mette la coscienza a posto, e per di più si rivendica una funzione di guida delle forze progressiste.
Per ritornare al tema principale, non ci soddisfano neppure le idee democratiche tradizionali, secondo le quali l’esercito basato sulla leva universale è un sicuro presidio della democrazia, mentre quello professionale sarebbe un pericolo. Anche ciò ha ormai il sapore del mito, un mito che, come sappiamo, ha imprigionato anche Carlo Cattaneo. E’ giunto il momento di dire chiaramente che la leva militare obbligatoria, così come la scuola di Stato, nati come strumenti dello Stato liberale (ma ci fu mai uno Stato liberale sul continente?), sono diventati i più efficaci strumenti di autorità e di dominio del potere politico sui cittadini, cioè esercitano essenzialmente una funzione illiberale. Basti notare di sfuggita come queste esperienze siano estranee allo Stato liberale di stampo anglosassone. Ora non reggono più nemmeno sul piano dell’efficienza.
 
Alessandro Cavalli


[1] Manlio Lupinacci, Ritorno a Kipling, «Corriere della Sera», 29 novembre 1960.
[2] Una brillante ed efficace descrizione della fisionomia del soldato moderno è quella di Erich Kuby, da noi ripresa («Il Federalista» I, 3) e contenuta nel volume Germania provvisoria pubblicato da Einaudi nel gennaio di quest’anno.
[3] «Il Federalista», luglio 1960, anno II, n. 4.

 

Condividi con