Anno III, 1961, Numero 6, Pagina 267

 

 

LA GRANDEZZA DI EINAUDI
 
 
Ciò che si è scritto su Einaudi dopo la sua morte non è servito a spiegare quale sia stata la sua grandezza. I commentatori hanno visto nella sua opera solo quanto stava nella loro testa, cioè troppo poco. Einaudi è stato vantato come grande economista, buon presidente della repubblica e l’uomo «che ha salvato la lira». Come economista egli non fu in realtà che un epigono del liberismo. L’aver fatto bene il presidente e l’aver salvato la lira non sono manifestazioni di grandezza. Il compito di presidente di una repubblica parlamentare non permette di compiere grandi cose. D’altra parte anche Erhard «salvò il marco», ma non si può certo dire che egli sia un grande uomo. Dove sta dunque la grandezza di Einaudi?
A mio parere questa grandezza va cercata in un aspetto di una sua attività sul cui significato egli stesso era incerto, e che finì per mettere sotto il segno delle «Prediche inutili» inaugurando, il Natale del 1955, una rivista personale con lo stesso titolo: «Tanti anni fa, nel tempo contrastato del primo dopoguerra, pubblicai un volume di brevi scritti esortativi dal titolo Prediche. Poi vidi che il titolo era appropriato alle centinaia e forse migliaia di articoli e stelloncini sino allora usciti dalla mia penna. Forseché non furono essi predicati al deserto? Forseché, delle regole di condotta ivi esposte, rimase qualche minimo ricordo durante il ventennio? Polvere che il vento disperse. Talché a me rimase l’impressione che fosse inutile predicare».[1]
Su questa «inutilità» egli si sbagliò. Si può dire addirittura che la sua grandezza coincide con le prediche più «inutili», come si può mostrare rapidamente con qualche citazione. Nel 1918 Einaudi pensava che: «Gli sforzi fatti per creare una società di nazioni, rimaste sovrane, servirebbero solo a creare il nulla, l’impensabile, ad aumentare ed invelenire le ragioni di discordia e di guerra… La guerra presente è la condanna dell’unità europea imposta colla forza da un impero ambizioso, ma è anche lo sforzo cruento per elaborare una forma politica di ordine superiore».[2] In queste ed altre meditazioni sul problema europeo non c’era solo la retta applicazione della distinzione tra confederazione e federazione — che gli europei dimenticano sempre quando giudicano le organizzazioni internazionali — vale a dire l’uso della ragione in un tempo nel quale nessuno l’usa. C’era la verità storica — come nessun’altro seppe scorgerla — sullo stato reale dell’Europa: le cause profonde della prima guerra mondiale, il problema dell’unità europea, il pericolo dell’anarchia internazionale.
Il tempo diede ragione ad Einaudi. Nel secondo dopoguerra egli poté dire, in un discorso tenuto il 29 luglio 1947 all’assemblea costituente: «…il mio sarà un informe tentativo di indovinare le logiche conseguenze odierne di quelli che furono i connotati essenziali delle due grandi guerre combattute in Europa nel secolo presente. Già quei connotati erano visibili nella prima guerra, ma parve allora ai più che soltanto si fosse riprodotto ancora una volta il tentativo egemonico di Filippo II, di Luigi XIV e di Napoleone I, contrastato ogni volta, a salvaguardia della libertà d’Europa, dalla potenza navale britannica… La prima guerra fu combattuta invano perché non risolse il problema europeo. Ed un problema europeo esisteva. Scrivevo nel 1918 e ripeto ora a trenta anni di distanza: gli Stati europei sono divenuti un anacronismo storico… La prima guerra mondiale fu la manifestazione cruenta dell’aspirazione istintiva dell’Europa verso la sua unificazione; ma, poiché l’unità europea non si poteva ottenere attraverso una impotente Società delle nazioni, il problema si ripropose subito. Esso non può essere risoluto se non in una di due maniere, o con la spada di Satana o con quella di Dio. Questa volta Satana si chiamò Hitler… L’Attila moderno, il pazzo viennese aveva, nelle sue escogitazioni frenetiche e sconnesse, visto il problema e la sua grandezza, ed aveva tentato di risolverlo… All’Attila redivivo il metodo della forza non riuscì, ché gli europei erano troppo amanti di libertà per non tentare ogni via per resistere al brutale dominio della forza… Non recriminiamo contro coloro che operarono male… ma diciamo alto che noi riusciremo a salvarci dalla terza guerra mondiale solo se noi impugneremo per la salvezza e l’unificazione dell’Europa, invece della spada di Satana, la spada di Dio, e cioè, invece dell’idea della dominazione con la forza bruta, l’idea eterna della volontaria cooperazione per il bene comune [federazione]… Esiste, in questo nostro vecchio continente, un vuoto ideale spaventoso. Quella bomba atomica, di cui tanto paventiamo, vive purtroppo in ognuno di noi. Non della bomba atomica dobbiamo sovratutto aver paura, ma delle forze malvage che ne scatenarono l’uso. A questo scatenamento noi dobbiamo opporci… Non basta predicare gli Stati Uniti d’Europa ed indire congressi di parlamentari. Quel che importa è che i parlamentari di questi minuscoli Stati i quali compongono la divisa Europa rinuncino ad una parte della sovranità a pro di un parlamento nel quale siano rappresentati, in una camera elettiva, direttamente i popoli europei nella loro unità, senza distinzione fra Stato e Stato…».[3]
Penso che ciò basti per capire quale sia stata la grandezza di Einaudi. Egli seppe vedere la verità storica del nostro tempo. Si tratta di una verità «semplice e terribile» (così disse Oriani dell’unificazione italiana). Einaudi seppe vederla proprio perché non ebbe paura del suo aspetto terribile, tanto che scrisse, a proposito del destino dell’Italia se mancherà una tempestiva unificazione federale dell’Europa: «Esisterà ancora un territorio italiano; non più una nazione, destinata a vivere come unità spirituale e morale solo a patto di rinunciare ad una assurda indipendenza militare ed economica».[4] Ciò detto, resta da fare solo un rilievo essenziale. Einaudi, non sicuro dell’attività della quale abbiamo parlato, chiamò «prediche» ciò che, nei momenti più alti, era rivelazione della verità; e ritenne «inutile» questa verità senza accorgersi che era inutile solo per coloro che consumano la storia, ma utile invece per coloro che la stanno facendo, i federalisti. Ciò si deve al fatto che la verità sulla situazione dell’Europa sta nel contesto teorico della storia e nel contesto pratico della politica, mentre Einaudi fu teoricamente un economista e praticamente un professore. Questo distacco gli impedì di sviluppare la verità che aveva intravisto, e persino di accorgersi che il suo insegnamento era stato accolto. Ma resta, a farlo grande, il fatto che giunse sino alla verità, resta il fatto che da presidente della repubblica italiana seppe scrivere «non esisterà più una nazione italiana». E a noi tocca soltanto, per chiudere questo cenno, di far rilevare al lettore come sia apparentemente strana proprio la circostanza che nessuno tra i personaggi ed i commentatori importanti (ma, ahinoi, tanto più «importanti» quanto più lo è l’Italia, e quindi nulla più che beccamorti), abbia trovato straordinario, o almeno degno di menzione, questo epitaffio per la morte dell’Italia sovrana scritto dal suo saggio primo presidente. Nel futuro, quando le scorie del tempo saranno cadute e la storia di oggi si mostrerà in piena luce, questo epitaffio dirà chi sia stato Luigi Einaudi.
 
Mario Albertini


[1] «Prediche inutili» di Luigi Einaudi, Dispensa prima.
[2] Luigi Einaudi, La guerra e l’unità europea, Comunità, Milano, 1950, pp. 16 e 22 (il 5 gennaio 1918 sul «Corriere della Sera»).
[3] Luigi Einaudi, op. cit., pp. 165-177 (il testo completo del discorso).
[4] Luigi Einaudi, Lo scrittoio del Presidente, Einaudi, Torino, 1959, p. 89. Abbiamo riportato nella rubrica «Documenti» il testo completo perché i lettori possano valutare compiutamente questa meditazione cruciale per intendere la posizione di Einaudi.

 

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